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Roma è una città di enormi
flussi turistici. Secondo le cifre più recenti (basate, immagino, su
dati degli albergatori), Roma è ormai divenuta la città più visitata
d’Europa: più di Parigi. Tale spropositata popolarità, però, è assai
meno lusinghiera di quel che si può pensare. Me ne sono convinto
andando a curiosare nei blogs in inglese di decine e decine
di turisti americani passati per la Città Eterna. (Tra i quali
praticamente nessun turista gayo.)
Il grosso dei turisti
stranieri a Roma è, infatti, americano. Quel che viene fuori dai
loro blogs è che vengono nell’Urbe per... un tuffo fuori
dalla modernità. Eh sì! È una cosa che evidentemente non trovano
come vorrebbero in altre città ricche d’arte tipo Parigi o
Barcellona; le quali, si badi, sono anche più economiche di
Roma per il turista.
A suo tempo ne ho parlato,
tra gli altri, con un giornalista gay americano, Drew Limsky.
Sull’argomento, lui si è espresso più o meno così: "A Parigi di
antico c’è rimasto, purtroppo, solo lo sfondo architettonico; mentre
a Roma… si viene a contatto con un altro stile di vita,
stupendamente retrò". I due avverbi, “purtroppo” e “stupendamente”,
sono ovviamente suoi; e sono certo che basterebbe portarlo sul
Raccordo alle otto del mattino per indurlo a serie riflessioni sul
nostro “stupendo” vivere retrò. Peccato che Limsky non fosse stato a
Praga: avrebbe scoperto un’altra città estremamente più moderna del
suo sfondo architettonico (e nella quale le coppie omosessuali sono
riconosciute e tutelate dalla legge).
Ma veniamo al succo, e cioè
a una domanda: come appare dal punto di vista dello svago gay,
oggigiorno, la città più turistica d’Europa, agli occhi di uno
straniero?
Una prima risposta è… che
non appare affatto! Infatti, una delle cose che Drew Limsky e altri
suoi connazionali non scorderanno mai (a loro dire) di Roma è
l’irreperibilità di informazioni affidabili sui luoghi gay. È
un esperimento che qualunque romano può fare: provi a cercare
notizie in inglese sui locali gay della Capitale... e
rabbrividisca. Viene fuori di tutto e di più.
Tanto per cominciare,
svariati locali ormai chiusi, o che magari avevano una serata
gay settimanale una volta; e poi – soprattutto – un’eterogenea serie
di posti che si dicono locali gay e non lo sono (più)... (Tra questi,
diverse caffetterie e similari nella zona più turistica, che di gay
hanno soltanto… i proprietari).
Uno specchio impietoso
della scena gaya di gran parte dell’Italia, che Roma riassume, e la
cui caratteristica principale è: l’estrema pochezza di locali di
aggregazione gay che siano stabili e aperti più giorni alla
settimana, e che raccolgano un po’ di più dei proverbiali quattro
gatti.
Quel che succede è che una
grossa fetta dei turisti gay stranieri in Roma rinuncia alla ricerca
dopo la prima disavventura; mentre i rimanenti, più tenaci o più
fortunati, approdano (magari la sera dopo) in uno dei pochi “veri”
bar gay della Capitale... e lo trovano – a meno di una botta di…
ulteriore fortuna – semivuoto. Di gay bars romani aperti e
frequentati nel pomeriggio non ce ne sono, infatti. Noi tendiamo a
scordarcene, ma il turista straniero gode di una prospettiva esterna,
per cui se ne accorge subito: la scena gay romana è, nei fatti,
scarsissima rispetto alle dimensioni (tre milioni di abitanti!)
della città; ergo, a Roma pende sugli omosessuali uno stigma
sociale.
Che sia effettivamente così,
inutile discuterne. È assolutamente vero, e la vastità della scena
“bisessuale” romana – veramente ipertrofica – sta a dimostrarlo:
quelli che mancano da questa parte stanno di là, e qualunque trans
ve ne può parlare per ore, di quei “bisex” (ed io pure potrei).
Ma… qui viene il bello,
ragazzi: il turista straniero più acuto si rende anche conto,
abbastanza presto, che la scena gay romana non è neanche, a sua “discolpa”,
arretrata: è sottosviluppata e basta.
L’effetto risultante è un
po’ surreale. Me lo spiegò un altro giornalista, un inglese (di
Newcastle), più o meno con queste parole: "La scena gay di Roma è
senza dubbio povera; ma quella che c’è non è “retrò” come uno si
aspetterebbe di conseguenza; per cui alla fine è una delusione per
molti turisti ingenui, che dopo avere scovato locali seminascosti
come a Budapest vi ritrovano non i maschietti “genuini” [tra
virgolette] di un ambiente gay ai suoi primi passi, bensì gente
gay del tutto globalizzata e “ordinaria” [sempre tra virgolette]
che avrebbero trovato identica, ma molto più numerosa, in altre
città d’Europa, e in locali più allegri."
Insomma, il turista gay non
trova, a Roma, né quel che offre Berlino, né quel che offre Istànbul.
E gli rimane un mistero quale sia l’effettivo grado di emancipazione
della gente gay italiana; tant’è che spesso te lo chiedono. A me è
capitato addirittura che mi chiedessero se fossi o no gay e/o se ero
un marchettaro, cosa che m’ha fatto capire in un lampo quanto
debbano sembrare “bulgari” i locali romani.
La confusione d’idee che la
Roma gaya genera nel turista straniero diventa inestricabile, poi,
se lo portate in una sauna, o in un cruising. Si accorgerà,
infatti, che tutti i “mancanti all’appello” sono proprio là! Noi ci
siamo abituati, ma per gli stranieri non latini è stupefacente
vedere bar così vuoti a fronte di saune così piene.
E non riescono a capire se
il loro successo sia o no un segno di repressione, perché le saune
romane (e italiane in generale) non hanno affatto un aspetto “clandestino”,
anzi…
E di solito rimangono
perplessi anche di fronte alle “danze degli scorpioni” con cui
noialtri amiamo perdere interi pomeriggi e lunghe nottate sperando
che qualcuno ci rimorchi. (Non so se avete mai visto due scorpioni
che si vorrebbero accoppiare.)
Dico “nottate” riferendomi
non alle saune, ovviamente, bensì alle discoteche. Càpita, infatti,
che qualche turista più nottambulo approdi, infine, su indicazione
di qualcuno di noi, in una delle discoteche gay della capitale; che
sono – tranne qualche brillante eccezione – “miste”.
È lì, nella disco “mista”,
che il visitatore straniero afferra al volo il vero nodo
dell’ambiente gay della vecchia Urbe. Io non c’ero mai arrivato.
Me l’ha espresso
chiaramente un ragazzone del Québec (con polpacci indimenticabili),
in un’arcinota discotecona romana, e gliene sarò per sempre grato.
Mi disse: "Voi gay “emancipati” di Roma in realtà trovate i
maschi “bisex” più fighi di voi. Con idee del genere in testa,
è ovvio che un bar gay sia, per voi, un posto sfigato per natura."
Insomma, l’antitesi della
fierezza gaya. E poi ci si meraviglia che la CEI spadroneggi!
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