ClubClassic.net - Gay Web - Home

 


Gay Cartoons
: disegni e fumetti made in japan.



 

  Home

:: Pride ::

IL MENSILE GAY ITALIANO                   Numero 71 - Maggio 2005
 
Prega che ti passa
Dossier a cura di Stefano Bolognini

Psicoterapia. Ormoni. Preghiera. Coloro che vogliono “curare” l’omosessualità
stanno tornando all’attacco, magari sotto la mascherta di gruppi di “aiuto”.
Sapendo di non potere parlare di“guarire” ciò che anche ufficialmente non è una malattia, oggi parlano di “aiutare a fiorire”. Ma qualcuno ricorre ancora agli ormoni.
Abbiamo svolto un’inchiesta su chi sono e come agiscono i “guaritori”.
 
“Io sono diventato omosessuale per una madre castrante e un padre ostile. Sono stato in analisi per tre anni (narth.com) e ora sono felicemente sposato e quasi del tutto etero.
Guarire è possibile, ed io ne sono la prova. Rimanere omosessuale sarebbe stato come arrendersi. […]
Ora un gay penserà: "Questo mi sta dicendo che sono un fallito". No, sei solo uno che non è stato aiutato nel modo giusto. […]
L’aiuto giusto è un padre che ti dice che tu sei un uomo vero e che ce la puoi fare”.
Questa lettera anonima, reperita su Internet, porta alla luce un universo sotterraneo poco noto: quello delle promesse di cura degli omosessuali italiani. Chi sta “aiutando” l’anonimo gay che scrive a “diventare” eterosessuale?
Vediamolo assieme.
 
La sigla Narth, citata nella testimonianza, nasconde l’”associazione nordamericana per la ricerca e la terapia dell’omosessualità” ( http://www.narth.com/index.html ), fondata nel 1992 dal cattolico Joseph Nicolosi, che raccoglie un modesto gruppo di psichiatri e psicoanalisti che considerano l’omosessualità curabile con una terapia, (che “può durare anche anni”), battezzata riparativa, ricostitutiva o di riconversione.
Tale “terapia” nasce nei primi anni Ottanta dagli studi di Elisabeth Moberly, telogo inglese autoproclamatasi psicologa, e dal testo Homosexuality: a new Christian ethic (“Omosessualità: un’etica cristiana”) che, osservando l’omosessualità con pregiudizi cattolici, individua le sue cause in “incomprensioni” nel rapporto tra padre e figlio.
Nicolosi ha ripreso quegli studi e avrebbe individuato in una terapia psicanalitica (iniziazione alla mascolinità, superamento del falso “io”, ricomposizione del rapporto con il padre, attraverso la competizione e rapporti maschili non sessuali, biblioterapia, psicoterapia di gruppo, terapia del sogno, per arrivare alla trasformazione all’amore per una donna e altro) la possibilità di curare i gay trasformandoli in eterosessuali. Per questo si è appoggiato a personaggi come Charles Socarides, psicoanalista tradizionale che non ha mai accettato l’idea che l’omosessualità non sia una malattia.
 
Il sito del Narth non fornisce indirizzi email a cui scrivere (è invece molto chiaro su come donare denaro all’associazione!).
Spacciandomi per “Giovanni”, un “tipico” gay italiano in cerca di cura, invio un fax direttamente alla loro sede, in California, chiedendo se qualche terapeuta italiano sia in grado d’aiutarmi.
Mi risponde Dinah Finley, l’assistente amministrativo del Narth, dopo poche ore: “Sfortunatamente la nostra rete di terapeuti non include l’Italia […]. Se cerchi un terapeuta, chiedigli ‘Credi che l’omosessualità sia curabile?’ Se ti dice no, continua con il successivo, fino a quando troverai quello che ti darà la risposta che cerchi”.
Evidentemente non posso telefonare a tutti gli psicoterapeuti italiani. Siamo in un vicolo cieco. Che strada avrà mai seguito quindi il nostro “quasi etero” per trovare il suo guaritore?
“Fortunatamente” il sito del Narth è ricco d’informazioni anche su altri gruppi americani che cercano di curare gli omosessuali. Tra i più celebri ci sono Exodus http://www.exodus.to/ , Courage http://couragerc.net/ , e Living Waters http://www.livingwaters.com .
Queste organizzazioni, tutte cristiane, si limitano però ad invitare i gay al cambiamento raggiungibile con castità e preghiera.
Sui siti di tutte queste organizzazioni, oltre alla possibilità di donare denaro e acquistare gadget, si trovano innumerevoli testimonianze, anche tradotte in italiano, di ex omosessuali che, dopo un vissuto di misere, grazie alla fede e alla potenza di Dio hanno ritrovato la “retta via”.
Tuttavia nemmeno le organizzazioni citate, che sono le più conosciute, hanno (fortunatamente) sedi in Italia. Altro buco nell’acqua.
 
Che il nostro “quasi etero” sia passato da una libreria?
In Italia sono a disposizione almeno quattro testi di guaritori di gay. Di Joseph Nicolosi: Omosessualità maschile, un nuovo approccio (Sugarco, 1997) e Omosessualità, una guida per i genitori (Sugarco, 2003). Di Gerard van den Aardweg (un Nicolosi olandese) Una strada per il domani: guida all’(auto) terapia dell’omosessualità (Città nuova, 2004) e Omosessualità & speranza (Edizioni Ares, 1995).
Entrambi gli autori, richiamando l’uno i successi terapeutici dell’altro, sostengono che la condizione di omosessuale è di per sé infelice, che l’omosessualità non è innata ed è patologica, che l’amore omosessuale è falso e che potenti lobby gay influenzano gli studiosi, tanto da non permettere uno studio serio, scientifico e approfondito della cura dei gay (cfr. al proposito: http://it.gay.com/view.php?ID=19943).
I risultati e le proposte dei due autori, al dì là della fama che si sono creati, non sono considerati attendibili dalla comunità scientifica.
L’Apa, la maggiore associazione di psicologi americani, che dal 1973 non considera più l’omosessualità una malattia, in un documento [il numero 200001] condanna espressamente la cosiddetta terapia riparativa: “[gli ] sforzi di ripatologizzare l’omosessualità sostenendo che possa essere curata sono spesso guidati non da rigore scientifico o ricerca psichiatrica, ma, qualche volta, da forze religiose e politiche che si oppongono ai diritti civili di gay e lesbiche. […] La letteratura sulla terapia riparativa usa teorie che rendono difficile formulare una selezione scientifica dei criteri per le modalità di trattamento. La letteratura non solo ignora l’impatto dello stigma sociale […] è una letteratura che attivamente stigmatizza l’omosessualità”.
Anche l’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, ha cancellato l’omosessualità dal suo Manuale dignostico delle malattie mentali, ma Nicolosi e compagni sembrano non essersene accorti.
In sostanza, non esiste alcuno studio su rivista scientifica che supporti la “terapia riparativa” o i tentativi di “curare” l’omosessualità.
L’unico intervento psicologico condiviso dalla comunità scientifica, per gli omosessuali, come dice Antonella Montano (in: Psicoterapia con pazienti omosessuali, McGraw-Hill 2000) è “un aiuto ed un accompagnamento all'accettazione e alla scelta di sé e come rilevarsi gay o lesbica”.
 
Ma torniamo al nostro quasi ex gay. Se si è informato in libreria, ed è attento, il testo Omosessualità maschile: un nuovo approccio potrebbe avergli aperto la strada per trovare un Nicolosi italiano.
Quel testo ha infatti la prefazione della dottoressa Chiara Atzori, medico infettivologo dell’ospedale Sacco di Milano, mentre le conclusioni sono di padre Livio Fanzaga, direttore di “Radio Maria”, “filosofo del diritto” e “docente presso la facoltà di bioetica - Ateneo pontificio Regina Apostolorum”.
Un vasto campionario dei loro interventi omofobi è reperibile con facilità sul web. Che il nostro quasi etero sia riuscito a contattarli?
Lanciamo l’esca: Giovanni e la sua triste lettera di gay in cerca di cura scrive a Fanzaga e alla Atzori. Il primo non risponde.
La dottoressa Atzori, la più celebre propagandatrice italiana del verbo di Nicolosi, che si è sempre rifiutata di farsi intervistare da “Pride”, questa volta risponde, con l’autorevole e-mail lavorativa della divisione malattie infettive ospedale Sacco di Milano, offrendomi il telefono di uno psicoterapeuta milanese, “persona preparata ed accogliente”.
Con parole accorte insiste però sul fatto che non esistono terapeuti che curino l’omosessualità, perché la stessa non è una malattia. è evidente che la dottoressa Atzori sa di muoversi su un terreno minato: un medico che fornisce terapie non scientifiche rischia infatti la radiazione dall’albo. Nella sua prudente mail, quindi, non c’è nulla di illegale: abbiamo avversari fanatici, ma accorti.
La Atzori mi conferma l’inesistenza di un Narth italiano, ma m’invita a un incontro informale con un gruppo di “gay in cammino verso l’eterosessualità”, offrendomi il volantino che pubblicizza un corso. Potevamo mancare?
Nel volantino sono presenti altri nomi di religiosi, come padre Ferdinando Colombo, docente universitario di teologia pastorale presso lo Studio teologico dei frati minori cappuccini della provincia di san Carlo in Lombardia (che tiene conferenze con titoli ameni come “Maschio e femmina li creò”), e di due “ex gay”.
In Italia la Atzori non è sola. A propagandare il verbo Nicolosi e a sostenere la “uscita” (visto che di “cura” non possono parlare apertamente) dall’omosessualità, alcuni crociati di comprovata fede cattolica: Mario Palmaro, Bruto Maria Bruti di Alleanza Cattolica (www.alleanzacattolica.org) e Arrigo Muscio, che collaborano con alcune televisioni per le rubriche "Preghiera e guarigione" e "Momento di fede". Nessuno di loro si è lasciato intervistare.
 
Ma dove sta lo scandalo? In fondo abbiamo scoperto solo un banale circuito d’individui con il vizio dell’omofobia. Il “Narth italiano” stesso si limita a pubblicizzarsi con il beneplacito di Radio Maria e dichiara esplicitamente (a scanso di denunce) di non offrire cure, ma solo speranze (per quanto vane) ad omosessuali disperati.
Ebbene, le cose non sono così semplici. In primo luogo perché, come dimostrerà la prossima intervista, la speranza di una cura per l’omosessualità può rivelarsi molto pericolosa.
Inoltre, sempre secondo l’Apa (in un’appendice al documento sopraccitato) la terapia di riconversione è rischiosa: “I rischi potenziali della terapia riparativa sono grandi, e includono depressione, ansietà e comportamenti autodistruttivi”, con un ritardo anche di anni nel processo di accettazione, unica “terapia” disponibile per l’omosessualità.
è per questi motivi che negli Usa sono nati gruppi di omosessuali vittime della “terapia riparativa”, che lottano perché l’inefficacia della stessa diventi di dominio pubblico. Sono gli “ex ex-gay”.
Recentemente questi gruppi hanno portato all’attenzione dei media la curiosa vicenda di due dei fondatori di “Exodus” (maschi entrambi) che, abbandonata l’associazione, ora sono felicemente in coppia.
Lo scandalo ha travolto “Exodus” e tutto il fenomeno degli “ex gay”.
 
Allora dove sta lo scandalo?
Sta in psicologi che nonostante un codice deontologico che li obbliga a seguire procedure scientifiche, indirizzano verso una terapia non scientifica.
Sta nel miscuglio tra scienza, moralismo e teologia spacciato come “la sola verità”.
Guardando poi più lontano, sta nel fatto che propagandare certi metodi è più che pericoloso: non era una teoria (pseudo) “scientifica” anche la supremazia biologica della razza, nel nazismo? Purtroppo però gli effetti sugli innocenti di quella nefasta teoria di fantasia sono stati estremamente reali..


In terapia a 13 anni

“Marco”, un ragazzo di 22 anni dall’apparenza indifesa, non può dimenticare. Ne aveva tredici quando i genitori lo accompagnarono in un reparto di psichiatria per “salvarlo”. Oggi è fidanzato con un ragazzo splendido, ed è felice.
Ci ha raccontato la sua storia perché è convinto che altri giovanissimi stiano subendo, oggi, la stessa bieca violenza.
 
Come hanno scoperto che sei gay, i tuoi genitori?
Avevo tredici anni quando scoprirono una lettera che avevo scritto ad un mio compagno di classe. Mi portarono in psichiatria al Policlinico di Bari. Dopo anni, ho scoperto che avevano chiesto consiglio ad una medico del consultorio familiare del mio paese del sud.
 
Cosa ricordi della psichiatria?
Ci sono andato per due anni. Facevo colloqui con gli psichiatri e mi hanno fatto delle analisi. Non so che analisi. Ricordo un lettino e il camice bianco che mi facevano indossare.
Il reparto è su due piani. Al primo ci sono i malati di mente. Io andavo al secondo.
Inizialmente lo psichiatra, capo dell’equipe, mi sottopose ad alcuni test. Poi, tre volte a settimana, incontravo il medico a cui mi avevano affidato.
Ero spaventato, avevo paura. Mi chiedevo che diavolo avessi a che vedere con i pazzi. Su di me, poi, pesava la minaccia dei miei. Mi dicevano che sarei rimasto lì a vita se non fossi guarito…
 
Per quanto tempo sei stato seguito?
Per due anni. Un pomeriggio la dottoressa disse a mia madre: “Il ragazzo ora è sano”. Non so perché, non le avevo detto di essere diventato eterosessuale. Quando mi “liberarono” ero felice, avrei potuto tornare a fare i fatti miei e i miei genitori erano contenti perché convinti che fossi sano.
 
Poi cosa accadde?
Ho continuato a non frequentare ragazze e probabilmente si sono resi conto del fatto che responso dei medici era sbagliato. Per un anno mi portarono da uno psicologo cattolico, che mi sottopose ad altri test e che mi faceva parlare.
Evidentemente, poi, non ho più dato ai miei modo di dubitare della mia sessualità. Avevo trovato “coperture” adatte al caso loro.
Alla fine del liceo decisi comunque di andarmene di casa.
Mi sono trasferito in un’altra città del sud per l’università, non li vedevo e le mie “coperture” funzionavano. è stata una liberazione.
Fino a quando la mamma è venuta a trovarmi…
 
…e…
…coabitavo con un ragazzo gay. Mia madre scoprì una sua lettera ad un ragazzo e siamo ricaduti nel baratro.
Tornai a casa per l’estate e cercarono in tutti i modi di farmi abbandonare gli studi. Mi proponevano di non seguire le lezioni. Mio padre mi avrebbe accompagnato a sostenere gli esami. Evidentemente rifiutai e tornai nella città dove ha sede la mia università.
Mi misero alle costole un investigatore privato. Decisi di tornare da loro e chiarire le cose.

Come?
A pranzo ho detto a chiare lettere che l’investigatore avrebbe scoperto solo che sono gay. Apriti cielo. Non volevano più lasciarmi andare via di casa e minacciavano che mi avrebbero lasciato senza un soldo. Eravamo arrivati al ricatto.
Il 27 ottobre scorso sono scappato di casa. Mi proponevano cure psichiatriche. Chiamarono uno psichiatra di Roma, tale Morelli, al telefono.
Ma lui sostenne che chi aveva bisogno di aiuto fossero loro. Fecero altre telefonate ad altri psichiatri. Erano tutti molto chiari: “Non c’è niente da fare”. Poi parlarono con il mio medico curante, bravo dottore ma di destra, che disse che dovevo cercare di innamorarmi di mia madre per vivere il complesso edipico. A 21 anni è pura follia.
Ma come la vivevi?
Ai miei dicevo che avrei provato una cura per farli stare tranquilli. Mi invitarono a parlare con la dottoressa del consultorio familiare del mio paese. Mi disse che l’omosessualità era peggio della droga, che avevo subito un lavaggio del cervello, che ero stato circuito e ghettizzato non per mia volontà. Forse aveva bisogno di un corso di aggiornamento [sorride]. Ma alla fine di fronte alle mie resistenze mi disse: “In fondo la vita è tua, fai un po’ quello che credi”.
 
Dopo la fuga cosa decidono di fare i tuoi?
Non li sentii per un po’. Poi mamma mi telefonò. Grazie ad una pubblicità su “Radio Maria” aveva scoperto il “centro studi Achille Dedè” di Milano. Solo se mi fossi messo in contatto con quel centro il nostro rapporto avrebbe potuto riprendere.
 
Che cosa avevano detto ai tuoi genitori quelli del centro?
Mamma ha parlato con la dottoressa Atzori, che le disse che uscire dall’omosessualità è solo questione di volontà e preghiere.
Immagina l’effetto sui miei, che sono molto religiosi…
 
Lo hai fatto?
A quel punto non avevo scelte. Volevo recuperare il rapporto con i miei ed ero curioso di sapere dove sarebbero arrivati i medici. Mi passarono due numeri di cellulare. Chiamai. Rispose lo psicologo Marchesini [probabilmente sua un’eloquente intervista su “Studi cattolici”:
http://www.totustuus.it/modules.php?name=News&file=print&sid=86, ndr].
Rispetto alla mia omosessualità disse che non avevo personalità e dignità. Sosteneva che mi fossi rifugiato e ghettizzato nello stile di vita gay, e che ero stato circuito. Nonostante tutto, però, non dovevo sentirmi giudicato, anche perché potevo uscirne…
Avrei dovuto frequentare il loro centro di Milano. Poi sarei dovuto tornare a casa per essere seguito da uno psicologo che opera qui al sud. A mio parere hanno organizzato una rete di psicologi…
Secondo loro dovevo rivivere il rapporto con mio padre. I miei avrebbero dovuto mantenermi e decidere chi dovevo frequentare. Avrei dovuto abbandonare i miei amici etero, che sanno di me da quando avevo tredici anni e mi hanno accettato. Secondo gli psicoterapeuti milanesi non erano amici: non mi hanno aiutato ad “uscire dal tunnel”…
Gli risposi a chiare lettere che nessuno poteva permettersi di dirmi che ero una persona senza dignità o senza spina dorsale. Gli ho spiegato che li avevo chiamati più che altro per perché volevo ristabilire un rapporto con i miei genitori.
Lo psicologo fu molto chiaro. Non mi avrebbero aiutato a recuperare il rapporto con i miei, che avevano fatto bene a cacciarmi in quanto omosessuale. Mi complimentai per la sua professionalità.
 
Come si conclude questa storia?
Ora vivo lontano dai miei e il rapporto, tra noi, è compromesso. Mamma per vari motivi è stata ricoverata in psichiatria. Tra questi il forte conflitto tra quello che le dicevano i medici di Milano e quello che diceva dell’omosessualità la gente comune, e altri medici. Mamma è entrata in anoressia.
I medici di mamma mi hanno consigliato di non tornare mai più a casa.
 
Hai mai pensato di poter cambiare?
Minorenne in psichiatria, ci pensavo. Se un maggiorenne vuole provare a curarsi, che lo faccia. Ma io da minorenne subivo...
 
Come vivi la tua omosessualità oggi?
Bene... Hai voglia… [ride]

…sei felice?
Sì. Se solo.. Sarei proprio felice se i miei si fidassero della mia felicità. Magari mi dicessero “siamo contenti per te perché non stai facendo nulla di male” o anche solo “non condividiamo ma rispettiamo”…
Così sarei davvero felice.


A tu per tu coi guaritori
 

Mi sono infiltrato, sotto mentite spoglie, nel gruppo italiano di gay “In cammino nel recupero dell'identità sessuale ferita” della dottoressa Atzori. Ecco che cosa nasconde.
  
E' impossibile intervistare apertamente la dottoressa Atzori, e come lei chiunque predichi in Italia, sui giornali, che l’omosessualità è “curabile”. Enrico Oliari, collaboratore di “Pride”, ci ha provato più volte, ma inutilmente: rifiutano tutti l’intervista e consigliano di rivolgersi direttamente a Nicolosi. L’atteggiamento è quantomeno sospetto: è quello di chi lancia un sasso e nasconde la mano.
E allora chiamatemi Giovanni: con questo nome mi presenterò, su invito della stessa Atzori, a un incontro organizzato per la fine di un corso di riconversione, offerto alla modica cifra di cento euro a partecipante, organizzato da “Living Waters Svizzera” (un gruppo, come dice il loro volantino, fondato da “Andy Comiskey, pastore e consulente, autore del libro Pursuing sexual wholeness, che mira ad aiutare persone che lottano con vari problemi e ferite a livello sessuale, relazionale ed emotivo”) in collaborazione con il Cesad, “Centro studi Achille Dedè”, di Milano. Il corso era mirato ad “abbandonare lo stile di vita gay” ed “elaborare le relazioni famigliari e con persone dello stesso sesso e del sesso opposto”.
L’appuntamento è per venerdì 12 novembre 2004, alle 21, presso l’aula Magna dell’istituto Padre Beccaro, in via Marco Antonio Colonna 24 a Milano. Entriamo.
La sala è ampia e decorata con motivi religiosi.
Al centro, su un tavolo, troneggia l’icona della Resurrezione del santuario mariano di Medjugorie che, come scoprirò a breve, ben rappresenta il cammino d’un omosessuale che vuole diventare eterosessuale.
Siamo soltanto in tredici e veniamo informati del fatto che almeno tre di noi mancano all’appello. Mi stupisce il fatto che i gay e le lesbiche in cura siano giovani: tra i venticinque e i trent’anni.
Fra i tredici, i promotori del gruppo: un sacerdote, tale don Giacomo, una dottoressa, uno psicologo, una suora ed una consulente sessuale.
Il sacerdote si lancia in una lunga predica sul significato dell’icona. Vi risparmio l’importanza dello sguardo di Gesù che ci coinvolge, la bellezza del movimento delle vesti dei personaggi biblici e così via. Più interessante il fatto che il sacerdote non parli mai espressamente di omosessualità, argomento che permea, latente, tutto il monologo.
“Non c’è nessuna realtà che non possa essere raggiunta con la potenza del Risorto”, dice, ma la frase, evidentemente, va interpretata come: “L’eterosessualità può essere raggiunta con l’aiuto di Cristo”. Con le parole “Salomone [sempre nell’icona] guarda il padre e non Cristo perché… senza relazione con il padre Davide non gli sarebbe stato possibile comprendere la relazione con il Cristo” il giovanissimo sacerdote insiste sull’importanza del rapporto tra padre e figlio, che poi è il cavallo di battaglia di Nicolosi per spiegare la genesi dell’omosessualità.
Dopo la lettura di un vangelo apocrifo di Nicodemo che ha ispirato l’icona, interviene brevemente la dottoressa, che scegliendo le parole con estrema cura parla dell’importanza della resurrezione e del rapporto da ristabilire con il padre.
Prende poi la parola lo psicologo, lanciandosi in una fantasiosa interpretazione catto-psicologica dell’icona: “Come terapeuta sono colpito”, dice, “dal figlio che guarda il padre. Lo statuto di figlio è essenziale, ma non si può essere figli se non c’è lo sguardo verso il padre... se il figlio nega il padre o il padre nega il figlio, dietro c’è l’immagine della morte che rende impossibile l’accesso allo statuto di figlio... Laddove manca il padre c’è un rifiuto, e il figlio deve fare i conti con la questione del proprio genitore, anche se il padre è stato indegno di chiamarsi padre…
Il figlio non è maledetto una volta per sempre; la condizione del malessere non è definitiva proprio perché c’è la resurrezione.
Il motivo per cui è sorto questo corso è proprio il cambiamento di una situazione di disagio, diciamo, così, di malessere: non parliamo di guarigione di terapia, per carità, forse complichiamo le cose”.
Le sue parole suonano come quelle di un Nicolosi edulcorato.
Ancora però non si è sentito palare di omosessualità. è la dottoressa ad introdurre il tema: “Marco e Nicola [due “ex-gay” svizzeri che i partecipanti al corso avevano conosciuto; i nomi sono di fantasia] hanno vissuto questa trasformazione rispetto a un disagio innestato da un’omosessualità non desiderata. Il percorso [di trasformazione] è confessionale e basato su una visione cristiana, non cattolica ma evangelica: la radice comune è il Cristo. Ci interessava proporre una metodologia non conosciuta dal cattolicesimo, nello specifico dell’omosessualità indesiderata. I nodi si possono scegliere con volontà personale. Nessuno di noi va a cercare chi ha un orientamento di questo tipo. Ma chi vive il disagio e s’interroga può esplorare la possibilità di fiorire. La falsa identità può essere squarciata per fare emergere la vera identità”.
La parola passa finalmente ai gay presenti, a cui è stato chiesto di pronunciarsi sul futuro del gruppo, perché i responsabili non vogliono lasciare sole a loro stesse persone che avvertono un disagio.
Interviene una ragazza lesbica che propone di parlare di: “Omosessualità. Questo è il problema, tra virgolette. Io sono qui per quel motivo lì. Essere qui mi dà l’opportunità, senza essere giudicata e senza sentirmi di scandalo o fuori luogo, di parlare di questa cosa, per avere un riscontro da persone competenti come voi, e dalle testimonianze di altri che mi possono edificare. In altri gruppi spirituali mi sono sentita di scandalo. Qui posso raccontarmi”.
Lo psicologo propone allora due strade. Per prima cosa sarebbe necessario l’approfondimento spirituale (“una risorsa notevole”, sostiene) e poi “più sul versante terapeutico, per così dire, perché terapia è una parola che mi sta stretta”. (Ma si tratta di una terapia o no? A che gioco stanno giocando, sulla pelle di omosessuali che soffrono?).
Un ragazzo effeminato ha idee molto chiare: “Io vorrei provare a tracciare una sorta di terapia. In gruppo non so se è possibile. Vorrei risposte a livello terapeutico, che possono essere con il metodo Comiskey o la spiritualità o, ancora, con la ricostruzione del rapporto con il padre. Ogni volta vorrei avere punti di riferimento per affrontare una sorta di terapia. Nel gruppo potremmo parlare del nostro rapporto con l’omosessualità ed esplorarne le dinamiche per uscirne”.
Chi si rivolge a questi personaggi vuole insomma essere curato, altro che “non complichiamo le cose”. Purtroppo il metodo Nicolosi & c. non ha alcuna dignità scientifica, e sottoporre dei disperati a terapie (ma “non chiamiamole tali perché è una parola che mi sta stretta”) che oltre tutto non sono scientifiche, non è certo caritatevole.
La dottoressa snocciola i risultati della scuola terapeutica di Nicolosi (“il 30% è eterosessuale, il 30% è single non più omosessuale, un terzo è rimasto tale”) insistendo sul fatto che il numeri dei “guariti” non ci dovrebbe interessare: “tutto dipende da ogni singola storia”.
“L’omosessualità”, continua, “non è malattia: l’orientamento è il sintomo di un’altra cosa. è un’assenza d’identità”.
Ma avete mai sentito parlare di sintomo senza malattia? Ad un sintomo corrisponde una malattia al di là dei virtuosismi, per così dire, linguistici (“chiamiamo il processo da omosessualità a eterosessualità non cura ma fiorire” come piace alla dottoressa).
Interviene un ragazzo carino: “Mi piacerebbe partire dal reale, condividendo la mia esperienza. In questo mese ho sofferto perché... mi sono astenuto da... Diverse realtà e diversi stimoli possono creare interrogativi. Con persone capaci di stimolarmi tornerei la volta successiva con la consapevolezza di aver risolto la questione, o con nuovi interrogativi”.
Stando a questi interventi il corso ha avuto scarsi effetti, ma si sa, l’omosessualità richiede terapie che possono durare anni...
La dottoressa, leader riconosciuta del gruppo, snocciola poi quanto ognuno di noi ha già ascoltato decine di volte: è necessario uscire dalla dinamica dell’autoghettizzazione; l’omosessualità non è biologica o congenita, non conosciamo omosessuali, coloro che hanno un orientamento indesiderato sono prima di tutto persone (gli altri, invece, lo sono “dopo di tutto”? O non lo sono?).
La ragazza che ha parlato per prima insiste: “In due diversi gruppi spirituali che ho frequentato dirsi lesbica era da scandalo, ed ero pubblicamente messa in imbarazzo e umiliata”.
Ma la dottoressa è convinta che chi chiede di curarsi lo fa non perché sottoposto a una pressione sociale così forte da reputare intollerabile l’omosessualità e interiorizzare l’omofobia, bensì perché l’omosessualità è, come dicono i testi che mi ha consigliato nel corso dell’incontro, evidentemente innaturale.
Decido di andarmene: è davvero troppo e rischio di uscirmene dal mio sbigottito silenzio di gay in cerca d’aiuto proponendo la mia personale, e di migliaia di gay italiani, felice “strada per il domani”.
Mentre continuano speranzosi a discutere osservo, per l’ultima volta, i gay che mi circondano. Dalle poche domande che rivolgono agli agguerritissimi esperti in cui sono inciampati, che hanno gioco facile a passare per credibili (uno è pure in divisa da prete) sembrano soli e profondamente impauriti.
Resurrezione, fioritura o, più chiaramente terapia, per quanto ho osservato ed ascoltato, non mi sembrano ciò che serve davvero loro.


L’inferno delle cure ormonali

Pillole di ormoni maschili di scimmia inserite tra l’ombelico e il pube: era, negli anni Cinquanta, la soluzione dell’endocrinologo Nicola Pende per curare i gay. Credevamo che le terapie ormonali dell’omosessualità fossero un lontano e triste ricordo. Invece…
 
“La richiesta ad un trattamento sanitario che abbia ad oggetto la modificazione dell'orientamento sessuale e/o dell'identità di genere per persona maggiore degli anni diciotto deve provenire personalmente dall'interessato…”.
Questo articolo era contenuto nella proposta di legge contro le discriminazioni sessuali (http://www.gaynews.it/view.php?ID=29848) approvata il 12 maggio 2003, con modifiche, dal consiglio regionale della Toscana e poi impugnata dal Governo.
Come mai in Toscana han chiesto di vietare i trattamenti di conversione ai minorenni? Lo chiediamo all’avvocato Corrada Giammarinaro, del foro di Pisa, che ha redatto quel testo.
 
Perché un articolo che vieta la terapia di riconversione dei gay?
Avremmo voluto il divieto dei trattamenti sanitari al di sotto dei 18 anni perché alcune persone che fanno parte delle associazioni toscane, quando erano minorenni, sono state trattate con ormoni per essere “riconvertite”. Le ho volute rappresentare.
Purtroppo però quella parte della proposta non è passata.
 
In tempi recenti si sono rivolti a lei omosessuali curati con terapie ormonali?
Certamente. L’ultima volta che ho ipotizzato di fare una causa è stato non più di un anno fa.
Altri casi riguardano anche la psichiatrizzazione di minorenni omosessuali. Con la speciosa scusa che il minorenne non è accettato dal gruppo, e che quindi è a rischio di suicidio, lo si tratta con psicofarmaci, che evidentemente hanno effetti deleteri su un individuo sano.
 
Cosa accade nei trattamenti ormonali di cui è a conoscenza?
Le testimonianze che ho raccolto sono penose. Ne ricordo una in particolare. Immagina un minorenne che piange e dice: “Mamma ti prometto che cambierò, ti prometto che guarirò...”.
Rievocano tutti un forte senso di colpa.
 
Come si arriva da un endocrinologo?
I genitori che si rendono conto di avere un figlio gay sono sprovvisti di mezzi per affrontare la situazione. C’è molta confusione tra omosessualità, transessualità ed anche impotenza. Il livello d’ignoranza è tale che tutto diventa un grande calderone e un genitore porta il figlio in un centro per la cura dell’impotenza. Il pianto di quell’adolescente sarà poi il pianto di quei genitori che, a distanza di anni, si renderanno conto di aver sbagliato, e chiederanno perdono.
 
Quali effetti hanno le cure ormonali?
Danni gravi al fegato: sfasciano il fegato. è la controindicazione maggiore. Poi “amplificano” i caratteri secondari maschili. Per esempio riempiono il corpo di peli. In compenso sull’omosessualità non hanno alcun effetto!
 
Cosa le chiedono i gay che si è rivolgono a lei?
Giustizia. La strada che io ho ipotizzato è una causa penale con risarcimento per lesioni gravi (al fegato) al dì là del contenuto di sofferenza morale che l’esperienza ha portato.
 
Perché, poi, nessuno denuncia?
Passo ore a discutere con i miei clienti. Affrontare un processo ha un costo, non solo in termini materiali, ma soprattutto in termini personali. Bisogna valutare se si è in grado di portarlo fino in fondo e se la soddisfazione finale sarà pari alla sofferenza di un processo nel quale si rivive il trauma che si è subito.
Il punto su cui i miei clienti si sono fermati, e io rispetto la loro decisione, è la denuncia dei genitori.
I medici hanno la cura di premunirsi facendo firmare ai genitori, essendo i pazienti minorenni, l’accettazione dei rischi della terapia. Procedere legalmente significa quindi trascinare davanti a un giudice penale in prima battuta i propri genitori, che sono corresponsabili. Su questo tutto si ferma: si vuole giustizia, non vendetta!
 
E per i maggiorenni che si sottopongono alla cura?
Non credo che sia necessario ledere la libera scelta di una persona. è un diritto dell’individuo sottoporsi a quello che vuole. Prenda le terapie sperimentali per il tumore. Il medico dice che è sperimentale e che l’esito è incerto. Dovremmo vietare la sperimentazione? Ho conosciuto un grande gastroenterologo laico che quando si ammalò di aids si sottopose a tutte le terapie possibili continuando la sua esperienza di studioso. Diceva: “potrebbe servire per altri”.
Sull’omosessualità è semmai la cultura che deve cambiare. Manca una cultura dell’accettazione.
Comunque la nostra proposta prevedeva di rafforzare le garanzie del consenso informato. Fermo restando in ultima analisi la libertà personale, il consenso di un maggiorenne non può essere estorto o manipolato, o essere basato su false rappresentazioni. Su questo si può procedere per vie legali…
 
Che fine ha fatto il vostro articolo di legge sulla questione?
Non è stato approvato. La lobby dei medici si è opposta. Abbiamo perso contro i medici proprio come abbiamo perso contro gli industriali; non è infatti passata nemmeno la norma che prevedeva che l'impresa che discriminava per orientamento sessuale sarebbe stata esclusa dai contributi del piano regionale…
 
Battagliere contro questa decisione?
"Se c'è Martini c'è party!"… Martini è il presidente della Regione Toscana, che più di tutti ha creduto nella nostra proposta di legge, e la battuta è stata il nostro motto in tutti i manifesti delle iniziative di presentazione della legge.

 

Torna a RASSEGNA STAMPA di Pride

Aggiungi ClubClassic.net ai Preferiti Imposta ClubClassic.net come pagina iniziale