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Psicoterapia. Ormoni. Preghiera.
Coloro che vogliono “curare” l’omosessualità
stanno tornando all’attacco, magari sotto la mascherta di
gruppi di “aiuto”.
Sapendo di non potere parlare di“guarire” ciò che anche
ufficialmente non è una malattia, oggi parlano di “aiutare
a fiorire”. Ma qualcuno ricorre ancora agli ormoni.
Abbiamo svolto un’inchiesta su chi sono e come agiscono i
“guaritori”.
“Io sono diventato omosessuale per una madre castrante e un
padre ostile. Sono stato in analisi per tre anni (narth.com) e
ora sono felicemente sposato e quasi del tutto etero.
Guarire è possibile, ed io ne sono la prova. Rimanere
omosessuale sarebbe stato come arrendersi. […]
Ora un gay penserà: "Questo mi sta dicendo che sono un
fallito". No, sei solo uno che non è stato aiutato nel modo
giusto. […]
L’aiuto giusto è un padre che ti dice che tu sei un uomo vero
e che ce la puoi fare”.
Questa lettera anonima, reperita su Internet, porta alla luce
un universo sotterraneo poco noto: quello delle promesse di
cura degli omosessuali italiani. Chi sta “aiutando” l’anonimo
gay che scrive a “diventare” eterosessuale?
Vediamolo assieme.
La sigla Narth, citata nella testimonianza, nasconde
l’”associazione nordamericana per la ricerca e la terapia
dell’omosessualità” (
http://www.narth.com/index.html ), fondata nel 1992
dal cattolico Joseph Nicolosi, che raccoglie un modesto
gruppo di psichiatri e psicoanalisti che considerano
l’omosessualità curabile con una terapia, (che “può durare
anche anni”), battezzata riparativa, ricostitutiva o di
riconversione.
Tale “terapia” nasce nei primi anni Ottanta dagli studi di
Elisabeth Moberly, telogo inglese autoproclamatasi psicologa,
e dal testo Homosexuality: a new Christian ethic
(“Omosessualità: un’etica cristiana”) che, osservando
l’omosessualità con pregiudizi cattolici, individua le sue
cause in “incomprensioni” nel rapporto tra padre e figlio.
Nicolosi ha ripreso quegli studi e avrebbe individuato in una
terapia psicanalitica (iniziazione alla mascolinità,
superamento del falso “io”, ricomposizione del rapporto con il
padre, attraverso la competizione e rapporti maschili non
sessuali, biblioterapia, psicoterapia di gruppo, terapia del
sogno, per arrivare alla trasformazione all’amore per una
donna e altro) la possibilità di curare i gay trasformandoli
in eterosessuali. Per questo si è appoggiato a personaggi come
Charles Socarides, psicoanalista tradizionale che non ha mai
accettato l’idea che l’omosessualità non sia una malattia.
Il sito del Narth non fornisce indirizzi email a cui scrivere
(è invece molto chiaro su come donare denaro
all’associazione!).
Spacciandomi per “Giovanni”, un “tipico” gay italiano in
cerca di cura, invio un fax direttamente alla loro sede,
in California, chiedendo se qualche terapeuta italiano sia in
grado d’aiutarmi.
Mi risponde Dinah Finley, l’assistente amministrativo del
Narth, dopo poche ore: “Sfortunatamente la nostra rete di
terapeuti non include l’Italia […]. Se cerchi un terapeuta,
chiedigli ‘Credi che l’omosessualità sia curabile?’ Se
ti dice no, continua con il successivo, fino a quando troverai
quello che ti darà la risposta che cerchi”.
Evidentemente non posso telefonare a tutti gli psicoterapeuti
italiani. Siamo in un vicolo cieco. Che strada avrà mai
seguito quindi il nostro “quasi etero” per trovare il suo
guaritore?
“Fortunatamente” il sito del Narth è ricco d’informazioni
anche su altri gruppi americani che cercano di curare gli
omosessuali. Tra i più celebri ci sono Exodus
http://www.exodus.to/ ,
Courage
http://couragerc.net/ , e Living Waters
http://www.livingwaters.com .
Queste organizzazioni, tutte cristiane, si limitano però ad
invitare i gay al cambiamento raggiungibile con castità e
preghiera.
Sui siti di tutte queste organizzazioni, oltre alla
possibilità di donare denaro e acquistare gadget, si
trovano innumerevoli testimonianze, anche tradotte in
italiano, di ex omosessuali che, dopo un vissuto di misere,
grazie alla fede e alla potenza di Dio hanno ritrovato la
“retta via”.
Tuttavia nemmeno le organizzazioni citate, che sono le più
conosciute, hanno (fortunatamente) sedi in Italia. Altro buco
nell’acqua.
Che il nostro “quasi etero” sia passato da una libreria?
In Italia sono a disposizione almeno quattro testi di
guaritori di gay. Di Joseph Nicolosi: Omosessualità
maschile, un nuovo approccio (Sugarco, 1997) e
Omosessualità, una guida per i genitori (Sugarco, 2003).
Di Gerard van den Aardweg (un Nicolosi olandese) Una strada
per il domani: guida all’(auto) terapia dell’omosessualità
(Città nuova, 2004) e Omosessualità & speranza
(Edizioni Ares, 1995).
Entrambi gli autori, richiamando l’uno i successi terapeutici
dell’altro, sostengono che la condizione di omosessuale è
di per sé infelice, che l’omosessualità non è innata ed è
patologica, che l’amore omosessuale è falso e che potenti
lobby gay influenzano gli studiosi, tanto da non permettere
uno studio serio, scientifico e approfondito della cura dei
gay (cfr. al proposito: http://it.gay.com/view.php?ID=19943).
I risultati e le proposte dei due autori, al dì là della fama
che si sono creati, non sono considerati attendibili dalla
comunità scientifica.
L’Apa, la maggiore associazione di psicologi americani,
che dal 1973 non considera più l’omosessualità una malattia,
in un documento [il numero 200001] condanna espressamente la
cosiddetta terapia riparativa: “[gli ] sforzi di
ripatologizzare l’omosessualità sostenendo che possa essere
curata sono spesso guidati non da rigore scientifico o ricerca
psichiatrica, ma, qualche volta, da forze religiose e
politiche che si oppongono ai diritti civili di gay e
lesbiche. […] La letteratura sulla terapia riparativa usa
teorie che rendono difficile formulare una selezione
scientifica dei criteri per le modalità di trattamento. La
letteratura non solo ignora l’impatto dello stigma sociale […]
è una letteratura che attivamente stigmatizza
l’omosessualità”.
Anche l’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, ha
cancellato l’omosessualità dal suo Manuale dignostico delle
malattie mentali, ma Nicolosi e compagni sembrano non
essersene accorti.
In sostanza, non esiste alcuno studio su rivista scientifica
che supporti la “terapia riparativa” o i tentativi di “curare”
l’omosessualità.
L’unico intervento psicologico condiviso dalla comunità
scientifica, per gli omosessuali, come dice Antonella Montano
(in: Psicoterapia con pazienti omosessuali, McGraw-Hill 2000)
è “un aiuto ed un accompagnamento all'accettazione e alla
scelta di sé e come rilevarsi gay o lesbica”.
Ma torniamo al nostro quasi ex gay. Se si è informato in
libreria, ed è attento, il testo Omosessualità maschile: un
nuovo approccio potrebbe avergli aperto la strada per trovare
un Nicolosi italiano.
Quel testo ha infatti la prefazione della dottoressa Chiara
Atzori, medico infettivologo dell’ospedale Sacco di Milano,
mentre le conclusioni sono di padre Livio Fanzaga, direttore
di “Radio Maria”, “filosofo del diritto” e “docente presso la
facoltà di bioetica - Ateneo pontificio Regina Apostolorum”.
Un vasto campionario dei loro interventi omofobi è reperibile
con facilità sul web. Che il nostro quasi etero sia riuscito a
contattarli?
Lanciamo l’esca: Giovanni e la sua triste lettera di gay in
cerca di cura scrive a Fanzaga e alla Atzori. Il primo non
risponde.
La dottoressa Atzori, la più celebre propagandatrice italiana
del verbo di Nicolosi, che si è sempre rifiutata di farsi
intervistare da “Pride”, questa volta risponde, con
l’autorevole e-mail lavorativa della divisione malattie
infettive ospedale Sacco di Milano, offrendomi il telefono di
uno psicoterapeuta milanese, “persona preparata ed
accogliente”.
Con parole accorte insiste però sul fatto che non esistono
terapeuti che curino l’omosessualità, perché la stessa non è
una malattia. è evidente che la dottoressa Atzori sa di
muoversi su un terreno minato: un medico che fornisce terapie
non scientifiche rischia infatti la radiazione dall’albo.
Nella sua prudente mail, quindi, non c’è nulla di illegale:
abbiamo avversari fanatici, ma accorti.
La Atzori mi conferma l’inesistenza di un Narth italiano, ma
m’invita a un incontro informale con un gruppo di “gay in
cammino verso l’eterosessualità”, offrendomi il volantino che
pubblicizza un corso. Potevamo mancare?
Nel volantino sono presenti altri nomi di religiosi, come
padre Ferdinando Colombo, docente universitario di teologia
pastorale presso lo Studio teologico dei frati minori
cappuccini della provincia di san Carlo in Lombardia (che
tiene conferenze con titoli ameni come “Maschio e femmina li
creò”), e di due “ex gay”.
In Italia la Atzori non è sola. A propagandare il verbo
Nicolosi e a sostenere la “uscita” (visto che di “cura” non
possono parlare apertamente) dall’omosessualità, alcuni
crociati di comprovata fede cattolica: Mario Palmaro, Bruto
Maria Bruti di Alleanza Cattolica (www.alleanzacattolica.org)
e Arrigo Muscio, che collaborano con alcune televisioni per le
rubriche "Preghiera e guarigione" e "Momento di fede". Nessuno
di loro si è lasciato intervistare.
Ma dove sta lo scandalo? In fondo abbiamo scoperto solo un
banale circuito d’individui con il vizio dell’omofobia. Il
“Narth italiano” stesso si limita a pubblicizzarsi con il
beneplacito di Radio Maria e dichiara esplicitamente (a scanso
di denunce) di non offrire cure, ma solo speranze (per quanto
vane) ad omosessuali disperati.
Ebbene, le cose non sono così semplici. In primo luogo perché,
come dimostrerà la prossima intervista, la speranza di una
cura per l’omosessualità può rivelarsi molto pericolosa.
Inoltre, sempre secondo l’Apa (in un’appendice al documento
sopraccitato) la terapia di riconversione è rischiosa: “I
rischi potenziali della terapia riparativa sono grandi, e
includono depressione, ansietà e comportamenti
autodistruttivi”, con un ritardo anche di anni nel processo di
accettazione, unica “terapia” disponibile per l’omosessualità.
è per questi motivi che negli Usa sono nati gruppi di
omosessuali vittime della “terapia riparativa”, che lottano
perché l’inefficacia della stessa diventi di dominio pubblico.
Sono gli “ex ex-gay”.
Recentemente questi gruppi hanno portato all’attenzione dei
media la curiosa vicenda di due dei fondatori di “Exodus”
(maschi entrambi) che, abbandonata l’associazione, ora sono
felicemente in coppia.
Lo scandalo ha travolto “Exodus” e tutto il fenomeno degli “ex
gay”.
Allora dove sta lo scandalo?
Sta in psicologi che nonostante un codice deontologico che
li obbliga a seguire procedure scientifiche, indirizzano verso
una terapia non scientifica.
Sta nel miscuglio tra scienza, moralismo e
teologia spacciato come “la sola verità”.
Guardando poi più lontano, sta nel fatto che propagandare
certi metodi è più che pericoloso: non era una teoria (pseudo)
“scientifica” anche la supremazia biologica della razza, nel
nazismo? Purtroppo però gli effetti sugli innocenti di quella
nefasta teoria di fantasia sono stati estremamente reali..
In terapia a 13
anni
“Marco”, un ragazzo di 22 anni dall’apparenza indifesa, non
può dimenticare. Ne aveva tredici quando i genitori lo
accompagnarono in un reparto di psichiatria per “salvarlo”.
Oggi è fidanzato con un ragazzo splendido, ed è felice.
Ci ha raccontato la sua storia perché è convinto che altri
giovanissimi stiano subendo, oggi, la stessa bieca violenza.
Come hanno scoperto che sei gay, i tuoi genitori?
Avevo tredici anni quando scoprirono una lettera che avevo
scritto ad un mio compagno di classe. Mi portarono in
psichiatria al Policlinico di Bari. Dopo anni, ho scoperto che
avevano chiesto consiglio ad una medico del consultorio
familiare del mio paese del sud.
Cosa ricordi della psichiatria?
Ci sono andato per due anni. Facevo colloqui con gli
psichiatri e mi hanno fatto delle analisi. Non so che analisi.
Ricordo un lettino e il camice bianco che mi facevano
indossare.
Il reparto è su due piani. Al primo ci sono i malati di mente.
Io andavo al secondo.
Inizialmente lo psichiatra, capo dell’equipe, mi sottopose ad
alcuni test. Poi, tre volte a settimana, incontravo il medico
a cui mi avevano affidato.
Ero spaventato, avevo paura. Mi chiedevo che diavolo avessi a
che vedere con i pazzi. Su di me, poi, pesava la minaccia dei
miei. Mi dicevano che sarei rimasto lì a vita se non fossi
guarito…
Per quanto tempo sei stato seguito?
Per due anni. Un pomeriggio la dottoressa disse a mia madre:
“Il ragazzo ora è sano”. Non so perché, non le avevo detto di
essere diventato eterosessuale. Quando mi “liberarono” ero
felice, avrei potuto tornare a fare i fatti miei e i miei
genitori erano contenti perché convinti che fossi sano.
Poi cosa accadde?
Ho continuato a non frequentare ragazze e probabilmente si
sono resi conto del fatto che responso dei medici era
sbagliato. Per un anno mi portarono da uno psicologo
cattolico, che mi sottopose ad altri test e che mi faceva
parlare.
Evidentemente, poi, non ho più dato ai miei modo di dubitare
della mia sessualità. Avevo trovato “coperture” adatte al caso
loro.
Alla fine del liceo decisi comunque di andarmene di casa.
Mi sono trasferito in un’altra città del sud per l’università,
non li vedevo e le mie “coperture” funzionavano. è stata una
liberazione.
Fino a quando la mamma è venuta a trovarmi…
…e…
…coabitavo con un ragazzo gay. Mia madre scoprì una sua
lettera ad un ragazzo e siamo ricaduti nel baratro.
Tornai a casa per l’estate e cercarono in tutti i modi di
farmi abbandonare gli studi. Mi proponevano di non seguire le
lezioni. Mio padre mi avrebbe accompagnato a sostenere gli
esami. Evidentemente rifiutai e tornai nella città dove ha
sede la mia università.
Mi misero alle costole un investigatore privato. Decisi di
tornare da loro e chiarire le cose.
Come?
A pranzo ho detto a chiare lettere che l’investigatore avrebbe
scoperto solo che sono gay. Apriti cielo. Non volevano più
lasciarmi andare via di casa e minacciavano che mi avrebbero
lasciato senza un soldo. Eravamo arrivati al ricatto.
Il 27 ottobre scorso sono scappato di casa. Mi proponevano
cure psichiatriche. Chiamarono uno psichiatra di Roma, tale
Morelli, al telefono.
Ma lui sostenne che chi aveva bisogno di aiuto fossero loro.
Fecero altre telefonate ad altri psichiatri. Erano tutti molto
chiari: “Non c’è niente da fare”. Poi parlarono con il mio
medico curante, bravo dottore ma di destra, che disse che
dovevo cercare di innamorarmi di mia madre per vivere il
complesso edipico. A 21 anni è pura follia.
Ma come la vivevi?
Ai miei dicevo che avrei provato una cura per farli stare
tranquilli. Mi invitarono a parlare con la dottoressa del
consultorio familiare del mio paese. Mi disse che
l’omosessualità era peggio della droga, che avevo subito un
lavaggio del cervello, che ero stato circuito e ghettizzato
non per mia volontà. Forse aveva bisogno di un corso di
aggiornamento [sorride]. Ma alla fine di fronte alle mie
resistenze mi disse: “In fondo la vita è tua, fai un po’
quello che credi”.
Dopo la fuga cosa decidono di fare i tuoi?
Non li sentii per un po’. Poi mamma mi telefonò. Grazie ad una
pubblicità su “Radio Maria” aveva scoperto il “centro studi
Achille Dedè” di Milano. Solo se mi fossi messo in contatto
con quel centro il nostro rapporto avrebbe potuto riprendere.
Che cosa avevano detto ai tuoi genitori quelli del centro?
Mamma ha parlato con la dottoressa Atzori, che le disse che
uscire dall’omosessualità è solo questione di volontà e
preghiere.
Immagina l’effetto sui miei, che sono molto religiosi…
Lo hai fatto?
A quel punto non avevo scelte. Volevo recuperare il rapporto
con i miei ed ero curioso di sapere dove sarebbero arrivati i
medici. Mi passarono due numeri di cellulare. Chiamai. Rispose
lo psicologo Marchesini [probabilmente sua un’eloquente
intervista su “Studi cattolici”:
http://www.totustuus.it/modules.php?name=News&file=print&sid=86,
ndr].
Rispetto alla mia omosessualità disse che non avevo
personalità e dignità. Sosteneva che mi fossi rifugiato e
ghettizzato nello stile di vita gay, e che ero stato circuito.
Nonostante tutto, però, non dovevo sentirmi giudicato, anche
perché potevo uscirne…
Avrei dovuto frequentare il loro centro di Milano. Poi sarei
dovuto tornare a casa per essere seguito da uno psicologo che
opera qui al sud. A mio parere hanno organizzato una rete di
psicologi…
Secondo loro dovevo rivivere il rapporto con mio padre. I miei
avrebbero dovuto mantenermi e decidere chi dovevo frequentare.
Avrei dovuto abbandonare i miei amici etero, che sanno di me
da quando avevo tredici anni e mi hanno accettato. Secondo gli
psicoterapeuti milanesi non erano amici: non mi hanno aiutato
ad “uscire dal tunnel”…
Gli risposi a chiare lettere che nessuno poteva permettersi di
dirmi che ero una persona senza dignità o senza spina dorsale.
Gli ho spiegato che li avevo chiamati più che altro per perché
volevo ristabilire un rapporto con i miei genitori.
Lo psicologo fu molto chiaro. Non mi avrebbero aiutato a
recuperare il rapporto con i miei, che avevano fatto bene a
cacciarmi in quanto omosessuale. Mi complimentai per la sua
professionalità.
Come si conclude questa storia?
Ora vivo lontano dai miei e il rapporto, tra noi, è
compromesso. Mamma per vari motivi è stata ricoverata in
psichiatria. Tra questi il forte conflitto tra quello che le
dicevano i medici di Milano e quello che diceva
dell’omosessualità la gente comune, e altri medici. Mamma è
entrata in anoressia.
I medici di mamma mi hanno consigliato di non tornare mai più
a casa.
Hai mai pensato di poter cambiare?
Minorenne in psichiatria, ci pensavo. Se un maggiorenne vuole
provare a curarsi, che lo faccia. Ma io da minorenne subivo...
Come vivi la tua omosessualità oggi?
Bene... Hai voglia… [ride]
…sei felice?
Sì. Se solo.. Sarei proprio felice se i miei si fidassero
della mia felicità. Magari mi dicessero “siamo contenti per te
perché non stai facendo nulla di male” o anche solo “non
condividiamo ma rispettiamo”…
Così sarei davvero felice.
A tu per tu coi
guaritori
Mi sono infiltrato, sotto mentite spoglie, nel gruppo italiano
di gay “In cammino nel recupero dell'identità sessuale ferita”
della dottoressa Atzori. Ecco che cosa nasconde.
E' impossibile intervistare apertamente la dottoressa
Atzori, e come lei chiunque predichi in Italia, sui
giornali, che l’omosessualità è “curabile”. Enrico
Oliari, collaboratore di “Pride”, ci ha provato più volte,
ma inutilmente: rifiutano tutti l’intervista e consigliano di
rivolgersi direttamente a Nicolosi. L’atteggiamento è
quantomeno sospetto: è quello di chi lancia un sasso e
nasconde la mano.
E allora chiamatemi Giovanni: con questo nome mi presenterò,
su invito della stessa Atzori, a un incontro organizzato per
la fine di un corso di riconversione, offerto alla modica
cifra di cento euro a partecipante, organizzato da “Living
Waters Svizzera” (un gruppo, come dice il loro volantino,
fondato da “Andy Comiskey, pastore e consulente, autore del
libro Pursuing sexual wholeness, che mira ad aiutare persone
che lottano con vari problemi e ferite a livello sessuale,
relazionale ed emotivo”) in collaborazione con il Cesad,
“Centro studi Achille Dedè”, di Milano. Il corso era mirato ad
“abbandonare lo stile di vita gay” ed “elaborare le relazioni
famigliari e con persone dello stesso sesso e del sesso
opposto”.
L’appuntamento è per venerdì 12 novembre 2004, alle 21, presso
l’aula Magna dell’istituto Padre Beccaro, in via Marco Antonio
Colonna 24 a Milano. Entriamo.
La sala è ampia e decorata con motivi religiosi.
Al centro, su un tavolo, troneggia l’icona della Resurrezione
del santuario mariano di Medjugorie che, come scoprirò a
breve, ben rappresenta il cammino d’un omosessuale che vuole
diventare eterosessuale.
Siamo soltanto in tredici e veniamo informati del fatto che
almeno tre di noi mancano all’appello. Mi stupisce il fatto
che i gay e le lesbiche in cura siano giovani: tra i
venticinque e i trent’anni.
Fra i tredici, i promotori del gruppo: un sacerdote, tale don
Giacomo, una dottoressa, uno psicologo, una suora ed una
consulente sessuale.
Il sacerdote si lancia in una lunga predica sul significato
dell’icona. Vi risparmio l’importanza dello sguardo di Gesù
che ci coinvolge, la bellezza del movimento delle vesti dei
personaggi biblici e così via. Più interessante il fatto che
il sacerdote non parli mai espressamente di omosessualità,
argomento che permea, latente, tutto il monologo.
“Non c’è nessuna realtà che non possa essere raggiunta con la
potenza del Risorto”, dice, ma la frase, evidentemente, va
interpretata come: “L’eterosessualità può essere raggiunta con
l’aiuto di Cristo”. Con le parole “Salomone [sempre
nell’icona] guarda il padre e non Cristo perché… senza
relazione con il padre Davide non gli sarebbe stato possibile
comprendere la relazione con il Cristo” il giovanissimo
sacerdote insiste sull’importanza del rapporto tra padre e
figlio, che poi è il cavallo di battaglia di Nicolosi per
spiegare la genesi dell’omosessualità.
Dopo la lettura di un vangelo apocrifo di Nicodemo che ha
ispirato l’icona, interviene brevemente la dottoressa, che
scegliendo le parole con estrema cura parla dell’importanza
della resurrezione e del rapporto da ristabilire con il padre.
Prende poi la parola lo psicologo, lanciandosi in una
fantasiosa interpretazione catto-psicologica dell’icona: “Come
terapeuta sono colpito”, dice, “dal figlio che guarda il
padre. Lo statuto di figlio è essenziale, ma non si può essere
figli se non c’è lo sguardo verso il padre... se il figlio
nega il padre o il padre nega il figlio, dietro c’è l’immagine
della morte che rende impossibile l’accesso allo statuto di
figlio... Laddove manca il padre c’è un rifiuto, e il figlio
deve fare i conti con la questione del proprio genitore, anche
se il padre è stato indegno di chiamarsi padre…
Il figlio non è maledetto una volta per sempre; la condizione
del malessere non è definitiva proprio perché c’è la
resurrezione.
Il motivo per cui è sorto questo corso è proprio il
cambiamento di una situazione di disagio, diciamo, così, di
malessere: non parliamo di guarigione di terapia, per carità,
forse complichiamo le cose”.
Le sue parole suonano come quelle di un Nicolosi edulcorato.
Ancora però non si è sentito palare di omosessualità. è la
dottoressa ad introdurre il tema: “Marco e Nicola [due
“ex-gay” svizzeri che i partecipanti al corso avevano
conosciuto; i nomi sono di fantasia] hanno vissuto questa
trasformazione rispetto a un disagio innestato da
un’omosessualità non desiderata. Il percorso [di
trasformazione] è confessionale e basato su una visione
cristiana, non cattolica ma evangelica: la radice comune è il
Cristo. Ci interessava proporre una metodologia non conosciuta
dal cattolicesimo, nello specifico dell’omosessualità
indesiderata. I nodi si possono scegliere con volontà
personale. Nessuno di noi va a cercare chi ha un orientamento
di questo tipo. Ma chi vive il disagio e s’interroga può
esplorare la possibilità di fiorire. La falsa identità può
essere squarciata per fare emergere la vera identità”.
La parola passa finalmente ai gay presenti, a cui è stato
chiesto di pronunciarsi sul futuro del gruppo, perché i
responsabili non vogliono lasciare sole a loro stesse persone
che avvertono un disagio.
Interviene una ragazza lesbica che propone di parlare di:
“Omosessualità. Questo è il problema, tra virgolette. Io sono
qui per quel motivo lì. Essere qui mi dà l’opportunità, senza
essere giudicata e senza sentirmi di scandalo o fuori luogo,
di parlare di questa cosa, per avere un riscontro da persone
competenti come voi, e dalle testimonianze di altri che mi
possono edificare. In altri gruppi spirituali mi sono sentita
di scandalo. Qui posso raccontarmi”.
Lo psicologo propone allora due strade. Per prima cosa sarebbe
necessario l’approfondimento spirituale (“una risorsa
notevole”, sostiene) e poi “più sul versante terapeutico, per
così dire, perché terapia è una parola che mi sta stretta”.
(Ma si tratta di una terapia o no? A che gioco stanno
giocando, sulla pelle di omosessuali che soffrono?).
Un ragazzo effeminato ha idee molto chiare: “Io vorrei provare
a tracciare una sorta di terapia. In gruppo non so se è
possibile. Vorrei risposte a livello terapeutico, che possono
essere con il metodo Comiskey o la spiritualità o, ancora, con
la ricostruzione del rapporto con il padre. Ogni volta vorrei
avere punti di riferimento per affrontare una sorta di
terapia. Nel gruppo potremmo parlare del nostro rapporto con
l’omosessualità ed esplorarne le dinamiche per uscirne”.
Chi si rivolge a questi personaggi vuole insomma essere
curato, altro che “non complichiamo le cose”. Purtroppo il
metodo Nicolosi & c. non ha alcuna dignità scientifica, e
sottoporre dei disperati a terapie (ma “non chiamiamole tali
perché è una parola che mi sta stretta”) che oltre tutto non
sono scientifiche, non è certo caritatevole.
La dottoressa snocciola i risultati della scuola terapeutica
di Nicolosi (“il 30% è eterosessuale, il 30% è single non più
omosessuale, un terzo è rimasto tale”) insistendo sul fatto
che il numeri dei “guariti” non ci dovrebbe interessare:
“tutto dipende da ogni singola storia”.
“L’omosessualità”, continua, “non è malattia: l’orientamento è
il sintomo di un’altra cosa. è un’assenza d’identità”.
Ma avete mai sentito parlare di sintomo senza malattia? Ad un
sintomo corrisponde una malattia al di là dei virtuosismi, per
così dire, linguistici (“chiamiamo il processo da
omosessualità a eterosessualità non cura ma fiorire” come
piace alla dottoressa).
Interviene un ragazzo carino: “Mi piacerebbe partire dal
reale, condividendo la mia esperienza. In questo mese ho
sofferto perché... mi sono astenuto da... Diverse realtà e
diversi stimoli possono creare interrogativi. Con persone
capaci di stimolarmi tornerei la volta successiva con la
consapevolezza di aver risolto la questione, o con nuovi
interrogativi”.
Stando a questi interventi il corso ha avuto scarsi effetti,
ma si sa, l’omosessualità richiede terapie che possono durare
anni...
La dottoressa, leader riconosciuta del gruppo, snocciola poi
quanto ognuno di noi ha già ascoltato decine di volte: è
necessario uscire dalla dinamica dell’autoghettizzazione;
l’omosessualità non è biologica o congenita, non conosciamo
omosessuali, coloro che hanno un orientamento indesiderato
sono prima di tutto persone (gli altri, invece, lo sono “dopo
di tutto”? O non lo sono?).
La ragazza che ha parlato per prima insiste: “In due diversi
gruppi spirituali che ho frequentato dirsi lesbica era da
scandalo, ed ero pubblicamente messa in imbarazzo e umiliata”.
Ma la dottoressa è convinta che chi chiede di curarsi lo fa
non perché sottoposto a una pressione sociale così forte da
reputare intollerabile l’omosessualità e interiorizzare
l’omofobia, bensì perché l’omosessualità è, come dicono i
testi che mi ha consigliato nel corso dell’incontro,
evidentemente innaturale.
Decido di andarmene: è davvero troppo e rischio di uscirmene
dal mio sbigottito silenzio di gay in cerca d’aiuto proponendo
la mia personale, e di migliaia di gay italiani, felice
“strada per il domani”.
Mentre continuano speranzosi a discutere osservo, per l’ultima
volta, i gay che mi circondano. Dalle poche domande che
rivolgono agli agguerritissimi esperti in cui sono inciampati,
che hanno gioco facile a passare per credibili (uno è pure in
divisa da prete) sembrano soli e profondamente impauriti.
Resurrezione, fioritura o, più chiaramente terapia, per quanto
ho osservato ed ascoltato, non mi sembrano ciò che serve
davvero loro.
L’inferno delle
cure ormonali
Pillole di ormoni maschili di
scimmia inserite tra l’ombelico e il pube: era, negli anni
Cinquanta, la soluzione dell’endocrinologo Nicola Pende
per curare i gay. Credevamo che le terapie ormonali
dell’omosessualità fossero un lontano e triste ricordo.
Invece…
“La richiesta ad un trattamento sanitario che abbia ad oggetto
la modificazione dell'orientamento sessuale e/o dell'identità
di genere per persona maggiore degli anni diciotto deve
provenire personalmente dall'interessato…”.
Questo articolo era contenuto nella proposta di legge contro
le discriminazioni sessuali (http://www.gaynews.it/view.php?ID=29848)
approvata il 12 maggio 2003, con modifiche, dal consiglio
regionale della Toscana e poi impugnata dal Governo.
Come mai in Toscana han chiesto di vietare i trattamenti di
conversione ai minorenni? Lo chiediamo all’avvocato Corrada
Giammarinaro, del foro di Pisa, che ha redatto quel testo.
Perché un articolo che vieta la terapia di riconversione
dei gay?
Avremmo voluto il divieto dei trattamenti sanitari al di sotto
dei 18 anni perché alcune persone che fanno parte delle
associazioni toscane, quando erano minorenni, sono state
trattate con ormoni per essere “riconvertite”. Le ho volute
rappresentare.
Purtroppo però quella parte della proposta non è passata.
In tempi recenti si sono rivolti a lei omosessuali curati
con terapie ormonali?
Certamente. L’ultima volta che ho ipotizzato di fare una causa
è stato non più di un anno fa.
Altri casi riguardano anche la psichiatrizzazione di minorenni
omosessuali. Con la speciosa scusa che il minorenne non è
accettato dal gruppo, e che quindi è a rischio di suicidio, lo
si tratta con psicofarmaci, che evidentemente hanno effetti
deleteri su un individuo sano.
Cosa accade nei trattamenti ormonali di cui è a conoscenza?
Le testimonianze che ho raccolto sono penose. Ne ricordo una
in particolare. Immagina un minorenne che piange e dice:
“Mamma ti prometto che cambierò, ti prometto che guarirò...”.
Rievocano tutti un forte senso di colpa.
Come si arriva da un endocrinologo?
I genitori che si rendono conto di avere un figlio gay sono
sprovvisti di mezzi per affrontare la situazione. C’è molta
confusione tra omosessualità, transessualità ed anche
impotenza. Il livello d’ignoranza è tale che tutto diventa un
grande calderone e un genitore porta il figlio in un centro
per la cura dell’impotenza. Il pianto di quell’adolescente
sarà poi il pianto di quei genitori che, a distanza di anni,
si renderanno conto di aver sbagliato, e chiederanno perdono.
Quali effetti hanno le cure ormonali?
Danni gravi al fegato: sfasciano il fegato. è la
controindicazione maggiore. Poi “amplificano” i caratteri
secondari maschili. Per esempio riempiono il corpo di peli. In
compenso sull’omosessualità non hanno alcun effetto!
Cosa le chiedono i gay che si è rivolgono a lei?
Giustizia. La strada che io ho ipotizzato è una causa penale
con risarcimento per lesioni gravi (al fegato) al dì là del
contenuto di sofferenza morale che l’esperienza ha portato.
Perché, poi, nessuno denuncia?
Passo ore a discutere con i miei clienti. Affrontare un
processo ha un costo, non solo in termini materiali, ma
soprattutto in termini personali. Bisogna valutare se si è in
grado di portarlo fino in fondo e se la soddisfazione finale
sarà pari alla sofferenza di un processo nel quale si rivive
il trauma che si è subito.
Il punto su cui i miei clienti si sono fermati, e io rispetto
la loro decisione, è la denuncia dei genitori.
I medici hanno la cura di premunirsi facendo firmare ai
genitori, essendo i pazienti minorenni, l’accettazione dei
rischi della terapia. Procedere legalmente significa quindi
trascinare davanti a un giudice penale in prima battuta i
propri genitori, che sono corresponsabili. Su questo tutto si
ferma: si vuole giustizia, non vendetta!
E per i maggiorenni che si sottopongono alla cura?
Non credo che sia necessario ledere la libera scelta di una
persona. è un diritto dell’individuo sottoporsi a quello che
vuole. Prenda le terapie sperimentali per il tumore. Il medico
dice che è sperimentale e che l’esito è incerto. Dovremmo
vietare la sperimentazione? Ho conosciuto un grande
gastroenterologo laico che quando si ammalò di aids si
sottopose a tutte le terapie possibili continuando la sua
esperienza di studioso. Diceva: “potrebbe servire per altri”.
Sull’omosessualità è semmai la cultura che deve cambiare.
Manca una cultura dell’accettazione.
Comunque la nostra proposta prevedeva di rafforzare le
garanzie del consenso informato. Fermo restando in ultima
analisi la libertà personale, il consenso di un maggiorenne
non può essere estorto o manipolato, o essere basato su false
rappresentazioni. Su questo si può procedere per vie legali…
Che fine ha fatto il vostro articolo di legge sulla
questione?
Non è stato approvato. La lobby dei medici si è opposta.
Abbiamo perso contro i medici proprio come abbiamo perso
contro gli industriali; non è infatti passata nemmeno la norma
che prevedeva che l'impresa che discriminava per orientamento
sessuale sarebbe stata esclusa dai contributi del piano
regionale…
Battagliere contro questa decisione?
"Se c'è Martini c'è party!"… Martini è il presidente della
Regione Toscana, che più di tutti ha creduto nella nostra
proposta di legge, e la battuta è stata il nostro motto in
tutti i manifesti delle iniziative di presentazione della
legge.
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