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La questione che ha
sollevato più risse all'interno della maggioranza di governo è
l'articolo 1.
La stesura
originaria prevedeva che le coppie coviventi, etero e omosessuali,
si presentassero agli uffici dell'anagrafe per far registrare la
loro unione attraverso una
dichiarazione
congiunta. E
qui apriti cielo: i ministri più fedeli alle direttive vaticane, con
Francesco Rutelli in prima fila, hanno fatto il diavolo a quattro
per ottenere una modifica di questa espressione, minacciando
altrimenti di far saltare l'accordo sull'intera legge. La
dichiarazione congiunta, hanno sostenuto, equivarrebbe alla
formalizzazione di una specie di matrimonio, il che è inaccettabile.
Quindi è stato necessario aprire il vocabolario in cerca di sinonimi
più digeribili. La dichiarazione perciò, da congiunta che era, è
diventata nel testo definitivo "solo"
contestuale.
Il significato è assolutamente lo stesso, ma non c'è di mezzo il
congiungere, che nei cattolici evoca evidentemente pensieri troppo
peccaminosi.
Questa distinzione di
lana caprina non bastava però a separare a sufficienza il
certificato di convivenza dal contratto di nozze. Quindi i saggi
legislatori hanno pensato bene di aggiungere una clausola
vessatoria: "Qualora
la dichiarazione all'ufficio di anagrafe",
recita l'articolo uno, "non
sia resa contestualmente da entrambi i conviventi, il convivente che
l'ha resa ha l'onere di darne comunicazione mediante lettera
raccomandata con avviso di ricevimento all'altro convivente".
La norma, dal punto di
vista logico, è un puro insulto all'intelligenza. Perché mai due
conviventi che vogliono registrare la loro unione affettiva non
dovrebbero andare insieme in comune? E cosa succederebbe poi se la
raccomandata con avviso di ricevimento venisse materialmente
ricevuta dal convivente che ha reso la dichiarazione anziché
dall'altro che (chissà perché) ne era rimasto all'oscuro?
Questo genere di
stupidità si giustifica soltanto con il puerile accanimento contro
qualunque possibilità di accostare l'unione civile al matrimonio,
cercando di farla passare contro ogni buonsenso come un atto
individuale. Ovviamente si tratta di una regola del tutto inutile,
perché avendone la facoltà, che la legge non nega, tutte le coppie
conviventi sceglieranno di registrarsi all'anagrafe
contestualmente.
Cioè insieme.
Le stranezze del primo
articolo del disegno di legge non sono però finite qui. Per negare
il fatto che le unioni civili servono soprattutto alle coppie unite
da vincoli affettivi e
sessuali
(come appunto
avviene nel caso del matrimonio), si è pensato bene di lasciare
entrare nel magico mondo dei Dico praticamente chiunque, salvo
genitori, figli, suoceri, generi, maggiordomi e badanti. L'unione
sarà possibile, ad esempio, anche tra fratelli e/o sorelle. Il che
diventerà in certi casi una forma di legittimazione dell'incesto di
cui probabilmente il governo, distolto da ben altri problemi, non si
deve essere accorto.
L'articolo
2 spiega che
non si può registrare l'atto di convivenza quando si è
ammazzato
o tentato di ammazzare il coniuge o un altro convivente della
persona con cui si convive. Se invece si è fatta lo stesso nei
confronti di un fidanzato o fidanzata che non abitava nella stessa
casa, non ci sono impedimenti espressi.
L'articolo
3 stabilisce
poi il carcere da uno a tre anni e la multa da 3.000 a 10.000 euro
per la falsa dichiarazione di convivenza. Come dire che su queste
cose non si scherza, anche se, considerando il meccanismo della
raccomandata con ricevuta di ritorno di cui all'articolo 1 la cosa è
poi del tutto vera.
Più grave il contenuto
dell'articolo
4, che
demanda al buon cuore delle "strutture
ospedaliere e di assistenza pubbliche e private"
la disciplina delle "modalità
di esercizio del diritto di accesso del convivente per fini di
visita e di assistenza nel caso di malattia o ricovero dell'altro
convivente".
Qui occorreva stabilire con chiarezza l'obbligo degli ospedali di
accettare la titolarità di compagni e compagne di vita di una
persona ricoverata a prestare assistenza, e magari anche a prendere
decisioni in caso di incapacità di intendere e di volere. Ma sarebbe
stato troppo, perché occorreva ribadire implicitamente che il
compagno e la compagna non sono né il marito né la moglie.
Al non trascurabile
inconveniente rimedia almeno in parte l'articolo
5,
prevedendo che ciascun convivente può
delegare
l'altro
per iscritto
a rappresentarlo qualora lui stesso ne fosse incapace. In concreto,
comunque, non è certo il massimo andare in ospedale sventolando
carte bollate, dovendosi magari fare largo (come spesso accade) tra
una folla di ostili parenti di sangue che non hanno mai approvato la
relazione del loro congiunto omosessuale. Si noti poi che il disegno
di legge non fa cenno in nessun modo al diritto di assistenza in
carcere, e non è una mancanza da poco.
L'articolo
6 stabilisce
invece che l'eventuale
partner
extracomunitario
o apolide di un cittadino italiano "può
chiedere il rilascio di un permesso di soggiorno per convivenza".
Che glielo concedano è un altro paio di maniche.
Tutto bene all'articolo
7, in cui si
dice che della convivenza bisogna tenere conto ai fini
dell'assegnazione di alloggi popolari.
Meno bene all'articolo
8, secondo
il quale si può subentrare nel
contratto di
affitto, in
caso di morte del partner, solo dopo tre anni di convivenza
certificata.
Anche per ottenere
agevolazioni e
tutele in materia
di lavoro (articolo
9) bisogna
vivere insieme da almeno tre anni, quando chi si sposa ne può
usufruire dal primo giorno successivo alle nozze.
Tutto questo però è
niente rispetto alla farsa rappresentata dall'articolo
10, che
parla di
pensione di
reversibilità.
Il testo spiega che prima bisognerà riordinare l'intero sistema
previdenziale e solo dopo si stabiliranno dei criteri di attuazione,
tra cui figurano comunque una durata minima della convivenza e le
condizioni patrimoniali della persona che dovrebbe ricevere
l'eventuale reversibilità.
Un altro sonoro
schiaffone si trova all'articolo
11, che
disciplina il
diritto
all'eredità
(si suppone in assenza di testamento, ma non è specificato). Per
ereditare dal convivente bisognerà dimostrare di aver vissuto
insieme per almeno
nove anni,
cioè per un periodo che un altissimo numero di matrimoni "regolari"
neppure si sogna di raggiungere. In pratica chi convive deve essere
di base più stabile e più affidabile di chi si sposa. Non è una
discriminazione questa (e per giunta paradossale, visto che la
propaganda dà per scontato il contrario)?
Infine
gli alimenti
in caso di separazione, disciplinati dall'articolo
12. Sono
previsti solo "nell'ipotesi
in cui uno dei conviventi versi in stato di bisogno e non sia in
grado di provvedere al proprio mantenimento".
E solo "per
un periodo proporzionale alla durata della convivenza"
che anche qui dev'essere stata almeno triennale.
Bontà loro, i
legislatori hanno previsto all'articolo
13 che i
conviventi possano dimostrare di essere stati tali anche da prima
dell'entrata in vigore della legge per usufruire dei benefici
previsti. Devono farlo però entro nove mesi e sapendo che la cosa
non riguarda il diritto alla pensione di reversibilità. Perché i
soldi dell'Inps sono una cosa seria, mentre i contributi dei
concubini etero e gay sono evidentemente una sciocchezza. |