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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO

  [ Numero 93 - Marzo 2007 ]

 Il Dico nell'occhio
 

Il disegno di legge sulle coppie di fatto "anche omosessuali" approvato dal governo è un duro colpo alla nozione di pari dignità e diritti per tutti i cittadini. Il compromesso con i cattolici, alla fine, ha penalizzato i gay e le lesbiche. Niente di nuovo sotto il sole.


La questione che ha sollevato più risse all'interno della maggioranza di governo è l'articolo 1. La stesura originaria prevedeva che le coppie coviventi, etero e omosessuali, si presentassero agli uffici dell'anagrafe per far registrare la loro unione attraverso una dichiarazione congiunta. E qui apriti cielo: i ministri più fedeli alle direttive vaticane, con Francesco Rutelli in prima fila, hanno fatto il diavolo a quattro per ottenere una modifica di questa espressione, minacciando altrimenti di far saltare l'accordo sull'intera legge. La dichiarazione congiunta, hanno sostenuto, equivarrebbe alla formalizzazione di una specie di matrimonio, il che è inaccettabile. Quindi è stato necessario aprire il vocabolario in cerca di sinonimi più digeribili. La dichiarazione perciò, da congiunta che era, è diventata nel testo definitivo "solo" contestuale. Il significato è assolutamente lo stesso, ma non c'è di mezzo il congiungere, che nei cattolici evoca evidentemente pensieri troppo peccaminosi. 

Questa distinzione di lana caprina non bastava però a separare a sufficienza il certificato di convivenza dal contratto di nozze. Quindi i saggi legislatori hanno pensato bene di aggiungere una clausola vessatoria: "Qualora la dichiarazione all'ufficio di anagrafe", recita l'articolo uno, "non sia resa contestualmente da entrambi i conviventi, il convivente che l'ha resa ha l'onere di darne comunicazione mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento all'altro convivente".

La norma, dal punto di vista logico, è un puro insulto all'intelligenza. Perché mai due conviventi che vogliono registrare la loro unione affettiva non dovrebbero andare insieme in comune? E cosa succederebbe poi se la raccomandata con avviso di ricevimento venisse materialmente ricevuta dal convivente che ha reso la dichiarazione anziché dall'altro che (chissà perché) ne era rimasto all'oscuro?

Questo genere di stupidità si giustifica soltanto con il puerile accanimento contro qualunque possibilità di accostare l'unione civile al matrimonio, cercando di farla passare contro ogni buonsenso come un atto individuale. Ovviamente si tratta di una regola del tutto inutile, perché avendone la facoltà, che la legge non nega, tutte le coppie conviventi sceglieranno di registrarsi all'anagrafe contestualmente. Cioè insieme.

Le stranezze del primo articolo del disegno di legge non sono però finite qui. Per negare il fatto che le unioni civili servono soprattutto alle coppie unite da vincoli affettivi e sessuali (come appunto avviene nel caso del matrimonio), si è pensato bene di lasciare entrare nel magico mondo dei Dico praticamente chiunque, salvo genitori, figli, suoceri, generi, maggiordomi e badanti. L'unione sarà possibile, ad esempio, anche tra fratelli e/o sorelle. Il che diventerà in certi casi una forma di legittimazione dell'incesto di cui probabilmente il governo, distolto da ben altri problemi, non si deve essere accorto.

 

L'articolo 2 spiega che non si può registrare l'atto di convivenza quando si è ammazzato o tentato di ammazzare il coniuge o un altro convivente della persona con cui si convive. Se invece si è fatta lo stesso nei confronti di un fidanzato o fidanzata che non abitava nella stessa casa, non ci sono impedimenti espressi.

 

L'articolo 3 stabilisce poi il carcere da uno a tre anni e la multa da 3.000 a 10.000 euro per la falsa dichiarazione di convivenza. Come dire che su queste cose non si scherza, anche se, considerando il meccanismo della raccomandata con ricevuta di ritorno di cui all'articolo 1 la cosa è poi del tutto vera.

 

Più grave il contenuto dell'articolo 4, che demanda al buon cuore delle "strutture ospedaliere e di assistenza pubbliche e private" la disciplina delle "modalità di esercizio del diritto di accesso del convivente per fini di visita e di assistenza nel caso di malattia o ricovero dell'altro convivente". Qui occorreva stabilire con chiarezza l'obbligo degli ospedali di accettare la titolarità di compagni e compagne di vita di una persona ricoverata a prestare assistenza, e magari anche a prendere decisioni in caso di incapacità di intendere e di volere. Ma sarebbe stato troppo, perché occorreva ribadire implicitamente che il compagno e la compagna non sono né il marito né la moglie.

 

Al non trascurabile inconveniente rimedia almeno in parte l'articolo 5, prevedendo che ciascun convivente può delegare l'altro per iscritto a rappresentarlo qualora lui stesso ne fosse incapace. In concreto, comunque, non è certo il massimo andare in ospedale sventolando carte bollate, dovendosi magari fare largo (come spesso accade) tra una folla di ostili parenti di sangue che non hanno mai approvato la relazione del loro congiunto omosessuale. Si noti poi che il disegno di legge non fa cenno in nessun modo al diritto di assistenza in carcere, e non è una mancanza da poco.

 

L'articolo 6 stabilisce invece che l'eventuale partner extracomunitario o apolide di un cittadino italiano "può chiedere il rilascio di un permesso di soggiorno per convivenza". Che glielo concedano è un altro paio di maniche.

 

Tutto bene all'articolo 7, in cui si dice che della convivenza bisogna tenere conto ai fini dell'assegnazione di alloggi popolari.

 

Meno bene all'articolo 8, secondo il quale si può subentrare nel contratto di affitto, in caso di morte del partner, solo dopo tre anni di convivenza certificata.

 

Anche per ottenere agevolazioni e tutele in materia di lavoro (articolo 9) bisogna vivere insieme da almeno tre anni, quando chi si sposa ne può usufruire dal primo giorno successivo alle nozze.

 

Tutto questo però è niente rispetto alla farsa rappresentata dall'articolo 10, che parla di pensione di reversibilità. Il testo spiega che prima bisognerà riordinare l'intero sistema previdenziale e solo dopo si stabiliranno dei criteri di attuazione, tra cui figurano comunque una durata minima della convivenza e le condizioni patrimoniali della persona che dovrebbe ricevere l'eventuale reversibilità.

 

Un altro sonoro schiaffone si trova all'articolo 11, che disciplina il diritto all'eredità (si suppone in assenza di testamento, ma non è specificato). Per ereditare dal convivente bisognerà dimostrare di aver vissuto insieme per almeno nove anni, cioè per un periodo che un altissimo numero di matrimoni "regolari" neppure si sogna di raggiungere. In pratica chi convive deve essere di base più stabile e più affidabile di chi si sposa. Non è una discriminazione questa (e per giunta paradossale, visto che la propaganda dà per scontato il contrario)?

 

Infine gli alimenti in caso di separazione, disciplinati dall'articolo 12. Sono previsti solo "nell'ipotesi in cui uno dei conviventi versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento". E solo "per un periodo proporzionale alla durata della convivenza" che anche qui dev'essere stata almeno triennale.

 

Bontà loro, i legislatori hanno previsto all'articolo 13 che i conviventi possano dimostrare di essere stati tali anche da prima dell'entrata in vigore della legge per usufruire dei benefici previsti. Devono farlo però entro nove mesi e sapendo che la cosa non riguarda il diritto alla pensione di reversibilità. Perché i soldi dell'Inps sono una cosa seria, mentre i contributi dei concubini etero e gay sono evidentemente una sciocchezza.

 

 

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