|
È uno
splendido settantenne, Lino Banfi, vera e propria istituzione di un
cinema popolare che ha fatto di un carattere molto tipizzato, la
maschera del meridionale spesso ruvido e diretto, un personaggio che
è entrato nel cuore di intere generazioni di immigrati e non. Un
ruolo che sembrerebbe lontano anni luce dal mondo queer.
Eppure, dal gradasso puerile di ruoli superetero in titoli trash e
pecorecci quali La dottoressa ci sta col colonnello o La
ripetente fa l’occhietto al preside (i nomi dei suoi personaggi,
Anacleto Punzone e Rodolfo Calabrone, son tutto dire!), il nostro
Pasquale Zagaria da Andria, provincia di Bari, è passato a titoli
impegnati per la televisione con un occhio particolare per le
tematiche glbt.
Ecco
arrivare su Raiuno la miniserie Il padre delle spose, diretta
da Lodovico Gasparini, in cui Lino veste i panni di un vedovo
pugliese che scopre di avere una figlia lesbica, Aurora (la sua vera
figlia Rosanna), fidanzata con una donna spagnola, Rosario, reduce
da un divorzio e con una bambina (Mapi Galan).
Lo abbiamo
contattato dopo una giornata lavorativa nei panni del celebre Nonno
Libero sul set della fortunata sitcom Un medico in
famiglia, arrivata alla quinta stagione.
“Il padre delle spose” nasce da una sua idea, anche se la
sceneggiatura è stata poi sviluppata da Paola Pascolini, Fabio Leoni
e Giancarlo Russo…
Fin da
ragazzo avevo quest’idea di parlare di un mondo che non mi
apparteneva ma mi incuriosiva e attraeva. A quei tempi non c’era
questa nobile parola, gay, ma solo versacci e parolacce. Mi ricordo
di un signore che aveva più di trent’anni quando io ne avevo
quattordici ed era sempre messo da parte. I nostri genitori dicevano
di non parlare con quello “un po’ così”.
Questo
proibizionismo mi ha sempre dato fastidio. Mio padre, pur essendo un
contadino non colto, non mi ha mai impedito di frequentarlo.
Quell’uomo mi intenerì molto, mi disse che era nato con gli ormoni
sbagliati di sua sorella gemella. Che ci poteva fare? Sono passati
gli anni e nella mia vita ho avuto tantissimi colleghi gay per i
quali ho avuto tanto rispetto ed affetto. Un giorno un giornalista
mi fece una domanda a bruciapelo: “Come reagiresti se ti
accorgessi che tuo figlio è gay?”. Risposi: “Non farò una
festa da ballo ma neanche ne faccio un dolore”. Lui ribatté: “Non
me lo aspettavo da te, da una mentalità meridionale”.
A quel punto
mi resi conto che se per i gay abbiamo usato duemila termini
assolutamente vezzeggiativi, per le lesbiche, al contrario, non
esistono alternative. Dopo l’avvento di Zapatero decisi di
affrontare direttamente l’argomento. Scrissi subito di getto venti
pagine e mi domandai: “Chi può intepretare questo film?”. E
la risposta che mi diedi fu: “Io e Rosanna”. E così è nato “Il
padre delle spose”.
Ora
l’abbiamo finito, è venuto molto bene e ne emerge un grande amore di
padre nonostante una "mente chiusa" tipicamente meridionale.
Ma è vero che ci sono alcune scene con violenti alterchi tra padre e
figlia?
Sì, due o
tre volte si dice anche la parola "stronzo". Questo film secondo me
è forte, un vero "cazzottone". C’è una lite terribile che abbiamo
girato nella piazza del paese. Rosanna doveva sputare tutta la sua
rabbia e io, per caricarla, la feci arrabbiare veramente dicendole:
“Guarda che è tardi, io di straordinari non ne faccio”
aggiungendo qualche termine volgare. Lei ha spalancato gli occhi. A
quel punto ho fatto cenno al regista di riprendere e lei ha così
potuto sfogarsi completamente.
Ma recitare questi ruoli vi ha fatto rivivere veri contrasti del
vostro rapporto famigliare?
Io e Rosanna
abbiamo sempre avuto un rapporto forte, quasi carnale. Abbiamo
litigato, ma siamo sempre rimasti molto uniti. Io l’ho seguita in
tutte le occasioni, ho persino assistito ai suoi due parti cesarei.
E
come racconterà ai suoi nipoti questa storia d’amore al femminile?
Loro sono
talmente moderni! Rosanna ha spiegato a Virginia che quando loro si
baciano è perché nella loro famiglia di mamme ce ne sono due e non
una sola e lei ha commentato: “Vabbe', vuol dire che invece di un
regalo me ne faccio fare due”.
So che lei è favorevole ai Pacs ma più reticente riguardo alle
adozioni omosessuali: come mai?
È una
questione più difficile. Io sono ambasciatore dell’Unicef e ho visto
da vicino quanto sia complesso per una coppia etero adottare bimbi,
ancor più se di un’altra nazione. Direi di fare un po’ con calma,
facciamo i primi passi e poi valutiamo. È un po’ come dire: con
questo film apro un tipo di libro che è indubbiamente interessante.
Vediamo dove ci porta.
Ma sinceramente, nella sua famiglia, non ci sono mai stati casi di
omosessualità?
Sì, abbiamo
avuto il caso di una nostra cugina. Io fui il primo a capirlo. Aveva
modi mascolini e io dicevo al mio fratello più grande questo termine,
"lesbica", che neanche lui capiva. Era un po’ come "presbite",
pensavamo fosse un difetto fisico. E se ne rese conto anche mia
madre che non aveva studiato per niente e metteva la firma con la
croce. Persino mio padre aveva capito, ma allora c’era una
discrezione che impediva di parlarne.
Com’è cambiata la sua personale percezione dell’omosessualità nel
corso del tempo, divenendo celebre?
Nel mondo
dello spettacolo è sempre stato tutto molto più semplice. La
difficoltà stava nel farlo capire a chi non ne faceva parte. Certo,
ora se ne può finalmente parlare. Ma per la mia generazione è stato
un cammino lungo.
Lei è sempre stato molto amato dalla comunità gay. Come se lo
spiega?
Sì, anche
Franco Grillini mi ha lodato. I gay hanno una sensibilità in più, in
qualunque settore. C’è qualcosa in più nella ricezione del
carattere, intuiscono sempre qualche elemento in più. Io ho una tesi
a riguardo: secondo me questa lotta interiore che comunque c’è tra i
due sessi, il maschile e il femminile, porta a un arricchimento. Con
me i gay si sono sempre confessati.
Io credo
comunque che in ognuno di noi ci sia un’omosessualità latente.
Quando mi travestivo da donna pretendevo i tiranti, il trucco
eccessivo e con bellissime donne come la Fenech o la Bouchet trovavo
sempre la scusa che loro si innamoravano della mia dolcezza visto
che non sono bello fisicamente. Eppure non ero mai né sfottente né
esasperato.
Mi racconti un po’ del ballerino che si innamorò di lei…
Non ricordo
il nome, ne avevo ben otto a Stasera Lino. L’ho chiesto
recentemente a Franco Miseria, ma neanche lui si rammenta chi fosse.
Fu una cosa carina, tenera e dolce. Gli dissi che mi dispiaceva
dargli una delusione ma comunque questo sentimento provato nei miei
confronti mi fece piacere.
Lei aveva affrontato la questione gay anche in un’altra sitcom nel
2002, Difetto di famiglia…
Sì,
interpretavo il fratello di Manfredi che alla fine ne accetta
l’omosessualità. Ho sempre cercato di analizzare la mentalità di chi
non vuole vedere o comprendere il prossimo. Manfredi allora aveva
già ottant’anni e, da grande attore qual era, dimostrò un garbo
incredibile, non faceva mai un gesto fuori posto. Mi confidò che
nella sua gioventù aveva conosciuto molti omosessuali e mi accennò a
una specie di amore a prima vista da parte di Visconti quando gli fu
presentato.
Due anni prima, in Piovuto dal cielo, lei divideva la scena
con un personaggio transessuale…
Mi ricordo
di questo trans alto, bello e di grande simpatia. Abbiamo girato a
Torino. L’ho rivisto a Roma, lavorò anche in Difetto di famiglia
con Manfredi. Io facevo il portiere di un palazzo e l’unica persona
con cui avevo piacere di parlare la mattina presto era proprio lui.
Ma lei stesso è stato gay sul grande schermo, vero?
In Dio li
fa e poi li accoppia di Steno facevo un gay salumiere che si
andava a confessare da Johnny Dorelli e lui sbottava: “Ma che
vuoi da me?”. Io ero innamorato di un uomo ma non ero
corrisposto e volevo indossare da morto un vestito da sposa. Mi
inventai alcune cose: per esempio l’idea che quando moriamo andiamo
tutti in paradiso, etero e gay. Avevo reso tenero questo personaggio
nella sua esasperazione.
Uno dei ruoli che è entrato nell’immaginario collettivo è però
quello del commissario etero Auricchio scambiato per omosessuale in
Fracchia la belva umana...
Quella è
stata una forma di difesa. L’ho fatto per proteggere i gay. Già a
Canale 5 quando fui scritturato da Berlusconi per Risatissima
difesi la categoria dei carabinieri facendo un monologo di
barzellette in uniforme. Girammo la scena al ristorante "La
Parolaccia" di Roma. Quando partì il “Benvenuto a ‘sti frocioni…”
il celebre “Arrestate questo stronzo” mi venne automatico e
feci un cenno a Neri Parenti. A quel punto mi inventai completamente
il “Non sono ricchione, non sono frìfrì… e ti faccio un culo così!”.
Anche il finale de L’allenatore nel pallone è stato inventato
di sana pianta da me per l’occasione.
Nella sua lunga carriera non si contano i ruoli en travesti,
spesso puri escamotages per conquistare prede femminili…
Sono stato
vestito anche dalle sorelle Fontana e ho indossato veri tailleurs!
Ne L’inviato molto speciale pretendevo assolutamente i tacchi
a spillo. Ho fatto il maggiordomo gay sia con Alvaro Vitali e Nadia
Cassini che in un film con la Bouchet in cui ero il cugino di
Solenghi. Appena vedevo una donna nuda partiva il gioco del ribrezzo
e degli ammiccamenti.
E
che pensa dei travestimenti plateali, per esempio, durante i Gay
Pride?
Ecco, in
quel caso credo che l’ostentazione dovrebbe stare a latere.
Penso che in medio stat virtus, non bisognerebbe esasperare
il travestimento in pubblico, si strumentalizza facilmente.
Dopo Il padre delle spose quali lavori l’attendono?
Per Nonno
Libero questo sarà l’ultimo anno, vista l’età e dato che ogni serie
mi occupa dagli otto ai nove mesi.
Poi con
Gerry Scotti ho fatto il film per la tv, Il mio amico Babbo
Natale. Seguirà una fiction che parla di come, in alcuni
ospizi, le persone anziane non vengono trattate affatto bene.
|