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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO  [ Numero 88 - Ottobre 2006 ]
 "Dare i bambini ai gay?"
 
di Daniela Danna e Margherita Bottino

Prendiamo il proverbiale toro per le corna, e andiamo a esaminare il fantasma dei “bambini ai gay”: di cosa è fatto? perché fa tanta paura? E qual è la realtà che sta dietro ai fumogeni della retorica: chi sono e come crescono coloro che nascono in famiglie omosessuali?  

Vani sono stati i tentativi, nel corso di questi anni, di “contenere” il tema del riconoscimento delle coppie omosessuali. L’arma più potente che è oggi in mano ai nostri avversari è lo slogan del “non vogliamo dare i bambini ai gay”: il Vaticano ha pontificato che “dietro ai diritti delle coppie, il vero obiettivo sono i bambini”. È uno slogan potente, perché suscita un’eco positiva anche in gran parte degli omosessuali e delle lesbiche, che infatti nel momento in cui desiderano essere genitori spesso ancora oggi fingono di rinunciare alla propria omosessualità e si sposano (“fingono” perché difficilmente una pulsione così profonda come l’amore per una persona del proprio sesso può essere messa veramente a tacere).  

Il fantasma, l’artificio retorico, consiste nel fatto di costruire la questione come se il problema principale fosse l’adozione da parte di una coppia di uomini. E il panico è giustificato. Secondo il modo comune che le “famiglie normali” hanno di allevare i propri figli, non sembra proprio che questa sia la situazione più favorevole: due uomini che si occupano di bambini! Inaudito! È chiaro che ne saranno totalmente incapaci, tanto quanto due maschi eterosessuali che normalmente delegano ogni compito di accudimento dei propri figli alle donne, riservando a sé solo il tempo del gioco. Lo si vede dalle indagini Istat su come i diversi membri delle famiglie impiegano il loro tempo. Ad esempio, se una donna vive con i figli senza un uomo, ha più tempo libero che se vivesse con un compagno.  

Ci sono le eccezioni, ovviamente. Ce ne sono tra i padri eterosessuali, e ce ne sono tra gli uomini gay. E la facoltà di adottare viene conferita mediante colloqui per chiarire a sé e agli altri le proprie motivazioni e capacità, con persone qualificate che alla fine emettono un giudizio sull’attitudine di quella particolare coppia a occuparsi di un/a bambino/a con un atto di adozione.

Non si tratta quindi della rivendicazione di un diritto, ma del non dover essere esclusi a priori, cioè discriminati, nel momento in cui si aspira a prendersi cura di un piccolo essere umano in difficoltà. Non è un desiderio di tutti, non è facile, e non vediamo nessuna ragione per cui per il solo fatto di essere omosessuale lo stato (o la chiesa) decida che la persona o la coppia in questione non è adatta a prendersi cura di un/a figlio/a adottivi.

Negli Stati Uniti e in altri paesi inoltre i minori omosessuali, che vivono in gravi difficoltà a causa del rifiuto omofobo da parte della loro famiglia di origine, vengono di routine affidati a persone omosessuali, che li accettano e li aiutano a loro volta nell’accettazione di se stessi.  

Ma la procreazione è un’altra cosa, e non è un affare di uomini. Dietro la cortina di fumo dunque non ci sono famiglie di là da venire, coppie di uomini in attesa di un’autorizzazione statale per diventare famiglia, ma ci sono le migliaia di figli, in carne ed ossa, delle donne lesbiche.

Parlare al presunto “neutro” (e in realtà al maschile) di questi “bambini ai gay” scherma il fatto che non c’è proprio bisogno di nessuna autorizzazione statale alla procreazione delle donne, e nel caso delle donne lesbiche quindi i figli ci sono già, e numerosi. Nascono per lo più in matrimoni eterosessuali, e solo poche pioniere fanno questo passo consapevolmente da lesbiche, di solito con una compagna con cui condividere la gioia e l’impresa di avere un/a bambino/a.

Non sempre è un’eroica sfida al pregiudizio: la presenza di figli in una coppia al contrario mette molto più in comunicazione, positiva, con il mondo circostante: famiglie di origine, parenti, vicini di casa, altri genitori dei compagni di asilo o di scuola dei figli, e assai raramente le reazioni sono di rigetto.

E i figli crescono normalmente. Le ricerche che lo dimostrano le abbiamo raccolte e commentate nel nostro libro “La gaia famiglia” (per una sintesi vedi www.danieladanna.it).  

Certo, esiste il problema dell'atteggiamento negativo della società verso le persone omosessuali. Come i loro stessi genitori, i figli di gay e lesbiche devono venire alle prese prima o poi con l’omofobia. Ciò può avvenire in molti modi: un nonno che evita la famiglia, il figlio dei vicini che non ha il permesso di venire a giocare, battute sui gay nel cortile della scuola.

Spesso i bambini incontrano l’omofobia per la prima volta in una forma molto meno tangibile: si tratta di un’assenza più che di una presenza. Essi non vedono nessuna famiglia come la loro nei film, in televisione, o nei libri. A scuola devono partecipare ai rituali progetti per la festa della mamma e del papà, senza mai sentire di famiglie che hanno situazioni diverse.

L’omofobia è ovunque, in una molteplicità di manifestazioni, a volte dichiara la sua presenza con toni forti, a volte trapela silenziosamente sottopelle, tramite gesti minimi, fino al silenzio assoluto.

L’opposizione culturale tra gli omosessuali e i bambini si riflette nell’assenza d'immagini di tali relazioni familiari nei media e nelle scuole. Il mondo che i genitori omosessuali e i loro figli abitano è come uno specchio deformante in cui essi si rivelano invisibili. Per questi bambini l’invisibilità è problematica quanto la denigrazione e, in effetti, prepara il campo alla denigrazione vera e propria.

Secondo la psicologa e saggista Laura Benkov, una delle prime cose a cui i genitori omosessuali pensano per aiutare i figli ad affrontare l’omofobia è stabilire un senso di comunità. Come per lesbiche e gay, un’esperienza di appartenenza può essere cruciale per i figli di genitori omosessuali. Per i bambini è importante sapere che non sono gli unici, che ci sono altri che devono affrontare le stesse problematiche.

Se per alcuni genitori l’inserimento dei loro figli nelle comunità consegue naturalmente dalle loro stesse vite, molti altri vivono in circostanze più isolate, a volte perché sono in situazioni precarie, come ad esempio il genitore che nasconde la propria omosessualità per paura di perdere il lavoro e la custodia del figlio. La vulnerabilità della famiglia dipende da quanto i genitori sono liberi di stabilire legami con la comunità.

Oltre a pensare a quali tipi di famiglie i figli devono frequentare, i genitori omosessuali devono pensare a quali valori predomineranno nei mondi del bambino. Per molti genitori dunque l’idea è di stabilire una base solida, in cui i figli sviluppino una forte autostima, buone relazioni familiari e la consapevolezza della diversità. Da questa base, i genitori possono attivamente preparare i figli al pregiudizio prima ancora che essi lo incontrino, così che lo riconoscano come un problema del mondo, invece di internalizzarne i messaggi distruttivi.

Di fronte alla prospettiva che il dolore dell’omofobia potrà causare ai figli, i genitori non pensano solo ad aiutare i figli ad affrontarlo, ma anche a proteggerli da tale esperienza.

Vi sono due approcci molto diversi per aiutare i figli ad affrontare una società omofobica. Da un lato vi sono coppie per cui non pubblicizzare la propria condizione familiare vuol dire rispettare i bisogni dei figli, della loro vita, tenendoli separati dalle scelte di struttura della famiglia che la coppia ha compiuto, in modo che questi figli ‘non debbano soffrire delle loro scelte’. Dall’altro vi sono coppie secondo le quali è cruciale per il benessere dei figli essere visibili come unità familiare. Parte delle loro responsabilità di genitori è costituire un modello di orgoglio, e confrontarsi con le reazioni omofobiche nell’ambiente in cui i figli vivono. Questo non è solo un messaggio di integrità e orgoglio per i figli, ma li mette anche nella posizione di affrontare gli atteggiamenti omofobici.

Un ruolo fondamentale assumono in questo contesto le associazioni, che possono riunire, informare e sostenere le famiglie omosessuali. Possono costituire la base della comunità di riferimento e di appoggio anche per chi, per motivi personali o geografici, si ritrova isolato. Da quasi vent’anni è stata fondata in Francia l’Associazione dei genitori e futuri genitori gay e lesbiche (APGL), in Italia esistono la mailing list ‘mamme’ della Lista lesbica e l’associazione "Famiglie Arcobaleno".

Di grande utilità sono anche le produzioni culturali che ‘normalizzano’ queste tipologie familiari e permettono ai bambini di riconoscersi e ritrovare la propria realtà anche fuori dalle mura domestiche. Negli Stati Uniti ad esempio esistono favole per bambini che raccontano di una bimba con due mamme, Heather has two mommies, e di un bambino il cui papà prima si fidanza, Daddy’s roommate, e poi si sposa, Daddy’s wedding, con un altro uomo.

In Francia, la casa editrice l’École des loisirs, pubblica le storie di un tenero lupetto in Jean a deux mamans di Ophélie Texier.

Primi passi per colmare quel vuoto di immagini e riflessi e per uscire dall’invisibilità.

 

Box

In Italia l’omogenitorialità riguarda ancora in grande maggioranza bambini concepiti in unioni eterosessuali: i dati del Gruppo soggettività lesbica rivelano che ha avuto figli il 6,5% delle 691 donne lesbiche che hanno risposto al questionario, di cui 37 in una relazione con un uomo, mentre 5 hanno avuto figli da single e 3 in una relazione con una donna.

Le due grandi ricerche sociologiche degli ultimi anni hanno mostrato che in tutta Italia il 3,4% dei gay sono padri e il 5,4% delle lesbiche madri, mentre a Torino e provincia hanno figli l’8% delle intervistate e il 5% degli intervistati. I figli sono stati concepiti per il 76% dei casi in una relazione matrimoniale, nell’11% in una relazione eterosessuale e il rimanente 13% con un rapporto occasionale.

Anche la ricerca “ModiDi” ha trovato che il 4,7% dei gay intervistati e il 4,5% delle lesbiche hanno figli biologicamente propri, e un ulteriore 0,3% dei maschi e 0,4% delle femmine hanno figli non di sangue.

I dati sulle aspirazioni all’omogenitorialità sono questi: il 40,3% dei gay e il 34,5% delle lesbiche che non hanno ancora avuto figli ne vorrebbero avere (tra le donne etero italiane dai 20 ai 49 anni il 90% vuole avere figli). Per un confronto: sono più bassi i dati norvegesi: vorrebbero figli il 29% delle lesbiche e il 26% dei gay, mentre altrettanti rispondono di non sapere se ne vogliono.

Il desiderio di diventare padri o madri in Italia è tanto più diffuso più si va a Sud e quanto più bassa è l’età dei rispondenti. Le persone religiose praticanti desiderano più spesso avere figli di quelle non praticanti.

Tra chi desidera un figlio, vorrebbe adottarlo il 59% dei maschi e il 47% delle femmine.

 

 

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