|
Prendiamo il proverbiale toro per le corna, e andiamo a esaminare il
fantasma dei “bambini ai gay”: di cosa è fatto? perché fa tanta
paura? E qual è la realtà che sta dietro ai fumogeni della retorica:
chi sono e come crescono coloro che nascono in famiglie omosessuali?
Vani sono stati i tentativi, nel corso di questi anni, di
“contenere” il tema del riconoscimento delle coppie omosessuali.
L’arma più potente che è oggi in mano ai nostri avversari è lo
slogan del “non vogliamo dare i bambini ai gay”: il Vaticano ha
pontificato che “dietro ai diritti delle coppie, il vero obiettivo
sono i bambini”. È uno slogan potente, perché suscita un’eco
positiva anche in gran parte degli omosessuali e delle lesbiche, che
infatti nel momento in cui desiderano essere genitori spesso ancora
oggi fingono di rinunciare alla propria omosessualità e si sposano
(“fingono” perché difficilmente una pulsione così profonda come
l’amore per una persona del proprio sesso può essere messa veramente
a tacere).
Il fantasma, l’artificio retorico, consiste nel fatto di costruire
la questione come se il problema principale fosse l’adozione da
parte di una coppia di uomini. E il panico è giustificato. Secondo
il modo comune che le “famiglie normali” hanno di allevare i propri
figli, non sembra proprio che questa sia la situazione più
favorevole: due uomini che si occupano di bambini! Inaudito! È
chiaro che ne saranno totalmente incapaci, tanto quanto due maschi
eterosessuali che normalmente delegano ogni compito di accudimento
dei propri figli alle donne, riservando a sé solo il tempo del gioco.
Lo si vede dalle indagini Istat su come i diversi membri delle
famiglie impiegano il loro tempo. Ad esempio, se una donna vive con
i figli senza un uomo, ha più tempo libero che se
vivesse con un compagno.
Ci sono le eccezioni, ovviamente. Ce ne sono tra i padri
eterosessuali, e ce ne sono tra gli uomini gay. E la facoltà di
adottare viene conferita mediante colloqui per chiarire a sé e agli
altri le proprie motivazioni e capacità, con persone qualificate che
alla fine emettono un giudizio sull’attitudine di quella particolare
coppia a occuparsi di un/a bambino/a con un atto di adozione.
Non si tratta quindi della rivendicazione di un diritto, ma del non
dover essere esclusi a priori, cioè discriminati, nel momento in cui
si aspira a prendersi cura di un piccolo essere umano in difficoltà.
Non è un desiderio di tutti, non è facile, e non vediamo nessuna
ragione per cui per il solo fatto di essere omosessuale lo stato (o
la chiesa) decida che la persona o la coppia in questione non è
adatta a prendersi cura di un/a figlio/a adottivi.
Negli Stati Uniti e in altri paesi inoltre i minori omosessuali, che
vivono in gravi difficoltà a causa del rifiuto omofobo da parte
della loro famiglia di origine, vengono di routine affidati a
persone omosessuali, che li accettano e li aiutano a loro volta
nell’accettazione di se stessi.
Ma la procreazione è un’altra cosa, e non è un affare di uomini.
Dietro la cortina di fumo dunque non ci sono famiglie di là da
venire, coppie di uomini in attesa di un’autorizzazione statale per
diventare famiglia, ma ci sono le migliaia di figli, in carne ed
ossa, delle donne lesbiche.
Parlare al presunto “neutro” (e in realtà al maschile) di questi
“bambini ai gay” scherma il fatto che non c’è proprio bisogno di
nessuna autorizzazione statale alla procreazione delle donne, e nel
caso delle donne lesbiche quindi i figli ci sono già, e numerosi.
Nascono per lo più in matrimoni eterosessuali, e solo poche pioniere
fanno questo passo consapevolmente da lesbiche, di solito con una
compagna con cui condividere la gioia e l’impresa di avere un/a
bambino/a.
Non sempre è un’eroica sfida al pregiudizio: la presenza di figli in
una coppia al contrario mette molto più in comunicazione, positiva,
con il mondo circostante: famiglie di origine, parenti, vicini di
casa, altri genitori dei compagni di asilo o di scuola dei figli, e
assai raramente le reazioni sono di rigetto.
E i figli crescono normalmente. Le ricerche che lo dimostrano
le abbiamo raccolte e commentate nel nostro libro “La gaia famiglia”
(per una sintesi vedi www.danieladanna.it).
Certo, esiste il problema dell'atteggiamento negativo della società
verso le persone omosessuali. Come i loro stessi genitori, i figli
di gay e lesbiche devono venire alle prese prima o poi con
l’omofobia. Ciò può avvenire in molti modi: un nonno che evita la
famiglia, il figlio dei vicini che non ha il permesso di venire a
giocare, battute sui gay nel cortile della scuola.
Spesso i bambini incontrano l’omofobia per la prima volta in una
forma molto meno tangibile: si tratta di un’assenza più che di una
presenza. Essi non vedono nessuna famiglia come la loro nei film, in
televisione, o nei libri. A scuola devono partecipare ai rituali
progetti per la festa della mamma e del papà, senza mai sentire di
famiglie che hanno situazioni diverse.
L’omofobia è ovunque, in una molteplicità di manifestazioni, a volte
dichiara la sua presenza con toni forti, a volte trapela
silenziosamente sottopelle, tramite gesti minimi, fino al silenzio
assoluto.
L’opposizione culturale tra gli omosessuali e i bambini si riflette
nell’assenza d'immagini di tali relazioni familiari nei media e
nelle scuole. Il mondo che i genitori omosessuali e i loro figli
abitano è come uno specchio deformante in cui essi si rivelano
invisibili. Per questi bambini l’invisibilità è problematica quanto
la denigrazione e, in effetti, prepara il campo alla denigrazione
vera e propria.
Secondo la psicologa e saggista Laura Benkov, una delle prime cose a
cui i genitori omosessuali pensano per aiutare i figli ad affrontare
l’omofobia è stabilire un senso di comunità. Come per lesbiche e
gay, un’esperienza di appartenenza può essere cruciale per i figli
di genitori omosessuali. Per i bambini è importante sapere che non
sono gli unici, che ci sono altri che devono affrontare le stesse
problematiche.
Se per alcuni genitori l’inserimento dei loro figli nelle comunità
consegue naturalmente dalle loro stesse vite, molti altri vivono in
circostanze più isolate, a volte perché sono in situazioni precarie,
come ad esempio il genitore che nasconde la propria omosessualità
per paura di perdere il lavoro e la custodia del figlio. La
vulnerabilità della famiglia dipende da quanto i genitori sono
liberi di stabilire legami con la comunità.
Oltre a pensare a quali tipi di famiglie i figli devono frequentare,
i genitori omosessuali devono pensare a quali valori predomineranno
nei mondi del bambino. Per molti genitori dunque l’idea è di
stabilire una base solida, in cui i figli sviluppino una forte
autostima, buone relazioni familiari e la consapevolezza della
diversità. Da questa base, i genitori possono attivamente preparare
i figli al pregiudizio prima ancora che essi lo incontrino, così che
lo riconoscano come un problema del mondo, invece di internalizzarne
i messaggi distruttivi.
Di fronte alla prospettiva che il dolore dell’omofobia potrà causare
ai figli, i genitori non pensano solo ad aiutare i figli ad
affrontarlo, ma anche a proteggerli da tale esperienza.
Vi sono due approcci molto diversi per aiutare i figli ad affrontare
una società omofobica. Da un lato vi sono coppie per cui non
pubblicizzare la propria condizione familiare vuol dire rispettare i
bisogni dei figli, della loro vita, tenendoli separati dalle scelte
di struttura della famiglia che la coppia ha compiuto, in modo che
questi figli ‘non debbano soffrire delle loro scelte’. Dall’altro vi
sono coppie secondo le quali è cruciale per il benessere dei figli
essere visibili come unità familiare. Parte delle loro
responsabilità di genitori è costituire un modello di orgoglio, e
confrontarsi con le reazioni omofobiche nell’ambiente in cui i figli
vivono. Questo non è solo un messaggio di integrità e orgoglio per i
figli, ma li mette anche nella posizione di affrontare gli
atteggiamenti omofobici.
Un ruolo fondamentale assumono in questo contesto le associazioni,
che possono riunire, informare e sostenere le famiglie omosessuali.
Possono costituire la base della comunità di riferimento e di
appoggio anche per chi, per motivi personali o geografici, si
ritrova isolato. Da quasi vent’anni è stata fondata in Francia
l’Associazione dei genitori e futuri genitori gay e lesbiche (APGL),
in Italia esistono la mailing list ‘mamme’ della Lista lesbica e
l’associazione "Famiglie Arcobaleno".
Di grande utilità sono anche le produzioni culturali che
‘normalizzano’ queste tipologie familiari e permettono ai bambini di
riconoscersi e ritrovare la propria realtà anche fuori dalle mura
domestiche. Negli Stati Uniti ad esempio esistono favole per bambini
che raccontano di una bimba con due mamme, Heather has two
mommies, e di un bambino il cui papà prima si fidanza,
Daddy’s roommate, e poi si sposa, Daddy’s wedding, con un
altro uomo.
In Francia, la casa editrice l’École des loisirs, pubblica le storie
di un tenero lupetto in Jean a deux mamans di Ophélie Texier.
Primi passi per colmare quel vuoto di immagini e riflessi e per
uscire dall’invisibilità.
Box
In Italia l’omogenitorialità riguarda ancora in grande maggioranza
bambini concepiti in unioni eterosessuali: i dati del Gruppo
soggettività lesbica rivelano che ha avuto figli il 6,5% delle 691
donne lesbiche che hanno risposto al questionario, di cui 37 in una
relazione con un uomo, mentre 5 hanno avuto figli da single e
3 in una relazione con una donna.
Le due grandi ricerche sociologiche degli ultimi anni hanno mostrato
che in tutta Italia il 3,4% dei gay sono padri e il 5,4% delle
lesbiche madri, mentre a Torino e provincia hanno figli l’8% delle
intervistate e il 5% degli intervistati. I figli sono stati
concepiti per il 76% dei casi in una relazione matrimoniale,
nell’11% in una relazione eterosessuale e il rimanente 13% con un
rapporto occasionale.
Anche la ricerca “ModiDi” ha trovato che il 4,7% dei gay
intervistati e il 4,5% delle lesbiche hanno figli biologicamente
propri, e un ulteriore 0,3% dei maschi e 0,4% delle femmine hanno
figli non di sangue.
I dati sulle aspirazioni all’omogenitorialità sono questi: il 40,3%
dei gay e il 34,5% delle lesbiche che non hanno ancora avuto figli
ne vorrebbero avere (tra le donne etero italiane dai 20 ai 49 anni
il 90% vuole avere figli). Per un confronto: sono più bassi i dati
norvegesi: vorrebbero figli il 29% delle lesbiche e il 26% dei gay,
mentre altrettanti rispondono di non sapere se ne vogliono.
Il desiderio di diventare padri o madri in Italia è tanto più
diffuso più si va a Sud e quanto più bassa è l’età dei rispondenti.
Le persone religiose praticanti desiderano più spesso avere figli di
quelle non praticanti.
Tra chi desidera un figlio, vorrebbe adottarlo il 59% dei maschi e
il 47% delle femmine. |