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Si conclude un’altra estate senza regolamentazione (eccetto l’Emilia
Romagna) sul naturismo. I sindaci, nell’incertezza, emettono
ordinanze, seminano denunce a raffica, sguinzagliano vigilantes in
caccia di nudità. E a Gaeta arriva anche l’omofobia.
Sono tre i cartelli che accolgono i bagnanti della spiaggia di
Manerba del Garda. Uno viola e uno verde indicano la strada per
l’itinerario turistico. Qualcuno ha aggiunto con un pennarello
bianco una freccia su quello verde, per indicare la spiaggia.
Qualcun altro ha specificato in nero che la spiaggia è “di froci”.
Il terzo cartello svetta per altezza e per solennità a pochi metri
di distanza. È un'ordinanza firmata dal sindaco Maria Speziani.
A fronte di “lagnanze di diversi cittadini e famiglie che sono
involontariamente incappati in manifestazioni che offendono il
comune senso del pudore” e di denunce per “atti contrari alla
pubblica decenza e atti osceni”, l’ordinanza è chiara: “divieto
di esibire forme di nudismo” e “obbligo di indossare
indumenti atti a coprire i genitali maschili e femminili”. Se il
reato è il solo nudismo (che come molti forse non sanno è stato da
anni depenalizzato dalle sentenze di tribunale, che hanno fatto
ormai giurisprudenza), la denuncia minaccia una multa di 250 euro.
Sono indicati anche i cacciatori di trasgressori: “gli agenti di
PS (polizia), i Carabinieri, i VVUU (vigili urbani) e
tutte le altre autorità preposte alla vigilanza e alla repressione”.
Infine, è segnalato un numero telefonico per il contributo dei
cittadini negli avvistamenti. La data risale al 12 luglio 2005, ma
la sua esposizione è avvenuta un anno più tardi. Giusto dopo la
protesta sulle pagine del Corriere della Sera di
un’insegnante di scuola media, indignata per la presenza di "esibizionisti"
durante una gita.
La spiaggia di Manerba, come molte altre in Italia, è frequentata da
naturisti. Soprattutto gay.
Con tutti gli altri arenili, ha una caratteristica in comune: la sua
inaccessibilità. Non ci si capita per caso: giunti ad uno
spiazzo, con un modesto bar adiacente, si parcheggia l’auto e si
inizia una passeggiata di 15 minuti. Dopo poco, si entra in un
boschetto scosceso, dove le difficoltà aumentano se non si indossano
scarpe chiuse con suola di gomma. Il premio finale è una spiaggetta
incantevole: l’acqua del lago trasparente, uno spettacolo di rocce e
vegetazione.
Di “nuclei familiari, scolaresche e studiosi interessati di
archeologia e botanica” non se ne vedono. Non si capisce quindi
il motivo di tanto accanimento.
O forse sì. In Italia per sollevare l’indignazione popolare è
sufficiente usare i bambini. Alcuni figli di genitori gay e lesbiche
aprono un Gay Pride a bordo di un trenino? Peste e corna. Una
scolaresca di aspiranti Reinhold Messner si imbatte in un gruppo di
naturisti? Peste e corna. E così monta la campagna da Controriforma
per infilare i mutandoni di lana nell’unico chilometro di costa
naturista sul più grande lago italiano.
Articoli sui quotidiani, ordinanze del sindaco, agenti in costumi da
bagno, con verbali in mano.
“Che ci fossero delle situazioni sessualmente esplicite è vero”,
sostiene Simona Carletti, dei direttivi Fenait,
Federazione Naturista Italiana e Uni Lazio, Unione Naturisti
Italiani – “ma va combattuta l’equazione naturisti uguale
guardoni o esibizionisti. I naturisti sono ambientalisti e seguono
una filosofia di armonia con la natura, presentandosi ad essa nel
modo più naturale possibile: nudi. Gli altri non hanno nulla a che
vedere”.
Come intervenire allora? “Aprendo il nudismo alle famiglie.
Sarebbe un deterrente per gli scambisti, che andrebbero altrove a
cercare il loro divertimento. Bisogna denunciare solamente chi
commette atti osceni e depenalizzare dall’articolo 726 del codice
penale il naturismo. Fino a quando chi lo pratica non è tutelato
dalla legge, non potrà mai chiamare le autorità per segnalare la
presenza di scambisti. Altrimenti rischia lui stesso una denuncia
per atti contrari alla pubblica decenza.
A Lido di Dante, spiaggia autorizzata da una delibera comunale del
2002, abbiamo visto quest’anno una collaborazione fra autorità e
naturisti, per debellare l’esibizionismo. È l’esempio da seguire”.
A Gaeta (Lt), sulla spiaggia dell’Arenauta, al contrario,
l’amministrazione ha sguinzagliato nella prima parte dell’estate
quattro vigilantes Europol, addirittura armati. Dopo giorni
di proteste, comunicati stampa da parte delle associazioni naturiste
e un’interrogazione parlamentare firmata fra gli altri da
Grillini, Luxuria e Capezzone, i vigilantes
se ne sono andati.
Una tregua momentanea. Nei giorni di Ferragosto, sono infatti
arrivati i militanti di gruppi di estrema destra ad appendere i loro
manifesti: “Via i gay da Gaeta”.
A partire da questi episodi di omofobia, e dalle vere e proprie
aggressioni di naziskin, il radicale Sergio Rovasio ha
proposto di organizzare il prossimo Gay Pride proprio a Gaeta, in
segno di resistenza in una ormai storica meta gay da quasi 40 anni.
Scene di questo tipo, con blitz delle forze dell’ordine a
Rivolta d’Adda (Cr), sull’Isola del Mort a Eraclea (Ve),
nel bolzanese, a Porto San Giorgio (Ap), vigilanza privata a
Gaeta, e ordinanze nei comuni di Perla del Conero (An) e
Manerba (Bs), come segnalato da Franco Grillini, presidente
onorario Arcigay e deputato Ds, sono ormai entrate nel costume
italiano.
Al di là della questione gay, il naturismo è una componente
importante del turismo. Ma turisti stranieri possiamo offrire solo
tre spiagge autorizzate (Lido di Dante (Ra), Capocotta
(Rm) e Muravera/Costa Rei (Ca)) in tutta la penisola.
Con gran contentezza del turismo spagnolo, francese, croato o greco:
“I nostri 500 mila connazionali e i 30 milioni di europei amanti
del naturismo, che non vogliono incorrere in fastidiose denunce",
ci dice Carletti, "sono costretti a cercare altre nazioni più
liberali. In Spagna ci sono 200 fra spiagge e strutture per
naturisti. E in Francia il turismo naturista muove un fatturato
annuo di 120 milioni di euro e di altri 630 di indotto”.
Il business del naturismo è legato soprattutto alle strutture
ricettive: villaggi con camping, appartamenti, hotel, campi sportivi,
bar e ristoranti, shopping center in cui è possibile muoversi
senza foglie di fico di nessuna sorta.
“È quello che in Italia ci manca", aggiunge Carletti. "Il
nostro Paese rinuncia ogni anno ad almeno 80 milioni di euro, 500
con l’indotto, per la sua politica miope nei confronti del turismo
naturista. Non chiediamo di creare enormi strutture commerciali,
dove si stravolgano i principi naturisti, ma nemmeno di rimanere in
questa assenza di regolamentazione. Vorremmo un equilibrio fra
naturismo più appartato e naturismo con servizi e intrattenimento.
Il rischio è quello di seguire le orme della Croazia, dove gli
interessi commerciali stanno prevalendo sul vero naturismo”
Per il naturismo, da noi è ancora quasi tutto fermo.
Al contrario però, non respingiamo il ricco turismo arabo della
riviera romagnola. Ad agosto il comune di Riccione ha dato il via
libera per la creazione di spiagge chiuse da separés per
tutelare la privacy delle turiste musulmane, alle quali il
costume patriarcale impedisce di togliere il velo in pubblico.
“Tessili” sì, nudisti no.
Per fortuna l’Emilia Romagna si pone all’avanguardia anche nella
“Valorizzazione del turismo naturista”. Il 26 luglio 2006 è stata
approvato dalla regione il progetto di legge presentato dalla
consigliera Daniela Guerra, capogruppo dei Verdi che
riconosce “il nudismo come forma di sviluppo della salute fisica
e mentale, attraverso il contatto diretto con la natura”. L’impegno è individuare aree “da destinare alla pratica del
naturismo e la realizzazione di infrastrutture pubbliche e private”
e favorirle grazie allo stanziamento di contributi, a condizione che
queste aree siano “delimitate o segnalate mediante cartelli”.
Restiamo in attesa di una legislazione nazionale. Le proposte in
Parlamento sono tre: quella di Franco Grillini alla Camera e
quelle di Giampaolo Silvestri (Verdi) e di Piergiorgio
Massidda (Dc) al Senato.
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