|
Luigi e Khalid sono una
coppia omosessuale come tante, tranquilla e desiderosa di avere
un’esistenza serena, fatta di piccoli passi e delle gioie di ogni
giorno; e decisa a superare quel dannato ostacolo inchiodato
all’orizzonte del loro futuro.
Ottenere il permesso di
soggiorno per scopi umanitari non è cosa facile, anche perché le
questure sono attente e vorrebbero prevenire il fenomeno di chi,
fingendosi omosessuale, potrebbe abusare di questa risorsa.
Recentemente, ad esempio,
è stato rigettato il ricorso di un uomo marocchino a cui era stato
negato lo status di rifugiato per motivi umanitari, nonostante nel
suo paese l’omosessualità venga perseguita con la reclusione da 6
mesi a 5 anni, come previsto dall’art. 489. il giudice non ha negato
l’orientamento sessuale del magrebino, ma ha sentenziato che "il
ricorrente è entrato in Italia quando aveva almeno 39 anni senza
dimostrare che per la sua asserita condizione abbia dovuto emigrare
ben prima dal suo paese nel quale si deve perciò presumere che abbia
vissuto normalmente per almeno un paio di decenni senza particolari
persecuzioni" (And Kronos, 6.07.2007).
Probabilmente ha pesato
il fatto che, sebbene in alcuni paesi nordafricani le pratiche
omosessuali siano passibili di condanna, esse vengono tollerate
dalla popolazione; spesso sono addirittura le stesse forze
dell’ordine a chiudere un occhio e magari due, se si tratta di
stranieri.
Il caso di Khalid è però
ben diverso, perché il suo paese d’origine non è tollerante e
tantomeno meta di turismo. il paese dei talebani e
dell’integralismo islamico, dove scoprirsi omosessuali può
significare la morte.
È
l’Afghanistan.
Fino a pochissimi anni
fa nel paese dei talebani gli omosessuali rischiavano di essere
condannati alla pena capitale mediante lo schiacciamento sotto un
muro, ed anche oggi nei territori non occupati dalle forze
occidentali vige la legge islamica della sharia; ma è
sbagliato pensare che l’arrivo delle forze alleate abbiano
significato grossi cambiamenti per i gay afgani, dal momento che
permane la reclusione e comunque una dura, durissima condanna
sociale che può facilmente sfociare nella discriminazione, può
compromettere ogni tipo di relazione e condannare l’individuo
all’isolamento più nero.
La condanna penale degli
omosessuali non riguarda solo gli abitanti di quel Paese: rischia
infatti dai 5 ai 15 anni di reclusione anche il militare americano
arrestato a Kabul nel 2004 per aver avuto un rapporto gay con un
ragazzo maggiorenne e consenziente ("PakTribune", 1.09.2004).
Khalid (ma il nome è
fittizio per proteggere la sua privacy) ha 24 anni e proviene dalla
regione di Kabul.
È in Italia da 8 mesi, vive col suo compagno nella Bassa padana e vuole
studiare. Ed intende trovare quella serenità proibita nella sua
terra.
È
il suo avvocato a prendere contatti con GayLib e a sperare in una
rete di collaborazione: "Dopo la sentenza di Torino" –
afferma – "temo possano nascere delle difficoltà per Khalid,
perché è divenuto necessario provare in modo preciso il rischio di
discriminazione presente nel paese d’origine”.
Grazie a lui abbiamo
potuto incontrare Khalid e intervistarlo.
Khalid, puoi raccontarci
la tua storia?
Un giorno, chattando in
internet, ho conosciuto Luigi, il quale rispondeva dall’Italia.
Utilizzavo il computer dell’azienda presso la quale lavoravo, perché
a Kabul c’è solo qualche internet cafè e pochi hanno il computer in
casa. Mi ha colpito la sua dolcezza ed abbiamo deciso di
incontrarci. Ci siamo dati appuntamento in India, prima a Delhi, poi
siamo andati ad Agra e quindi a Jaipur; abbiamo visitato tutta la
costa dello stato del Goa, è stato molto romantico. Poi mi sono
buttato ed ho scelto di venire in Italia per vivere con Luigi, non
ci separeremo mai.
Dev'essere davvero dura
essere gay in Afghanistan…
È impossibile reprimere la propria omosessualità e quindi si è costretti
a rispondere ai propri desideri e alle proprie pulsioni nella più
assoluta segretezza, a convivere continuamente con la paura di
essere scoperti.
Tutti ti possono
denunciare, e sei continuamente ossessionato dal timore di vederti
compromesso in ogni settore della vita, da quello sociale, a quello
lavorativo.
Inoltre nel nostro paese
i rapporti famigliari sono molto importanti, e lo scoprire un
parente omosessuale rappresenterebbe un’onta per tutti, con
possibili conseguenze per la famiglia stessa. Per questo ho scelto
di usare un nome fittizio nell’intervista.
Hai mai avuto contatti
con altri ragazzi omosessuali in Afghanistan?
Sì, ma nessuno è
disposto a dichiarare pubblicamente la propria omosessualità. Se la
gente sa che uno è gay, lo insulta e gli sputa addosso per strada.
Come ci si riconosce fra
gay?
Non è facile, anche se
oggi siamo favoriti da internet.
Oltre a ciò, se hai un
rapporto sessuale con un altro uomo, egli ti tratta male, come se
fossi una prostituta.
In Afghanistan
sopravvivono anche rapporti omosessuali “tradizionali”, dove persone
anziane (che si dichiarerebbero eterosessuali) hanno rapporti
sessuali con ragazzi giovani che vengono ripagati con dei regali.
A me non è mai capitato
di vivere tale esperienza, ma ad alcuni miei amici sì.
L'Afghanistan, un paese
eternamente in guerra. Prima i sovietici, poi gli alleati. Ma per i
gay è davvero cambiato qualcosa?
Non è cambiato molto,
gli alleati non hanno mai affrontato il problema.
L’Afghanistan è una
terra martoriata, dove tutti arrivano per i propri interessi
politici ed economici, ma di certo non per quelli della popolazione.
Tuttavia i talebani
condannavano i gay a morte…
Allora nemmeno gli
eterosessuali potevano essere liberi di camminare per la strada con
la propria fidanzata, figurati i gay. Facevano cadere un muro
addosso agli omosessuali condannati a morte, com’è successo a Herat,
a Kandhar e a Mazar; so di diversi gay imprigionati a Kabul.
Oggi, anche se nella
capitale non governano più i talebani, è rimasta nella popolazione
una vera e propria avversione nei nostri confronti, un odio antico,
che ha radici religiose e culturali.
Va ricordato inoltre
che gli alleati controllano solo una parte del territorio e non
voglio pensare a cosa possa accadere laddove sopravvive la legge dei
talebani.
I giornali riportavano
di queste esecuzioni? La gente ne parlava?
Certamente, le notizie
giravano e venivano messe in risalto sulla stampa, quasi un trofeo
per i talebani.
E la gente andava
sostenendo che la pena era del tutto meritata.
Ti è mai capitato di
conoscere omosessuali perseguitati?
Sì, in diverse occasioni.
Un mio caro amico è finito in prigione e per uscire ha dovuto pagare
molto denaro sottobanco. Anche se non è più in vigore la Sharia,
permane il carcere per chi ha rapporti "contro-natura".
Secondo te la comunità
omosessuale internazionale potrebbe fare qualcosa per aiutare i gay
afgani?
Dovrebbe essere cambiata
la legge, magari bisognerebbe fare pressioni in questo senso. Solo
allora molti omosessuali troverebbero il coraggio di venire alla
luce e di sfidare l’avversione insita nella popolazione.
Hai una vita di
coppia....
Sì, sono felice con il
mio amore.
Che sogni vorresti
realizzare qui in Italia?
Vorrei frequentare
l’università, lavorare e condurre una vita serena.
Hai ancora contatti con
l'Afghanistan?
Sento costantemente i
miei famigliari e gli amici, anche se loro non sanno che sono gay.
In aiuto di Khalid
potrebbe venire l’emendamento presentato dal senatore Gianpaolo
Silvestri (Verdi), divenuto parte della legge n. 13 del 6
febbraio 2007: “Tra i gravi motivi possono essere comprese gravi
discriminazioni e repressioni di comportamenti riferiti al
richiedente che risultino oggetivamente perseguiti nel paese
d’origine o di provenienza e non costituenti reato per l’ordinamento
italiano”.
Una legge che
sicuramente può aiutare i gay perseguitati nel mondo: “Sì, ho
sempre lottato contro le discriminazioni in ogni settore della vita
politica al quale ho preso parte, ha affermato Silvestri
intervistato al telefono, ed anche in Senato ho pensato di
compiere il mio dovere”.
Recentemente un ragazzo
albanese ha ottenuto in Italia lo status di rifugiato perché
proveniente da un paese dove gli omosessuali, benché non perseguiti
dal codice penale, vengono ad essere vittime di gravi
discriminazioni e di una dura pressione sociale ("Pride" n. 97),
ma sono più di ottanta i paesi al mondo che hanno nei loro codici
penali leggi che prevedono il carcere per chi ha rapporti
omosessuali (<www.oliari.com/inpiu/paesi.htm).
Sette di questi (lo Yemen, il Sudan, la Nigeria, la Mauritania,
l’Iran, l’Arabia Saudita e parte dell’Afghanistan), prevedono
addirittura la pena di morte per gli omosessuali, una realtà che la
comunità omosessuale internazionale sta cercando di combattere.
Perché un mondo ideale e giusto prevede anche che i vari Khalid
possano vivere il loro orientamento affettivo e sessuale in piena
dignità e libertà.
|