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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO

  [ Numero 98 - Agosto 2007 ]

 Bullismo a Palermo.
Una sentenza destinata a fare storia.
 
 

Comunque andrà a finire è destinata a fare storia la querelle giudiziaria legata al caso della professoressa delle medie di Palermo insultata e poi denunciata per “abuso di mezzi di correzione” dai genitori di un alunno punito per comportamenti omofobici (vedi "Pride" di luglio, pagina 34).

 

È il 28 gennaio 2006 in una classe della scuola media “Silvio Boccone” nel quartiere Oreto, zona popolare a sud di Palermo. È l’ora di lettere che Claudio, dodicenne (nome di fantasia), passa nel bagno dei maschi insieme ad un compagno.

Giunge Matteo (altro nome di fantasia), che sta per entrare nel gabinetto quando Claudio gli sbarra la strada mettendosi di forza e dicendogli “non puoi entrare qui, sei gay, sei una femmina”.

Matteo torna in classe e scoppia in lacrime. La professoressa di lettere Giuseppa Valido, cinquantaseienne che in trent'anni d'insegnamento ne ha viste tante, richiama i ragazzi in aula ed istruisce un piccolo processo. Il compagno di marachelle di Claudio si scusa davanti alla classe con Matteo. Claudio, invece, a scusarsi non ci pensa proprio.

E la prof, evitando di mettere l’ennesima nota sul registro al ragazzo, che ne aveva già collezionate parecchie, gli impone di scrivere cento volte nel quaderno “Sono un deficiente” precedendo il compito con due righe di suo pugno per invitare i genitori a presentarsi a scuola, e spiegando il significato etimologico del termine “deficiente” usato qui non come insulto ma col significato di “mancante”, in questo caso, di rispetto.

 

Quando la professoressa torna a scuola dopo alcuni giorni, il ragazzo gli porta il quaderno con le cento frasi ed un messaggio da parte del genitore, “mio figlio sarà un deficiente ma lei è una cogliona”.

In più il padre del ragazzo denuncia l’insegnante ai carabinieri per “abuso di mezzi di correzione” da cui sarebbe derivato un danno psichico (articoli 571 e 582 del codice penale) e chiede un risarcimento di 25.000 euro. La denuncia è condivisa dal pubblico ministero Ambrogio Cartosio, che chiede in aggiunta due mesi di reclusione per l’imputata.

 

Intanto un giornale locale dà la notizia, e la vicenda diventa un caso nazionale.

La signora Valido agli inizi di giugno è molto provata, ma intenzionata a non abbassare la testa sul caso “Sono molto addolorata, non mi aspettavo tutto questo, volevo dare soltanto un messaggio alla classe e al ragazzino, senza appesantirlo con un’altra nota sul registro”, in sintesi dichiara a Raffaella Fanelli del "Corriere della sera".

“Cerco di stare sempre vicino ai ragazzi non solo insegnando loro a leggere e a scrivere, ma anche ad essere uomini e cittadini. Vorrei che i ragazzi imparassero a conoscersi, a discutere su tutte le cose, ascoltando le opinioni degli altri senza arrabbiarsi, riflettendo insieme e rispettando ciascuno per quello che è, perché ogni diversità è sempre una ricchezza per i ragazzi, mai niente di negativo”.

 

Commenti sul bullismo sono nel frattempo arrivati dal ministro Giuseppe Fioroni (Margherita), e dal direttore dell'ufficio scolastico siciliano Guido Di Stefano, e hanno iniziato a moltiplicarsi le iniziative di solidarietà in favore della professoressa.

EcoTV (http://www.ecotv.it) ha mandato in onda un video in cui il bullo, parodia di Bart Simpson, scrive alla lavagna “Perché devo pagare io se i miei genitori non mi hanno insegnato il rispetto per gli altri?” e “I miei genitori sono deficienti”.

Quest'ultima frase scritta anche su un cartello esibito al di fuori dal Tribunale di Palermo la mattina del 27 giugno, giorno della sentenza, quando gli attivisti storici Gino Campanella, Massimo Milani e Lorenzo Canale hanno chiamato a raduno la comunità lgbt di Palermo, (da “Articolo 3” all'Arcilesbica “Lady Oscar”) per un pacifico sit-in.

“Manifestiamo per sottolineare la contraddizione presente nell’istituzione scolastica in cui non ci sono strumenti per intervenire contro il bullismo e un'insegnante che fa il suo dovere finisce per trovarsi sotto accusa”, ha dichiarato inquest'occasione Vincenzo Rao, portavoce di “Articolo 3”. “Siamo qui per solidarietà con la professoressa e per denunciare una situazione di disagio nella scuola, nella quale temi come il bullismo e la lotta all’omofobia non vengono affrontati in maniera seria. Una situazione paradossale per la quale chiediamo a Fioroni di riflettere affinché siano presi provvedimenti”.

Ai manifestanti si sono uniti anche cittadini comuni, e tra loro Francesca Marceca, presidente di Agedo Palermo (http://www.agedopalermo.org) ed insegnante elementare: “Noi insegnanti non siamo passacarte o impiegati di ufficio, ma il nostro lavoro è la formazione di esseri sociali”, ci ha detto. “Possiamo discutere del tipo di punizione, ma non si può soprassedere di fronte a casi di omofobia come questo, sempre più frequenti nelle nostre scuole: questa insegnante è stata attenta poiché ha difeso lo studente più fragile con la stessa attenzione usata verso il bambino prepotente, che la maggiore delle volte è una persona che ha bisogno di aiuto. Dobbiamo insegnare al bullo a socializzare ed usare buone prassi scolastiche”.

 

Il giudice per l’udienza preliminare Piergiorgio Morosini ha infine assolto la professoressa perché “il fatto non sussiste” e ha letto la motivazione contestualmente alla sentenza (pubblicata su http://nuke.articolo3palermo.org/Testodellasentenza/tabid/150/Default.aspx), quasi a voler sottolineare la specificità della vicenda, per cui ha giudicato che “la punizione è un mezzo pedagogico-disciplinare rispettoso dell’incolumità fisica e morale del minore, e indispensabile per il raggiungimento di importanti obiettivi attraverso un’opera di convincimento e persuasione”, scagionando l’insegnante, nella quale c’era “la volontà di realizzare un sostegno solidaristico-protettivo nei confronti del soggetto debole, unitamente all’esigenza di non accreditare di fronte a tutta la classe modelli comportamentali negativi di prevaricazione sugli altri, che trascurano gli effetti psicologici di certe offese verbali”.

Le quali, insieme “ai comportamenti prepotenti ed intimidatori”, possono portare “a gesti gravi di autolesionismo e anche a tentativi di suicidio, come attestano recenti fatti di cronaca” (ed il riferimento è a Matteo, il 16 enne di Torino suicidatosi dopo aver subito atti di violenza a scuola per la sua presunta omosessualità).

 

La sentenza è stata giudicata di “livello europeo” e la comunità glbt l'ha salutata con approvazione.

Positivo è stato anche il commento di Paolo Patanè, avvocato nonché responsabile nazionale giuridico di Arcigay e presidente di Arcigay Sicilia: “Trovo che la sentenza sia innanzitutto bella, intelligente e ben costruita”, ci ha detto Patanè. “Pone bene l’accento su un vuoto normativo che caratterizza l’ordinamento giuridico italiano, le problematiche più grandi che sono dietro il gesto del bulletto omofobo, l’urgenza insomma della questione anche e soprattutto in Sicilia, dove non è possibile parlare di questi argomenti.

Questo dovrebbe essere l’anno delle pari opportunità per tutti, ma lo è davvero? Chi sono gli interlocutori istituzionali della società civile, dei movimenti: chi sono? Qui siamo fuori dall’Europa, e lo siamo veramente”.

 

“Bisogna capire che la scuola è lo specchio della società, se l’omofobia non esistesse nella scuola non esisterebbe neanche nella società”, ha aggiunto Giuseppe Burgio, docente di pedagogia all’Università di Palermo. “In Italia mancano studi sul problema. Gli stessi insegnanti si basano su luoghi comuni e stereotipi. Il bullismo non è aggressività indiscriminata ma verso gruppi che vengono percepiti come deboli, e riflette ciò che accade nella società. Le azioni educative vanno fatte anche con punizioni, ma è importante un'azione in termini culturali e sociali, con un lavoro sul sistema, dai bidelli, ai docenti, ai dirigenti scolastici, e soprattutto lavorando sui valori sociali di riferimento ed introducendo programmi appositi contro il bullismo, come accade già da anni in Europa”.

 

Purtroppo, nonostante queste considerazioni, dopo l'assoluzione il pubblico ministero (di cui aveva già destato stupore la scelta di rinvio a giudizio della docente) ha impugnato la sentenza poiché a suo dire i metodi della professoressa sarebbero da “rivoluzione cinese del ’66” mentre sarebbe (parole sue) “normale per i ragazzi apostrofarsi reciprocamente e, spesso, semplicemente per scherzo con espressioni omofobiche o che hanno per oggetto i presunti facili costumi delle madri”.

Motivazioni assurde, queste, che “esprimono un chiaro giudizio politico”, accusa Aurelio Mancuso, presidente nazionale Arcigay, “di chi vuole vedere la pagliuzza del metodo utilizzato della professoressa ma ha dimenticato di vedere la trave dell'omofobia dilagante fra i ragazzi delle giovani generazioni”.

 

La sentenza di Palermo è stata insomma solo un primo piccolo passo, un segno del fatto che le cose potrebbero cambiare, se solo ci fosse la volontà di farle cambiare. Ma non sempre nel nostro Paese questa volontà si trova.

 

 

 

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