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Comunque andrà a finire è destinata a fare storia
la querelle giudiziaria legata al caso della professoressa delle
medie di Palermo insultata e poi denunciata per “abuso di mezzi di
correzione” dai genitori di un alunno punito per comportamenti
omofobici (vedi "Pride" di luglio, pagina 34).
È il 28 gennaio 2006 in una classe della
scuola media “Silvio Boccone” nel quartiere Oreto, zona popolare a
sud di Palermo. È l’ora di lettere che Claudio, dodicenne (nome di
fantasia), passa nel bagno dei maschi insieme ad un compagno.
Giunge Matteo (altro nome di fantasia), che
sta per entrare nel gabinetto quando Claudio gli sbarra la strada
mettendosi di forza e dicendogli “non puoi entrare qui, sei gay, sei
una femmina”.
Matteo torna in classe e scoppia in lacrime.
La professoressa di lettere Giuseppa Valido, cinquantaseienne che in
trent'anni d'insegnamento ne ha viste tante, richiama i ragazzi in
aula ed istruisce un piccolo processo. Il compagno di marachelle di
Claudio si scusa davanti alla classe con Matteo. Claudio, invece, a
scusarsi non ci pensa proprio.
E la prof, evitando di mettere l’ennesima nota
sul registro al ragazzo, che ne aveva già collezionate parecchie,
gli impone di scrivere cento volte nel quaderno “Sono un deficiente”
precedendo il compito con due righe di suo pugno per invitare i
genitori a presentarsi a scuola, e spiegando il significato
etimologico del termine “deficiente” usato qui non come insulto ma
col significato di “mancante”, in questo caso, di rispetto.
Quando la professoressa torna a scuola dopo
alcuni giorni, il ragazzo gli porta il quaderno con le cento frasi
ed un messaggio da parte del genitore, “mio figlio sarà un
deficiente ma lei è una cogliona”.
In più il padre del ragazzo denuncia
l’insegnante ai carabinieri per “abuso di mezzi di correzione” da
cui sarebbe derivato un danno psichico (articoli 571 e 582 del
codice penale) e chiede un risarcimento di 25.000 euro. La denuncia
è condivisa dal pubblico ministero Ambrogio Cartosio, che chiede in
aggiunta due mesi di reclusione per l’imputata.
Intanto un giornale locale dà la notizia, e la
vicenda diventa un caso nazionale.
La signora Valido agli inizi di giugno è molto
provata, ma intenzionata a non abbassare la testa sul caso “Sono
molto addolorata, non mi aspettavo tutto questo, volevo dare
soltanto un messaggio alla classe e al ragazzino, senza appesantirlo
con un’altra nota sul registro”, in sintesi dichiara a Raffaella
Fanelli del "Corriere della sera".
“Cerco di stare sempre vicino ai ragazzi non
solo insegnando loro a leggere e a scrivere, ma anche ad essere
uomini e cittadini. Vorrei che i ragazzi imparassero a conoscersi, a
discutere su tutte le cose, ascoltando le opinioni degli altri senza
arrabbiarsi, riflettendo insieme e rispettando ciascuno per quello
che è, perché ogni diversità è sempre una ricchezza per i ragazzi,
mai niente di negativo”.
Commenti sul bullismo sono nel frattempo
arrivati dal ministro Giuseppe Fioroni (Margherita), e dal direttore
dell'ufficio scolastico siciliano Guido Di Stefano, e hanno iniziato
a moltiplicarsi le iniziative di solidarietà in favore della
professoressa.
EcoTV (http://www.ecotv.it)
ha mandato in onda un video in cui il bullo, parodia di Bart
Simpson, scrive alla lavagna “Perché devo pagare io se i miei
genitori non mi hanno insegnato il rispetto per gli altri?” e “I
miei genitori sono deficienti”.
Quest'ultima frase scritta anche su un
cartello esibito al di fuori dal Tribunale di Palermo la mattina del
27 giugno, giorno della sentenza, quando gli attivisti storici Gino
Campanella, Massimo Milani e Lorenzo Canale hanno chiamato a raduno
la comunità lgbt di Palermo, (da “Articolo 3” all'Arcilesbica “Lady
Oscar”) per un pacifico sit-in.
“Manifestiamo per sottolineare la
contraddizione presente nell’istituzione scolastica in cui non ci
sono strumenti per intervenire contro il bullismo e un'insegnante
che fa il suo dovere finisce per trovarsi sotto accusa”, ha
dichiarato inquest'occasione Vincenzo Rao, portavoce di “Articolo
3”. “Siamo qui per solidarietà con la professoressa e per denunciare
una situazione di disagio nella scuola, nella quale temi come il
bullismo e la lotta all’omofobia non vengono affrontati in maniera
seria. Una situazione paradossale per la quale chiediamo a Fioroni
di riflettere affinché siano presi provvedimenti”.
Ai manifestanti si sono uniti anche cittadini
comuni, e tra loro Francesca Marceca, presidente di Agedo Palermo (http://www.agedopalermo.org)
ed insegnante elementare: “Noi insegnanti non siamo passacarte o
impiegati di ufficio, ma il nostro lavoro è la formazione di esseri
sociali”, ci ha detto. “Possiamo discutere del tipo di punizione, ma
non si può soprassedere di fronte a casi di omofobia come questo,
sempre più frequenti nelle nostre scuole: questa insegnante è stata
attenta poiché ha difeso lo studente più fragile con la stessa
attenzione usata verso il bambino prepotente, che la maggiore delle
volte è una persona che ha bisogno di aiuto. Dobbiamo insegnare al
bullo a socializzare ed usare buone prassi scolastiche”.
Il giudice per l’udienza preliminare
Piergiorgio Morosini ha infine assolto la professoressa perché “il
fatto non sussiste” e ha letto la motivazione contestualmente alla
sentenza (pubblicata su
http://nuke.articolo3palermo.org/Testodellasentenza/tabid/150/Default.aspx),
quasi a voler sottolineare la specificità della vicenda, per cui ha
giudicato che “la punizione è un mezzo pedagogico-disciplinare
rispettoso dell’incolumità fisica e morale del minore, e
indispensabile per il raggiungimento di importanti obiettivi
attraverso un’opera di convincimento e persuasione”, scagionando
l’insegnante, nella quale c’era “la volontà di realizzare un
sostegno solidaristico-protettivo nei confronti del soggetto debole,
unitamente all’esigenza di non accreditare di fronte a tutta la
classe modelli comportamentali negativi di prevaricazione sugli
altri, che trascurano gli effetti psicologici di certe offese
verbali”.
Le quali, insieme “ai comportamenti prepotenti
ed intimidatori”, possono portare “a gesti gravi di autolesionismo e
anche a tentativi di suicidio, come attestano recenti fatti di
cronaca” (ed il riferimento è a Matteo, il 16 enne di Torino
suicidatosi dopo aver subito atti di violenza a scuola per la sua
presunta omosessualità).
La sentenza è stata giudicata di “livello
europeo” e la comunità glbt l'ha salutata con approvazione.
Positivo è stato anche il commento di Paolo
Patanè, avvocato nonché responsabile nazionale giuridico di Arcigay
e presidente di Arcigay Sicilia: “Trovo che la sentenza sia
innanzitutto bella, intelligente e ben costruita”, ci ha detto
Patanè. “Pone bene l’accento su un vuoto normativo che caratterizza
l’ordinamento giuridico italiano, le problematiche più grandi che
sono dietro il gesto del bulletto omofobo, l’urgenza insomma della
questione anche e soprattutto in Sicilia, dove non è possibile
parlare di questi argomenti.
Questo dovrebbe essere l’anno delle pari
opportunità per tutti, ma lo è davvero? Chi sono gli interlocutori
istituzionali della società civile, dei movimenti: chi sono? Qui
siamo fuori dall’Europa, e lo siamo veramente”.
“Bisogna capire che la scuola è lo specchio
della società, se l’omofobia non esistesse nella scuola non
esisterebbe neanche nella società”, ha aggiunto Giuseppe Burgio,
docente di pedagogia all’Università di Palermo. “In Italia mancano
studi sul problema. Gli stessi insegnanti si basano su luoghi comuni
e stereotipi. Il bullismo non è aggressività indiscriminata ma verso
gruppi che vengono percepiti come deboli, e riflette ciò che accade
nella società. Le azioni educative vanno fatte anche con punizioni,
ma è importante un'azione in termini culturali e sociali, con un
lavoro sul sistema, dai bidelli, ai docenti, ai dirigenti scolastici,
e soprattutto lavorando sui valori sociali di riferimento ed
introducendo programmi appositi contro il bullismo, come accade già
da anni in Europa”.
Purtroppo, nonostante queste considerazioni,
dopo l'assoluzione il pubblico ministero (di cui aveva già destato
stupore la scelta di rinvio a giudizio della docente) ha impugnato
la sentenza poiché a suo dire i metodi della professoressa sarebbero
da “rivoluzione cinese del ’66” mentre sarebbe (parole sue) “normale
per i ragazzi apostrofarsi reciprocamente e, spesso, semplicemente
per scherzo con espressioni omofobiche o che hanno per oggetto i
presunti facili costumi delle madri”.
Motivazioni assurde, queste, che “esprimono un
chiaro giudizio politico”, accusa Aurelio Mancuso, presidente
nazionale Arcigay, “di chi vuole vedere la pagliuzza del metodo
utilizzato della professoressa ma ha dimenticato di vedere la trave
dell'omofobia dilagante fra i ragazzi delle giovani generazioni”.
La sentenza di Palermo è stata insomma solo un
primo piccolo passo, un segno del fatto che le cose potrebbero
cambiare, se solo ci fosse la volontà di farle cambiare. Ma non
sempre nel nostro Paese questa volontà si trova.
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