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In Italia sui gay si può dire qualunque cosa, tanto
è tutto folklore. Per cui, se non bastavano ministri del precedente
governo che ci chiamavano "culattoni", o deputati dell’attuale
maggioranza che ci definiscono "deviati", ecco un rappresentante
delle istituzioni che propone direttamente lo sterminio.
Lo ha fatto l’assessore regionale lombardo
allo sport e ai giovani Pier Gianni Prosperini (An), che da tempo
propaganda questa ricetta. Qualche anno fa lo disse in un’intervista
perfino su “Pride”: “Per i gay ci vorrebbe il lanciafiamme”.
Adesso, com’è andato a spiegare di recente in
un dibattito televisivo, pensa di sperimentare il napalm. Oppure,
come ha dichiarato in un’intervista che “Il Giornale” ha pure
richiamato in prima pagina, si potrebbe usare la garrota. Non però
quella più tradizionale spagnola, che strozza semplicemente la
vittima, bensì “alla maniera degli Apache: cinghia bagnata legata
stretta attorno al cranio. Il sole asciuga il laccio umido, il cuoio
si ritira, il cervello scoppia”.
È evidente che Prosperini è già spappolato di
suo e non ha bisogno della garrota apache, come testimonia anche il
resto dell’intervista al “Giornale” in cui invoca le maniere forti
con immigrati, zingari e drogati. Ciò che lascia di stucco sono però
le flebili conseguenze dei suoi proclami dementi. Frasi di questo
genere sono da codice penale, ma nel caso specifico sarebbe anche
potuto bastare un consulto medico per interdire Prosperini e
lasciarlo libero di andare al parco a illustrare le sue teorie ai
piccioni.
Però non è successo. Le parole di questo
signore che se la prende coi froci per sentirsi più uomo, con ciò
forse denunciando qualche problema di virilità personale, hanno
provocato solo una polemichetta politica archiviata sul nascere.
L’opposizione di centrosinistra in consiglio
regionale ha strepitato doverosamente, abbandonando i lavori
dell’aula e delle commissioni in segno di protesta, ma non ha poi
sostenuto più di tanto lo scontro per ottenere le dimissioni di
Prosperini. E dire che per sollecitarle è intervento persino il
leader di An Gianfranco Fini, che per una volta ha dato retta alle
lamentele di Enrico Oliari (presidente di Gaylib e iscritto ad An)
sulla necessità di combattere l’estremismo omofobico nel partito.
“Prosperini si vergogni e si dimetta, di dirigenti come lui la
destra italiana non sa che farsene”, ha infatti affermato Fini, che
continua a studiare da statista.
Gli equilibri interni alla giunta regionale
lombarda hanno tuttavia avuto la meglio sul decoro minimo delle
istituzioni e il governatore Roberto Formigoni, da buon cattolico,
si è accontentato delle scuse di Prosperini per concedergli il
perdono.
L’assessore, prima di risolversi al gesto
riparatore, ha pasticciato parecchio. Prima ha tenuto a ribadire che
lui considera gli omosessuali dei malati, poi ha risposto a Fini
tentando di negare di aver detto quel che aveva detto.
Infine si è schiarito la gola ed è intervenuto
in consiglio regionale con il capo cosparso di cenere. “Sento il
dovere di rivolgermi a tutta la comunità omosessuale”, ha dichiarato,
“nei confronti della quale affermo di non aver mai provato alcuna
forma di ostilità e di avversione” (chissà se ci avesse odiato
davvero…).
“La libertà di costume e di espressione dei
sentimenti personali”, ha aggiunto, “rappresenta per me un
riferimento ideale e culturale dal quale non posso e non voglio
prescindere”.
Le sue parole sulla garrota, ha spiegato
ancora, “non volevano offendere nessuno ed erano tanto esagerate
quanto, proprio per questo, non suscettibili di essere letteralmente
interpretate”.
Quindi tutto chiarito: era solo una battuta e
Prosperini si è dato del pagliaccio da solo. Il caso è chiuso.
Viviamo su “Scherzi a parte” e l’assessore
rimane al suo posto.
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