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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO  [ Numero 79 - Gennaio 20006 ]
 Vade retro Sodoma  di Gianni Geraci

Con un grande battage pubblicitario su tutti i giornali, la Chiesa
cattolica ha pubblicato una Istruzione circa i criteri di discernimento
vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali
, che esclude
dal sacerdozio le persone omosessuali. In realtà il testo era rimasto
nel cassetto per molti anni, ed è stato pubblicato solo a seguito
d’intrighi e manovre. Eccone la storia, oltre a un’analisi degli errori
preteschi” che esso compie nell’analizzare la condizione omosessuale.
 
Il 4 novembre del 2002 Marco Politi, il vaticanista di “Repubblica”, ha
pubblicato un lungo articolo, Sacerdozio vietato ai gay, che sembrava
il frutto di una vera e propria “soffiata” giunta dai sacri palazzi. Si
parlava di un documento ufficiale di tre pagine, in fase di avanzata
elaborazione, che escludeva l’ammissione al sacerdozio di candidati
omosessuali.
L’impressione che si ricavava dalla lettura dell’articolo di Politi era
che l’autore della “soffiata” volesse provocare una reazione negativa
da parte degli ambienti ecclesiali esterni alla Santa Sede (Conferenze
episcopali, seminari, congregazioni religiose) in maniera da bloccare
il documento.
 
Il 5 dicembre dello stesso anno tutta la stampa riprendeva un lancio
dell’agenzia Sir (di proprietà, guarda caso, della Conferenza
Episcopale Italiana) in cui si proponeva, con grande risalto, il testo
di una lettera scritta a un vescovo dal cardinal Medina Estévez,
prefetto della “Congregazione per il culto divino e la disciplina dei
sacramenti”, in cui si affermava che: “L'ordinazione al diaconato o al
presbiterato di uomini omosessuali o con tendenza omosessuale è
assolutamente sconsigliabile e imprudente e, dal punto di vista
pastorale, molto rischiosa”, e si arrivava alla seguente conclusione:
“Una persona omosessuale o con tendenza omosessuale non è, pertanto,
idonea a ricevere il sacramento dell'Ordine sacro”.
La cosa strana era che la lettera, diffusa come se fosse una novità
degna di uno scoop, era stata protocollata in data 16 maggio 2002
(numero di protocollo 886/02/0), ovvero sei mesi prima della sua
pubblicazione.
A questo punto viene da chiedersi: perché la Santa Sede ha deciso,
contro la prassi corrente, di rendere pubblica la risposta riservata di
una Congregazione a un vescovo? E perché l’ha fatto con sei mesi di
ritardo?
Molto probabilmente la “soffiata” fatta a “Repubblica” aveva sortito il
suo effetto, e aveva effettivamente bloccato il documento. Allora gli
ambienti della Curia romana che l’avevano sostenuto non si sono
rassegnati, e hanno reso pubblica una lettera che, opportunamente
presentata, poteva passare per quel documento ufficiale che non aveva
visto la luce.
Sembrava quasi che la preoccupazione di questi ambienti non fosse tanto
fissare regole nuove, ma far passare, sulla stampa internazionale,
l’idea che le persone omosessuali non potessero accedere al sacerdozio.
 
Quale fosse, nel 2002, la posizione di Benedetto XVI sull’argomento,
non lo si poteva sapere: il confronto che ha portato agli eventi che ho
appena descritto è avenuto nel più assoluto riserbo.
 
A distanza di tre anni però, ecco la pubblicazione di questa Istruzione
circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con
tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al seminario e agli
ordini sacri, che ci dà una risposta: se durante il pontificato di
Giovanni Paolo II la pressione dei gruppi che considerano
l’omosessualità “incompatibile con una solida maturità affettiva” era
bilanciata da quanti (basandosi magari sull’esperienza dei tanti
consacrati omosessuali che vivono con responsabilità il loro ministero)
erano contrari a un documento specifico che escludesse i gay
dall’ordinazione sacerdotale, la sua elezione ha modificato questi
equilibri, ed ha confortato le posizioni di chi considera
l’omosessualità sempre e comunque qualcosa di “oggettivamente
disordinato” e ha portato alla pubblicazione di quello stesso documento
che, nel 2002, era stato accantonato.
 
La parte che, quasi sicuramente, aveva suscitato le perplessità di
quanti erano riusciti a rimandare la pubblicazione di questo documento
è contenuto nella seconda sezione, quella che parla di Omosessualità e
ministero ordinato. Le altre due sezioni, infatti, non presentano
nessuna novità significativa: la prima richiama la necessità, già
ribadita più volte in passato, di una solida maturità affettiva dei
candidati al sacerdozio; la terza traduce in raccomandazioni pratiche
le indicazioni date nella sezione precedente.
 
In questa seconda sezione c’è innanzi tutto un richiamo esplicito al
Catechismo della Chiesa Cattolica, anche se la distinzione tra atti e
tendenza omosessuali che veniva ripresa dalla dichiarazione Persona
Humana del 1975, viene poi immediatamente smentita quando persone che
praticano l’omosessualità, persone che presentano tendenze omosessuali
profondamente radicate e persone che sostengono una non meglio
specificata “cultura gay” vengono tutte escluse, senza distinzione, dal
sacerdozio.
C’è poi un richiamo sommario ai contenuti dello stesso Catechismo e,
più ancora dei passi citati, colpisce l’assenza dell’unico brano dello
stesso Catechismo in cui il Magistero della chiesa assegna alla
condizione omosessuale una sua specifica “progettualità”, quello cioè
in cui si afferma che le persone omosessuali: “Attraverso le virtù
della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il
sostegno, talvolta, di un'amicizia disinteressata, con la preghiera e
la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente,
avvicinarsi alla perfezione cristiana” (cfr. CCC 2359).
Viene invece rivolto agli omosessuali l’invito a “unire al sacrificio
della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare”.
 
è chiaro che l’idea di omosessualità che c’è dietro alle due
impostazioni è diametralmente opposta: nel Catechismo le persone
omosessuali venivano incoraggiate a prendere in mano la loro vita e a
viverla responsabilmente alla luce della rivelazione cristiana; in
questa istruzione, invece, gli omosessuali vengono trattati come poveri
disgraziati che debbono, per forza di cose, soffrire per la loro
disgrazia e che possono trovare un senso alla loro sofferenza nella
croce di Gesù.
 
La frase più significativa è però quella in cui si afferma
“chiaramente” che la Chiesa “non può ammettere al Seminario e agli
Ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze
omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura
gay”.
Si tratta, come si vede, di una presa di posizione molto decisa, che si
scontra con la prassi (che si era affermata soprattutto negli Stati
Uniti) d’incoraggiare la consacrazione delle persone omosessuali.
Come spiega molto bene il teologo Eugen Drewermann, autore di un
poderoso saggio dedicato al clero cattolico e alle sue nevrosi
(Funzionari di Dio, Raetia, Bolzano 1996), si poteva parlare di una
vera e propria “omosessualità clericale” alimentata, durante la
pubertà, da quel sistema di prescrizioni e divieti che tendono a
reprimere il contatto del giovane adolescente con le donne. In questo
sistema il giovane omosessuale riconosce una risposta al suo scarso
interesse per il mondo femminile, qualcosa che lo giustifica e lo
tranquillizza nel momento in cui si accorge di essere “diverso” dai
suoi coetanei eterosessuali.
All’interno di questo percorso, sempre secondo Drewermann, la Chiesa
“farà l’impossibile per proteggere e corteggiare l’omosessualità
latente e caratteriale”, tranquillizzando i seminaristi che si
spaventano per le loro fantasie omosessuali e proteggendo in ogni modo
quanti, tra i membri del clero, pur vivendo in maniera attiva la
propria omosessualità, lo fanno in modo discreto, che non desta
“scandalo“.
 
Una conferma di questa spietata analisi di Drewermann, d’altra parte,
emerge in un passo della stessa Istruzione appena pubblicata, quando si
sostiene che: “qualora, invece, si trattasse di tendenze omosessuali
che fossero solo l'espressione di un problema transitorio, come, ad
esempio, quello di un'adolescenza non ancora compiuta, esse devono
comunque essere chiaramente superate almeno tre anni prima
dell'Ordinazione diaconale”. Pur di coniugare la condanna
dell’omosessualità con la prassi di proporre l’Ordinazione sacerdotale
alle persone omosessuali che non si accettano in quanto tali, si
inventa qui il concetto di “omosessualità reversibile”, attingendo a
piene mani alla paccottiglia pseudoscientifica che sta affermandosi
negli ambienti clericali.
 
Fatte queste premesse, è facile capire le parole di un cattolico come
Luigi de Paoli, coordinatore nazionale del movimento “Noi siamo
Chiesa”, che ha bollato l’Istruzione vaticana come: “Un doppio
imbroglio, sia rispetto al Vangelo, sia sul versante delle scienze
umane”.
Da un lato infatti l’equiparazione tra orientamento omosessuale e
immaturità afffettiva non trova nessun riscontro nell’esperienza
concreta delle migliaia di omosessuali che vivono serenamente e in
maniera responsabile la loro affettività.
Dall’altro l’idea di ammettere al sacerdozio i tanti omosessuali
repressi che, pur di non riconoscere la propria omosessualità,
raccontano a se stessi, ai loro educatori e alle loro coscienze, di
aver vissuto esperienze omoerotiche transitorie, significa aggravare
l’oggettiva condizione d’immaturità affettiva in cui versa la
stragrande maggioranza del clero cattolico.
 
Dopo questa Istruzione, in Vaticano potranno anche dire di aver risolto
il problema dei seminaristi omosessuali, ma di certo prenderebbero in
giro se stessi e il mondo se dicessero di aver finalmente fissato
regole in grado di dare alla Chiesa i sacerdoti capaci di vivere
serenamente la promessa di celibato che la Chiesa impone.
 
(Il testo del documento è online sul sito ufficiale del Vaticano:
http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/ccatheduc/documents/
rc_con_ccatheduc_doc_20051104_istruzione_it.html )
 
 

 

 

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