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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO

  [ Numero 103 - Gennaio 2008 ]

 Aids: perché i gay se ne fregano?
 

I sieropositivi si riconoscono a prima vista. E il sesso orale è sempre sicuro. Sono alcune delle (false) convinzioni che emergono dalla prima ricerca scientifica che ha analizzato i comportamenti dei maschi che fanno sesso con maschi. E che dimostra che c’è ancora tanto bisogno di informazione
 

Gianni Rezza non perde occasione per sottolinearlo. Il responsabile del "Centro operativo Aids" dell’Istituto superiore di sanità (che ogni anno pubblica i dati relativi alla diffusione dell’Hiv e dell’Aids in Italia) si dice sempre preoccupato. Un gruppo di popolazione come gli omosessuali, che nei primi anni dell’epidemia si era dimostrato così impegnato nella prevenzione da riuscire a ridurre sensibilmente le nuove infezioni e i casi di Aids, ora registra un’evidente disattenzione verso la malattia.

 

Sono soprattutto i giovani gay a fregarsene dei rischi di contagio, probabilmente perché loro non sono stati esposti alle campagne informative dello scorso decennio (e soprattutto non hanno per fortuna vissuto l'esperienza traumatica degli amici che morivano di Aids attorno e accanto a loro).

Insomma sanno poco, quel poco che sanno è insufficiente a modificare il loro comportamento ed è così che “l’uso del preservativo è abbastanza diminuito in generale… si fa fatica a vedere che le persone tirano fuori il preservativo nel momento in cui stanno per avere dei rapporti penetrativi”.

Questa affermazione è tratto dal colloquio che alcuni esponenti della Lila (Lega italiana lotta all’Aids) di Milano hanno avuto con un gruppo di ragazzi che praticano sesso non protetto, nella fase preliminare del progetto intitolato: “Ricerca sulle motivazioni che portano la popolazione omo-bisessuale (Msm) alla pratica consapevole di comportamenti sessuali a rischio”. Il progetto è stato realizzato da Lila Milano in collaborazione con Arcigay Cig di Milano, Circolo di cultura omosessuale "Mario Mieli" e Lila nazionale.

 

Al di là del titolo infelice (che lascerebbe intendere che tutti i maschi che fanno sesso con maschi (Msm) se ne infischiano della sicurezza, cosa evidentemente non vera) lo studio è il primo tentativo serio di usare metodi scientifici per cercare risposte alla domanda: “Perché i gay e i bisessuali stanno abbassando la guardia nei confronti dell’Aids?”. E qualche dato interessante viene fuori.

 

L’indagine preliminare è stata condotta su venti uomini tra i 18 e i 55 anni di Milano, Roma e Torino che ammettono di fare sesso non protetto. Un terzo di loro era sieropositivo, un terzo negativo e un terzo non conosceva il suo stato sierologico.

Con loro i volontari hanno avuto colloqui aperti sul tema della vita gay, dell’Aids e del sesso, dai quali sono stati individuati alcuni temi significativi, che a loro volta hanno costituito il nucleo centrale per la realizzazione di questionari da somministrare al campione vero e proprio della ricerca nelle sedi Lila, Arcigay e Mario Mieli, e anche in occasione del Pride di Milano.

Sono stati raccolti così 322 questionari correttamente compilati, attraverso i quali è possibile farsi un’idea un po’ più dettagliata delle motivazioni che portano alcuni gay a praticare il sesso non protetto.

 

In realtà, gli atteggiamenti di menefreghismo totale appartengono a una minoranza, anche se è del 18,6 per cento la quota di coloro che dicono di non usare il preservativo perché sono sieropositivi e vogliono godersi la vita e dell’11,8% quella di chi fatalmente crede che se non se l’è beccato finora non se lo beccherà più.

Per il resto, quasi una persona su due (il 46,4%) rinuncia all’uso del profilattico adottando altre precauzioni, come eiaculare fuori o cercare il partner “giusto”.

 

Ed è qui che vengono le prime sorprese: non sono pochi quelli che dichiarano di basarsi anche su aspetto fisico e comportamento per distinguere una persona sieropositiva da una negativa. Insomma, un ragazzone muscoloso non può avere l’Hiv e posso scoparci tranquillamente senza protezione; ne sono convinti soprattutto i giovanissimi, che costituiscono quasi l’80% di coloro che credono che avere rapporti senza preservativo con persone “fidate” non sia un comportamento a rischio. Non sanno, evidentemente, che la sieropositività non si vede a occhio nudo.

 

Ma c’è anche un altro equivoco: molti ragazzi sieronegativi (42,8%) sono convinti che se qualcuno propone loro di fare sesso senza condom lo fa perché anche lui è negativo; viceversa le persone sieropositive ritengono che chi propone rapporti non protetti lo fa perché è anche lui sieropositivo.

Se si aggiunge il fatto che oltre il 43% degli intervistati non propone di usare il preservativo per paura di essere rifiutato, è facile farsi un’idea di quanti contagi possa provocare un pregiudizio come questo...

 

Sempre nella macrocategoria di chi cerca di “limitare i rischi” possiamo inserire anche quelli (43,4%) che lasciano il condom a casa perché "tanto hanno pochi rapporti"; bisognerebbe ricordare loro che purtroppo può bastare un solo rapporto non protetto per contagiarsi.

C’è invece un’altra categoria che corrisponde a quelli che col preservativo hanno proprio resistenze di carattere personale: il 36,2% dice che "fa perdere la sensibilità" e per il 34,2% "interrompe la pulsione". Per loro, il consiglio è di leggere su "Pride" gli interventi di Pigi Mazzoli, sempre così abile nel descrivere anche il lato divertente dell’utilizzo del condom.

Infine bisogna stabilire in che categoria mettere quelli che il preservativo non pensano ad usarlo perché sono sotto effetto di droghe o alcol. E non sono pochi…

 

Riguardo le pratiche considerate più o meno a rischio, le convinzioni errate sono ancora molte: il 43% del campione (e si tratta di soggetti di tutte le età e abitudini) indica nel sesso orale il principale comportamento sessuale sicuro. Ma se è vero che, se si evita il contatto con lo sperma, il rapporto presenta rischi molto ridotti, è anche vero che questi rischi (soprattutto se lo sperma viene ricevuto in bocca) sono tutt’altro che inesistenti. Discorso questo che non vale solo in riferimento al possibile contagio da Hiv, ma anche per altre malattie a trasmissione sessuale come la sifilide. Certo, l’uso del profilattico nei rapporti orali è sgradevole per molti, ma qui ognuno deve fare le proprie considerazioni sul rapporto tra rischio e piacere.

 

Un’importante novità è rappresentata dal fatto che alcune persone considerano il test e la profilassi post-esposizione come mezzi per ridurre il rischio di contrarre l’Hiv. Ora, anche se alcune campagne istituzionali hanno sottolineato giustamente l’importanza di sottoporsi al test per individuare per tempo l’infezione e sottoporsi subito alle relative cure, forse hanno anche suggerito involontariamente che un risultato negativo possa costituire un lasciapassare per continuare a praticare sesso non protetto.

Così come è discutibile il ricorso che taluni fanno alla profilassi post-esposizione (Ppe) che prevede, entro poche ore dal rischio di contagio, la terapia anti-retrovirale per un mese: questa metodica, però, è riservata alle persone che si espongono al pericolo di infezione svolgendo il proprio lavoro (medici, infermieri ecc.) e alle donne vittime di stupro. Solo in rari casi può essere indicata per chi entra in contatto con il virus per vie sessuali (rottura del profilattico con partner notoriamente sieropositivo) e comunque non può essere considerata in nessun modo un metodo di prevenzione dell’infezione, anche perché non esistono dati scientifici che ne dimostrino l’efficacia in questo senso.

 

Concludiamo, come d’obbligo, con una riflessione: se tre intervistati su quattro dichiarano di avere paura dell’Aids e solo il 23% dice di saperne quanto basta sull’argomento, è evidente che c’è qualcosa che non funziona nella diffusione delle informazioni sull’Hiv.

C’è ancora molto bisogno di lanciare messaggi chiari, approfonditi, liberi da condizionamenti culturali che obblighino a un linguaggio ambiguo (slogan come “Usa la testa” o “Se lo conosci lo eviti” hanno fatto il loro tempo).

Il nuovo spot ministeriale, che dovrebbe andare in onda a partire da gennaio, è il primo che nomina esplicitamente il preservativo; speriamo che sia solo l’inizio di un programma capillare ed efficace che raggiunga tutti gli strati della popolazione, a partire da quelli giovanili.

 

 

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