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I sieropositivi si riconoscono a prima vista. E il sesso orale è
sempre sicuro. Sono alcune delle (false) convinzioni che emergono
dalla prima ricerca scientifica che ha analizzato i comportamenti
dei maschi che fanno sesso con maschi. E che dimostra che c’è ancora
tanto bisogno di informazione
Gianni Rezza non
perde occasione per sottolinearlo. Il responsabile del "Centro
operativo Aids" dell’Istituto superiore di sanità (che ogni anno
pubblica i dati relativi alla diffusione dell’Hiv e dell’Aids in
Italia) si dice sempre preoccupato. Un gruppo di popolazione come
gli omosessuali, che nei primi anni dell’epidemia si era dimostrato
così impegnato nella prevenzione da riuscire a ridurre sensibilmente
le nuove infezioni e i casi di Aids, ora registra un’evidente
disattenzione verso la malattia.
Sono soprattutto i giovani gay a fregarsene dei rischi di contagio,
probabilmente perché loro non sono stati esposti alle campagne
informative dello scorso decennio (e soprattutto non hanno per
fortuna vissuto l'esperienza traumatica degli amici che morivano di
Aids attorno e accanto a loro).
Insomma sanno poco, quel poco che sanno è insufficiente a modificare
il loro comportamento ed è così che “l’uso del preservativo è
abbastanza diminuito in generale… si fa fatica a vedere che le
persone tirano fuori il preservativo nel momento in cui stanno
per avere dei rapporti penetrativi”.
Questa affermazione è tratto dal colloquio che alcuni esponenti
della Lila (Lega italiana lotta all’Aids) di Milano hanno avuto con
un gruppo di ragazzi che praticano sesso non protetto, nella fase
preliminare del progetto intitolato: “Ricerca sulle motivazioni
che portano la popolazione omo-bisessuale (Msm) alla pratica
consapevole di comportamenti sessuali a rischio”. Il progetto è
stato realizzato da Lila Milano in collaborazione con Arcigay Cig di
Milano, Circolo di cultura omosessuale "Mario Mieli" e Lila
nazionale.
Al di là del titolo infelice (che lascerebbe intendere che tutti i
maschi che fanno sesso con maschi (Msm) se ne infischiano della
sicurezza, cosa evidentemente non vera) lo studio è il primo
tentativo serio di usare metodi scientifici per cercare risposte
alla domanda: “Perché i gay e i bisessuali stanno abbassando la
guardia nei confronti dell’Aids?”. E qualche dato interessante viene
fuori.
L’indagine preliminare è stata condotta su venti uomini tra i 18 e i
55 anni di Milano, Roma e Torino che ammettono di fare sesso non
protetto. Un terzo di loro era sieropositivo, un terzo negativo e un
terzo non conosceva il suo stato sierologico.
Con loro i volontari hanno avuto colloqui aperti sul tema della vita
gay, dell’Aids e del sesso, dai quali sono stati individuati alcuni
temi significativi, che a loro volta hanno costituito il nucleo
centrale per la realizzazione di questionari da somministrare al
campione vero e proprio della ricerca nelle sedi Lila, Arcigay e
Mario Mieli, e anche in occasione del Pride di Milano.
Sono stati raccolti così 322 questionari correttamente compilati,
attraverso i quali è possibile farsi un’idea un po’ più dettagliata
delle motivazioni che portano alcuni gay a praticare il sesso non
protetto.
In realtà, gli atteggiamenti di menefreghismo totale
appartengono a una minoranza, anche se è del 18,6 per cento la quota
di coloro che dicono di non usare il preservativo perché sono
sieropositivi e vogliono godersi la vita e dell’11,8% quella di chi
fatalmente crede che se non se l’è beccato finora non se lo beccherà
più.
Per il resto, quasi una persona su due (il 46,4%) rinuncia all’uso
del profilattico adottando altre precauzioni, come eiaculare fuori o
cercare il partner “giusto”.
Ed è qui che vengono le prime sorprese: non sono pochi quelli che
dichiarano di basarsi anche su aspetto fisico e comportamento per
distinguere una persona sieropositiva da una negativa. Insomma,
un ragazzone muscoloso non può avere l’Hiv e posso scoparci
tranquillamente senza protezione; ne sono convinti soprattutto i
giovanissimi, che costituiscono quasi l’80% di coloro che credono
che avere rapporti senza preservativo con persone “fidate” non sia
un comportamento a rischio. Non sanno, evidentemente, che la
sieropositività non si vede a occhio nudo.
Ma c’è anche un altro equivoco: molti ragazzi sieronegativi (42,8%)
sono convinti che se qualcuno propone loro di fare sesso senza
condom lo fa perché anche lui è negativo; viceversa le persone
sieropositive ritengono che chi propone rapporti non protetti lo fa
perché è anche lui sieropositivo.
Se si aggiunge il fatto che oltre il 43% degli intervistati non
propone di usare il preservativo per paura di essere rifiutato,
è facile farsi un’idea di quanti contagi possa provocare un
pregiudizio come questo...
Sempre nella macrocategoria di chi cerca di “limitare i rischi”
possiamo inserire anche quelli (43,4%) che lasciano il condom a casa
perché "tanto hanno pochi rapporti"; bisognerebbe ricordare
loro che purtroppo può bastare un solo rapporto non protetto per
contagiarsi.
C’è invece un’altra categoria che corrisponde a quelli che col
preservativo hanno proprio resistenze di carattere personale: il
36,2% dice che "fa perdere la sensibilità" e per il 34,2% "interrompe
la pulsione". Per loro, il consiglio è di leggere su "Pride" gli
interventi di Pigi Mazzoli, sempre così abile nel descrivere anche
il lato divertente dell’utilizzo del condom.
Infine bisogna stabilire in che categoria mettere quelli che il
preservativo non pensano ad usarlo perché sono sotto effetto di
droghe o alcol. E non sono pochi…
Riguardo le pratiche considerate più o meno a rischio, le
convinzioni errate sono ancora molte: il 43% del campione (e si
tratta di soggetti di tutte le età e abitudini) indica nel sesso
orale il principale comportamento sessuale sicuro. Ma se è vero che,
se si evita il contatto con lo sperma, il rapporto presenta rischi
molto ridotti, è anche vero che questi rischi (soprattutto se lo
sperma viene ricevuto in bocca) sono tutt’altro che inesistenti.
Discorso questo che non vale solo in riferimento al possibile
contagio da Hiv, ma anche per altre malattie a trasmissione sessuale
come la sifilide. Certo, l’uso del profilattico nei rapporti orali è
sgradevole per molti, ma qui ognuno deve fare le proprie
considerazioni sul rapporto tra rischio e piacere.
Un’importante novità è rappresentata dal fatto che alcune persone
considerano il test e la profilassi post-esposizione come mezzi per
ridurre il rischio di contrarre l’Hiv. Ora, anche se alcune campagne
istituzionali hanno sottolineato giustamente l’importanza di
sottoporsi al test per individuare per tempo l’infezione e
sottoporsi subito alle relative cure, forse hanno anche suggerito
involontariamente che un risultato negativo possa costituire un
lasciapassare per continuare a praticare sesso non protetto.
Così come è discutibile il ricorso che taluni fanno alla profilassi
post-esposizione (Ppe) che prevede, entro poche ore dal rischio di
contagio, la terapia anti-retrovirale per un mese: questa metodica,
però, è riservata alle persone che si espongono al pericolo di
infezione svolgendo il proprio lavoro (medici, infermieri ecc.) e
alle donne vittime di stupro. Solo in rari casi può essere indicata
per chi entra in contatto con il virus per vie sessuali (rottura del
profilattico con partner notoriamente sieropositivo) e comunque non
può essere considerata in nessun modo un metodo di prevenzione
dell’infezione, anche perché non esistono dati scientifici che ne
dimostrino l’efficacia in questo senso.
Concludiamo, come d’obbligo, con una riflessione: se tre
intervistati su quattro dichiarano di avere paura dell’Aids e solo
il 23% dice di saperne quanto basta sull’argomento, è evidente che
c’è qualcosa che non funziona nella diffusione delle informazioni
sull’Hiv.
C’è ancora molto bisogno di lanciare messaggi chiari, approfonditi,
liberi da condizionamenti culturali che obblighino a un linguaggio
ambiguo (slogan come “Usa la testa” o “Se lo conosci lo eviti” hanno
fatto il loro tempo).
Il nuovo spot ministeriale, che dovrebbe andare in onda a partire da
gennaio, è il primo che nomina esplicitamente il preservativo;
speriamo che sia solo l’inizio di un programma capillare ed efficace
che raggiunga tutti gli strati della popolazione, a partire da
quelli giovanili. |