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L’eroe più festeggiato e
vezzeggiato del voto per le regionali di aprile è Nichi
Vendola,
il “gay comunista con l’orecchino”, condannato dai
pronostici, e promosso dagli elettori.
La sua vittoria segna un punto di svolta e fa sperare in una
nuova stagione di
evoluzione civile per il sud e per l’Italia.
Ha detto bene Nichi Vendola all’indomani dell’inattesa
vittoria che l’ha portato sulla poltrona di presidente della
regione Puglia: “Un risarcimento per tutti i gay italiani”.
La dimostrazione, cifre alla mano, del fatto che essere un
omosessuale dichiarato, sicuro della propria dignità e
delle proprie ragioni, non è più quell’ostacolo elettorale
insormontabile che eterosessuali di destra e di sinistra hanno
fino a ieri invocato, a tutela della propria “naturale” ed
esclusiva capacità di rappresentanza.
Comunque, per chi è gay, lesbica o trans (e sa sulla propria
pelle quanta fatica costi crescere con questa consapevolezza,
scegliendo malgrado tutto di diventare una persona che cammina
a testa alta) il risarcimento più bello non è forse quello
offerto dagli elettori
pugliesi, ma l’affettuosa autocritica dei genitori di Nichi
Vendola a proposito dell’atteggiamento che ebbero, a suo
tempo, a proposito dell’omosessualità del loro figlio.
Citiamo la mamma, che è stata molto chiara: “Noi non abbiamo
mai fatto domande, non abbiamo mai pensato nulla. Siamo stati
proprio scemi, perché il nostro ragazzo soffriva e aveva
bisogno del nostro affetto”.
è vero che ormai sono per fortuna sempre di più le mamme e i
babbi che accettano i figli gay, magari senza nemmeno bisogno
di pronunciare dei mea culpa a posteriori, ma certo è la prima
volta che la famiglia di un leader politico italiano si
sbilancia a questo modo. Segno
inequivocabile del fatto che siamo finalmente passati dal
terreno della sollecitudine privata a quello della
rivendicazione pubblica di un modo di pensare più ragionevole.
Vendola ha strappato lo scettro di governatore della Puglia
al presidente uscente del centrodestra, Raffaele Fitto, con
uno scarto di soli 14.000 voti su oltre due milioni di votanti.
Pochissimo, se si pensa ai distacchi a due cifre che in virtù
del terremoto politico
d’aprile i candidati del centrosinistra hanno inflitto a
quelli del centrodestra nelle altre regioni del sud dove si è
votato. Ma tantissimo, se si considera invece che proprio
l’eccentrica candidatura di Vendola era stata giudicata dai
più accreditati analisti politici
come una specie di regalo al centrodestra.
Per tutta la durata della campagna elettorale Fitto era stato
previsto vincente e Vendola si è trovato a dover rincorrere un
risultato già dato per scontato, sia pure con qualche
concessione alla scaramanzia. E ancora alla vigilia del voto,
benché spirasse nell’aria e nei sondaggi l’odore di una
rimonta sul centrodestra, tutti erano pronti a riconoscergli
l’onore delle armi per la sconfitta di cui si sarebbe dovuto
fare carico.
Le cose poi sono andate diversamente e la batosta se l’è
beccata Fitto.
Indimenticabile lo sguardo incredulo consegnato alle
telecamere delle tivù nazionali dall’ormai ex presidente della
regione Puglia, erede di una dinastia di potenti che nel
proprio bagaglio manageriale non aveva inserito il know how
per perdere con la dovuta eleganza.
L’imprevisto vincitore del duello ha ripetuto in varie
occasioni che la sua è stata una “vittoria della sociologia
sulla politica”. La società pugliese, in sostanza, si è
ribellata a una falsa immagine di sé, cristallizzata
nell’ideologia di una destra che pensava fosse
sufficiente fare leva sui valori tradizionali (Dio, Patria e
Famiglia) per ricacciare ai margini il comunista frocio con
l’orecchino che una specie di scherzo del destino aveva
promosso, a dispetto dei pronostici, a candidato ufficiale del
centrosinistra. Con incredulità e
disappunto, tra l’altro, anche di buona parte dei dirigenti
locali e nazionali dello stesso centrosinistra.
La maggioranza dei pugliesi ha mandato a dire che i tempi sono
davvero cambiati a chi sperava di vivere di rendita,
all’infinito, su una caricatura di società che puzza d’incenso
e di ipocrisia. E che dopotutto un “ricchione” attento ai
bisogni sociali è preferibile al
rispetto di maniera di una tradizione, che poi modernamente
ruba ai poveri per dare ai ricchi, secondo i principi del
liberismo berlusconiano.
Va detto che Raffaele Fitto non ha puntato
principalmente, nella propria campagna elettorale,
sull’accanimento personale nei confronti dell’avversario,
contando sul fatto che un velo di fair play facesse risaltare
in positivo l’incancellabile sicurezza di sé. Fitto,
dopotutto, è lo stesso uomo che due anni fa diede la propria
benedizione al gay pride di Bari scandalizzando parecchi dei
suoi alleati politici.
Ma se a gettare schizzi di fango su Nichi Vendola non ha
provveduto direttamente lui, ci hanno pensato in compenso
alcuni dei suoi sostenitori. A cominciare da alcuni
dirigenti di An, convinti del fatto che evocare immagini
diaboliche fosse una strategia vincente. A urne chiuse, il
vincitore si è preso la piccola soddisfazione di presentare
il conto, ricordando nelle interviste che, alla faccia del
fair play, nell’infuriare della battaglia gli erano piovute
addosso accuse di ogni genere: sostenitore della
prostituzione, nemico della famiglia, drogato e anche
pedofilo, visto che ormai perfino a destra quasi tutti hanno
capito che attaccare un gay dichiarato per la propria palese
omosessualità finisce sempre per rivelarsi un autogol.
Vendola ha confessato poi di aver sofferto molto per i
colpi bassi ricevuti, ma ha stretto i denti e non ha perso
le staffe. Fin dall’inizio aveva fatto la scelta, che si è
rivelata vincente, di valorizzare le proprie peculiarità di
candidato fuori dagli schemi.
Così, con l’aiuto di un’ottima squadra di pubblicitari che ha
curato la sua immagine, è uscito sui manifesti elettorali
rispedendo al mittente come un boomerang le etichette con le
quali i nemici più incarogniti speravano di distruggerlo. Si è
descritto come “estremista nell’amore
per la Puglia”, “pericoloso come tutte le persone oneste” e
perfino “diverso da quelli che oggi governano la Puglia”.
Giochi di parole e concetti ironicamente ben congegnati, che a
ben vedere tendevano a tranquillizzare gli animi degli
elettori e a mitigare i caratteri
potenzialmente più dirompenti della sua storia politica.
Inoltre ha cercato di bilanciare un’immagine di partenza molto
spostata a sinistra, e collocata ben oltre i recinti della
normalità, portando allo scoperto aspetti di sé più “normali”.
Specialmente il fatto di essere un cattolico (sia pure
eretico), che nelle settimane dell’agonia papale coincidenti
con la campagna elettorale lo ha certo aiutato a superare
parecchie diffidenze.
Questo può certo spiacere a chi apprezzava di più il Nichi
“alternativo” e suggerire qualche preoccupazione in merito
alle future mosse del Vendola “di governo”. Ma per un altro
verso, l’orgogliosa rivendicazione di appartenenza religiosa,
oltre a rivelarsi un buon espediente tattico in questa Italia
di santi, conformisti e superstiziosi, serve a ricordare che
dentro la fede maggioritaria nel nostro paese c’è qualcosa di
diverso dalla morale bacchettona a cui si
aggrappa disperatamente il Vaticano, con il sostegno di
convenienza di una bella fetta di politici di professione.
Peccato solo che le elezioni regionali non abbiano alcuna
influenza diretta sugli orientamenti dei cardinali in
conclave...
Non aspettiamoci, in ogni caso (anche se il neo presidente
della Puglia ha già manifestato l’intenzione di trasformare la
sua regione nella “California d’Italia”) che Bari diventi d’un
botto una seconda San Francisco. è legittimo però augurarsi
che Vendola faccia tesoro di una sensibilità e di uno stile di
governo inclusivo, che ha già mietuto successi spettacolari in
altre parti d’Europa (valga per tutti il caso di Parigi con il
suo sindaco gay “non militante”).
Un’apertura di credito in questo senso cominciano a darla
anche alcuni di coloro che nel centrosinistra avevano
giudicato avventata e perdente la candidatura di Nichi.
Giuseppe Caldarola, per fare un felice esempio, ha parlato in
termini entusiastici di Vendola e della sua proposta di
“rivoluzione gentile” in un articolo apparso dopo le elezioni
sul “Riformista” (laboratorio politico del destrismo di
sinistra, che guarda a esempi di “socialismo” come quello
offerto da Tony Blair in Inghilterra).
“Bisogna forzare la mano, correre rischi”, ha scritto
Caldarola. “Con Vendola li abbiamo corsi tutti. Ma solo
facendo così ci siamo messi in sintonia con una società di
pessimo umore, scontenta, innamorata della voglia di abbattere
antichi poteri ma che non intende rinunciare al cammino fatto
nell’evoluzione del costume. (…) Da una grande regione
del sud viene la spinta a lavorare anche sui grandi
cambiamenti culturali, sulla necessaria presa d’atto che sarà
l’evoluzione del costume a scrivere l’agenda dei prossimi
anni”.
Secondo Caldarola, ci troviamo di fronte a un passaggio di
civiltà. “La destra”, scrive ancora, “non può capirlo. La sua
modernizzazione è intrisa di luoghi comuni e di regole
antiche. Anche una parte del centrosinistra vive compulsando i
dati dell’economia e ragionando su ruoli sociali prefissati.
La vittoria di Vendola ci dice che siamo già
dentro un’altra storia. Il raccordo con questa idea di
modernità dirà cos’è il riformismo”.
Riecheggia questi concetti in modo più chiaro, in
un’intervista, il sociologo Enrico Finzi, che registra nella
vittoria di Vendola “l’indebolimento dell’omofobia in una
regione del sud dove pesa ancora un certo tradizionalismo in
materia di sessualità e famiglia” e vi legge “il diffondersi
dell’onda lunga della modernizzazione, che in Italia ha messo
in minoranza i modelli della cultura sociale cristiana
tradizionale”.
Si spera che analisi come queste arrivino al più presto a
Romano Prodi e a tutti quelli che nel centrosinistra
(soprattutto all’ex radicale Francesco Rutelli) resistono a
prospettive europee di modernizzazione civile in nome del
rispetto per la tradizione.
Se questo succederà, lo dovremo anche alla testardaggine di
Nichi Vendola.
L’eccezione Nikita
Nichi Vendola ha raccontato la propria storia umana e politica
in un libro-intervista di Cosimo Rossi, notista
politico del “manifesto”, uscito nel pieno della campagna
elettorale e intitolato Nikita.
Un’eccezione che non conferma la regola (manifestolibri,
pagg.130, 10 euro). Non poteva mancare nel libro un capitolo
dedicato all’omosessualità di Nichi. Ve ne proponiamo un
piccolo stralcio.
“L’omosessualità è un pezzo del mio scisma dalle due chiese. È
stato il
mio scisma dalla chiesa counista e dalla chiesa cattolica.
Perché le
due chiese hanno avuto in comune il registro della doppia
verità”.
La doppiezza?
“La doppiezza, esatto. La doppiezza è stata per me un muro di
gomma. Un
luogo proibito. Per ragioni che non so spiegare e che, forse,
hanno
bisogno di essere spiegate dal mio psicanalista o dal mio
psichiatra.
Non so.
Ma io non ho mai sopportatol’idea di utilizzare delle bugie a
fin di
bene: per difendere la mia fede privata o la mia fede
pubblica, la mia
fede religiosa o la mia fede laica. Quando l’ho fatto, quando
ho
mestato nel torbido a fin di bene, mi sono talmente vergognato
e mi
sono sentito così intimamente traditore delle cose in cui
credevo, che
in realtà ho sviluppato in forme quasi native una immediatezza
di
autorappresentazione.
Ho sviluppato un codice della sincerità tendenzialmente
assoluta,
un’idea della verità come antidoto, come mio personale
antidoto ai
crismi dell’integralismo dell’una o dell’altra fede. O magari
delle due
fedi mescolate insieme, che poi è un integralismo al quadrato.
L’omosessualità era un discorso sulla mia fuoriuscita dal
potere, che
mi appariva antropologicamente comunista, perché danzava in
quei luoghi
che sono il condensato del potere: il costume sessuale, la
grammatica
delle relazioni interpersonali, i sentimenti. E perché
l’omosessualità
diceva il nocciolo duro della mia dignità.
Questo nocciolo duro lo sputava anche in fronte a un magistero
della
Chiesa che rischiava di sacrificare il primato assoluto che la
Chiesa
dovrebbe assegnare agli esseri umani,π sull’altare del primato
dei
dogmi.
L’omosessualità ha rappresentato lo spazio di autonomia dalle
mie fedi.
O di verifica delle due fedi”.
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