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IL MENSILE GAY ITALIANO                   Numero 71 - Maggio 2005
 
Veni vidi Vichi di Gianni Rossi Barilli

L’eroe più festeggiato e vezzeggiato del voto per le regionali di aprile è Nichi Vendola,
il “gay comunista con l’orecchino”, condannato dai pronostici, e promosso dagli elettori.
La sua vittoria segna un punto di svolta e fa sperare in una nuova stagione di
evoluzione civile per il sud e per l’Italia.
 
Ha detto bene Nichi Vendola all’indomani dell’inattesa vittoria che l’ha portato sulla poltrona di presidente della regione Puglia: “Un risarcimento per tutti i gay italiani”.
La dimostrazione, cifre alla mano, del fatto che essere un omosessuale dichiarato, sicuro della propria dignità e delle proprie ragioni, non è più quell’ostacolo elettorale insormontabile che eterosessuali di destra e di sinistra hanno fino a ieri invocato, a tutela della propria “naturale” ed esclusiva capacità di rappresentanza.
Comunque, per chi è gay, lesbica o trans (e sa sulla propria pelle quanta fatica costi crescere con questa consapevolezza, scegliendo malgrado tutto di diventare una persona che cammina a testa alta) il risarcimento più bello non è forse quello offerto dagli elettori
pugliesi, ma l’affettuosa autocritica dei genitori di Nichi Vendola a proposito dell’atteggiamento che ebbero, a suo tempo, a proposito dell’omosessualità del loro figlio.
Citiamo la mamma, che è stata molto chiara: “Noi non abbiamo mai fatto domande, non abbiamo mai pensato nulla. Siamo stati proprio scemi, perché il nostro ragazzo soffriva e aveva bisogno del nostro affetto”.
è vero che ormai sono per fortuna sempre di più le mamme e i babbi che accettano i figli gay, magari senza nemmeno bisogno di pronunciare dei mea culpa a posteriori, ma certo è la prima volta che la famiglia di un leader politico italiano si sbilancia a questo modo. Segno
inequivocabile del fatto che siamo finalmente passati dal terreno della sollecitudine privata a quello della rivendicazione pubblica di un modo di pensare più ragionevole.
Vendola ha strappato lo scettro di governatore della Puglia al presidente uscente del centrodestra, Raffaele Fitto, con uno scarto di soli 14.000 voti su oltre due milioni di votanti. Pochissimo, se si pensa ai distacchi a due cifre che in virtù del terremoto politico
d’aprile i candidati del centrosinistra hanno inflitto a quelli del centrodestra nelle altre regioni del sud dove si è votato. Ma tantissimo, se si considera invece che proprio l’eccentrica candidatura di Vendola era stata giudicata dai più accreditati analisti politici
come una specie di regalo al centrodestra.
Per tutta la durata della campagna elettorale Fitto era stato previsto vincente e Vendola si è trovato a dover rincorrere un risultato già dato per scontato, sia pure con qualche concessione alla scaramanzia. E ancora alla vigilia del voto, benché spirasse nell’aria e nei sondaggi l’odore di una rimonta sul centrodestra, tutti erano pronti a riconoscergli l’onore delle armi per la sconfitta di cui si sarebbe dovuto fare carico.
Le cose poi sono andate diversamente e la batosta se l’è beccata Fitto.
Indimenticabile lo sguardo incredulo consegnato alle telecamere delle tivù nazionali dall’ormai ex presidente della regione Puglia, erede di una dinastia di potenti che nel proprio bagaglio manageriale non aveva inserito il know how per perdere con la dovuta eleganza.
 
L’imprevisto vincitore del duello ha ripetuto in varie occasioni che la sua è stata una “vittoria della sociologia sulla politica”. La società pugliese, in sostanza, si è ribellata a una falsa immagine di sé, cristallizzata nell’ideologia di una destra che pensava fosse
sufficiente fare leva sui valori tradizionali (Dio, Patria e Famiglia) per ricacciare ai margini il comunista frocio con l’orecchino che una specie di scherzo del destino aveva promosso, a dispetto dei pronostici, a candidato ufficiale del centrosinistra. Con incredulità e
disappunto, tra l’altro, anche di buona parte dei dirigenti locali e nazionali dello stesso centrosinistra.
La maggioranza dei pugliesi ha mandato a dire che i tempi sono davvero cambiati a chi sperava di vivere di rendita, all’infinito, su una caricatura di società che puzza d’incenso e di ipocrisia. E che dopotutto un “ricchione” attento ai bisogni sociali è preferibile al
rispetto di maniera di una tradizione, che poi modernamente ruba ai poveri per dare ai ricchi, secondo i principi del liberismo berlusconiano.
 
Va detto che Raffaele Fitto non ha puntato principalmente, nella propria campagna elettorale, sull’accanimento personale nei confronti dell’avversario, contando sul fatto che un velo di fair play facesse risaltare in positivo l’incancellabile sicurezza di sé. Fitto,
dopotutto, è lo stesso uomo che due anni fa diede la propria benedizione al gay pride di Bari scandalizzando parecchi dei suoi alleati politici.
Ma se a gettare schizzi di fango su Nichi Vendola non ha provveduto direttamente lui, ci hanno pensato in compenso alcuni dei suoi sostenitori. A cominciare da alcuni dirigenti di An, convinti del fatto che evocare immagini diaboliche fosse una strategia vincente. A urne chiuse, il vincitore si è preso la piccola soddisfazione di presentare
il conto, ricordando nelle interviste che, alla faccia del fair play, nell’infuriare della battaglia gli erano piovute addosso accuse di ogni genere: sostenitore della prostituzione, nemico della famiglia, drogato e anche pedofilo, visto che ormai perfino a destra quasi tutti hanno capito che attaccare un gay dichiarato per la propria palese omosessualità finisce sempre per rivelarsi un autogol.
 
Vendola ha confessato poi di aver sofferto molto per i colpi bassi ricevuti, ma ha stretto i denti e non ha perso le staffe. Fin dall’inizio aveva fatto la scelta, che si è rivelata vincente, di valorizzare le proprie peculiarità di candidato fuori dagli schemi.
Così, con l’aiuto di un’ottima squadra di pubblicitari che ha curato la sua immagine, è uscito sui manifesti elettorali rispedendo al mittente come un boomerang le etichette con le quali i nemici più incarogniti speravano di distruggerlo. Si è descritto come “estremista nell’amore
per la Puglia”, “pericoloso come tutte le persone oneste” e perfino “diverso da quelli che oggi governano la Puglia”. Giochi di parole e concetti ironicamente ben congegnati, che a ben vedere tendevano a tranquillizzare gli animi degli elettori e a mitigare i caratteri
potenzialmente più dirompenti della sua storia politica.
Inoltre ha cercato di bilanciare un’immagine di partenza molto spostata a sinistra, e collocata ben oltre i recinti della normalità, portando allo scoperto aspetti di sé più “normali”.
Specialmente il fatto di essere un cattolico (sia pure eretico), che nelle settimane dell’agonia papale coincidenti con la campagna elettorale lo ha certo aiutato a superare parecchie diffidenze.
Questo può certo spiacere a chi apprezzava di più il Nichi “alternativo” e suggerire qualche preoccupazione in merito alle future mosse del Vendola “di governo”. Ma per un altro verso, l’orgogliosa rivendicazione di appartenenza religiosa, oltre a rivelarsi un buon espediente tattico in questa Italia di santi, conformisti e superstiziosi, serve a ricordare che dentro la fede maggioritaria nel nostro paese c’è qualcosa di diverso dalla morale bacchettona a cui si
aggrappa disperatamente il Vaticano, con il sostegno di convenienza di una bella fetta di politici di professione. Peccato solo che le elezioni regionali non abbiano alcuna influenza diretta sugli orientamenti dei cardinali in conclave...
 
Non aspettiamoci, in ogni caso (anche se il neo presidente della Puglia ha già manifestato l’intenzione di trasformare la sua regione nella “California d’Italia”) che Bari diventi d’un botto una seconda San Francisco. è legittimo però augurarsi che Vendola faccia tesoro di una sensibilità e di uno stile di governo inclusivo, che ha già mietuto successi spettacolari in altre parti d’Europa (valga per tutti il caso di Parigi con il suo sindaco gay “non militante”).
Un’apertura di credito in questo senso cominciano a darla anche alcuni di coloro che nel centrosinistra avevano giudicato avventata e perdente la candidatura di Nichi. Giuseppe Caldarola, per fare un felice esempio, ha parlato in termini entusiastici di Vendola e della sua proposta di “rivoluzione gentile” in un articolo apparso dopo le elezioni sul “Riformista” (laboratorio politico del destrismo di sinistra, che guarda a esempi di “socialismo” come quello offerto da Tony Blair in Inghilterra).
“Bisogna forzare la mano, correre rischi”, ha scritto Caldarola. “Con Vendola li abbiamo corsi tutti. Ma solo facendo così ci siamo messi in sintonia con una società di pessimo umore, scontenta, innamorata della voglia di abbattere antichi poteri ma che non intende rinunciare al cammino fatto nell’evoluzione del costume. (…) Da una grande regione
del sud viene la spinta a lavorare anche sui grandi cambiamenti culturali, sulla necessaria presa d’atto che sarà l’evoluzione del costume a scrivere l’agenda dei prossimi anni”.
Secondo Caldarola, ci troviamo di fronte a un passaggio di civiltà. “La destra”, scrive ancora, “non può capirlo. La sua modernizzazione è intrisa di luoghi comuni e di regole antiche. Anche una parte del centrosinistra vive compulsando i dati dell’economia e ragionando su ruoli sociali prefissati. La vittoria di Vendola ci dice che siamo già
dentro un’altra storia. Il raccordo con questa idea di modernità dirà cos’è il riformismo”.
Riecheggia questi concetti in modo più chiaro, in un’intervista, il sociologo Enrico Finzi, che registra nella vittoria di Vendola “l’indebolimento dell’omofobia in una regione del sud dove pesa ancora un certo tradizionalismo in materia di sessualità e famiglia” e vi legge “il diffondersi dell’onda lunga della modernizzazione, che in Italia ha messo in minoranza i modelli della cultura sociale cristiana tradizionale”.
Si spera che analisi come queste arrivino al più presto a Romano Prodi e a tutti quelli che nel centrosinistra (soprattutto all’ex radicale Francesco Rutelli) resistono a prospettive europee di modernizzazione civile in nome del rispetto per la tradizione.
Se questo succederà, lo dovremo anche alla testardaggine di Nichi Vendola.
 
 
 
L’eccezione Nikita

Nichi Vendola ha raccontato la propria storia umana e politica in un libro-intervista di Cosimo Rossi, notista politico del “manifesto”, uscito nel pieno della campagna elettorale e intitolato Nikita.
Un’eccezione che non conferma la regola (manifestolibri, pagg.130, 10 euro). Non poteva mancare nel libro un capitolo dedicato all’omosessualità di Nichi. Ve ne proponiamo un piccolo stralcio.
 
“L’omosessualità è un pezzo del mio scisma dalle due chiese. È stato il
mio scisma dalla chiesa counista e dalla chiesa cattolica. Perché le
due chiese hanno avuto in comune il registro della doppia verità”.
 
La doppiezza?
“La doppiezza, esatto. La doppiezza è stata per me un muro di gomma. Un
luogo proibito. Per ragioni che non so spiegare e che, forse, hanno
bisogno di essere spiegate dal mio psicanalista o dal mio psichiatra.
Non so.
Ma io non ho mai sopportatol’idea di utilizzare delle bugie a fin di
bene: per difendere la mia fede privata o la mia fede pubblica, la mia
fede religiosa o la mia fede laica. Quando l’ho fatto, quando ho
mestato nel torbido a fin di bene, mi sono talmente vergognato e mi
sono sentito così intimamente traditore delle cose in cui credevo, che
in realtà ho sviluppato in forme quasi native una immediatezza di
autorappresentazione.
Ho sviluppato un codice della sincerità tendenzialmente assoluta,
un’idea della verità come antidoto, come mio personale antidoto ai
crismi dell’integralismo dell’una o dell’altra fede. O magari delle due
fedi mescolate insieme, che poi è un integralismo al quadrato.
L’omosessualità era un discorso sulla mia fuoriuscita dal potere, che
mi appariva antropologicamente comunista, perché danzava in quei luoghi
che sono il condensato del potere: il costume sessuale, la grammatica
delle relazioni interpersonali, i sentimenti. E perché l’omosessualità
diceva il nocciolo duro della mia dignità.
Questo nocciolo duro lo sputava anche in fronte a un magistero della
Chiesa che rischiava di sacrificare il primato assoluto che la Chiesa
dovrebbe assegnare agli esseri umani,π sull’altare del primato dei
dogmi.
L’omosessualità ha rappresentato lo spazio di autonomia dalle mie fedi.
O di verifica delle due fedi”.
 
 

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