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Rassegna Stampa PRIDE : |
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PRIDE: IL
MENSILE GAY ITALIANO |
[ Numero 93
- Marzo 2007 ] |
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L’Europa
degli omofobi
Un sondaggio della Commissione europea punta il dito
contro le discriminazioni: quelle per orientamento
sessuale sono tra le più diffuse. E al primo posto c’è
l’Italia.
[di Giulio Maria Corbelli ] |
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Eccola qui l’Europa del terzo millennio.
Quasi quattrocento milioni di persone, due terzi delle quali
convinte che per un gay o una lesbica sia difficile dichiararsi.
Ventisette nazioni in cui, dove più dove meno, l’omosessualità è
ancora un tabù radicato.
Un continente accomunato dalla convinzione che poco si faccia per
combattere la discriminazione legata all’orientamento sessuale.
Il sondaggio "Eurobarometer", condotto su richiesta della
Commissione Europea, mette a fuoco la percezione della
discriminazione nell’Europa unita, e il ritratto che traccia non è
dei più incoraggianti.
Nel 2000 sono state emanate due direttive, la 43 e la 78 (rispettivamente
dedicate all’equità razziale e alle pari opportunità sul luogo di
lavoro), per proibire disparità di trattamento basate su sei forme
di discriminazione (sesso, origini etniche, credo personale, età,
disabilità e orientamento sessuale).
Nonostante queste direttive, però, in molte nazioni la realtà è
ancora tutt’altro che rosea. E il nostro Paese si trova, come spesso
accade, nei vagoni di coda: "L’Italia ha in questo campo una
legislazione meno efficace di quella di Ungheria e Romania, dove
almeno esistono organismi specifici di lotta alla discriminazione",
spiega Riccardo Gottardi, co-presidente di ILGA-Europe, l’organismo
che rappresenta le associazioni gay e lesbiche nazionali presso le
istituzioni europee.
Se si parla di discriminazione per orientamento sessuale, l’Italia
vanta nel sondaggio di Eurobarometer un primo posto assoluto: il 73%
dei nostri connazionali crede che essa sia largamente diffusa nella
società, seguito dal 72% dei ciprioti, dal 68% dei greci e dal 67%
dei portoghesi.
Un primato poco lusinghiero di cui non è difficile intuire le
motivazioni. "Dare la colpa al Vaticano sarebbe banale anche se
certamente non sbagliato", commenta ancora Gottardi , "ma il
vero problema è l’insipienza della nostra classe politica. Non c’è
nessun leader capace di mostrare un minimo scatto d’orgoglio
rispetto alle ingerenze cattoliche. Quando la Francia approvò i
Pacs, ormai quasi dieci anni fa, il governo francese non perdeva
occasione per vantarsene nelle sedi internazionali; la legge sulle
unioni di fatto in Italia, qualunque forma prenderà, non sarà
presentata con orgoglio da nessuno".
Eppure la maggioranza della popolazione si rende conto del grave
deficit esistente a livello legislativo: tre quarti degli
intervistati sarebbe favorevole a misure specifiche che garantiscano
in Italia pari opportunità a gay e lesbiche sul luogo di lavoro,
ritenute utili invece solo dal 66% degli europei. Leggi insomma che
rimedino alla condizione sfavorevole vissuta nella società: essere
omosessuali è infatti, secondo i nostri connazionali, al quarto
posto degli svantaggi sociali dopo la disabilità, le origini Rom o
la diversa etnia. La percentuale di chi la pensa così nel Bel Paese
raggiunge il 63%, ben al di sopra della media continentale, che si
ferma al 54%.
I risultati poco lusinghieri raggiunti dall’Italia
nell’Eurobarometer, però, potrebbero rivelarsi meno negativi di
quello che sembri: se si osserva, infatti, che in Estonia solo il
26% degli intervistati crede che la discriminazione di gay e
lesbiche sia largamente diffusa (ma c’è anche un agghiacciante 22%
di persone che non sanno cosa rispondere alla domanda), si comprende
che almeno in Italia di orientamento sessuale se ne discute.
Uno dei problemi più diffusi relativi a questo argomento è infatti
la visibilità: di omosessualità non si deve parlare, i gay e
le lesbiche non esistono e quindi non possono essere discriminati.
Questa lettura giustificherebbe le percentuali superiori all’80% di
cittadini dell’Europa meridionale che credono che l’omosessualità
sia un tabù: la pensa così l’86% degli abitanti di Cipro, l’85% dei
greci e l’83% dei portoghesi. Sulle sponde del Mediterraneo si salva
solo la Spagna, dove meno della metà degli intervistati crede che
questo tabù esista ancora.
Ma ci sono altri segnali che mettono in evidenza il problema della
visibilità: oltre al caso già citato dell’Estonia, sono molti i
paesi dell’est in cui pochi vivono l’orientamento omosessuale
(altrui) come una condizione problematica. Se solo il 32% dei
lettoni crede che la discriminazione di gay e lesbiche sia una
realtà diffusa: evidentemente nessuno ha informato il restante 68%
dell’indifferenza con cui la polizia di quel paese assiste ai
linciaggi pubblici che gli attivisti devono subire appena mettono il
naso fuori dalla loro sede. Meno male che ci sono i giovani: sono
loro infatti ad alzare le percentuali di coloro che considerano la
discriminazione per orientamento sessuale un fenomeno diffuso,
mentre chi ha più di 55 anni continua a considerarla un argomento
inesistente.
In tutto questo cosa fa l’Unione Europea per superare le
discriminazioni nella società, oltre naturalmente a realizzare
interessantissimi sondaggi? "Ben poco", è costretto ad
ammettere anche il co-presidente di ILGA-Europe. "Il Parlamento
europeo, che nel 2000 e 2001 aveva approvato importanti risoluzioni,
ora è fermo su tutto, e su questi argomenti in particolare: dopo le
ultime elezioni la composizione è cambiata e ora la maggioranza è di
centro-destra, se non proprio di destra.
Le incertezze nate dopo la bocciatura del trattato rendono tutto più
difficile e costringono a mediazioni complicatissime: pensate che
solo dopo le violenze contro i Pride in Polonia e a Riga è stato
possibile far approvare risoluzioni che non fossero generiche ma
richiamassero questi paesi al rispetto dei diritti umani".
Nessun aiuto dalle istituzioni europee, nessun impegno da parte
della politica nazionale: la lotta alla discriminazione per
orientamento sessuale sembra quindi un problema destinato solo ad
aggravarsi.
Lo ha già constatato quasi un italiano su due secondo cui, come
rivela Eurobarometer, la discriminazione per orientamento sessuale è
oggi più diffusa di quanto non lo fosse cinque anni fa. |
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