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Da tre anni circola una notizia, che
riappare almeno un paio di volte all’anno (l’ultima, ad agosto): i
gay fuggono dalla Palestina, dove sono condannati a morte, e trovano
rifugio in Israele. Per questo (ci chiedono alcuni esponenti gay
italiani), il movimento gay italiano deve schierarsi
incondizionatamente dalla parte d’Israele.
Siamo andati a verificare le denunce. Scoprendo che...
“Israele”, secondo l’autorevole editorialista del “Corriere della
Sera”, Paolo Mieli, che invoca un maggiore appoggio da
parte dei gay italiani verso questo stato, “è l’unico Paese in
tutto il Medio Oriente che non ha leggi contro la sodomia né prevede
norme tipo ‘offese contro la religione’ o ‘condotta immorale’ usate di
solito per perseguitare i gay, le lesbiche e le persone
transessuali”. Inoltre, Israele "accoglie i gay palestinesi che
fuggono dalla persecuzione omofoba nei territori occupati" (12/5/2003,
http://www.gaynews.it/view.php?ID=24674 ).
Mieli ha fatto questo commento rispondendo a una lettera dell’ex
militante gay italiano, Angelo Pezzana (oggi presidente della
Federazione delle associazioni Italia-Israele) e citando espressamente
un articolo di Daniele Scalise, giornalista gay collaboratore de "Il
Foglio" (il quotidiano di Veronica Berlusconi) del 10 aprile 2003.
"Negli ultimi anni”, diceva Scalise in questo articolo, “centinaia di
gay palestinesi sono letteralmente fuggiti dai Territori trovando
rifugio in Israele. La vita di un gay sotto il regime del signor
Arafat è letteralmente un inferno" (http://www.arcigaymilano.org/dosart.asp?ID=2683).
L’accoglienza da parte di Israele ai gay palestinesi è la migliore
dimostrazione del fatto che "libertà e democrazia costituiscono due
pilastri su cui si fonda" la società israeliana.
Più di recente, il 17/5/2005, commentando la proibizione da parte
delle autorità israeliane del world pride di Gerusalemme, Daniele
Priori (esponente di Gay Lib, l’associazione dei gay di centrodestra)
ha affermato (http://www.gaylib.it/priori/gaylab1.html) che nonostante
tale proibizione “va riconosciuto che lo Stato di Sion, Israele, è tra
i primi al mondo a riconoscere i diritti degli omosessuali ed è in
molti casi il primo rifugio per i gay palestinesi e arabi ma
addirittura per le numerose coppie miste israelopalestinesi che, su
quella maledetta striscia, vengono inevitabilmente a crearsi”.
La denuncia più accorata è però quella della rivista gay “Lui/Guidemagazine”
(ottobre 2004) che ha pubblicato un intero dossier, “Qualche domanda
ad Arafat”, il cui sommario da solo spiega tutto: “Israele e
Palestina. Giovani omosessuali obbligati al terrorismo suicida. Ormai
è certo: il durissimo sistema di oppressione a cui sono sottoposti i
gay palestinesi, giovani in particolare, ha la funzione di
costringerli a ‘riscattarsi’ compiendo missioni ‘kamikaze’. Invece di
comprendere, le associazioni internazionali, i politici e i
giornalisti dovrebbero muoversi di più”.
Insomma: i gay palestinesi, a quanto pare, “votano con i piedi”, e in
modo chiaro, a favore d’Israele. Ciononstante, sottolinea Pezzana
nella lettera sopra citata, in Italia i gay manifestano “nei cortei
contro quelle democrazie nelle quali un omosessuale è libero di essere
se stesso e tacciono, o addirittura difendono, orribili dittature dove
l’omosessualità è punita sovente con la pena di morte”. I gay italiani
infatti “manifestano contro Israele, imbottiti di odio ideologico,
senza sapere che in Israele da sempre l’omosessualità è libera e
rispettata”.
Di fronte ad accuse tanto precise, non restava da fare altro che
qualche verifica dei dati, per poi trarne le debite conclusioni.
Abbiamo quindi iniziato con l'Unhcr, l’Alto commissariato Onu per i
rifugiati (www.unhcr.it), chiedendo loro, come prima cosa, il dato sul
numero di rifugiati in Israele e, se possibile, sul numero di
rifugiati omosessuali. L’Unhcr, però, non solo non è stato in grado di
darci notizie sulla seconda cifra, ma neppure sulla prima (che per
altre vie abbiamo poi appreso aggirarsi attorno alle 550 persone in
tutto).
Eppure Davide Frattini, in un articolo del “Corriere della Sera” del
29 febbraio 2004, non aveva avuto problemi a specificare che “secondo
l’associazione [gay israeliana] Aguda, almeno 300 gay palestinesi si
sono rifugiati in Israele” (http://www.arcigay.it/show.php?863).
Ma va chiarito subito che la loro condizione non è giuridicamente
quella di rifugiati, secondo lo stesso Frattini: “I gay palestinesi
vivono come clandestini in Israele. Il rischio maggiore per loro è
essere arrestati [dalla polizia israeliana, ndr.] e rispediti a Gaza o
in Cisgiordania dove subirebbero rappresaglie. (...) Il governo
israeliano concede con difficoltà lo status di rifugiati (previsto
dalla convenzione Onu del 1951, firmata da Israele) a questi giovani
palestinesi”.
E la circostanza è confermata anche da Joseph Algazy nell'articolo
“Palestinesi in clandestinità”, pubblicato il 2 luglio 2004 da “Ha'aretz”,
il più autorevole quotidiano israeliano della sinistra: "Oggi nessuna
amministrazione è disposta a concedere un permesso di soggiorno
temporaneo a un omosessuale palestinese". E fra “con difficoltà“ e
“nessuna” (cioè mai) c’è una bella differenza!
Comunque i “circa 300 gay palestinesi, che trovano rifugio per lo più
a Tel Aviv” sono piaciuti, il 14 luglio 2005, anche a Barbara Millucci,
del settimanale di sinistra "Avvenimenti" (http://www.wema.com/art.asp?id=1975).
Che però precisa a sua volta che "Israele non li accoglie come
rifugiati".
Insomma, approfondendo la cosa, il “benvenuto” descritto da Mieli e
Pezzana e Scalise si rivela meno “caldo” di quanto sembrasse.
Per districare il nodo, abbiamo cercato un parere autorevole
direttamente dall’ambasciata di Israele a Roma.
Rachel Feinmesser, portavoce dell'Ambasciata, contattata
telefonicamente, è molto gentile ma alquanto vaga: "Rispetto alle
leggi sullo status di rifugiato devo fare una richiesta per avere
tutte le informazioni. In questo momento non vorrei darle informazioni
sbagliate”.
Cosa rischia un clandestino in Israele?, le chiediamo.
"C'è un processo legale e espulsione immediata, ma non conosco
francamente il processo esatto.
Non so da dove fosse uscita quella notizia due anni fa. Nessuno potrà
darle una cifra ufficiale: sui clandestini non c'è controllo.
Le suggerisco di sentire le associazioni gay israeliane".
Concludiamo concordando che mi farà sapere, via mail, il numero di
rifugiati in Israele, notizie sulla legislazione sul diritto di asilo
e altro, ma sfortunatamente al momento di andare in stampa non era
ancora stato possibile ottenere questi dati.
Possibile che non si riesca a sbrogliare l'intricata vicenda?
Proviamo a cercare dati al Consiglio europeo, che nel 2003 era stato
interpellato proprio su questo tema
(http://www.arcigaymilano.org/stampa/dosart.asp?id=2487) dai radicali
Maurizio Turco e Marco Cappato, che chiedevano conferma o smentita
alla notizia per cui cui, secondo l’associazione gay di Tel Aviv,
Aguda, "nei territori dell'Autorità palestinese gli omosessuali sono
vittime di persecuzioni, arresti, soprusi e torture, che talvolta
conducono alla morte, e molti di loro potrebbero essere giustiziati".
La risposta? "Il Consiglio non può confermare le informazioni e non ha
trattato specificatamente la questione".
Proviamo allora a chiedere allo schieramento opposto: Nemer Hammad,
ambasciatore italiano dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), ci
dichiara:
"Sicuramente è falso. Io credo che gli israeliani non accettino nessun
clandestino. Hanno perfino cambiato le leggi per impedire ai cittadini
israeliani di sposarsi con i palestinesi...
Com'è possibile che 300 palestinesi siano rifugiati o clandestini? Non
bisogna usare l'omosessualità per fare propaganda.
Israele usa l'omosessualità per danneggiare lo stato palestinese, che
è sì una società conservatrice, ma, storicamente, l'accettazione
dell'omosessualità è un processo graduale.
Non c'è nella società palestinese un riconoscimento di diritti ai gay,
ma non c'è oppressione.
In Palestina non esiste una pena di morte per gli omosessuali [come
affermarvano Turco e Cappato, ndr]. Dobbiamo essere realistici.
Ancora oggi in certe società ove le libertà individuali non sono
mature non c'è riconoscimento ufficiale per i diritti degli
omosessuali. Nessun omosessuale palestinese si esprime pubblicamente.
Ma credo che dalla parte israeliana si cerchi di fare confusione".
Riepiloghiamo. “Nessuno”, “casi isolati”, “centinaia” o “300”
palestinesi vivrebbero come clandestini in Israele. Ci pare al tempo
stesso troppo e troppo poco...
Alla ricerca disperata della fonte della notizia, sentiamo Daniele
Scalise, su suggerimento del quale ("senti i movimenti gay israeliani,
sono loro la fonte") inviamo almeno trenta e-mail a movimenti per i
diritti umani, alle associazioni gay israeliane, alle associazioni di
gay mussulmani, oltre a quelle già inviate ai quotidiani israeliani.
Riceviamo solo due risposte.
Faris Malik, del sito Queer jihad (http://www.queerjihad.org/), gay
mussulmano, ci scrive "Non so davvero dove trovare questa
informazione, ma sarebbe meglio verificare con un’organizzazione
chiamata Jerusalem open house".
Va bene. Li sentiamo. Haneen Maikey, Coordinatore del contatto coi
palestinesi (Palestinian outreach coordinator) della Jerusalem open
house, associazione glbt di Gerusalemme, contattata da Andrea Pini per
“Pride”, scrive: "La maggior parte delle storie che conosco, le
conosco da articoli di giornale. Credo che questo abbia a che fare col
fatto che il nostro centro si trova a Grusalemme. I gay palestinesi
che vivono illegalmente in Israele, di solito scelgono di vivere a Tel
Aviv”.
In una mail separata a me Maikey aggiunge: “Nessuno può dire
esattamente quanti palestinesi gay siano fuggiti in Israele. La gente
parla di circa 50 o 60 giovani. Di solito vivono in condizioni molto
difficili, senza lavoro, non parlano ebraico e sono in Israele
illegalmente. Poche Ong hanno cercato di sollevare il problema col
ministro dell’interno ed hanno sempre ottenuto la stessa risposta. Lo
stranissimo assunto dei ministri è che se il governo israeliano
concedesse asilo ai gay palestinesi secondo la convenzione
internazionale per i rifugiati, ciò aprirebbe la porta ad altri
palestinesi, che pretenderebbero di appartenere alla comunità glbt per
ottenere lo stesso status da Israele”.
Ci trasferiamo allora a Tel Aviv. Ma Aguda, l’associazione per i
diritti glbt di Tel Aviv, non risponde né alle mail (ho provato tre
volte) né al telefono (quello che ci offre la segreteria telefonica:
il numero telefonico sul sito, che evidentemente non è aggiornato, è
cambiato).
Sembra che siamo arrivati infine a un vicolo cieco. Ma come spesso
accade, ecco che tutto si sblocca con la scoperta di un articolo
(http://www.indegayforum.org/authors/varnell/varnell97.html) di Paul
Varnell, estremamente simile (per gran parte addirittura identico), a
quello di Daniele Scalise su "Il Foglio", ma pubblicato prima (il 28
agosto 2002) dal "Chicago free press", una testata gay. Strano.
Tocca adesso a Paul Varnell sentirsi domandare le sue fonti e, almeno
lui, ci risponde l'1 ottobre 2005: "Il mio editoriale si basava quasi
interamente sul materiale di un’inchiesta pubblicata su “New Republic”
da Yossi Klein Halevi, ed ho ben poche informazioni oltre a queste”.
Ecco, alla fine siamo arrivati alla fonte di tutte le fonti.
Che non è una fonte “neutrale”, bensì un giornalista politicamente
schierato con la destra. Yossi Klein Halevi appartiene infatti allo
“Shalem center” (http://www.shalem.org.il/), un “istituto di ricerca
indipendente” israeliano a cui appartiene anche l’esponente di estrema
destra Natan Sharansky (http://www.jpost.com/servlet/Satellite?pagename=JPost/JPArticle/ShowFull&cid=1115519113275),
uno dei sostenitori della “pulizia etnica” e dell’espulsione forzata
di tutti i palestinesi dalle loro terre. Inoltre Halevi è autore di un
libro intitolato, con candore, Memorie di un estremista ebreo (Memoirs
of a jewish extremist). Con un tale curriculum, sarebbe un po’
azzardato definirlo “super partes”.
Eppure è questa la fonte di partenza, quella che il 19 agosto 2002
pubblica sul settimanale conservatore "The new Republic", la notizia
che fa il giro del mondo (http://www.sodomylaws.org/world/palestine/psnews008.htm).
Nell’articolo di Halevi, Shaul Ganon, della già citata associazione
glbt Aguda, dichiara: “Negli ultimi anni centinaia di gay palestinesi,
per la maggior parte della Cisgiordania, si sono introdotti in
Israele. Molti vivono illegalmente a Tel Aviv, il centro della
comunità gay israeliana, molti sono disperatamente poveri e lavorano
come prostituti”.
"Ganon”, continua il pezzo di Yossi Klein Halevi, “ha aiutato circa
300 palestinesi gay e valuta che probabilmente il doppio di tale
numero viva attualmente in Israele, senza accesso a un lavoro legale,
copertura sanitaria, e sotto la costante minaccia della deportazione”.
In questo articolo Halevi è il primo a dare le notizie sui presunti
assassinii di gay palestinesi, compresa quella sul giovane gettato in
un pozzo e lasciato a morire di fame.
A questo punto la sequenza è chiara. Halevi scrive una notizia su un
giornale filo-israeliano. Paul Varnell la riprende, come lui stesso
dichiara, senza verificarla. Scalise la ripropone, un anno dopo, su
"Il foglio". Mieli legge Scalise e la cita ulteriormente.
Questo non è accaduto solo in Italia. L’articolo di Halevi è stato
ripreso, sempre senza ulteriori verifiche da parte di nessuno, anche
da prestigiose testate internazionali. Tutte attingono dalle
dichiarazioni di Ganon (il cui cognome, a furia di essere citato, si è
trasformato in “Gonen”), l’unico ad aver mai dichiarato alla stampa
che centinaia di palestinesi gay vivono come clandestini in Israele.
E in effetti Maya Bourshtein, dell'ufficio stampa dell'Ambasciata
israeliana (che mi consiglia anche di consultare questo sito
http://www.acri.org.il/english-acri/engine/list.asp?topic=28), in un
mio ulteriore tentativo di ottenere informazioni sui gay palestinesi
rifugiati in Israele mi dà proprio il numero di telefono di Shaul
Ganon. Ma qui, e confesso il mio limite, mi blocco di fronte alla
barriera di un’eterna segreteria telefonica in ebraico.
L’ambiguità delle fonti non ha però mai impedito alla destra del
movimento gay italiano di inveire contro il movimento gay “comunista”
che “odia Israele”.
Ecco ad esempio Angelo Pezzana su "Libero", 16/5/2003
(http://www.gaynews.it/view.php?ID=24705): "Bisogna vederli invece
come si scaldano [i gay italiani, ndr] quando c'è da urlare contro
l'America. O Israele, dove l'omosessualità è non solo una normalissima
condizione di vita, riconosciuta e rispettata, ma è il luogo più
vicino che gli omosessuali palestinesi cercano disperatamente di
raggiungere per sfuggire alle regole di un mondo chiuso e arretrato
come quello islamico".
Il che equivale a dire che l’Italia è una democrazia perché permette a
centinaia di marocchini di vivere in clandestinità e di prostituirsi,
sotto la costante minaccia di espulsione.
Forse i criteri per valutare la democraticità di Israele, e
dell’Italia, dovrebbero essere altri... e il fatto di affermarlo non
implica né l’odio per Israele, né l’odio per l’Italia, ma solo
banalissimo buonsenso.
Qualità, a quanto pare, assai rara fra certi esponenti del mondo gay.
[Ringrazio Andrea Pini, Renato Sabbadini, Gianpaolo Silvestri e
Riccardo Gottardi per le preziose informazioni fornitemi].
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