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I repubblicani di Bush, a poche settimane dalle elezioni di
medio termine, scivolano clamorosamente sullo scandalo dei "paggetti".
Che ha messo nei guai un crociato antipedofilo e travolto la
credibilità del "partito dei buoni costumi".
L'ormai ex deputato della Florida Mark Foley non è un
personaggio sulla cui rovinosa caduta ci sia da strapparsi i capelli
più di tanto. Il minimo che si possa dire di lui è infatti che si
tratta di un tipo piuttosto ambiguo. Basti pensare ai modi in cui ha
per lungo tempo negato in pubblico, e infine ammesso, la propria
omosessualità.
Che fosse gay lo sapevano tutti da anni (e lo scrivevano
perfino sul "New York Times"), al punto che Foley, nel 2003, convocò
addirittura una conferenza stampa per comunicare al mondo che le sue
inclinazioni sessuali riguardavano lui soltanto e non avevano niente
a che vedere con il suo ruolo pubblico. Mark Foley, d'altra parte,
aveva ottimi motivi per non dichiararsi apertamente, vista la sua
carriera di rampante repubblicano. I suoi elettori conservatori non
sarebbero stati di sicuro molto entusiasti di votare per un deputato
omosessuale dichiarato. E Foley voleva continuare a essere
riconfermato, un mandato dopo l'altro.
Il coming out chiaro e tondo è arrivato solo fuori tempo massimo,
quando il terremoto aveva già spazzato via ogni residua speranza di
restare in sella.
A parlare è stato l'avvocato di Foley, dichiarando nell'ordine che
il suo assistito è omosessuale, è stato violentato da un prete
quando era ragazzino e che ha problemi di alcolismo, in seguito
ai quali si è fatto ricoverare in una clinica subito dopo aver dato
le dimissioni dal Congresso. Più cliché diabolico di così si muore,
per la gioia dei rozzi palati della destra americana.
Bisogna dire che Foley nel suo partito non era uno dei bacchettoni
peggiori. Aveva rapporti discreti con la comunità glbt e si era
persino opposto all'emendamento alla costituzione federale promosso
da Bush in persona per impedire una volta per tutte il matrimonio
tra persone dello stesso sesso.
Il suo impegno moralizzatore si era casomai orientato su un
obiettivo meno controverso: i pedofili. Era stato uno dei più
accesi sostenitori di nuove norme, approvate di recente, per
sottoporre a severissimi controlli nella vita quotidiana i
molestatori di minori, a cominciare dalla stretta sorveglianza delle
comunicazioni via internet. Ironia della sorte ha voluto che a
passare per un orco telematico sia stato alla fine proprio lui.
saltato fuori infatti che l'onorevole Foley intratteneva
romantiche corrispondenze via e-mail con alcuni "paggetti",
ovvero liceali dal selezionato curriculum, scelti per lavorare come
fattorini alla camera dei rappresentanti.
Tutto è cominciato con l'identificazione dell'onorevole Foley quale
autore di una e-mail di contenuto erotico indirizzata a un
paggetto sedicenne, arrivato a Washington dalla Louisiana, stato
dell'Unione dove l'età del consenso è fissata a 17 anni.
Poi si è saputo che anche altri paggetti avevano ricevuto lettere
analoghe dal deputato della Florida.
Poi un ex paggetto gay ha rivelato di essere andato a letto con
Foley dopo aver lasciato il servizio.
L'interessato si è difeso sostenendo di non avere mai avuto
relazioni sessuali con ragazzi minorenni, ma ormai la frittata era
fatta e le dimissioni dal Congresso sono state un atto obbligato. L'Fbi
ha aperto un'inchiesta sulla vicenda e bisogna sottolineare che gli
eventuali risvolti penali a carico di Foley si dovranno in buona
parte alle norme contro le molestie ai minori via internet approvate
con il suo decisivo contributo.
La sostanza dei fatti, di per sé, non sarebbe granché, se non fosse
per il ruolo ricoperto da Foley e per la linea ufficiale del suo
partito, che ha fatto della sessuofobia il proprio cavallo di
battaglia, e anche grazie a questo è riuscita a catturare i voti
della destra religiosa, rivelatisi decisivi per i due mandati di
George Bush alla Casa Bianca. Ma se i guardiani della morale si
fanno beccare con le mani nella marmellata, la loro credibilità
inevitabilmente ne soffre.
L'effetto dello scandalo a ridosso delle elezioni di medio termine
di questo mese è stato in effetti devastante. Una specie di nemesi
per le malefatte compiute dai repubblicani ai tempi dell'affaire
Levinky, che avvelenò gli ultimi anni della presidenza Clinton. Con
l'aggravante del sospetto di pedofilia che pesa su Foley, con
pessime conseguenze sull'intera dirigenza repubblicana, alla quale
si rimprovera di non avere vigilato, o peggio ancora di aver
lasciato fare per timore dello scandalo.
Se da una parte è difficile reprimere una certa soddisfazione per
l'esumazione degli scheletri dall'armadio di chi predica bene e
razzola male, rimane però dall'altra l'amaro in bocca per l'ennesima
campagna mediatica di sessuofobia militante, che confonde
pericolosamente omosessualità e pedofilia e riafferma implicitamente
che l'unico modello concepibile di moralità per chi fa politica e
l'eterosessualità evangelica.
Preoccupazioni in questo senso sono state espresse, in seguito allo
scandalo Foley, da diverse organizzazioni glbt. Nessuna delle quali,
tuttavia, mette in dubbio la gravità delle colpe del deputato della
Florida, lasciando intravedere sullo sfondo il rischio futuribile
(ma non troppo) di una congiunzione tra il tradizionalismo etero e
il neoperbenismo gay.
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