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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO  [ Numero 89 - Novembre 2006 ]
 Mai dire e-mail
 
di Gianni Rossi Barilli

 


I repubblicani di Bush, a poche settimane dalle elezioni di medio termine, scivolano clamorosamente sullo scandalo dei "paggetti". Che ha messo nei guai un crociato antipedofilo e travolto la credibilità del "partito dei buoni costumi".
 
L'ormai ex deputato della Florida Mark Foley non è un personaggio sulla cui rovinosa caduta ci sia da strapparsi i capelli più di tanto. Il minimo che si possa dire di lui è infatti che si tratta di un tipo piuttosto ambiguo. Basti pensare ai modi in cui ha per lungo tempo negato in pubblico, e infine ammesso, la propria omosessualità.
Che fosse gay lo sapevano tutti da anni (e lo scrivevano perfino sul "New York Times"), al punto che Foley, nel 2003, convocò addirittura una conferenza stampa per comunicare al mondo che le sue inclinazioni sessuali riguardavano lui soltanto e non avevano niente a che vedere con il suo ruolo pubblico. Mark Foley, d'altra parte, aveva ottimi motivi per non dichiararsi apertamente, vista la sua carriera di rampante repubblicano. I suoi elettori conservatori non sarebbero stati di sicuro molto entusiasti di votare per un deputato omosessuale dichiarato. E Foley voleva continuare a essere riconfermato, un mandato dopo l'altro.
Il coming out chiaro e tondo è arrivato solo fuori tempo massimo, quando il terremoto aveva già spazzato via ogni residua speranza di restare in sella.
 
A parlare è stato l'avvocato di Foley, dichiarando nell'ordine che il suo assistito è omosessuale, è stato violentato da un prete quando era ragazzino e che ha problemi di alcolismo, in seguito ai quali si è fatto ricoverare in una clinica subito dopo aver dato le dimissioni dal Congresso. Più cliché diabolico di così si muore, per la gioia dei rozzi palati della destra americana.
Bisogna dire che Foley nel suo partito non era uno dei bacchettoni peggiori. Aveva rapporti discreti con la comunità glbt e si era persino opposto all'emendamento alla costituzione federale promosso da Bush in persona per impedire una volta per tutte il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Il suo impegno moralizzatore si era casomai orientato su un obiettivo meno controverso: i pedofili. Era stato uno dei più accesi sostenitori di nuove norme, approvate di recente, per sottoporre a severissimi controlli nella vita quotidiana i molestatori di minori, a cominciare dalla stretta sorveglianza delle comunicazioni via internet. Ironia della sorte ha voluto che a passare per un orco telematico sia stato alla fine proprio lui. saltato fuori infatti che l'onorevole Foley intratteneva romantiche corrispondenze via e-mail con alcuni "paggetti", ovvero liceali dal selezionato curriculum, scelti per lavorare come fattorini alla camera dei rappresentanti.
 
Tutto è cominciato con l'identificazione dell'onorevole Foley quale autore di una e-mail di contenuto erotico indirizzata a un paggetto sedicenne, arrivato a Washington dalla Louisiana, stato dell'Unione dove l'età del consenso è fissata a 17 anni.
Poi si è saputo che anche altri paggetti avevano ricevuto lettere analoghe dal deputato della Florida.
Poi un ex paggetto gay ha rivelato di essere andato a letto con Foley dopo aver lasciato il servizio.
L'interessato si è difeso sostenendo di non avere mai avuto relazioni sessuali con ragazzi minorenni, ma ormai la frittata era fatta e le dimissioni dal Congresso sono state un atto obbligato. L'Fbi ha aperto un'inchiesta sulla vicenda e bisogna sottolineare che gli eventuali risvolti penali a carico di Foley si dovranno in buona parte alle norme contro le molestie ai minori via internet approvate con il suo decisivo contributo.
 
La sostanza dei fatti, di per sé, non sarebbe granché, se non fosse per il ruolo ricoperto da Foley e per la linea ufficiale del suo partito, che ha fatto della sessuofobia il proprio cavallo di battaglia, e anche grazie a questo è riuscita a catturare i voti della destra religiosa, rivelatisi decisivi per i due mandati di George Bush alla Casa Bianca. Ma se i guardiani della morale si fanno beccare con le mani nella marmellata, la loro credibilità inevitabilmente ne soffre.
 
L'effetto dello scandalo a ridosso delle elezioni di medio termine di questo mese è stato in effetti devastante. Una specie di nemesi per le malefatte compiute dai repubblicani ai tempi dell'affaire Levinky, che avvelenò gli ultimi anni della presidenza Clinton. Con l'aggravante del sospetto di pedofilia che pesa su Foley, con pessime conseguenze sull'intera dirigenza repubblicana, alla quale si rimprovera di non avere vigilato, o peggio ancora di aver lasciato fare per timore dello scandalo.
 
Se da una parte è difficile reprimere una certa soddisfazione per l'esumazione degli scheletri dall'armadio di chi predica bene e razzola male, rimane però dall'altra l'amaro in bocca per l'ennesima campagna mediatica di sessuofobia militante, che confonde pericolosamente omosessualità e pedofilia e riafferma implicitamente che l'unico modello concepibile di moralità per chi fa politica e l'eterosessualità evangelica.
Preoccupazioni in questo senso sono state espresse, in seguito allo scandalo Foley, da diverse organizzazioni glbt. Nessuna delle quali, tuttavia, mette in dubbio la gravità delle colpe del deputato della Florida, lasciando intravedere sullo sfondo il rischio futuribile (ma non troppo) di una congiunzione tra il tradizionalismo etero e il neoperbenismo gay.

 

 

 

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