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“Caro direttore / Gentile
esperto, sono gay e...”.
Più o meno così decine di omosessuali affidano i loro
problemi, sentimentali o di altro genere, alla rubrica lettere
delle più disparate testate giornalistiche. Le risposte non
sempre sono all'altezza delle aspettative. Al contrario...
"Non sempre l’omosessualità, o per lo meno l’episodio
omosessuale, ha
una natura essenzialmente patologica e distruttiva". Così
risponde Claudio Risé (http://www.claudio-rise.it/),
psicoanalista, scrittore e docente universitario di
polemologia (la disciplina che studia le guerre...), a una
intervista di "Studi cattolici"
(http://www.claudio-rise.it/figli/studi.htm).
Voi gli chiedereste consigli sull'omosessualità?
Eppure più volte questo psicanalista ha cercato di chiarire i
dubbi degli omosessuali nella sua rubrica su “Io donna”.
è accaduto, ad esempio, il 3 luglio scorso, quando un
ventitreenne a cui piacciono “molto” le donne gli ha scritto
che ultimamente concentra la sua attenzione: “sugli uomini. Li
osservo per strada e sui giornali, tento di capire se gli
amici suscitano in me un interesse diverso. Ma non sono
riuscito a risolvere nulla e i miei dubbi non sono svaniti...
Ho paura di diventare gay”.
Risé lo liquida con: “Non è stata ancora trovata alcuna
prova dell'origine genetica dell'omosessualità. In compenso
abbiamo abbondanti dimostrazioni – come la sua lettera –
dell'origine mediatica di molte nevrosi relative
all'orientamento sessuale”.
Una nevrosi di origine mediatica? Buona questa, visto che la
maggior associazione di psichiatri americani non considera
l'omosessualità nevrosi dal 1972.
Ma non è la prima volta che Risé si è sbizzarrito, nel corso
della sua collaborazione con la rivista.
Nel gennaio 2003 il docente universitario rispondeva, sulla
stessa rivista, ad un padre di famiglia attratto, “turbato” e
invaghito dal figlio dei vicini di casa: “Meglio dunque
lasciare questo adolescente ai suoi sorrisi e ai suoi saluti
gentili”, perché “l'adolescente non ha
nulla a che vedere con le sue fantasie” ma l'uomo deve
abituarsi alla “vecchiaia e alle sue trasformazioni”. Senza
“ascoltare il fanciullo interiore, ci viene più facile
fantasticare su quello esteriore che troviamo sulle scale di
casa”. Chiaro no? Peccato che l'uomo chiedeva
solo se rivolgere al ragazzo la parola...
Sono molti altri gli interventi omofobi di Risé ma li
tralasciamo per non annoiare il lettore. Ci basta una sua
presa di posizione del 30 agosto 2003, sempre sulla rivista
femminile, nel quale ha sostenuto, rispondendo a due padri con
dubbi sull'educazione dei propri figli
maschi, che “La battaglia contro il maschio più sostanziale è
quella però condotta con iniziative politiche tese a rendere
socialmente irrilevante il matrimonio tra uomo e donna... Più
che dall'immaginario, i politici, uomini e donne, impegnati
nella defenestrazione del maschio padre, sembrano influenzati
dai voti di gruppi in crescita come single,
gay e altri”.
Un omosessuale che scrive a Risé oggi è, metaforicamente, come
un ebreo che durante il nazismo si fosse rivolto a Hitler. Gli
chiederete ancora consiglio?
Non ci convince del tutto nemmeno lo psichiatra Paolo
Crepet (http://www.paolocrepet.it/) che su “Specchio”
del 7 giugno 2003 dice, a un giovane insicuro rispetto alla
propria identità sessuale (ma che appare chiaramente gay da
ciò che scrive): “L'identità sessuale è per definizione il
baricentro della crescita... ammettere di avere 'qualche
problema' significa semplicemente ammettere che si sta
vivendo...
Viviamo in comunità dove nessuno conosce nessuno... Ho paura
che tu – come tanti della tua età – sia un naufrago, e che noi
adulti siamo tutti in qualche modo naufragati”. Mah.
Comunque Crepet parla di omosessualità con più equilibrio di
Risé, e sulla stessa rivista, il 26 aprile 2003, dice a un
27enne gay che si lamenta di una stroria d'amore finita male:
“L'amore non si può pretendere”.
E ancora, qualche tempo dopo, alla nonna di un bambino di
quattro anni preoccupata perché lo stesso chiede una bambola
dice: “Lasciatelo giocare con le bambole”, in una risposta di
rara apertura verso la diversità.
Tutto bene, quindi? Macché.
Daniela Bavestrello, psicoterapeuta che si occupa di
tematiche giovanili, su un vecchio numero di “Donna moderna”
del 1998 alla richiesta di Luca, un sedicenne, che avrebbe
voluto conoscere un omosessuale per chiarire i dubbi sulla
propria identità sessuale
consiglia: “Non credo che per avere certezze sulle tue
inclinazioni sessuali tu debba seguire questa via... Prima di
tutto, vai alla scoperta della tua capacità di provare
emozioni. Poi datti da fare per incontrare ragazzi e ragazze e
cercare di capire chi fra loro ti
interessa... se però ti rendi conto di non riuscire a
impostare un rapporto con gli altri... una chiacchierata con
uno psicoterapeuta ti potrebbe fare molto bene”. Ma la
psicoterapeuta scelta da Luca per chiacchierare di
omosessualità non era la Bavestrello?
Poco chiaro è anche Giorgio Abraham, che tiene una
rubrica su "Io donna". Ad una diciottenne che si sente
lesbica, il 6 dicembre 2003, consigliava di non far dipendere
la sua felicità solo dalla persona che ama... E recentemente,
il 21 agosto scorso, attribuiva la fantasia di un sessantenne,
sposato felicemente con prole, che vorrebbe soddisfare
uno sconosciuto con un rapporto orale, al... calo di desiderio
della moglie. Da qui la voglia di procurare piacere a un altro
uomo.
Psicofantasie...
Brava, al contrario, Shere Hite, sessuologa, che su "Io
donna" del 15 giugno 2002 invita due ragazze che provano
attrazione fisica l'una per l'altra a non soffocare o negare
ciò che sentono. Ma era così difficile?
Ottima, ancora, Silvia Vegetti Finzi, docente di
psicologia dinamica dell'Università di Pavia, che alla madre
che scopre l'omosessualità del figlio dice: “L'omosessualità
non è né una malattia né una colpa... accettarla negli altri
significa accettare una parte di noi... può
darsi che lo attenda una vita faticosa e difficile; sarà
comunque la sua”.
Non solo psicoterapeuti e affini ricevono lettere da
omosessuali. Una ricca messe di celebri opinionisti ci
risponde quasi quotidianamente.
Tra i tanti è degno di nota il caso di Barbara Palombelli,
che tiene una rubrica su "Io donna".
A una coppia di uomini felici, che le raccontano la loro
storia dice, l'1 febbraio 2003: "Succede sempre più spesso che
i sessi si attraggano fra loro... Mentre impazziscono i
rapporti di coppia tradizionali, ci si rilassa con i propri
simili... Trent'anni, e si sta tornando
indietro, con le varianti ammesse dalla liberazione e dal
consumismo dei sentimenti".
Qualche tempo prima, nel dicembre 2002, la giornalista, a un
diciassettenne gay che lamentava lo spazio "nullo" nel
programma politico dell'Ulivo per la lotta contro
l'intolleranza ai gay sosteneva 'sinistramente': "E non ti
viene il dubbio che ormai non ci sia più
tanto bisogno di quelle battaglie?... Ma se sapessi come
stavano le cose trent'anni fa... Allora si che l'omosessualità
era un dramma, una vergogna, un incubo per le famiglie e la
società". Oggi no? Curioso poi, il fatto che il 24 marzo 2000
Palombelli pubblicava su il
"Corriere della sera", tra le lettere, un appello di un gruppo
di transessuali a sostegno di una legge contro la
discriminazione delle persone glbt. E due anni prima di
rispondere al diciassettenne commentava: "Ho aderito a questa
battaglia perché sono convinta da
sempre che vada allargato lo spazio delle cittadinanze".
Probabilmente per la Palombelli, in due anni, lo spazio delle
nostre cittadinanze si è allargato abbastanza.
Ci è piaciuta, al contrario, Barbara Alberti,
scrittrice, su "Anna" del novembre 2002, che a una madre che
le espone le peripezie del figlio prima gay, poi eterosessuale
ed infine bisessuale dice: "Chi ha bisogno dello psicologo sei
tu... Da troppi anni hai abdicato alla tua vita affettiva per
occuparti di quella di tuo figlio".
Anche Isabella Bossi Fedrigotti, scrittrice e
collaboratrice del "Corriere della Sera", su "Sette", nel
primo semestre del 2002, ha invitato innumerevoli omosessuali
che le scrivevano a dichiararsi ai genitori. Il tono delle sue
risposte era questo (siamo al 14 aprile
2002): "E se dapprincipio [i genitori] reagiscono male non è
tanto per la storia dei nipotini negati quanto perché pensano
alla vita difficile, alle emarginazioni che possono toccare ai
loro figli".
Un articolo a parte meriterebbe infine Natalia Aspesi
che da anni, quasi ogni settimana, pubblica una lettera gay
nella rubrica "Questioni di cuore" de "Il Venerdì di
Repubblica". La Aspesi è diventata, a suon di risposte che
esprimono complicità profonda per la diversità, un'icona per i
gay italiani.
Bastino, tra le tante, queste righe scritte il 31 marzo 2000 a
una lettrice che lamenta il troppo spazio dato ai gay nella
sua rubrica:
"Circa un terzo delle lettere che ricevo è scritto da
omosessuali, ma questa non è la sola ragione per cui quasi
sempre una delle tre lettere della rubrica è di argomento
omosessuale. Nel corso degli anni queste lettere sono
cambiate, sempre meno parlano di esclusione e autorifiuto,
sempre più di problemi personali... vuol dire che la società è
cambiata e che sta cambiando l'immagine che gli omosessuali
hanno di sé e gli altri di loro. è giusto che se ne rendano
conto tutti".
Alcuni, come Risé, non se ne sono accorti, molti altri,
fortunatamente sì, ma ci rimane un dubbio: come mai, tranne
che nelle riviste gay e in rari casi, a rispondere a un
omosessuale non è mai un omosessuale?
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