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La legge italiana vieta ad omosessuali e single la
fecondazione artificiale. Nonostante il veto, e con percorsi
insoliti, le coppie uomo-uomo incominciano ad avere figli. Ecco
come.
“Ho
appena messo a letto il pupo”. È
fiero Marco (è un nome di fantasia e vedremo poi perché), padre
omosessuale di uno splendido bambino di tre anni.
“Un’amica
voleva un figlio e mi ha chiesto se volessi cooperare. Le ho detto
sì senza pensarci più di mezzo secondo. Abbiamo ricorso alla
fecondazione assistita, pagando circa sette milioni o
settemila euro, non ricordo con precisione. Il prima tentativo è
andato male, il secondo bene. Devo dire che nessuno al centro ci ha
mai chiesto se fossimo sposati... davano per scontato che
fossimo sposati, conviventi o amanti”.
Il bimbo vive con la madre “e quando non lavoro, con me e il mio
compagno. La nostra è più una famiglia matriarcale che patriarcale,
e da qui le ragioni dell’anonimato”, scherza Marco.
“La nostra vita non è cambiata molto con l’arrivo del piccolo. Il
week-end invece di andare al mare, stiamo a casa con lui: ai bambini
piccoli il sole fa male. Con la madre ci siamo organizzati con un
contributo mensile, e poi è il babbo, il bimbo mi chiama babbo con
tre bì, quello che compera le scarpe”.
E
l’educazione?
“Mi
accorgo di riprodurre quello che i miei genitori erano con me, e
sono più normativo della madre. Avere un figlio non è nulla di
eccezionale, è molto comune e molto naturale... Io sono il babbo,
lei la mamma, e il mio compagno è Luigi... tanti bambini vivono oggi
con genitori separati.
La genitorialità gay è problematizzata solo dai nostri avversari.
Nostro figlio ha un padre e una madre, mi sembra una situazione
comune. Ho una sola preoccupazione: il suo futuro. Lo amo
profondamente, mi stimola, mi diverte… è un bambino felice, noi
siamo felici
”.
Marco, il fidanzato da otto anni e l’amica possono dirsi fortunati.
Non sono incorsi nei rigori della legge 40, voluta dal forum
(cattolico) della Associazioni famigliari, e non abrogata con
l’ultimo referendum, che vieta l'accesso alla fecondazione
medicalmente assistita ai gay: "possono accedere alle tecniche di
procreazione medicalmente assistita coppie di maggiorenni di
sesso diverso, coniugate o conviventi".
Ai gay italiani è preclusa anche l'adozione all'estero in
quei paesi che la consentono (come, ad esempio, Belgio e Olanda).
Sarebbero necessarie la cittadinanza e la residenza e tempi
lunghissimi.
La probabilità che una coppia gay italiana adotti un bambino belga è
solo ipotetica, tanto che non conosciamo coppie italiane che abbiano
seguito questa strada.
Non rimangono che "due possibilità", spiega Giuseppina La
Delfa, presidente di Famiglie Arcobaleno, l’associazione di genitori
omosessuali. "Quella più semplice è trovare una donna,
generalmente lesbica, che voglia avere un figlio, con il metodo
tradizionale o l’autofecondazione [immissione di
sperma con una siringa sterile nella vagina, ndr.] e condividere
la crescita in una famiglia allargata con due papà e una madre. È
evidente che nell’educazione è necessario che i tre siano molto
affiatati.
La maggior parte degli iscritti alla nostra associazione ha però
figli da precedenti relazioni eterosessuali, una piccola parte di
coppie gay ha avuto figli con un'amica”
.
Oltre al metodo tradizionale, amica consenziente permettendo, le
coppie italiane possono ricorrere alla maternità surrogata: “È
un cammino complesso", spiega sempre La Delfa "percorribile
in Canada o California attraverso delle agenzie.
In Italia si parla di “utero in affitto”, ma è un termine offensivo
e volgare per le donne, per i padri e per i figli. È un viaggio
della speranza, lo stesso che percorrono anche gli eterosessuali
sterili.
Una volta trovata, e conosciuta a fondo, la donna che intende
aiutare la coppia è necessario ricorrere ad una clinica per la
fecondazione assistita che offra degli ovociti, per non creare
legami biologici tra madre e bambino.
Posso contare sulla punta delle dita di una mano il numero di padri
che ha fatto ricorso a questo metodo, e so per certo che mantengono
un legame con la persona che ha portato in grembo il loro figlio,
che per il bambino è una sorta di zia d'America
”.
In effetti basta cercare in Internet, su qualsiasi motore di
ricerca “surrogate mother" o "surrogacy" per trovare decine di
agenzie specializzate (anche gay-friendly:
http://www.ourworldtoo.com/lesbian-gay-parenting-info/gay-surrogacy/gay-surrogacy.html#top_agencies)
che offrono assistenza medico-psicologica sia a coppie eterosessuali
che omosessessuali per avere un figlio, con all'incirca 50.000 euro
(si veda:
http://www.asurrogateaccess.com/infoProspectiveParents_anticipatedFees.asp,
i costi possono variare anche di molto).
La comunità gay è però molto divisa sull'argomento. A parte la
dimensione economica, la questione pone una selva di dilemmi morali.
"Sono
dubbioso sulla giustificabilità della ricerca di un figlio naturale",
confessa Aurelio Mancuso, Segretario di Arcigay, "fermo restando
che non vorrei fosse vietata come pratica, e con tutto il mio
rispetto ad adulti consenzienti che ne usufruiscono, credo sia una
extrema ratio da praticare quando qualunque altra pratica sia
preclusa".
Tuttavia per una coppia maschile italiana come abbiamo visto, la
maternità surrogata può però essere oggi però l'extrema ratio.
A patto di avere le possibilità economiche per permettersela.
Intanto però, superato il dilemma sulla legittimità di avere figli,
in silenzio, ma con responsabilità, i gay italiani diventano padri e
fanno i conti con ben più degne preoccupazioni come, ad esempio,
rendere migliore il futuro dei loro figli.
Parole di un pioniere.
Com’è una famiglia gay? Raccogliamo l’esperienza, non comune, di un
membro di "Genitori gay" (il gruppo di genitori di Arcigay Milano)
compagno di un padre gay, in una famiglia allargata nella quale sia
la figura femminile che quella maschile sono ben presenti
nell’educazione del figlio. Ma in cui era il ruolo del partner del
padre a risultare "fuori dagli schemi" previsti dalla società.
"Il mio compagno ha avuto un figlio, a metà degli anni ottanta, con
una single eterosessuale. All'epoca era fidanzato con un
uomo. Alla fine della loro storia, quando il bambino aveva tre anni,
è incominciato un lungo rapporto, che continua tuttora, con me.
Io sono entrato quindi in un "progetto" già avviato, e sono stato
cauto nell’assumere un ruolo genitoriale: il bambino aveva già una
madre e un padre biologico, con ciascuno dei quali trascorreva metà
del proprio tempo.
Abitavamo in un condominio, noi di sotto e la madre di sopra: per
Daniele [è un nome di fantasia, ndr.]
facile muoversi da una casa all’altra
in qualsiasi momento ne avesse voglia.
Sia padre che madre erano molto presenti, e non ho voluto in alcun
modo sovrappormi ai loro rispettivi ruoli.
Non è stato facile creare un rapporto diretto con il bambino, che mi
ha sempre chiamato per nome. Al bambino è stato spiegato abbastanza
presto, intorno ai sette anni, il nostro rapporto di coppia gay, e
da quel momento è stato più affettuoso, ma mai come lo è con il
padre o la madre.
Alcune difficoltà sono sorte dopo
il trasloco in un’altra casa, distante da quella della madre. I
problemi erano soprattutto pratici,
come ad esempio quello dei libri scolastici,
che ogni settimana dovevano essere
trasferiti da un’abitazione all’altra:
dopo qualche anno capimmo che era
meglio per il ragazzo, perché
ormai era cresciuto, avere un’unica stanza “tutta per sé”. Ha
scelto di vivere con la madre, più
permissiva, ma veniva
regolarmente a passare pomeriggi e serate da noi.
Alle decisioni, quelle grosse come la scelta della scuola, ho
partecipato solo in parte, come consigliere: decidevano madre e
padre.
Non abbiamo avuto problemi sociali,
sembrava che la differenza della nostra famiglia passasse
inosservata.
,
C’è stato al contrario, qualche problema con la famiglia d’origine del mio
partner, che aveva rifiutato la sua
omosessualità, già dal suo coming out in giovane età...
erano altri tempi.
Con la mia, forse perché non è mio figlio biologico, non è scattata,
nei confronti di nostro figlio, quell’affettività che avrei
desiderato. Solo oggi che nostro figlio ha vent’anni, e qualche
problema con il lavoro, c’è stato un maggiore avvicinamento. Mi è
stato chiaro fin dall’inizio che io non ero suo padre, e avere un
figlio ha creato anche, a tratti, contrasti con il mio partner. Mi
spiace doverlo riconoscere, ma un po’ di gelosia l'avvertivo: quando
c’era il bimbo sentivo il mio
compagno completamente dedito a lui.
Nonostante questo, il bambino non mi ha mai rifiutato anche se, in
parte, è mancata quella confidenza e complicità specifica del
rapporto genitoriale.
La nostra avventura è probabilmente unica, e forse perfettibile.
All’inizio della fase della crescita i genitori sarebbe stato
probabilmente meglio se
i genitori avessero potuto sempre e
contemporaneamente, ma il ragazzo che ho di fronte oggi è sensibile,
aperto alla tolleranza, alla diversità e alla varietà delle
esperienze ed è in grado di entrare con estrema facilità in empatia
con gli altri.
È
un persona ricca, e al di là della confidenza, che spero di
recuperare in futuro, credo che la nostra esperienza, per quanto
unica, sia positiva.
Conosco due coppie, una di gay e una di lesbiche, che sono in
procinto di avere un figlio, e lo cresceranno insieme.
È un’altra possibilità: i genitori gay si muovono
come i pionieri, in territori inesplorati".
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