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La Puglia approva la legge sui servizi sociali che apre anche ai
“nuclei solidaristici” comprese le unioni omosessuali. E la Corte
Costituzionale sancisce la sostanziale legittimità della legge
toscana contro le discriminazioni contestata da Berlusconi. Ma
ribadisce: su alcuni temi deve intervenire lo Stato.
Governo Prodi, se ci “pacsi”, batti un colpo. Le due ultime
conquiste in tema di diritti gay vengono dalle regioni e chiamano in
causa le competenze (e le inadempienze) dello stato: la prima è la
recente approvazione in Puglia della legge sui servizi sociali che
apre alle unioni omosessuali; la seconda viene dalla Toscana: la
corte costituzionale ha decretato la sostanziale ammissibilità della
legge di questa regione contro le discriminazioni per orientamento
sessuale e identità di genere, voluta dalla giunta Martini.
Con la legge approvata lo scorso 30 giugno, la Puglia è una delle
prime regioni a riconoscere anche alle coppie di fatto i servizi
riservati finora alle famiglie fondate sul matrimonio. Un
cambiamento sostanziale, che ha ricevuto anche l’apprezzamento di
Rosy Bindi, ministra per la famiglia, che conferma che la legge
pugliese potrebbe essere usata come apripista per una nuova
legislazione nazionale: «Una norma quadro sui servizi esiste, ma
sarà tenuto in conto la disciplina sul rapporto tra la famiglia e
gli altri nuclei così come formulata dalla Puglia e da altre regioni».
Perché il miracoloso risultato che il governatore della Puglia
Nichi Vendola è riuscito a realizzare sta proprio nel
compromesso con cui ha eliminato la discriminazione verso le unioni
di fatto senza equipararle alla famiglia tradizionale. Un equilibrio
sottile, usato per smantellare l’opposizione durissima da parte del
centrodestra che, paventando “derive zapateriste”, aveva deciso di
fare ostruzionismo alla legge presentando più di 6.500 emendamenti.
Ma Vendola, cattolico e attivista gay, invece di procedere a colpi
di maggioranza, ha preferito mettere a frutto le sue doti di
mediatore: ha lasciato la centralità alla famiglia fondata sul
matrimonio, alla quale viene riservato il 10% dei finanziamenti ma,
in articoli a parte, ha reso disponibili anche alle unioni di fatto
tutti i servizi regionali.
La mossa ha fatto sgretolare il muro dell’ostruzionismo del
centrodestra, che ha ritirato gli emendamenti ma non ha modificato
il proprio voto contrario. Il motivo lo spiega il capogruppo di
Forza Italia Rocco Palese: «Quando si parla di nuclei
solidaristici ci sono anche gli omosessuali». E questo (per loro)
è decisamente troppo.
Il voto contrario dell’opposizione non impedisce alla diessina
Elena Gentile, assessore regionale alle politiche sociali che ha
fortemente voluto la legge, di sciogliersi in un pianto liberatorio
quando, in “sole” cinque ore, il Consiglio approva tutti i 70
articoli del nuovo welfare pugliese. "Oltre il matrimonio
non c’è il deserto e oltre la famiglia di diritto non ci sono solo
singole persone", spiega l’assessore. "Ci sono persone che
vivono in nuclei familiari di caratteristiche diverse ma ugualmente
in grado di assumere progetti di vita".
Così anche questi nuclei non fondati sul matrimonio potranno
accedere a servizi come i bandi per le case popolari, gli aiuti ai
disabili, i centri antiviolenza, la mediazione familiare, le
strutture per il reinserimento dei detenuti e per la salute mentale,
ma anche ai servizi per la prima infanzia come asili nido, centri
ludici, centri di aggregazione per ragazzi.
Almeno è lecito sperare che il governo Prodi non si scagli contro la
legge pugliese, come fece l’esecutivo Berlusconi con la legge contro
le discriminazioni approvata dalla regione Toscana nel novembre
2004: secondo l’ex presidente del consiglio la normativa era
illegittima e la rinviò alla corte costuzionale, che lo scorso 4
luglio ha depositato la sentenza in cui respinge le ipotesi
d'incostituzionalità dell’intera legge e di tre articoli, mentre
dichiara illegittimi gli articoli 7 e 16.
Il primo regolava la designazione della persona che può prendere
decisioni in caso di malattia grave e invalidante, aprendo la
possibilità d'indicare non solo un familiare ma anche compagni e
conviventi. Per la corte la norma rientra nell’istituto della
rappresentanza, materia dell’ordinamento civile di esclusiva
competenza dello Stato.
Per lo stesso motivo è stato giudicato illegittimo l’articolo 16,
nel quale si prevedevano multe fino a 3098 euro per gli esercenti di
pubblici esercizi che rifiutino la loro prestazione a causa
dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere del cliente.
Anche se le norme che la sentenza annulla sono tra le più importanti
contenute nella legge, i rappresentanti della regione e quelli del
movimento gay hanno comunque giudicato in maniera positiva
l’intervento della corte costituzionale: "Il giudizio sulla
sentenza è positivo anche se nel complesso appare un po' balneare,
affrettata. Ora la Toscana può programmare politiche concrete a
sostegno dei gay", commenta Antonio Rotelli, responsabile
legislativo di Arcigay, mentre l’assessore toscano alle riforme,
Agostino Fragai, auspica "che il parlamento intervenga presto
sulle materie che la consulta ha giudicato non di competenza
regionale".
Cortese sollecito al governo, che viene ribadito anche da Franco
Grillini e Sergio Lo Giudice.
A
quando una risposta?
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