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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO  [ Numero 86 - Agosto 2006 ]
 Diritti, ma solo regionali
 
di
Giulio Maria Corbelli

La Puglia approva la legge sui servizi sociali che apre anche ai “nuclei solidaristici” comprese le unioni omosessuali. E la Corte Costituzionale sancisce la sostanziale legittimità della legge toscana contro le discriminazioni contestata da Berlusconi. Ma ribadisce: su alcuni temi deve intervenire lo Stato.

 

Governo Prodi, se ci “pacsi”, batti un colpo. Le due ultime conquiste in tema di diritti gay vengono dalle regioni e chiamano in causa le competenze (e le inadempienze) dello stato: la prima è la recente approvazione in Puglia della legge sui servizi sociali che apre alle unioni omosessuali; la seconda viene dalla Toscana: la corte costituzionale ha decretato la sostanziale ammissibilità della legge di questa regione contro le discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere, voluta dalla giunta Martini.

 

Con la legge approvata lo scorso 30 giugno, la Puglia è una delle prime regioni a riconoscere anche alle coppie di fatto i servizi riservati finora alle famiglie fondate sul matrimonio. Un cambiamento sostanziale, che ha ricevuto anche l’apprezzamento di Rosy Bindi, ministra per la famiglia, che conferma che la legge pugliese potrebbe essere usata come apripista per una nuova legislazione nazionale: «Una norma quadro sui servizi esiste, ma sarà tenuto in conto la disciplina sul rapporto tra la famiglia e gli altri nuclei così come formulata dalla Puglia e da altre regioni».

Perché il miracoloso risultato che il governatore della Puglia Nichi Vendola è riuscito a realizzare sta proprio nel compromesso con cui ha eliminato la discriminazione verso le unioni di fatto senza equipararle alla famiglia tradizionale. Un equilibrio sottile, usato per smantellare l’opposizione durissima da parte del centrodestra che, paventando “derive zapateriste”, aveva deciso di fare ostruzionismo alla legge presentando più di 6.500 emendamenti. Ma Vendola, cattolico e attivista gay, invece di procedere a colpi di maggioranza, ha preferito mettere a frutto le sue doti di mediatore: ha lasciato la centralità alla famiglia fondata sul matrimonio, alla quale viene riservato il 10% dei finanziamenti ma, in articoli a parte, ha reso disponibili anche alle unioni di fatto tutti i servizi regionali.

La mossa ha fatto sgretolare il muro dell’ostruzionismo del centrodestra, che ha ritirato gli emendamenti ma non ha modificato il proprio voto contrario. Il motivo lo spiega il capogruppo di Forza Italia Rocco Palese: «Quando si parla di nuclei solidaristici ci sono anche gli omosessuali». E questo (per loro) è decisamente troppo.

 

Il voto contrario dell’opposizione non impedisce alla diessina Elena Gentile, assessore regionale alle politiche sociali che ha fortemente voluto la legge, di sciogliersi in un pianto liberatorio quando, in “sole” cinque ore, il Consiglio approva tutti i 70 articoli del nuovo welfare pugliese. "Oltre il matrimonio non c’è il deserto e oltre la famiglia di diritto non ci sono solo singole persone", spiega l’assessore. "Ci sono persone che vivono in nuclei familiari di caratteristiche diverse ma ugualmente in grado di assumere progetti di vita".

Così anche questi nuclei non fondati sul matrimonio potranno accedere a servizi come i bandi per le case popolari, gli aiuti ai disabili, i centri antiviolenza, la mediazione familiare, le strutture per il reinserimento dei detenuti e per la salute mentale, ma anche ai servizi per la prima infanzia come asili nido, centri ludici, centri di aggregazione per ragazzi.

 

Almeno è lecito sperare che il governo Prodi non si scagli contro la legge pugliese, come fece l’esecutivo Berlusconi con la legge contro le discriminazioni approvata dalla regione Toscana nel novembre 2004: secondo l’ex presidente del consiglio la normativa era illegittima e la rinviò alla corte costuzionale, che lo scorso 4 luglio ha depositato la sentenza in cui respinge le ipotesi d'incostituzionalità dell’intera legge e di tre articoli, mentre dichiara illegittimi gli articoli 7 e 16.

Il primo regolava la designazione della persona che può prendere decisioni in caso di malattia grave e invalidante, aprendo la possibilità d'indicare non solo un familiare ma anche compagni e conviventi. Per la corte la norma rientra nell’istituto della rappresentanza, materia dell’ordinamento civile di esclusiva competenza dello Stato.

Per lo stesso motivo è stato giudicato illegittimo l’articolo 16, nel quale si prevedevano multe fino a 3098 euro per gli esercenti di pubblici esercizi che rifiutino la loro prestazione a causa dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere del cliente.

Anche se le norme che la sentenza annulla sono tra le più importanti contenute nella legge, i rappresentanti della regione e quelli del movimento gay hanno comunque giudicato in maniera positiva l’intervento della corte costituzionale: "Il giudizio sulla sentenza è positivo anche se nel complesso appare un po' balneare, affrettata. Ora la Toscana può programmare politiche concrete a sostegno dei gay", commenta Antonio Rotelli, responsabile legislativo di Arcigay, mentre l’assessore toscano alle riforme, Agostino Fragai, auspica "che il parlamento intervenga presto sulle materie che la consulta ha giudicato non di competenza regionale".

Cortese sollecito al governo, che viene ribadito anche da Franco Grillini e Sergio Lo Giudice.

A quando una risposta?

 

 

 

 

 

 

 

 

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