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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO

  [ Numero 102 - Dicembre 2007 ]

 La leggenda di Massimo
[di Gianni Rossi Barilli]
 

Il 4 novembre scorso è morto Massimo Consoli, attivista e intellettuale gay che per quarant'anni ha partecipato da protagonista alle vicende del movimento glbt. Lo ricordiamo con affetto e stima.

 

Ogni volta che tornava dall’ospedale, negli ultimi anni, aveva preso l’abitudine di mandare una mail ad amici e conoscenti per informarli che la morte aveva di nuovo dovuto arrendersi alla sua voglia di vivere. Aveva il cancro ma era determinatissimo a contendergli ogni millimetro di vita, affrontando con coraggio i momenti brutti e accogliendo con entusiasmo gli sprazzi di libertà che la malattia gli concedeva tra una sofferenza e l’altra. Non aveva paura di parlare della fine e neppure di scherzarci un po’ sopra, come solo una persona interiormente serena riesce a fare. L’ultima volta, l’e-mail non l’ha potuta mandare di persona e ha dovuto delegare al figlio adottivo, Lorenzo, il compito di comunicare che il momento tanto eroicamente rinviato era comunque venuto.

Il 4 novembre, a 62 anni non ancora compiuti (era nato il 12 dicembre 1945), Massimo Consoli è morto per davvero. L’ultimo pensiero per la sua mailing list, in gran parte composta di militanti del movimento glbt, è stato inviato dal figlio: “Mio padre m’incarica di dirvi che siete stati e state lo scopo della sua vita. Vi ha sempre voluto bene, vi vuole bene e spera che anche dove sta per andare sia possibile continuare a volervi bene”.

Il movimento omosessuale è stato in effetti per circa quarant’anni la sua casa e la sua piazza, il luogo in cui ha combattuto le sue battaglie per una società più giusta mantenendo sempre una posizione eccentrica rispetto a qualunque “linea” dettata da altri.

Anarchico per formazione e individualista per vocazione, preferiva agire per conto proprio e andare dritto per la propria strada anziché adattarsi alle mediazioni della politica. Bastava averlo incontrato una sola volta per capire che aveva in testa un progetto tutto suo che niente al mondo poteva cambiare, rappresentato dal missionario impegno di militanza per un mondo migliore che si era assegnato.

Con tanti altri storici esponenti del primo movimento gay aveva perciò senz’altro in comune una certa vena di follia, o quantomeno una certa difficoltà ad adeguarsi alla comune percezione della realtà. D’altro canto negli anni sessanta e settanta, quando Consoli iniziò la sua avventura politica, chi poteva dedicarsi anima e corpo alla causa dei diritti degli omosessuali se non era un po’ matto?

 

Da questo marchio di fabbrica deriva anche la scoperta parzialità in virtù della quale, nella sua attività di storico, gli capitava di confondere un po’ troppo la propria biografia con quella del movimento, con il risultato di ingigantire i propri meriti e di indispettire tutti coloro che a ragione o a torto ritenevano di averne avuti di maggiori.

Il tutto però senza l’ombra di cattiveria o malevolenza nei confronti di chicchessia. Semplicemente, la storia che aveva in mente era quella del suo personale film, di una leggenda umana alla cui costruzione ha dedicato tutta la vita.

Proprio per questo il suo egocentrismo a volte imbarazzante non aveva niente a che spartire con banali ambizioni di potere e veniva sempre testimoniato con totale candore.

Mentre non ha mai combattuto per una poltrona e neppure per uno strapuntino, Massimo Consoli è sempre stato il presidente di una repubblica da lui fondata e gestita con attivismo incrollabile. Da questa posizione extraterritoriale ha partecipato alla storia del movimento glbt fin dai suoi albori. Ed essendo un minuzioso biografo di se stesso, si è preoccupato di tramandare i molti passaggi della propria militanza.

 

L’inizio risale a prima di Stonewall, quando nel 1963 un Consoli ancora minorenne fonda un piccolo gruppo che prende il nome di Rivoluzione verde. Il colore scelto non c’entrava niente con l’ecologia, di cui a quei tempi si parlava ben poco, e si riferiva invece ai famosi garofani verdi che a fine ottocento Oscar Wilde aveva lanciato come simbolo della gaiezza ante litteram.

Quattro anni dopo, Rivoluzione verde è un’esperienza archiviata e lascia il posto all’Associazione Roma 1, che pur avendo un nome meno fantasioso ha le stesse finalità.

Poi arriva il ciclone rivoluzionario del ’68-’69, al quale Consoli partecipa avvicinandosi al movimento anarchico. Non si discosta però dall’impegno per la futura liberazione gay, che annuncia formalmente nel 1971 da Amsterdam, dove si era temporaneamente trasferito, con un “Manifesto per la rivoluzione morale” diffuso in copie ciclostilate.

Tornato in Italia, fonda nel ’72 Rivolta omosessuale, discendente diretta di Roma 1, e l’anno successivo il Cidams (Centro italiano per la documentazione delle attività delle minoranze sociali).

La prolifica produzione di sigle politiche e iniziative editoriali è una costante dell’attivismo di Consoli e sopperisce in qualche misura alla penuria di adepti. Ma sotto acronimi spesso impronunciabili (come ad esempio Tippcco, Tribunale internazionale permanente per i crimini contro l'omosessualità) la direzione di marcia è ben chiara.

Ed è quella di una via libertaria all’emancipazione degli omosessuali, nemica dell’oscurantismo clericale e critica verso le seduzioni che l’idea della rivoluzione comunista esercita fino ad anni settanta inoltrati su buona parte del movimento gay. Un atteggiamento in verità affine a quello assunto dal Fuori, la prima organizzazione nazionale gay italiana, dopo la scelta di federarsi al partito radicale nel 1974.

 

Consoli resta però sempre un battitore libero e nel 1975 sforna una nuova creatura: il Movimento politico degli omosessuali (Mpo), che ha come house organ la rivista “Ompo” e che nel ’76 apre una sede a Roma (Ompo’s) dove si organizzano mostre, dibattiti, feste e spettacoli. Il sogno della comunità gay, insomma, quando ancora in Italia questa idea appariva utopica.

Nella stessa direzione va nel 1978 l’apertura, sempre a Roma, di una Gay House in una palazzina occupata. Nessuna di queste iniziative si rivela molto popolare, né dentro il movimento gay né tantomeno fuori, ma questo non sembra affatto frustrare l’entusiasmo di Consoli, che mentre si dà da fare come organizzatore politico non tralascia l’attività di giornalista e scrittore. Oltre alla riviste che scrive da sé, insieme a non molti compagni di strada, collabora ad altre testate italiane e straniere, traduce testi importanti per la storia del movimento e scrive libri in cui si occupa di storia, religione e antropologia.

 

In ambito giornalistico la sua iniziativa più riuscita nasce nel 1989, prosegue per buona parte degli anni novanta con periodicità intermittente e si chiama “Rome gay news”. Una rivista cartacea che riesce a realizzare persino qualche scoop (come la prima intervista in cui la nipote del Duce, Alessandra Mussolini, si dichiara favorevole ai diritti degli omosessuali) e funziona spesso come agenzia di stampa per testate giornalistiche a maggiore diffusione, contribuendo a pubblicizzare le tematiche gay presso il grande pubblico. Anche così Massimo Consoli comincia a diventare un’istituzione e un punto di riferimento nel mondo dell’informazione. Per quanto riguarda invece l’opera saggistica, oltre alle traduzione di autori importanti come Ulrichs e Boswell, spicca Homocaust, uscito in due diverse versioni nell’84 e nel ’91 e dedicato alle persecuzioni naziste contro gli omosessuali.

 

Nel frattempo, Consoli riesce a mantenere una vasta rete di contatti con intellettuali italiani e stranieri e a raccogliere una cospicua mole di documenti e cimeli sulla storia gay, che si accumulano con il tempo nell’archivio che porta il nome del suo fondatore e vengono infine ceduti all’archivio di stato a Roma che tuttora li custodisce.

L’impegno per costruire una memoria storica della comunità omosessuale va tuttavia ancora oltre, e specialmente negli ultimi anni della vita di Consoli si concentra sul culto laico di alcune grandi personalità. Come Pierpaolo Pasolini, ricordato ogni anno con una cerimonia nell’anniversario della sua morte e nel luogo in cui venne assassinato a Ostia.

O come Dario Bellezza, poeta del quale Consoli fu intimo amico.

O come il tedesco Karl Heinrich Ulrichs, “nonno” del movimento gay moderno morto in esilio all’Aquila nel 1895, sulla cui tomba (che era riuscito a far restaurare) Consoli organizzava un pellegrinaggio annuale a fine agosto.

Frutto dell’impegno per la memoria è anche il calendario Gay Day, uscito in volume e aggiornato online, in cui per ogni giorno dell’anno sono segnalati fatti e personaggi importanti per la storia glbt.

 

L’interesse per il passato non ha mai escluso comunque l’attenzione verso l’attualità, rispetto alla quale Massimo Consoli interveniva spesso con gesti originali. Come quando si presentò in piazza San Pietro armato di scopa per aiutare la chiesa cattolica a fare pulizia della spazzatura che diffondeva sugli omosessuali.

O come quando andava a celebrare il “Natale delle marchette” nei pressi della stazione Termini, portando panettoni e conforto ai giovani che si prostituivano.

Suscitò qualche polemica anche quando, negli anni novanta, rese pubblico il suo desiderio di adottare un figlio. Cosa che gli riuscì alla fine con Lorenzo, non un bambino ma un giovane adulto, che lo ha reso felicemente nonno di due nipotini.

 

Con l’arrivo di internet, la verve poligrafa di Consoli sembrava destinata a dilatarsi al di là di ogni precedente confine, se non ci si fosse messa di mezzo la malattia a sottrarre tempo e a limitare energie.

Gli ultimi anni sono stati perciò un alternarsi di silenzi, sempre più lunghi, e torrenziali ricomparse in cui affidava alla posta elettronica notizie sulla sua salute e sui suoi progetti editoriali, pareri sulle più svariate questioni e idee per nuove campagne sociali.

Il male da cui non sarebbe guarito gli ha certo imposto ritmi diversi da quelli che gli erano più congeniali, ma non ha affievolito la sua passione. Anzi. Sapendo di essere in corsa contro il tempo, si è dato da fare con le unghie e con i denti per concludere tutto quello che riteneva di dover concludere.

Non è riuscito però a scegliere dove essere sepolto. Gli sarebbe piaciuto andare al cimitero acattolico di Roma dove si trovano tanti poeti e spiriti liberi, incluso l'amico Dario Bellezza, ma la burocrazia almeno per ora ha voluto diversamente. L'hanno seppellito a Marino, il comune in provincia di Roma in cui abitava.

Un po' di pressione da parte della comunità glbt per convincere le autorità a rispettare l'ultimo desiderio di Massimo sarebbe certo un omaggio adeguato alla memoria di questo personaggio per tanti versi unico.

 

 

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