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Il 4 novembre scorso è morto Massimo Consoli,
attivista e intellettuale gay che per quarant'anni ha partecipato da
protagonista alle vicende del movimento glbt. Lo ricordiamo con
affetto e stima.
Ogni volta che tornava dall’ospedale, negli
ultimi anni, aveva preso l’abitudine di mandare una mail ad amici e
conoscenti per informarli che la morte aveva di nuovo dovuto
arrendersi alla sua voglia di vivere. Aveva il cancro ma era
determinatissimo a contendergli ogni millimetro di vita, affrontando
con coraggio i momenti brutti e accogliendo con entusiasmo gli
sprazzi di libertà che la malattia gli concedeva tra una sofferenza
e l’altra. Non aveva paura di parlare della fine e neppure di
scherzarci un po’ sopra, come solo una persona interiormente serena
riesce a fare. L’ultima volta, l’e-mail non l’ha potuta mandare di
persona e ha dovuto delegare al figlio adottivo, Lorenzo, il compito
di comunicare che il momento tanto eroicamente rinviato era comunque
venuto.
Il 4 novembre, a 62 anni non ancora compiuti
(era nato il 12 dicembre 1945), Massimo Consoli è morto per davvero.
L’ultimo pensiero per la sua mailing list, in gran parte composta di
militanti del movimento glbt, è stato inviato dal figlio: “Mio padre
m’incarica di dirvi che siete stati e state lo scopo della sua vita.
Vi ha sempre voluto bene, vi vuole bene e spera che anche dove sta
per andare sia possibile continuare a volervi bene”.
Il movimento omosessuale è stato in effetti
per circa quarant’anni la sua casa e la sua piazza, il luogo in cui
ha combattuto le sue battaglie per una società più giusta mantenendo
sempre una posizione eccentrica rispetto a qualunque “linea” dettata
da altri.
Anarchico per formazione e individualista per
vocazione, preferiva agire per conto proprio e andare dritto per la
propria strada anziché adattarsi alle mediazioni della politica.
Bastava averlo incontrato una sola volta per capire che aveva in
testa un progetto tutto suo che niente al mondo poteva cambiare,
rappresentato dal missionario impegno di militanza per un mondo
migliore che si era assegnato.
Con tanti altri storici esponenti del primo
movimento gay aveva perciò senz’altro in comune una certa vena di
follia, o quantomeno una certa difficoltà ad adeguarsi alla comune
percezione della realtà. D’altro canto negli anni sessanta e
settanta, quando Consoli iniziò la sua avventura politica, chi
poteva dedicarsi anima e corpo alla causa dei diritti degli
omosessuali se non era un po’ matto?
Da questo marchio di fabbrica deriva anche la
scoperta parzialità in virtù della quale, nella sua attività di
storico, gli capitava di confondere un po’ troppo la propria
biografia con quella del movimento, con il risultato di ingigantire
i propri meriti e di indispettire tutti coloro che a ragione o a
torto ritenevano di averne avuti di maggiori.
Il tutto però senza l’ombra di cattiveria o
malevolenza nei confronti di chicchessia. Semplicemente, la storia
che aveva in mente era quella del suo personale film, di una
leggenda umana alla cui costruzione ha dedicato tutta la vita.
Proprio per questo il suo egocentrismo a volte
imbarazzante non aveva niente a che spartire con banali ambizioni di
potere e veniva sempre testimoniato con totale candore.
Mentre non ha mai combattuto per una poltrona
e neppure per uno strapuntino, Massimo Consoli è sempre stato il
presidente di una repubblica da lui fondata e gestita con attivismo
incrollabile. Da questa posizione extraterritoriale ha partecipato
alla storia del movimento glbt fin dai suoi albori. Ed essendo un
minuzioso biografo di se stesso, si è preoccupato di tramandare i
molti passaggi della propria militanza.
L’inizio risale a prima di Stonewall, quando
nel 1963 un Consoli ancora minorenne fonda un piccolo gruppo che
prende il nome di Rivoluzione verde. Il colore scelto non c’entrava
niente con l’ecologia, di cui a quei tempi si parlava ben poco, e si
riferiva invece ai famosi garofani verdi che a fine ottocento Oscar
Wilde aveva lanciato come simbolo della gaiezza ante litteram.
Quattro anni dopo, Rivoluzione verde è
un’esperienza archiviata e lascia il posto all’Associazione Roma 1,
che pur avendo un nome meno fantasioso ha le stesse finalità.
Poi arriva il ciclone rivoluzionario del
’68-’69, al quale Consoli partecipa avvicinandosi al movimento
anarchico. Non si discosta però dall’impegno per la futura
liberazione gay, che annuncia formalmente nel 1971 da Amsterdam,
dove si era temporaneamente trasferito, con un “Manifesto per la
rivoluzione morale” diffuso in copie ciclostilate.
Tornato in Italia, fonda nel ’72 Rivolta
omosessuale, discendente diretta di Roma 1, e l’anno successivo il
Cidams (Centro italiano per la documentazione delle attività delle
minoranze sociali).
La prolifica produzione di sigle politiche e
iniziative editoriali è una costante dell’attivismo di Consoli e
sopperisce in qualche misura alla penuria di adepti. Ma sotto
acronimi spesso impronunciabili (come ad esempio Tippcco, Tribunale
internazionale permanente per i crimini contro l'omosessualità) la
direzione di marcia è ben chiara.
Ed è quella di una via libertaria
all’emancipazione degli omosessuali, nemica dell’oscurantismo
clericale e critica verso le seduzioni che l’idea della rivoluzione
comunista esercita fino ad anni settanta inoltrati su buona parte
del movimento gay. Un atteggiamento in verità affine a quello
assunto dal Fuori, la prima organizzazione nazionale gay italiana,
dopo la scelta di federarsi al partito radicale nel 1974.
Consoli resta però sempre un battitore libero
e nel 1975 sforna una nuova creatura: il Movimento politico degli
omosessuali (Mpo), che ha come house organ la rivista “Ompo” e che
nel ’76 apre una sede a Roma (Ompo’s) dove si organizzano mostre,
dibattiti, feste e spettacoli. Il sogno della comunità gay, insomma,
quando ancora in Italia questa idea appariva utopica.
Nella stessa direzione va nel 1978 l’apertura,
sempre a Roma, di una Gay House in una palazzina occupata. Nessuna
di queste iniziative si rivela molto popolare, né dentro il
movimento gay né tantomeno fuori, ma questo non sembra affatto
frustrare l’entusiasmo di Consoli, che mentre si dà da fare come
organizzatore politico non tralascia l’attività di giornalista e
scrittore. Oltre alla riviste che scrive da sé, insieme a non molti
compagni di strada, collabora ad altre testate italiane e straniere,
traduce testi importanti per la storia del movimento e scrive libri
in cui si occupa di storia, religione e antropologia.
In ambito giornalistico la sua iniziativa più
riuscita nasce nel 1989, prosegue per buona parte degli anni novanta
con periodicità intermittente e si chiama “Rome gay news”. Una
rivista cartacea che riesce a realizzare persino qualche scoop (come
la prima intervista in cui la nipote del Duce, Alessandra Mussolini,
si dichiara favorevole ai diritti degli omosessuali) e funziona
spesso come agenzia di stampa per testate giornalistiche a maggiore
diffusione, contribuendo a pubblicizzare le tematiche gay presso il
grande pubblico. Anche così Massimo Consoli comincia a diventare
un’istituzione e un punto di riferimento nel mondo
dell’informazione. Per quanto riguarda invece l’opera saggistica,
oltre alle traduzione di autori importanti come Ulrichs e Boswell,
spicca Homocaust, uscito in due diverse versioni nell’84 e nel ’91 e
dedicato alle persecuzioni naziste contro gli omosessuali.
Nel frattempo, Consoli riesce a mantenere una
vasta rete di contatti con intellettuali italiani e stranieri e a
raccogliere una cospicua mole di documenti e cimeli sulla storia
gay, che si accumulano con il tempo nell’archivio che porta il nome
del suo fondatore e vengono infine ceduti all’archivio di stato a
Roma che tuttora li custodisce.
L’impegno per costruire una memoria storica
della comunità omosessuale va tuttavia ancora oltre, e specialmente
negli ultimi anni della vita di Consoli si concentra sul culto laico
di alcune grandi personalità. Come Pierpaolo Pasolini, ricordato
ogni anno con una cerimonia nell’anniversario della sua morte e nel
luogo in cui venne assassinato a Ostia.
O come Dario Bellezza, poeta del quale Consoli
fu intimo amico.
O come il tedesco Karl Heinrich Ulrichs,
“nonno” del movimento gay moderno morto in esilio all’Aquila nel
1895, sulla cui tomba (che era riuscito a far restaurare) Consoli
organizzava un pellegrinaggio annuale a fine agosto.
Frutto dell’impegno per la memoria è anche il
calendario Gay Day, uscito in volume e aggiornato online, in cui per
ogni giorno dell’anno sono segnalati fatti e personaggi importanti
per la storia glbt.
L’interesse per il passato non ha mai escluso
comunque l’attenzione verso l’attualità, rispetto alla quale Massimo
Consoli interveniva spesso con gesti originali. Come quando si
presentò in piazza San Pietro armato di scopa per aiutare la chiesa
cattolica a fare pulizia della spazzatura che diffondeva sugli
omosessuali.
O come quando andava a celebrare il “Natale
delle marchette” nei pressi della stazione Termini, portando
panettoni e conforto ai giovani che si prostituivano.
Suscitò qualche polemica anche quando, negli
anni novanta, rese pubblico il suo desiderio di adottare un figlio.
Cosa che gli riuscì alla fine con Lorenzo, non un bambino ma un
giovane adulto, che lo ha reso felicemente nonno di due nipotini.
Con l’arrivo di internet, la verve poligrafa
di Consoli sembrava destinata a dilatarsi al di là di ogni
precedente confine, se non ci si fosse messa di mezzo la malattia a
sottrarre tempo e a limitare energie.
Gli ultimi anni sono stati perciò un
alternarsi di silenzi, sempre più lunghi, e torrenziali ricomparse
in cui affidava alla posta elettronica notizie sulla sua salute e
sui suoi progetti editoriali, pareri sulle più svariate questioni e
idee per nuove campagne sociali.
Il male da cui non sarebbe guarito gli ha
certo imposto ritmi diversi da quelli che gli erano più congeniali,
ma non ha affievolito la sua passione. Anzi. Sapendo di essere in
corsa contro il tempo, si è dato da fare con le unghie e con i denti
per concludere tutto quello che riteneva di dover concludere.
Non è riuscito però a scegliere dove essere
sepolto. Gli sarebbe piaciuto andare al cimitero acattolico di Roma
dove si trovano tanti poeti e spiriti liberi, incluso l'amico Dario
Bellezza, ma la burocrazia almeno per ora ha voluto diversamente.
L'hanno seppellito a Marino, il comune in provincia di Roma in cui
abitava.
Un po' di pressione da parte della comunità
glbt per convincere le autorità a rispettare l'ultimo desiderio di
Massimo sarebbe certo un omaggio adeguato alla memoria di questo
personaggio per tanti versi unico. |