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Obeid
ha da poco compiuto vent'anni e la scorsa estate è riuscito a
scappare dalla Palestina, perseguitato per la sua dichiarata
omosessualità. Appoggiandosi al centro gay di Gerusalemme, l’Open
House, e ad organizzazioni gay italiane (il Movimento
Omosessuale Sardo e il Circolo Mario Mieli di Roma)
presenti in Israele e in Palestina in questi ultimi anni, è riuscito
ad organizzare la sua partenza forzata.
Poi, grazie alla splendida
ospitalità di una coppia gay di Sutri, un paesino etrusco alle porte
di Roma, ha passato alcuni mesi in Italia ricominciando a vivere.
Abbiamo passato una
giornata con lui e con i suoi due ospiti, proprio il giorno del suo
ventesimo compleanno, e ci ha raccontato la sua storia terribile e
coraggiosa. Oggi si trova negli Usa dove ha raggiunto la famiglia,
anch’essa costretta ad un espatrio inevitabile.
Obied, come mai sei in
Italia?
Ho dovuto scappare dalla
Palestina, e anche la mia famiglia ha dovuto farlo. Contro di me
c'era la gente della mia città, Ramallah, forse l’esercito, forse il
governo. Se all’inizio mi prendevano in giro, poi sono arrivati gli
insulti e le minacce: frocio fottuto, siamo sotto le tue finestre!
Negli ultimi mesi ogni giorno mi chiamavano sul cellulare
minacciandomi, anche di morte… Hanno provato a spararmi per strada,
hanno provato ad investirmi… non so chi erano, non si sono mai
dichiarati.
Tutto questo è cominciato
quando, era il 2004 e io avevo 18 anni, ho detto in giro che sono
gay, perché in Palestina i gay vivono tutti nascosti per la paura e
io ho voluto provare ad aiutare anche gli altri.
Ma come sei arrivato, a
soli 18 anni, a fare il tuo coming out in una città come
Ramallah?
Vivevo con mia madre e un
fratello e una sorella più piccoli. Mia madre si occupava di
compravendita di case e quindi non eravamo poveri, ma ora abbiamo
perso tutto…
Secondo i palestinesi, i
gay in Palestina non ci sono e non ci devono essere: li giudicano
malati di mente e nessuno ne parla. Invece ce ne sono molti, ma
nessuno può manifestarsi. D’altra parte l’omosessualità tra i maschi
è diffusissima e le occasioni per scopare sono continue. Ad esempio
ho fatto sesso con molti dei miei compagni di classe e nessuno di
loro dice di essere gay: nessuno ammetterebbe che gli piace.
Io sono stato il primo a
fare coming out fuori dalla famiglia, è successo nel gennaio
2004... Mi sentivo forte perché lo avevo già detto a casa, ma la mia
famiglia è più aperta della media, mia madre è vissuta per anni
negli Usa, e mio padre (che è separato da noi) vive là. Certo, anche
mia madre non l’aveva presa bene, ha pianto e mi diceva che era una
pazzia, ma poi si era tranquillizzata. A casa veniva regolarmente il
mio ragazzo (tre anni più grande di me), amici e famiglia sapevano
che stavamo insieme. E inoltre mi sentivo forte perché frequentavo
il Centro gay di Gerusalemme, l’Open House.
Con un amico gay della mia
età - chiamiamolo Diago - abbiamo cercato di creare un gruppo a
Ramallah, appoggiandoci all’Open House di Gerusalemme.
Abbiamo chiesto agli uffici governativi l’autorizzazione per aprire
un centro per i diritti delle minoranze,
un luogo di ritrovo e di protezione anche per i gay. Mi hanno preso
per pazzo, cacciandomi via!
Subito dopo il mio nome ha
cominciato ad essere sulla bocca di tutti, veramente di tutti,
passavo per strada e mi gridavano "frocio"… Anche i bambini
mi offendevano e più di una volta mi hanno tirato pietre.
Poi che cosa è successo?
Poco dopo un gruppo di
uomini col viso coperto mi ha rapito da casa, insultato e picchiato
a ripetizione, incolpandomi di andare a letto con i soldati
israeliani e di essere un collaborazionista; con la minaccia,
le botte e la paura hanno tentato di farmi confessare.
Per due volte mi hanno
puntato la pistola sul viso e deviato leggermente il colpo,
sfiorando l’orecchio. È stato terribile… Poi dopo quattro ore di
incubo mi hanno rilasciato. Per circa due anni tra insulti, minacce
e momenti più tranquilli ho potuto frequentare ingegneria
all’università araba di Gerusalemme, ho continuato la storia col mio
ragazzo e i miei contatti con l’Open House e riuscivo anche
ad andare nei locali gay (israeliani, ndr) di Tel Aviv!
Ma nel marzo 2006 qualcuno
mi fa una telefonata spaventosa: tu meriti di morire perché sei
un frocio e se non riesco ad uccidere te sono pronto ad uccidere me
stesso!
Il giorno dopo
all’Università due uomini mi prendono i documenti e gridano che sono
un frocio accusandomi di collaborazionismo. Davanti a tutta
l’Università io sono diventato il frocio collaborazionista….
e quando ho provato a ritornarci, un
gruppo di studenti che non
conoscevo mi ha bloccato insultandomi e impedendomi di entrare.
Quando mia madre ha
telefonato all’Università chiedendo spiegazioni senza ottenerle, ho
capito che nessuno voleva proteggermi, non ce l’ho fatta più ed ho
abbandonato gli studi. Poi ogni notte telefonate e minacce, e non
potevo più uscire perché fuori le minacce
erano fisiche. Insieme a Haneen
Haykey, direttrice dell’ufficio
per la Palestina dell’Open House, abbiamo deciso che
per me era meglio partire.
Era il maggio 2006 ed è
cominciato il periodo peggiore, tre mesi infernali in cui
comunicando solo con il cellulare: ogni giorno provavo ad
organizzare la mia partenza e tutto era difficilissimo, anche se per
fortuna mia madre e i miei fratelli mi sono stati vicini.
Un giorno mentre per caso
ero in un appartamento accanto, a casa sono entrati tre uomini per
arrestarmi per conto del governo palestinese. Hanno sfasciato tutta
la casa, pezzo per pezzo, poi sono andati a casa di mia nonna e dei
miei zii accusando di collaborazionismo tutta la famiglia. Mi sono
salvato per miracolo, ma solo mia madre e i miei fratelli mi hanno
difeso.
Da quel giorno mia nonna
non mi ha più chiamato Obied, mi ha chiamato maniaco. Io e
mia madre siamo andati a denunciare alla polizia l’accaduto e
raccontato che i tre uomini si erano dichiarati del
gruppo politico
Kataeb Shohadà El Aqsa, ma i poliziotti non hanno dato
nessun peso alle nostre parole.
La polizia palestinese non
mi ha mai aiutato, e non ha mai fatto nulla per trovare i colpevoli
dei vari episodi di cui sono stato vittima. Ci siamo trasferiti
tutti a casa di un amico di mia madre: il nostro appartamento era
diventato inabitabile e pericoloso.
Chi ti ha aiutato a
partire?
L’Open House
e Massimo Mele del MOS.
Avremmo
dovuto partire insieme io e Diago,
ma all’ultimo momento è rimasto, perché il padre lo ha picchiato al
punto di mandarlo in ospedale…
Massimo è riuscito a
procurarmi un visto di espatrio per un anno per motivi di studio,
mentre l’Open House ha fatto una colletta per il
biglietto aereo.
Nel frattempo mia madre con
i miei fratelli piccoli, odiata da tutti e senza lavoro, ha deciso
di raggiungere un fratello negli Usa, ma per lei è stato più facile
espatriare perché avendo già vissuto negli Usa, aveva la green
card.
E tu che farai?
Anche se sapevo che era una
cosa temporanea, partire da qui mi dispiace moltissimo.
L’altro giorno al telefono
con mia madre scherzavo che qui ho trovato un nuovo padre e una
nuova madre! Ma è vero, sono molto affezionato a Lillo e a Claudio,
sono stati meravigliosi con me! Adesso passerò un po’ di tempo in
pace con la mia famiglia, anche se non credo che mi piaceranno gli
Usa: io amo l’Europa, la sua cultura e il suo modo di vivere. Spero
tanto di poter tornare presto e magari di andare a vivere in Spagna:
là potrei anche sposarmi!
Hai mai provato a
chiedere “asilo politico” a Israele? Hai avuto contatti con la
polizia israeliana a proposito delle tue persecuzioni a Ramallah e
all’università di Gerusalemme?
Naturalmente no.
E adesso continuerai nel
tuo impegno contro l’omofobia?
Certo! Farò tutto il
possibile per aiutare i gay che vivono in Palestina e soffrono ogni
giorno. Diago ad esempio, l’amico che doveva partire con me, ora sta
vivendo delle cose terribili. Ci siamo sentiti al telefono ed
abbiamo pianto per quello che sta subendo.
Voglio fare qualcosa per
lui e forse può servire raccontare il più possibile le nostre storie
a tutto il mondo.
È anche per questo che ho
accettato questa intervista ed è la prima volta che racconto le cose
intime della mia vita. Ma va bene così e puoi scrivere il mio nome e
cognome, Obied Quran, e farmi delle foto….
Sono Lillo Di Mauro
e Claudio Casalotti che hanno accolto Obied in Italia, nella
loro casa di Sutri.
Lillo e Claudio sono una
coppia gay consolidata, stanno insieme da 20 anni, ed entrambi
lavorano in una Cooperativa romana di assistenza sociale.
Lillo inoltre da 10 anni
presiede la Consulta per le carceri, nata per garantire i
diritti delle persone detenute. Nel 2005 avevano ospitato un altro
giovane gay palestinese, che aveva vissuto vicende meno drammatiche
di Obied ed era in Italia per studiare. L’estate passata il
Circolo Mario Mieli, conoscendo la passione e l’impegno per i
diritti che contraddistingue la coppia, li ha pregati di accogliere
due ragazzi palestinesi in gravi difficoltà.
Racconta Lillo:
Per noi
era troppo accogliere due ragazzi insieme, ed abbiamo deciso di
ospitarne solo uno, anche se è stata una scelta dolorosa.
Non
avevamo elementi per scegliere e abbiamo dovuto sorteggiare una
delle due lettere che ci aveva consegnato il Circolo, lettere che
erano arrivate in Italia con un percorso tortuoso. Ma non c’era un
telefono o un indirizzo o una e-mail. Non sapevamo come fare.
Sapevamo
che stava per arrivare ma non c’era una data né alcuna altra notizia.
Alla fine il giovane palestinese che avevamo aiutato in precedenza,
e che ora vive in Africa, anche lui di Ramallah, è riuscito ad avere
qualche notizia di Obied da amici comuni, utilizzando Messenger. E
così finalmente siamo riusciti a sapere appena in tempo la data del
suo arrivo, e il 16 agosto siamo andati a prenderlo a Fiumicino!
Come sai
per la legge Bossi-Fini sull’immigrazione entro otto giorni è
obbligatoria la registrazione e la richiesta del permesso di
soggiorno, ma scopriamo di dover prima consegnare le ricevute
dell’iscrizione a scuola e dell’assicurazione sanitaria, e tutto
questo nella settimana di ferragosto!
E così è
partita la nostra trafila burocratica che si è conclusa con la
consegna del permesso di soggiorno quasi 3 mesi dopo! Ma per noi è
stata una grande emozione e una grande opportunità la possibilità di
ospitare Obied. Lo abbiamo visto lentamente rifiorire e tornare a
sorridere, ricominciare a fare progetti, e questa per noi è
un’enorme soddisfazione.
Io ho
sempre avuto un grande amore per il popolo palestinese e continuo a
difendere la loro causa di libertà, ma le mie convinzioni sono
veramente vacillate per quello che hanno potuto fare a Obied!
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