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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO

  [ Numero 93 - Marzo 2007 ]

 Io c'ero  
[ di  Daniela Danna ]

Dal 20 al 25 gennaio si è svolto a Nairobi, Kenya, il settimo Forum Sociale Mondiale. Daniela Danna ha partecipato, e ne ha approfittato per discutere con i padroni di casa la condizione glbt in un paese africano, dove il problema del pregiudizio è aggravato dai problemi sociali.


“Non importa quello che fanno: possono lapidarmi a morte, ma io sono omosessuale”. Parla una donna sudafricana nera: siamo a Nairobi, nel complesso sportivo di Moi. Qui si sono riuniti più di 100.000 attivisti del Forum sociale mondiale, nato in contrapposizione al “Club dei ricchi”, il Forum economico mondiale che negli stessi giorni di fine gennaio  elabora le strategie di (mal)governo del pianeta a Davos, tra le nevi delle Alpi svizzere.

Sotto l’implacabile sole africano si discute di come resistere: resistere all’invasione delle sementi geneticamente modificate, agli espropri delle terre dei contadini per la costruzione di devastanti dighe, ai tagli alle spese sociali per pagare un debito internazionale ingiusto, agli scippi delle pensioni e dei beni pubblici, al progetto di “costituzione” europea privo del principio della sovranità popolare.

E di come resistere all’eterosessualità dell’obbligo. Nella tenda del Q spot (il “punto Q” come “queer”) i dibattiti si susseguono per tutti i quattro giorni del Forum, e il grande spazio è sempre pieno.

Sono quasi tutti neri e nere, a dimostrazione (se ce ne fosse bisogno) che non è affatto vero che l’omosessualità sia “una malattia importata dai colonizzatori”, come purtroppo pensa la maggior parte degli africani. Al contrario: quello che hanno lasciato gli inglesi e gli altri colonizzatori sono semmai leggi repressive, che in Kenya minacciano chi compie atti omosessuali con la prigione (e naturalmente proibiscono anche la prostituzione…).

Se per fortuna per applicare la condanna servono i testimoni, anche in mancanza di prove le persone dall’aria gaia vengono comunque fermate dalla polizia, accusate, costrette a patteggiare e quindi a pagare. Amici delle persone che ho incontrato nello Q spot hanno perso il lavoro, il sostegno della famiglia, hanno dovuto interrompere gli studi. Leila ha perso il negozio che gestiva a Mombasa in condivisione con la famiglia, che l’ha cacciata quando il locale è diventato punto di incontro di gay e lesbiche.

“I keniani hanno paura di parlare di sessualità”, dichiara Judith, una dei coraggiosi che al Q spot mettono la propria faccia e la propria storia per contrastare l’ignoranza e il pregiudizio diffusi sull’omosessualità. Al banchetto della "Coalizione gay e lesbica keniana" si avvicinano infatti moltissimi delegati, con aria di disapprovazione, di sconcerto, e anche un po’ di spavento. Però chiedono informazioni, discutono, e il più delle volte se ne vanno con un sorriso, ammettendo: “Avevo una cattiva opinione dei gay. Ora so”.

“Sono molto felice” dice Lauren, 23 anni, studente di gestione ambientale, volontario nei programmi anti-Hiv con peer educators (educatori “pari”, cioè provenienti dallo stesso ambiente sociale dei destinatari delle informazioni).

Anche lui siede al banchetto, e ha partecipato ai momenti pubblici del Forum: la marcia partita da Libera (uno dei più grandi slum del Kenya, casa di un milione di persone senza fogne, acqua, elettricità) che ha fatto portando uno dei tre striscioni delle associazioni omosessuali africane, e la maratona di 14 km da Korogocho (un altro degli slum di Nairobi, dove si trova la famosa missione comboniana di Zanotelli) fino al parco Uhuru, cioè il parco della Libertà.

“La Coalizione keniana è un ‘ombrello’ per dieci organizzazioni, la più vecchia nata nel 2000 ed è presente a Nairobi, Mombasa e Kisumu”, racconta Judith, che è studente di legge e ha vent’anni. Nessun politico li sostiene “Perché la società keniana è molto conservatrice, la maggioranza è religiosa, cristiana o mussulmana. C’è molta discriminazione, se dichiari di essere gay persino gli amici possono picchiarti. Oppure ignorarti. L’accettazione è molto rara. Di alcuni personaggi famosi (cantanti, attori) si dice che sono gay, ma nessuno di loro lo ha mai dichiarato”.

Il Forum sociale mondiale è importantissimo per l’attivismo glbti (“i” per “intersessuale”) in Kenya: le discussioni più vivaci sui mass media sono state proprio a commento della grande visibilità queer.

Le opinioni per lo più non sono state favorevoli, ma sfottenti. Le chiese cristiane e i capi mussulmani hanno ripetutamente chiesto insieme una netta condanna dell’omosessualità da parte del governo (una dichiarazione che comunque non c’è stata).

 

I momenti pubblici di visibilità durante le manifestazioni per Judith e gli altri sono stati bellissimi: “Eravamo felici, e completamente a nostro agio insieme a tutti gli altri attivisti. Abbiamo ballato, ci siamo divertiti così tanto. Invece il primo dicembre eravamo solo in cinque a portare il nostro striscione”.

Le chiedo se tutti condividono le posizioni critiche nei confronti della globalizzazione che il resto del Forum sta esprimendo, e mi confessa di non saperne molto. Ma i temi proposti alla discussione nel Q spot sono profondamente ispirati alla ricerca dell’“altro mondo possibile”, e non solo per i diritti umani ma per quelli sociali ed economici. “Minoranze sessuali e giustizia sociale” è stato il titolo del primo incontro proposto: anche gay e lesbiche lottano per il diritto alla casa e il diritto al lavoro (o al reddito…): “Altrimenti”, conclude uno degli oratori, “essere gay rimane roba da ricchi, come è sempre stata”.

 

 

 

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