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“Non importa quello che fanno: possono lapidarmi a
morte, ma io sono omosessuale”. Parla una donna sudafricana nera:
siamo a Nairobi, nel complesso sportivo di Moi. Qui si sono riuniti
più di 100.000 attivisti del Forum sociale mondiale, nato in
contrapposizione al “Club dei ricchi”, il Forum economico mondiale
che negli stessi giorni di fine gennaio elabora le strategie di (mal)governo
del pianeta a Davos, tra le nevi delle Alpi svizzere.
Sotto l’implacabile sole africano si discute di
come resistere: resistere all’invasione delle sementi geneticamente
modificate, agli espropri delle terre dei contadini per la
costruzione di devastanti dighe, ai tagli alle spese sociali per
pagare un debito internazionale ingiusto, agli scippi delle pensioni
e dei beni pubblici, al progetto di “costituzione” europea privo del
principio della sovranità popolare.
E di come resistere all’eterosessualità
dell’obbligo. Nella tenda del Q spot (il “punto Q” come “queer”) i
dibattiti si susseguono per tutti i quattro giorni del Forum, e il
grande spazio è sempre pieno.
Sono quasi tutti neri e nere, a dimostrazione
(se ce ne fosse bisogno) che non è affatto vero che l’omosessualità
sia “una malattia importata dai colonizzatori”, come purtroppo pensa
la maggior parte degli africani. Al contrario: quello che hanno
lasciato gli inglesi e gli altri colonizzatori sono semmai leggi
repressive, che in Kenya minacciano chi compie atti omosessuali con
la prigione (e naturalmente proibiscono anche la prostituzione…).
Se per fortuna per applicare la condanna
servono i testimoni, anche in mancanza di prove le persone dall’aria
gaia vengono comunque fermate dalla polizia, accusate, costrette a
patteggiare e quindi a pagare. Amici delle persone che ho incontrato
nello Q spot hanno perso il lavoro, il sostegno della famiglia,
hanno dovuto interrompere gli studi. Leila ha perso il negozio che
gestiva a Mombasa in condivisione con la famiglia, che l’ha cacciata
quando il locale è diventato punto di incontro di gay e lesbiche.
“I keniani hanno paura di parlare di
sessualità”, dichiara Judith, una dei coraggiosi che al Q spot
mettono la propria faccia e la propria storia per contrastare
l’ignoranza e il pregiudizio diffusi sull’omosessualità. Al
banchetto della "Coalizione gay e lesbica keniana" si avvicinano
infatti moltissimi delegati, con aria di disapprovazione, di
sconcerto, e anche un po’ di spavento. Però chiedono informazioni,
discutono, e il più delle volte se ne vanno con un sorriso,
ammettendo: “Avevo una cattiva opinione dei gay. Ora so”.
“Sono molto felice” dice Lauren, 23 anni,
studente di gestione ambientale, volontario nei programmi anti-Hiv
con peer educators (educatori “pari”, cioè provenienti dallo stesso
ambiente sociale dei destinatari delle informazioni).
Anche lui siede al banchetto, e ha partecipato
ai momenti pubblici del Forum: la marcia partita da Libera (uno dei
più grandi slum del Kenya, casa di un milione di persone senza fogne,
acqua, elettricità) che ha fatto portando uno dei tre striscioni
delle associazioni omosessuali africane, e la maratona di 14 km da
Korogocho (un altro degli slum di Nairobi, dove si trova la famosa
missione comboniana di Zanotelli) fino al parco Uhuru, cioè il parco
della Libertà.
“La Coalizione keniana è un ‘ombrello’ per
dieci organizzazioni, la più vecchia nata nel 2000 ed è presente a
Nairobi, Mombasa e Kisumu”, racconta Judith, che è studente di legge
e ha vent’anni. Nessun politico li sostiene “Perché la società
keniana è molto conservatrice, la maggioranza è religiosa, cristiana
o mussulmana. C’è molta discriminazione, se dichiari di essere gay
persino gli amici possono picchiarti. Oppure ignorarti.
L’accettazione è molto rara. Di alcuni personaggi famosi (cantanti,
attori) si dice che sono gay, ma nessuno di loro lo ha mai
dichiarato”.
Il Forum sociale mondiale è importantissimo
per l’attivismo glbti (“i” per “intersessuale”) in Kenya: le
discussioni più vivaci sui mass media sono state proprio a commento
della grande visibilità queer.
Le opinioni per lo più non sono state
favorevoli, ma sfottenti. Le chiese cristiane e i capi mussulmani
hanno ripetutamente chiesto insieme una netta condanna
dell’omosessualità da parte del governo (una dichiarazione che
comunque non c’è stata).
I momenti pubblici di visibilità durante le
manifestazioni per Judith e gli altri sono stati bellissimi:
“Eravamo felici, e completamente a nostro agio insieme a tutti gli
altri attivisti. Abbiamo ballato, ci siamo divertiti così tanto.
Invece il primo dicembre eravamo solo in cinque a portare il nostro
striscione”.
Le chiedo se tutti condividono le posizioni
critiche nei confronti della globalizzazione che il resto del Forum
sta esprimendo, e mi confessa di non saperne molto. Ma i temi
proposti alla discussione nel Q spot sono profondamente ispirati
alla ricerca dell’“altro mondo possibile”, e non solo per i diritti
umani ma per quelli sociali ed economici. “Minoranze sessuali e
giustizia sociale” è stato il titolo del primo incontro proposto:
anche gay e lesbiche lottano per il diritto alla casa e il diritto
al lavoro (o al reddito…): “Altrimenti”, conclude uno degli oratori,
“essere gay rimane roba da ricchi, come è sempre stata”.
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