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L’associazione Famiglie Arcobaleno è il primo gruppo italiano che
riunisce nuclei familiari con genitori lesbiche e gay e si occupa di
tutelare i loro diritti, in gran parte inesistenti per la
legislazione vigente. Abbiamo raccolto le esperienze di alcune
persone che ne fanno parte.
Carlotta e Natalie hanno due belle figlie con le quali vivono in
provincia di Siena. Federica, dodici anni, è figlia di Carlotta e
del suo precedente marito mentre Sara, quattro anni, è figlia di
entrambe. Non sono toscane ma hanno scelto di vivere in un piccolo
borgo in campagna immaginando che così la vita sarebbe stata più
facile per le piccole.
Come vivono la vostra relazione, Federica e Sara?
Per Federica, che è più grande, le cose sono state probabilmente più
complicate. Lei ha un padre con un nome e un cognome e con lui lei
ha una storia comune e frequentazioni periodiche. Federica ha dovuto
affrontare e superare la separazione fra me e suo papà e poi il mio
nuovo amore con Natalie. Ha dovuto accettare la mia omosessualità,
conoscere la mia nuova compagna ed imparare a vivere con entrambe.
E
per Sara?
Per lei è tutto diverso, probabilmente è tutto più semplice. Lei sa
di avere due mamme da quando è nata, chiama a seconda delle volte
mamma Natalie oppure mamma Carlotta. L’assenza della figura paterna
non è un problema per lei perché quella del padre è una presenza che
non c’è mai stata. Sara è una bambina vivace, simpatica, del tutto
normale.
Pensi che per Federica avere acquisito due madri nel corso
dell’infanzia sia un problema?
Credo che lei abbia vissuto l’avvento di Natalie con le stesse
difficoltà che provano i ragazzini quando la mamma abbandona papà e
si mette con un altro uomo. Imparare ad apprezzare la persona che
sostituisce il proprio genitore non è mai molto semplice ma ce la
fanno quasi tutti. Anche lei. E poi, detto fuori dai denti, oggi si
vogliono bene ed è questo che conta.
Federica e Sara, che frequentano la scuola e gli amici del paese,
non hanno mai avuto problemi di intolleranza?
A
scuola non è mai capitato niente. Noi viviamo la natura della nostra
famiglia come perfettamente normale e questo evidentemente traspira
dalla mura di casa nostra così che nessuno si è mai sentito nelle
condizioni di fare delle battute o di insultare le nostre figlie.
Figurati che Sara frequenta l’asilo in paese ed è gestito dalle
suore.
E
nemmeno con loro avete avuto difficoltà?
No, nemmeno con le suore. Immagina che l’anno scorso il vescovo è
venuto a visitare l’asilo e quando si è avvicinato a Sara lei gli ha
presentato la mia compagna dicendo che si trattava di mamma Natalie.
Ma dai documenti risulta che Sara è la mia figlia biologica: Natalie
per la legge non c’è. Le suore sanno bene che siamo due donne e che
entrambe siamo madri di Sara. Il vescovo ha sorriso insieme alla
suora, hanno stretto la mano di Natalie e hanno continuato il loro
giro.
Nei piccoli comuni è più facile che in città farsi gli affari
altrui: la vicina di casa, la madre della compagna di scuola o il
vecchio davanti al bar di solito non fanno fatica ad attaccare delle
etichette. A voi non è successo?
Guarda, per sgomberare il campo da ogni equivoco ti racconto dei
nostri dirimpettai che sono marocchini. Hanno molti figli fra cui
una ragazza dell’età di Federica. Sono musulmani, probabilmente
carichi di pregiudizi verso l’omosessualità. Eppure le nostre due
famiglie si frequentano, le nostre figlie sono amiche e loro quando
devono lasciare a casa i bambini, invece di lasciarli da soli, li
accompagnano da noi chiedendoci di occuparcene per qualche ora. La
loro figlia più grande è addirittura venuta al mare insieme a noi
quando a giugno abbiamo organizzato un incontro di Famiglie
Arcobaleno. E a quanto pare, si è divertita come se si trovasse in
una spiaggia qualunque.
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Al contrario di Carlotta e Natalie molte delle famiglie iscritte
all’associazione Famiglie Arcobaleno vivono in città. È questo il
caso di Elena e Giuliana, che abitano a Milano insieme ai loro
figli: Jonatan e Mara di quattro anni, Riccardo di sette. Li
incontro al mare, Jonatan chiede a mamma Giuliana se può invitarmi a
pranzo e pochi attimi dopo mi ritrovo nel loro bungalow a mangiare
un piatto di spaghetti.
Mentre la mamma armeggia intorno ai fornelli e i fratelli vanno uno
per volta a lavarsi le mani Jonatan mi dice lapidario: “Lo sai che
io non ho un papà? Però ho un nonno!”. Dopo un attimo di sorpresa
gli rispondo che io non ho mai avuto un nonno, però mi è toccato un
padre, gli sorrido e lui raggiunge i suoi fratelli in bagno.
Succede spesso che i vostri figli facciano riferimento al padre che
non hanno?
Questa è stata la prima volta che Jonatan si è espresso in modo così
esplicito. Di solito non capita; con Mara invece era successo
due anni fa. Aveva tre anni ed
eravamo in montagna con una coppia di amici etero con due figli
dell’età dei nostri. Mara chiamava “papà” il padre dei suoi amici
che ad un certo punto le ha spiegato di non essere il suo papà. Mara
allora ha chiesto dove era il proprio padre e quando le abbiamo
spiegato che non aveva un papà ma due mamme è scoppiata a piangere
ed è stata difficilmente consolabile. Dopo quell’episodio non è più
accaduto che abbia chiesto del papà ma non credo che non ci pensi. O
forse sono i miei sensi di colpa che me lo fanno pensare
In tutti i casi credo che l’essenziale sia non mentire. Il padre non
è morto e non li ha abbandonati. È necessario che loro lo sappiano.
Si dice quello che è.
In Famiglie Arcobaleno esistono anche dei singoli che hanno messo al
mondo e crescono dei figli. Consigliereste a un gay o a una lesbica
single di fare un figlio?
Non c’è niente da consigliare a nessuno: si diventa padri o madri
quando ci si sente maturi e capaci. Crescere un figlio da soli è più
difficile che crescerlo in coppia ma non ci vedo nessuna
controindicazione. La società nella quale viviamo è piena di
famiglie monoparentali. Hai notato quanti separati e divorziati ci
sono in giro?
E
che cosa si dirà al bambino di un uomo gay che chiede dove sia la
mamma?
Bisognerà dirgli la verità: che la mamma non c’è ma che c’è il papà.
E quel padre dovrà essere capace di trasmettere semplicemente amore
che vale più di mille parole. Verrà poi anche il momento di parlare,
ed allora sarà il genitore a trovare le parole giuste, preparandosi
con attenzione, aspettandosi le domande dei figli, non temendole. A
volte non è facile, ma ognuno deve trovare la propria via.
Esistono dei momenti di aggregazione per voi membri di Famiglie
Arcobaleno?
Ci teniamo in contatto via e-mail: ricevo ogni giorno una ventina di
messaggi dai membri di Famiglie Arcobaleno. Qui a Milano poi non è
difficile scegliere di vedersi, di passare del tempo insieme, di far
frequentare ai nostri figli i loro amici figli di altri...
arcobaleni.
Al Pride di Torino, mentre il vostro trenino sfilava, ho sentito un
paio di tizi dire che usate i bambini per i vostri stupidi interessi.
Che cosa avresti risposto loro?
Non meritano risposte, quelli che hanno cose da dire prima di sapere
di cosa stanno parlando.
Comunque dovrebbero considerare che siamo famiglie e che non è
proibito a nessuna famiglia di andare al lago, al cinema oppure al
gay pride.
Se portassero anche i loro figli, quei signori, scoprirebbero che si
divertirebbero a loro volta!
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