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Per mesi era andato in giro
con la scorta, dopo aver subito minacce di morte. Poi la
scorta è stata tolta e il primo giorno in cui non l’ha più
avuta Michele Bellomo, presidente dell’Arcigay di Bari
e organizzatore del Gay Pride nazionale del giugno scorso, è
stato aggredito e picchiato. È successo il pomeriggio del
primo agosto a Bari, quando alcuni individui (almeno due) sono
entrati nella sede dell’associazione, presso la sezione dei Ds
di via Zara, e sono saltati addosso a Bellomo che stava
lavorando al computer. Lo hanno colpito alle spalle per
stordirlo e poi gli hanno più volte sbattuto di forza la testa
contro la tastiera, provocandogli un trauma cranico e lesioni
al volto che hanno reso necessario un ricovero d’urgenza in
una clinica oculistica per accertamenti. Compiuta la
spedizione punitiva, gli aggressori se ne sono andati.
La cosa grave è che l’attacco era ampiamente annunciato e
che il tempismo dei picchiatori è stato inquietante, tanto da
far pensare che sapessero con certezza di poter agire
indisturbati perché la scorta non c’era più. Solo tre
giorni prima, alcuni deputati di Ds e Prc avevano consegnato
una lettera al ministro dell’interno Pisanu per chiedere una
proroga della protezione a Bellomo. Il ministro si era
dichiarato disponibile, ma nel frattempo la scorta è sparita
lo stesso, e nel giro di poche ore la decisione di sospenderla
si è rivelata un grosso errore.
Le minacce erano cominciate poco meno di un anno fa,
poco dopo l’annuncio che il Gay Pride 2003 si sarebbe
tenuto a Bari. Michele Bellomo è stato fin dall’inizio
co-portavoce di questo evento, e perciò su di lui si sono
dirette le attenzioni dell’estremismo muscolare di destra.
La scorta è arrivata dopo la comparsa di scritte pesantemente
intimidatorie accanto al portone di casa di Michele, ma
nonostante la protezione, le intimidazioni sono continuate,
anche dopo il Gay Pride.
A fine giugno era arrivato il seguente testo anonimo
all’Arcigay di Bari: “Continui a portare la depravazione e
l’Aids a Bari con i tuoi discorsi e le tue provocazioni
oscene. Dio ha creato Adamo ed Eva, non Adamo e Adamo. Hai
ingannato migliaia di persone portandole sulla strada della
perversione. Dio ti punirà e brucerai tra le fiamme
dell’inferno”.
Il 9 luglio, un episodio di intimidazione da parte di
alcuni militanti di estrema destra in una pizzeria alla
presenza degli agenti della scorta.
Il 24 luglio, una chiamata al citofono alle tre di notte: “Ricchione
di merda, brucerai fra le fiamme dell’inferno”. Per questo
Bellomo aveva chiesto di continuare a essere protetto almeno
fino alla fine dell’anno. E per questo la sua sollecitazione
era stata trasmessa al ministro Pisanu con allegata
cronistoria delle minacce.
Dopo le botte, la scorta è stata riassegnata in fretta e furia
e molti esponenti politici dell’opposizione hanno chiesto che
venissero accertate le responsabilità in merito alla
“temporanea sospensione” del servizio. Ma complice il caldo,
le richieste di chiarimenti sono finite nel dimenticatoio,
mentre le indagini sugli autori dell’aggressione sono partite
in modo tutt’altro che brillante. Qualcuno ha perfino
suggerito un movente “passionale” in alternativa a quello
politico (come a sottolineare che il pregiudizio non cede
neppure di fronte all’evidenza) e questo non ha certo aiutato
a identificare i picchiatori, che per il momento rimangono
ignoti.
Di positivo c’è soltanto che per pubblicare per intero le
manifestazioni di solidarietà che sono arrivate a Michele
Bellomo forse non basterebbe un’edizione monotematica di
questa rivista. E che Michele ha deciso di non lasciarsi
spaventare da quello che è successo e di proseguire rimanendo
a Bari la sua (e nostra) battaglia di libertà.
Coraggio Michele, siamo tutti con te.
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