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A questo punto
è accertato: Mahmoud e Ayaz, i due ragazzi di 16 e 18 anni di cui
abbiamo visto le foto mentre venivano impiccati lo scorso luglio
nella piazza principale di Mashhad, nel nordest dell’Iran, erano
innocenti dall’accusa di stupro con cui alcune fonti iraniane
avevano voluto giustificare la loro barbara esecuzione, comminata in
realtà solo per punire l’amore omosessuale che li legava.
A smontare il
castello accusatorio è un rapporto realizzato dall’organizzazione
britannica OutRage!, la cui pubblicazione è attesa in questi giorni.
Le indagini, svolte da
Simon
Forbes
contattando direttamente testimoni locali, hanno penetrato la
cortina di silenzio e paura che circonda la realtà gay in Iran
rivelando uno scenario raccapricciante: "La
pionieristica indagine di Forbes è basata su informazioni ottenute
da fonti credibili e verificate interne all’Iran",
spiega il portavoce di OutRage!,
Peter
Tatchell,
"ci
ha fornito la prova chiara dell’esistenza di omicidi d’onore,
arresti, torture ed esecuzioni".
Il rapporto di
Forbes, di cui è stata pubblicata una prima parte lo scorso 20
aprile, riferisce numerosi casi oltre a quello dei due adolescenti
di Mashhad, e tutti fanno accapponare la pelle.
Secondo
l’associazione glbt iraniana con base negli Stati Uniti
Homan,
sarebbero almeno 4.000 le persone giustiziate con l’accusa di
lavaat
(letteralmente “depravazione”) tra il 1979, anno della rivoluzione
religiosa di Khomeini, e la metà degli anni Novanta: tra queste
anche alcuni stranieri, come i cinque membri della associazione di
Los Angeles
Lavender
Crescent Society
che giunsero a Teheran pochi mesi dopo l’ascesa di Khomeini per
incoraggiare la nascita di un movimento gay e furono prelevati
all’aeroporto, condotti in un luogo segreto e ammazzati.
Di questi e di
molti altri assassini commessi nei primi anni del regime teocratico
non si sa nulla: a quell’epoca anche la comunità internazionale era
molto poco attenta ai diritti delle persone omosessuali ed è forse
per questo che i tiranni iraniani si sentivano liberi di ammazzare
gli accusati d’omosessualità alla luce del sole, tanto che gay o
bisessuali venivano spesso impiccati agli alberi ai lati delle
strade senza tante cerimonie.
Queste
impiccagioni, come testimonia una donna che viveva proprio a Mashhad
contattata da Forbes, "non
erano un evento raro e gli omosessuali venivano regolarmente uccisi
così".
Non c’era, quindi, per le autorità il bisogno di inventarsi accuse
eclatanti per giustificare le uccisioni. "Nei
primi anni del regime teocratico instaurato da Khomeini nel 1979";
spiega Simon Forbes, "quando
anche molte democrazie occidentali erano intrise d’omofobia, non
c’era nessun bisogno di camuffare l’esecuzione di un omosessuale
perché non c’era nessuno pronto a difenderlo. Ma da allora le
organizzazioni glbt sono riuscite a trovare ascolto in molte parti
del mondo e oggi la dittatura iraniana si rende conto del fatto che
non giova alle sue relazioni internazionali giustiziare delle
persone per il solo fatto che sono gay".
Ma non bisogna
credere che adesso le esecuzioni siano diminuite: semplicemente
avvengono in segreto e senza pubblicità. Forbes riferisce del caso
di uno studente condannato a morte per
lavaat
nel 2000 di cui non si hanno notizie dal momento della sentenza; se
è stato giustiziato, come è presumibile, l’esecuzione è avvenuta in
prigione, in segreto. "Lo
studente è stato condannato a morte perché aveva confessato",
ha riferito il suo avvocato. "Avevano
trovato dello sperma nel suo corpo. Non poteva fare altro che
confessare".
Per ottenere
questo genere di “confessioni” le autorità dispongono di un mezzo
infallibile: la tortura. È accaduto ad
Amir,
un 22enne della città di Shiraz, che aveva organizzato un incontro
con un uomo che aveva conosciuto attraverso una chat gay di Yahoo.
Quando il suo appuntamento si è rivelato essere un membro della
polizia, il giovane è stato arrestato e portato al quartier generale
del Ministero dell’Intelligence. "Un
posto davvero spaventoso",
ha riferito Amir al giornalista
Doug
Ireland.
"C’era
una sedia di metallo nel centro della stanza, hanno messa una fiamma
a gas sotto la sedia e mi ci hanno fatto sedere mentre la sedia
metallica diventava sempre più calda. Mi hanno minacciato di
mandarmi nelle baracche dell’esercito dove tutti i soldati mi
avrebbero violentato. Il capo ha detto a un altro ufficiale di
prendere una bottiglia e di infilarmela nel culo, urlando ‘così
imparerai a non volere più cazzi!’. Ero così spaventato di sedere su
quella sedia di metallo mentre si riscaldava che ho confessato".
Amir ha potuto
raccontare la sua storia perché se l’è “cavata” con una condanna a
100 frustate, ma anche dopo la pena la polizia ha continuato a fare
spesso irruzione in casa sua. "Un
colonnello",
riferisce Amir, "mi
disse che se mi beccavano ancora mi avrebbero messo a morte. “Proprio
come i ragazzi a Mashhad”
ha detto, molto esplicitamente. Non ha usato mezze parole. Tutti noi
sappiamo che i ragazzi che sono stati impiccati a Mashhad erano gay,
le accuse di stupro contro di loro erano costruite, così come
l’accusa di furto e rapimento. Quando ti arrestano, sei costretto
con le botte, la tortura e le minacce a confessare crimini che non
hai commesso. Succede sempre così, anche ad altri miei amici".
Non è raro che
sia lo stesso partner passivo a lanciare accuse di violenza al
proprio compagno nella speranza di sfuggire alla morte. Simon Forbes
cita nel suo rapporto il caso di due uomini che vivevano insieme e
che furono processati per sodomia. Uno dichiarò che l’altro lo
costringeva ad avere ogni tipo di rapporto, inclusi rapporti orali
forzati. Il suo compagno è rimasto seduto ad ascoltare impassibile
ma a un certo punto ha detto solo: “Era
gay e voleva fare sesso”.
I Mullah gli hanno creduto ed entrambi sono stati giustiziati.
In alcune parti
dell’Iran, il rischio di morte per gli omosessuali può venire
addirittura dagli stessi familiari che vogliono in questo modo
lavare l’offesa. "I
rawaagiis
(letteralmente “piccoli danzatori”, termine dispregiativo usato
nella provincia sudoccidentale del Khuzestan, da dove venivano anche
Mahmoud e Ayaz, per indicare gli omosessuali effeminati, ndr) "generalmente
vengono uccisi ad Ahwaz dalle forze di sicurezza o dai loro parenti
maschi in uno dei tre modi: strangolamento, taglio della gola o
decapitazione",
riferisce Ewan Macmilian, un conoscitore di questa regione. "Se
i giovani omosessuali vengono uccisi dalle forze di polizia, i loro
cadaveri, spesso decapitati ma accompagnati dalle teste, vengono
abbandonati nelle strade. Per questo le famiglie hanno un certo
tragico incentivo a ucciderli in modo più umano e a seppellirli
segretamente. Inoltre, nella minoranza araba dell’Iran, i parenti
maschi dei giovani omosessuali considerano il loro delitto come un
modo per vendicare l’onore del clan e, addirittura, del loro intero
gruppo etnico".
Come fermare
questa strage? Peter Tatchell sollecita innanzitutto i Paesi
occidentali a concedere asilo politico a tutti gli omosessuali che
fuggono dall’Iran: "Le
informazioni su cui le autorità basano il rifiuto alle richieste
d’asilo da parte di molti gay iraniani sono parziali, poco
approfondite e glissano sugli abusi dei diritti umani dei gay
compiuti dal regime iraniano".
Tatchell ha
anche più volte invitato ad azioni energiche di boicottaggio e di
protesta contro l’Iran, ma questo non significa che una guerra
contro il regime teocratico possa risultare risolutiva: "Qualsiasi
intervento militare contro l’Iran",
ci ha detto Tatchell, interrogato sull’argomento, "rafforzerebbe
solo la mano di chi vuole la linea dura, permettendogli di giocare
la carta del patriottismo e di fornire scuse per ulteriori colpi
duri sulla società civile e sui dissidenti nel nome dell’unità
nazionale, della sicurezza e della difesa.
Il
popolo iraniano merita una democrazia più grande, giustizia sociale
e diritti umani. Ma il cambio di regime deve avvenire da dentro e
non può essere imposto da interventi occidentali".
Naturalmente
gli omosessuali continuano a esistere e a incontrarsi anche in un
Paese così difficile: le fonti di OutRage! in Iran ammettono che in
piccole aree, specialmente nelle zone più ricche della capitale, è a
volte possibile per le coppie dello stesso sesso vivere insieme con
discrezione, anche se con il pericolo sempre incombente di poter
essere scoperte e andare incontro a una punizione letale.
"Dire
che alcune parti dell’Iran sono più sicure di altre per gli
omosessuali nel 2006 è come dire che alcune parti della Germania
erano più sicure di altre per gli ebrei nel 1935",
spiega Forbes, che riferisce anche le parole di un informatore da
lui contattato: "Questo
non vuol dire che i gay non vengano giustiziati e uccisi a causa
della loro sessualità. In Iran, tutto dipende in quale città o quale
parte del Paese vivi, e dipende anche dai giudici. Sfortunatamente
molti arresti e uccisioni di gay non vengono neanche riferiti dai
media".
Impiccati
da adolescenti
La prima
notizia della esecuzione di
Mahmoud e
Ayaz,
i due adolescenti impiccati nel luglio del 2005 a Mashhad, venne
lanciata in un comunicato in lingua
farsi
apparso sul sito della
Iranian
Students News Agency
in cui non si faceva alcun riferimento ad accuse di stupro.
La stessa fonte
pubblicò anche le foto scioccanti dell’esecuzione che hanno fatto il
giro del mondo.
Proprio in
seguito a quelle immagini, in molto Paesi occidentali le
associazioni per i diritti umani hanno organizzato proteste davanti
alle ambasciate iraniane (in Italia si sono tenute manifestazioni a
Milano e Roma).
L’ultimo atto
di questa ondata di protesta è venuto dal gruppo pop "Pet Shop Boys"
che ha deciso di dedicare ai due ragazzi giustiziati l’ultimo album
Fundamental,
uscito alla fine di maggio nel Regno Unito e subito balzato al
quinto posto delle classifiche.
Poco dopo il
primo comunicato, il quotidiano ultraconservatore "Quds",
finanziato dal governo, pubblicò la notizia secondo cui i due
adolescenti erano anche accusati di aver violentato un ragazzo di 13
anni, figlio di un importante membro della politica locale. Una
tattica, quella di aggiungere a quelle di sodomia accuse di stupro,
di abuso di bambini e rapimento, che il regime iraniano usa ora
sempre più spesso contro i gay che mette a morte.
Si rischia di
suscitare scalpore? Meglio allora aggiungere qualche accusa di
pedofilia o di violenza, roba che ha sempre facile presa sulle
sensibili coscienze occidentali.
E in molti
casi, la tattica funziona: ci sono stati persino organizzazioni glbt
che non hanno creduto che l’esecuzione di Mahmoud e Ayaz fosse
dovuta a una persecuzione anti-omosessuale.
Paula
Ettelbrick, direttore esecutivo dell'International
Gay & Lesbian Human Rights Commission,
pur continuando a condannare l’esecuzione, ha affermato: "Non
è stato un caso gay".
Ma il rapporto
di Simon Forbes ora riconduce tutta la vicenda alla sua drammatica
realtà omofobica. |