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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO  [ Numero 87 - Settembre 2006 ]
 ORRORE IRAN  di Giulio Maria Corbelli

Ragazzi gay incastrati dalle autorità nelle chat, torturati e giustiziati senza tanti complimenti. Un rapporto dell’associazione britannica OutRage! conferma che i due adolescenti impiccati un anno fa, nel luglio 2005, non avevano violentato nessuno. E svela lo scenario sconcertante che si vive nel Paese islamico. Che una eventuale guerra, però, non potrebbe che peggiorare.

 


A questo punto è accertato: Mahmoud e Ayaz, i due ragazzi di 16 e 18 anni di cui abbiamo visto le foto mentre venivano impiccati lo scorso luglio nella piazza principale di Mashhad, nel nordest dell’Iran, erano innocenti dall’accusa di stupro con cui alcune fonti iraniane avevano voluto giustificare la loro barbara esecuzione, comminata in realtà solo per punire l’amore omosessuale che li legava.

A smontare il castello accusatorio è un rapporto realizzato dall’organizzazione britannica OutRage!, la cui pubblicazione è attesa in questi giorni. Le indagini, svolte da Simon Forbes contattando direttamente testimoni locali, hanno penetrato la cortina di silenzio e paura che circonda la realtà gay in Iran rivelando uno scenario raccapricciante: "La pionieristica indagine di Forbes è basata su informazioni ottenute da fonti credibili e verificate interne all’Iran", spiega il portavoce di OutRage!, Peter Tatchell, "ci ha fornito la prova chiara dell’esistenza di omicidi d’onore, arresti, torture ed esecuzioni".

Il rapporto di Forbes, di cui è stata pubblicata una prima parte lo scorso 20 aprile, riferisce numerosi casi oltre a quello dei due adolescenti di Mashhad, e tutti fanno accapponare la pelle.

Secondo l’associazione glbt iraniana con base negli Stati Uniti Homan, sarebbero almeno 4.000 le persone giustiziate con l’accusa di lavaat (letteralmente “depravazione”) tra il 1979, anno della rivoluzione religiosa di Khomeini, e la metà degli anni Novanta: tra queste anche alcuni stranieri, come i cinque membri della associazione di Los Angeles Lavender Crescent Society che giunsero a Teheran pochi mesi dopo l’ascesa di Khomeini per incoraggiare la nascita di un movimento gay e furono prelevati all’aeroporto, condotti in un luogo segreto e ammazzati.

Di questi e di molti altri assassini commessi nei primi anni del regime teocratico non si sa nulla: a quell’epoca anche la comunità internazionale era molto poco attenta ai diritti delle persone omosessuali ed è forse per questo che i tiranni iraniani si sentivano liberi di ammazzare gli accusati d’omosessualità alla luce del sole, tanto che gay o bisessuali venivano spesso impiccati agli alberi ai lati delle strade senza tante cerimonie.

Queste impiccagioni, come testimonia una donna che viveva proprio a Mashhad contattata da Forbes, "non erano un evento raro e gli omosessuali venivano regolarmente uccisi così". Non c’era, quindi, per le autorità il bisogno di inventarsi accuse eclatanti per giustificare le uccisioni. "Nei primi anni del regime teocratico instaurato da Khomeini nel 1979"; spiega Simon Forbes, "quando anche molte democrazie occidentali erano intrise d’omofobia, non c’era nessun bisogno di camuffare l’esecuzione di un omosessuale perché non c’era nessuno pronto a difenderlo. Ma da allora le organizzazioni glbt sono riuscite a trovare ascolto in molte parti del mondo e oggi la dittatura iraniana si rende conto del fatto che non giova alle sue relazioni internazionali giustiziare delle persone per il solo fatto che sono gay".

Ma non bisogna credere che adesso le esecuzioni siano diminuite: semplicemente avvengono in segreto e senza pubblicità. Forbes riferisce del caso di uno studente condannato a morte per lavaat nel 2000 di cui non si hanno notizie dal momento della sentenza; se è stato giustiziato, come è presumibile, l’esecuzione è avvenuta in prigione, in segreto. "Lo studente è stato condannato a morte perché aveva confessato", ha riferito il suo avvocato. "Avevano trovato dello sperma nel suo corpo. Non poteva fare altro che confessare".

Per ottenere questo genere di “confessioni” le autorità dispongono di un mezzo infallibile: la tortura. È accaduto ad Amir, un 22enne della città di Shiraz, che aveva organizzato un incontro con un uomo che aveva conosciuto attraverso una chat gay di Yahoo. Quando il suo appuntamento si è rivelato essere un membro della polizia, il giovane è stato arrestato e portato al quartier generale del Ministero dell’Intelligence. "Un posto davvero spaventoso", ha riferito Amir al giornalista Doug Ireland. "C’era una sedia di metallo nel centro della stanza, hanno messa una fiamma a gas sotto la sedia e mi ci hanno fatto sedere mentre la sedia metallica diventava sempre più calda. Mi hanno minacciato di mandarmi nelle baracche dell’esercito dove tutti i soldati mi avrebbero violentato. Il capo ha detto a un altro ufficiale di prendere una bottiglia e di infilarmela nel culo, urlando ‘così imparerai a non volere più cazzi!’. Ero così spaventato di sedere su quella sedia di metallo mentre si riscaldava che ho confessato".

Amir ha potuto raccontare la sua storia perché se l’è “cavata” con una condanna a 100 frustate, ma anche dopo la pena la polizia ha continuato a fare spesso irruzione in casa sua. "Un colonnello", riferisce Amir, "mi disse che se mi beccavano ancora mi avrebbero messo a morte. “Proprio come i ragazzi a Mashhad” ha detto, molto esplicitamente. Non ha usato mezze parole. Tutti noi sappiamo che i ragazzi che sono stati impiccati a Mashhad erano gay, le accuse di stupro contro di loro erano costruite, così come l’accusa di furto e rapimento. Quando ti arrestano, sei costretto con le botte, la tortura e le minacce a confessare crimini che non hai commesso. Succede sempre così, anche ad altri miei amici".

Non è raro che sia lo stesso partner passivo a lanciare accuse di violenza al proprio compagno nella speranza di sfuggire alla morte. Simon Forbes cita nel suo rapporto il caso di due uomini che vivevano insieme e che furono processati per sodomia. Uno dichiarò che l’altro lo costringeva ad avere ogni tipo di rapporto, inclusi rapporti orali forzati. Il suo compagno è rimasto seduto ad ascoltare impassibile ma a un certo punto ha detto solo: “Era gay e voleva fare sesso”. I Mullah gli hanno creduto ed entrambi sono stati giustiziati.

In alcune parti dell’Iran, il rischio di morte per gli omosessuali può venire addirittura dagli stessi familiari che vogliono in questo modo lavare l’offesa. "I rawaagiis (letteralmente “piccoli danzatori”, termine dispregiativo usato nella provincia sudoccidentale del Khuzestan, da dove venivano anche Mahmoud e Ayaz, per indicare gli omosessuali effeminati, ndr) "generalmente vengono uccisi ad Ahwaz dalle forze di sicurezza o dai loro parenti maschi in uno dei tre modi: strangolamento, taglio della gola o decapitazione", riferisce Ewan Macmilian, un conoscitore di questa regione. "Se i giovani omosessuali vengono uccisi dalle forze di polizia, i loro cadaveri, spesso decapitati ma accompagnati dalle teste, vengono abbandonati nelle strade. Per questo le famiglie hanno un certo tragico incentivo a ucciderli in modo più umano e a seppellirli segretamente. Inoltre, nella minoranza araba dell’Iran, i parenti maschi dei giovani omosessuali considerano il loro delitto come un modo per vendicare l’onore del clan e, addirittura, del loro intero gruppo etnico".

Come fermare questa strage? Peter Tatchell sollecita innanzitutto i Paesi occidentali a concedere asilo politico a tutti gli omosessuali che fuggono dall’Iran: "Le informazioni su cui le autorità basano il rifiuto alle richieste d’asilo da parte di molti gay iraniani sono parziali, poco approfondite e glissano sugli abusi dei diritti umani dei gay compiuti dal regime iraniano".

Tatchell ha anche più volte invitato ad azioni energiche di boicottaggio e di protesta contro l’Iran, ma questo non significa che una guerra contro il regime teocratico possa risultare risolutiva: "Qualsiasi intervento militare contro l’Iran", ci ha detto Tatchell, interrogato sull’argomento, "rafforzerebbe solo la mano di chi vuole la linea dura, permettendogli di giocare la carta del patriottismo e di fornire scuse per ulteriori colpi duri sulla società civile e sui dissidenti nel nome dell’unità nazionale, della sicurezza e della difesa.

Il popolo iraniano merita una democrazia più grande, giustizia sociale e diritti umani. Ma il cambio di regime deve avvenire da dentro e non può essere imposto da interventi occidentali".

Naturalmente gli omosessuali continuano a esistere e a incontrarsi anche in un Paese così difficile: le fonti di OutRage! in Iran ammettono che in piccole aree, specialmente nelle zone più ricche della capitale, è a volte possibile per le coppie dello stesso sesso vivere insieme con discrezione, anche se con il pericolo sempre incombente di poter essere scoperte e andare incontro a una punizione letale.

"Dire che alcune parti dell’Iran sono più sicure di altre per gli omosessuali nel 2006 è come dire che alcune parti della Germania erano più sicure di altre per gli ebrei nel 1935", spiega Forbes, che riferisce anche le parole di un informatore da lui contattato: "Questo non vuol dire che i gay non vengano giustiziati e uccisi a causa della loro sessualità. In Iran, tutto dipende in quale città o quale parte del Paese vivi, e dipende anche dai giudici. Sfortunatamente molti arresti e uccisioni di gay non vengono neanche riferiti dai media".

 

Impiccati da adolescenti

La prima notizia della esecuzione di Mahmoud e Ayaz, i due adolescenti impiccati nel luglio del 2005 a Mashhad, venne lanciata in un comunicato in lingua farsi apparso sul sito della Iranian Students News Agency in cui non si faceva alcun riferimento ad accuse di stupro.

La stessa fonte pubblicò anche le foto scioccanti dell’esecuzione che hanno fatto il giro del mondo.

Proprio in seguito a quelle immagini, in molto Paesi occidentali le associazioni per i diritti umani hanno organizzato proteste davanti alle ambasciate iraniane (in Italia si sono tenute manifestazioni a Milano e Roma).

L’ultimo atto di questa ondata di protesta è venuto dal gruppo pop "Pet Shop Boys" che ha deciso di dedicare ai due ragazzi giustiziati l’ultimo album Fundamental, uscito alla fine di maggio nel Regno Unito e subito balzato al quinto posto delle classifiche.

Poco dopo il primo comunicato, il quotidiano ultraconservatore "Quds", finanziato dal governo, pubblicò la notizia secondo cui i due adolescenti erano anche accusati di aver violentato un ragazzo di 13 anni, figlio di un importante membro della politica locale. Una tattica, quella di aggiungere a quelle di sodomia accuse di stupro, di abuso di bambini e rapimento, che il regime iraniano usa ora sempre più spesso contro i gay che mette a morte.

Si rischia di suscitare scalpore? Meglio allora aggiungere qualche accusa di pedofilia o di violenza, roba che ha sempre facile presa sulle sensibili coscienze occidentali.

E in molti casi, la tattica funziona: ci sono stati persino organizzazioni glbt che non hanno creduto che l’esecuzione di Mahmoud e Ayaz fosse dovuta a una persecuzione anti-omosessuale. Paula Ettelbrick, direttore esecutivo dell'International Gay & Lesbian Human Rights Commission, pur continuando a condannare l’esecuzione, ha affermato: "Non è stato un caso gay".

Ma il rapporto di Simon Forbes ora riconduce tutta la vicenda alla sua drammatica realtà omofobica.

 

 

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