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Comincia a succedere qualcosa di favorevole ai gay nel farraginoso
mondo della giustizia italiana se, per la prima volta, un convivente
gay è riconosciuto parte civile in un processo per la morte
omicida del suo compagno. Come nel caso di Mario Chinazzo, 70
anni compiuti in questi giorni, e del suo compagno Roberto Chiesa,
63enne, assassinato il 7 marzo scorso a Roma da un prostituto.
Questa è la prima novità: anche in assenza di una legge sulle unioni
civili la magistratura può riconoscere nei fatti l’esistenza di un
legame affettivo e di condivisione tra due persone, stabilendo che
le unioni civili esistono già e bisogna semplicemente prenderne atto.
Così ha fatto il giudice romano Claudio Carini, ritenendo che
fra i due uomini vi fosse un “sodalizio documentalmente provato”
e stabilendo che il sopravvissuto ha subito un “danno diretto e
consequenziale” dalla morte del partner. E quindi lo ha
accettato come parte lesa, o parte civile che dir si voglia. La
seconda novità, come osserva Andrea Ambrogetti, è che Mario Chinazzo
dà riconoscimento e dignità alla figura del vedovo gay, una figura
sociale nuova per l’Italia.
Roberto, nel pomeriggio di quel 7 marzo, aveva invitato a casa un
prostituto, Alin George Chisereu, romeno di 23 anni
contattato qualche giorno prima alla Stazione Termini. Da qualche
tempo i due compagni, che avevano una relazione da 25 anni e
convivevano da 20, si concedevano occasionalmente un incontro
erotico a pagamento. E l’antiquato mercato romano offre ben poco:
marchette da strada, spesso delinquentelli, spesso immigrati
clandestini provenienti da Paesi con forti tradizioni omofobe.
Nessun servizio paragonabile all’Olanda o ad alcune grandi città
americane, dove i prostituti gay sono professionisti
affidabili, contattabili tramite agenzie o su internet, che offrono,
se lo si cerca, sesso sicuro in tutti i sensi.
E quella volta è andata proprio male al povero Roberto: l’assassino
aveva premeditato il delitto, dato che era giunto a casa con un
coltello ed ora, arrestato in soli tre giorni con una brillante
operazione dei Carabinieri di via In Selci, è accusato di omicidio
volontario. Il processo inizierà l’8 novembre.
Abbiamo incontrato Mario (un distinto signore dai modi gentili, che
porta benissimo i suoi 70 anni) in un torrido pomeriggio di fine
luglio, nella casa del quartiere S. Giovanni che condivideva con il
compagno, la stessa dove è avvenuto il delitto. Da pochissimi giorni
la notizia della sua accettazione come parte civile è rimbalzata a
livello nazionale e Mario è ancora un po’ frastornato dalle
interviste a cui non è affatto abituato. Questa è la quindicesima,
mi confessa.
Dimmi qualcosa della tua vita…
Non c’è niente di interessante nella mia vita. Sono veneziano, ho
cominciato a venire a Roma per lavoro nel ’63 e poi mi ci sono
stabilito nel ’71. Ero un militare della Marina, nel campo delle
telecomunicazioni, ed ho ricoperto incarichi delicati, spesso anche
all’estero. Per molti anni ho vissuto la mia sessualità solo con le
donne, anche se io sapevo di essere gay, ma non riuscivo ad
accettarlo. Poi all’inizio degli anni ’70 (ed ero già un uomo ben
adulto) ho cominciato a vivere la mia omosessualità.
Nell’82 ho incontrato Roberto, l’avevo rimorchiato in un giardinetto
accanto alla Porta di San Giovanni e dopo qualche tempo è iniziata
una vera relazione. In seguito abbiamo deciso di comprarci una casa
insieme, e dall’87 fino alla sua morte abbiamo diviso tutto. Siamo
anche stati fortunati con le nostre famiglie, che ci hanno sempre
accettato con grande tranquillità ed affetto, in particolare la
famiglia di Mario che viveva qui a Roma e con la quale abbiamo avuto
rapporti molto stretti. Graziella, la sorella, ci diceva :”Siete
due brave persone e vi volete bene, perché non andate a vivere
insieme?”.
Avete avuto qualche problema come coppia gay, con i vicini, con i
conoscenti?
Non abbiamo mai avuto problemi, non abbiamo mai sentito il peso di
essere gay, nessuno ci ha mai fatto capire o detto qualcosa di
sgradevole. Certo, vivevamo in modo molto tranquillo e senza
esibizionismi. Eravamo sempre pronti ad aiutare gli altri e tutti ci
adoravano. Avevamo anche amici gay, ma volevamo una vita normale!
Ma con le persone che vi conoscevano parlavate della vostra
omosessualità, o di omosessualità in generale?
Non ce n’era bisogno, tutti sapevano che eravamo una coppia,
vivevamo e facevamo tutto insieme…
E nel tuo lavoro di militare?
Non hanno mai saputo in modo diretto. La mentalità dell’epoca era
che se un uomo a 30 anni non era sposato c’erano dei sospetti! Al
massimo ci sono state delle allusioni, e io rispondevo: "Può
anche essere che sia quello che pensi tu, ma io me lo posso
permettere perché sono molto più intelligente di te!" Più tardi
le donne del mio ufficio sapevano che io abitavo con Roberto, lo
conoscevano e lo adoravano. Davanti a me nessuno si è mai permesso
di dire nulla, neanche una battutaccia sui gay!
Com’era Roberto?
Roberto era un buono, mi voleva un gran bene ed era sempre
disponibile per tutti. A casa ero io che mi occupavo di mandare
avanti le cose, lui era un po’ impacciato, abituato dai suoi
genitori che gli facevano tutto, però gli piaceva molto spolverare!
Ascoltava sempre musica italiana degli anni ’60 e ’70, che io non
sopportavo un granché, e il suo idolo era… Carmen Villani! Era
impiegato al Consorzio agrario ed ha sofferto molto quando lo hanno
messo in cassa integrazione, poi è andato in pensione anticipata nel
’94….
Eravate una coppia aperta? Facevate abitualmente sesso occasionale?
No, solo negli ultimissimi anni… sai un po’ di stanchezza, l’età….
La voglia da parte mia era diminuita e così qualche rara volta….
Avevamo un patto: ci raccontavamo tutto prima degli incontri e
stavamo attenti, con una specie di sistema di protezione. I ragazzi
li trovavamo a Termini, sempre romeni, perché si trovavano solo
quelli. Il pagamento era sempre sui 30 euro. Io uscivo di casa
all’ora stabilita, rimanevo nelle vicinanze e Roberto mi telefonava
appena la cosa era conclusa….. Ma quella volta….
Racconta cosa è successo quel pomeriggio drammatico.
Come al solito ero uscito e aspettavo il segnale per rientrare, ma
non arrivava. Suonavo al citofono, e non mi rispondeva nessuno,
mentre vedo un ragazzo che dall’interno cerca di aprire usando le
chiavi. Una stranezza, tutti usano il pulsante apri-porta. Poi mi
accorgo che erano le nostre chiavi di casa e lui stava trascinando
una trolley rossa, la mia valigia! Mentre esce gli salto addosso
gridando …ma sai: io 70 anni e lui 20! Poi scappa, abbandonando la
valigia. Mi precipito a casa, la porta è chiusa a chiave, uscendo
lui aveva dato le mandate. Roberto era steso a terra sulla soglia
del soggiorno in una pozza di sangue, coperto con un plaid. Gli
sento il polso e… niente! Era già morto!
A quel punto ho cercato di mantenere il sangue freddo, mi ha aiutato
il mio mestiere di militare, ho chiamato i carabinieri e
un’ambulanza e non ho toccato nulla.
I carabinieri mi hanno portato via e c’è stato subito un
interrogatorio, sul momento io ero il primo sospettato, ma stavano
solo facendo il loro mestiere! Poi, chiarito che non ero io
l’assassino, mi hanno fatto vedere 1500 foto segnaletiche e con le
mie indicazioni hanno disegnato l’identikit dell’assassino. Io
l’avevo visto in faccia.
Come si sono comportate le Forze dell’ordine?
Mai una parola fuori posto, assoluto rispetto, praticamente mi hanno
assunto nella loro squadra. Forse anche grazie al fatto che eravamo
tutti dell’esercito si è stabilito un rapporto di simpatia e devo
dire che è stata un’esperienza stupenda. Anche quando tutto è finito
hanno continuato a chiamarmi per chiedere come stavo e se avevo
bisogno di qualcosa! Abbiamo fatto in macchina su e giù per tutta
Roma, per tre giorni, finche non l’hanno preso. Mi hanno fatto fare
il confronto all’americana per riconoscerlo e l’ho riconosciuto… sai:
lo sguardo, gli occhi, non si dimenticano!
Com’è che 3 giorni dopo il delitto, il 10 marzo, tu che sei un uomo
schivo e che non hai mai frequentato il mondo dell’impegno gay,
stavi a piazza Farnese sul palco alla manifestazione uguali diritti
per le coppie gay e lesbiche?
Non so nemmeno io come ci sono finito, è stato tutto così... Non
volevo parlare dal palco, noi non eravamo abituati a quelle cose! E
però ho detto quello che sentivo: “Non voglio pietà, né
commiserazione, né elemosina, ma alcuni diritti sì! Non tanto per
me, ma per chi verrà dopo di me”! È
stato Andrea Ambrogetti a cercarmi subito dopo il delitto, si è
messo a disposizione come Assessorato alle pari opportunità del
comune, e poi lui e i ragazzi dell’Arcigay mi hanno convinto a
partecipare anche alla manifestazione….
Poi come è maturata l’idea di richiedere al giudice il tuo
riconoscimento come parte civile nel processo?
Ho chiamato Ambrogetti per farmi suggerire un avvocato che fosse in
grado di capire e di seguirmi e mi ha presentato l’avvocato
dell’Arcigay, Daniele Stoppello.
Lui ha suggerito la strategia difensiva, mi ha chiesto di trovare
documentazione che comprovasse la convivenza mia e di Roberto e la
condivisione dei nostri interessi. Io ho trovato varie carte
bancarie, avevamo in comune il conto corrente, titoli, azioni. Poi
lui era proprietario di questa casa, avevamo deciso così perché lui
era il più giovane e il più debole finanziariamente, ma io ero e
sono l’usufruttuario, e il giudice ha tenuto conto pure di questo.
Anche Graziella, la sorella di Roberto, ha scelto lo stesso avvocato,
ed anche lei è stata riconosciuta come parte civile al processo.
E poi è stata anche una cosa di orgoglio e di dignità: quando ho
chiesto informazioni sulla posizione del ragazzo arrestato e sui
tempi del processo, qualcuno in tribunale, un magistrato estraneo al
procedimento, mi ha risposto, gentilmente, che io non ero nessuno,
non avevo titolo per chiedere! Forse non avrei voluto espormi, ma mi
è scattato questo bisogno, far capire che siamo gente normale come
tutti gli altri e non persone da segregare. Per tutti io e Roberto
eravamo già una famiglia... ma non lo eravamo per la legge!
La tua famiglia ti ha sostenuto in questo duro periodo?
Moltissimo! Non faccio che ricevere telefonate dalle mie sorelle e
messaggini dai miei nipoti: “Complimenti zio! Siamo fieri di te”!
E poi c’è Graziella che è una persona meravigliosa e mi ha
appoggiato sempre. La sua dolcezza è stata di dirmi. "Te la senti
di tornare in quella casa? Se no vendiamo e con i soldi ne compri
un’altra”!
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