Aggiungi ClubClassic.net ai Preferiti Imposta ClubClassic.net come pagina iniziale

HOME

ClubClassic News  iscriviti alla mailing list, clikka qui.

FASHION & FAME

Personaggi in Primo Piano...
Articoli, foto, curiosità sui divi del momento »

  

ClubClassic.net > Canali > Rassegna Stampa PRIDE :

PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO

  [ Numero 99 - Settembre 2007 ]

 Il vedovo gay
[di Andrea Pini]
 

Comincia a succedere qualcosa di favorevole ai gay nel farraginoso mondo della giustizia italiana se, per la prima volta, un convivente gay è riconosciuto parte civile in un processo per la morte omicida del suo compagno. Come nel caso di Mario Chinazzo, 70 anni compiuti in questi giorni, e del suo compagno Roberto Chiesa, 63enne, assassinato il 7 marzo scorso a Roma da un prostituto.

Questa è la prima novità: anche in assenza di una legge sulle unioni civili  la magistratura può riconoscere nei fatti l’esistenza di un legame affettivo e di condivisione tra due persone, stabilendo che le unioni civili esistono già e bisogna semplicemente prenderne atto. Così ha fatto il giudice romano Claudio Carini, ritenendo che fra i due uomini vi fosse un “sodalizio documentalmente provato” e stabilendo che il sopravvissuto ha subito un “danno diretto e consequenziale” dalla morte del partner. E quindi lo ha accettato come parte lesa, o parte civile che dir si voglia. La seconda novità, come osserva Andrea Ambrogetti, è che Mario Chinazzo dà riconoscimento e dignità alla figura del vedovo gay, una figura sociale nuova per l’Italia.

Roberto, nel pomeriggio di quel 7 marzo, aveva invitato a casa un prostituto, Alin George Chisereu, romeno di 23 anni contattato qualche giorno prima alla Stazione Termini. Da qualche tempo i due compagni, che avevano una relazione da 25 anni e convivevano da 20,  si concedevano occasionalmente un incontro erotico a pagamento. E l’antiquato mercato romano offre ben poco: marchette da strada, spesso delinquentelli, spesso immigrati clandestini provenienti da Paesi con forti tradizioni omofobe. Nessun servizio paragonabile all’Olanda o ad alcune grandi città americane, dove i prostituti gay sono professionisti affidabili, contattabili tramite agenzie o su internet, che offrono, se lo si cerca, sesso sicuro in tutti i sensi.

E quella volta è andata proprio male al povero Roberto: l’assassino aveva premeditato il delitto, dato che era giunto a casa con un coltello ed ora, arrestato in soli tre giorni con una brillante operazione dei Carabinieri di via In Selci, è accusato di omicidio volontario. Il processo inizierà l’8 novembre.

Abbiamo incontrato Mario (un distinto signore dai modi gentili, che porta benissimo i suoi 70 anni) in un torrido pomeriggio di fine luglio, nella casa del quartiere S. Giovanni che condivideva con il compagno, la stessa dove è avvenuto il delitto. Da pochissimi giorni la notizia della sua accettazione come parte civile è rimbalzata a livello nazionale e Mario è ancora un po’ frastornato dalle interviste a cui non è affatto abituato. Questa è la quindicesima, mi confessa. 

Dimmi qualcosa della tua vita…

Non c’è niente di interessante nella mia vita. Sono veneziano, ho cominciato a venire a Roma per lavoro nel ’63 e poi mi ci sono stabilito nel ’71. Ero un militare della Marina, nel campo delle telecomunicazioni, ed ho ricoperto incarichi delicati, spesso anche all’estero. Per molti anni ho vissuto la mia sessualità solo con le donne, anche se io sapevo di essere gay, ma non riuscivo ad accettarlo. Poi all’inizio degli anni ’70 (ed ero già un uomo ben adulto) ho cominciato a vivere la mia omosessualità. 

Nell’82 ho incontrato Roberto, l’avevo rimorchiato in un giardinetto accanto alla Porta di San Giovanni e dopo qualche tempo è iniziata una vera relazione. In seguito abbiamo deciso di comprarci una casa insieme, e dall’87 fino alla sua morte abbiamo diviso tutto. Siamo anche stati fortunati con le nostre famiglie, che ci hanno sempre accettato con grande tranquillità ed affetto, in particolare la famiglia di Mario che viveva qui a Roma e con la quale abbiamo avuto rapporti molto stretti. Graziella, la sorella, ci diceva :”Siete due brave persone e vi volete bene, perché non andate a vivere insieme?”.

Avete avuto qualche problema come coppia gay, con i vicini, con i conoscenti?

Non abbiamo mai avuto problemi, non abbiamo mai sentito il peso di essere gay, nessuno ci ha mai fatto capire o detto qualcosa di sgradevole. Certo, vivevamo in modo molto tranquillo e senza esibizionismi. Eravamo sempre pronti ad aiutare gli altri e tutti ci adoravano. Avevamo anche amici gay, ma volevamo una vita normale!

Ma con le persone che vi conoscevano parlavate della vostra omosessualità, o di omosessualità in generale?

Non ce n’era bisogno, tutti sapevano che eravamo una coppia, vivevamo e facevamo tutto insieme…

E nel tuo lavoro di militare?

Non hanno mai saputo in modo diretto. La mentalità dell’epoca era che se un uomo a 30 anni non era sposato c’erano dei sospetti! Al massimo ci sono state delle allusioni, e io rispondevo: "Può anche essere che sia quello che pensi tu, ma io me lo posso permettere perché sono molto più intelligente di te!" Più tardi le donne del mio ufficio sapevano che io abitavo con Roberto, lo conoscevano e lo adoravano. Davanti a me nessuno si è mai permesso di dire nulla, neanche una battutaccia sui gay!

Com’era Roberto?

Roberto era un buono, mi voleva un gran bene ed era sempre disponibile per tutti. A casa ero io che mi occupavo di mandare avanti le cose, lui era un po’ impacciato, abituato dai suoi genitori che gli facevano tutto, però gli piaceva molto spolverare! Ascoltava sempre musica italiana degli anni ’60 e ’70, che io non sopportavo un granché, e il suo idolo era… Carmen Villani! Era impiegato al Consorzio agrario ed ha sofferto molto quando lo hanno messo in cassa integrazione, poi è andato in pensione anticipata nel ’94….

Eravate una coppia aperta? Facevate abitualmente sesso occasionale?

No, solo negli ultimissimi anni… sai un po’ di stanchezza, l’età…. La voglia da parte mia era diminuita e così qualche rara volta….  Avevamo un patto: ci raccontavamo tutto prima degli incontri e stavamo attenti, con una specie di sistema di protezione. I ragazzi li trovavamo a Termini, sempre romeni, perché si trovavano solo quelli. Il pagamento era sempre sui 30 euro. Io uscivo di casa all’ora stabilita, rimanevo nelle vicinanze e Roberto mi telefonava appena la cosa era conclusa….. Ma quella volta….

Racconta cosa è successo quel pomeriggio drammatico.

Come al solito ero uscito e aspettavo il segnale per rientrare, ma non arrivava. Suonavo al citofono, e non mi rispondeva nessuno, mentre vedo un ragazzo che dall’interno cerca di aprire usando le chiavi. Una stranezza, tutti usano il pulsante apri-porta. Poi mi accorgo che erano le nostre chiavi di casa e lui stava trascinando una trolley rossa, la mia valigia! Mentre esce gli salto addosso gridando …ma sai: io 70 anni e lui 20! Poi scappa, abbandonando la valigia. Mi precipito a casa, la porta è chiusa a chiave, uscendo lui aveva dato le mandate. Roberto era steso a terra sulla soglia del soggiorno in una pozza di sangue, coperto con un plaid. Gli sento il polso e… niente! Era già morto!

A quel punto ho cercato di mantenere il sangue freddo, mi ha aiutato il mio mestiere di militare, ho chiamato i carabinieri e un’ambulanza e non ho toccato nulla.

I carabinieri mi hanno portato via e c’è stato subito un interrogatorio, sul momento io ero il primo sospettato, ma stavano solo facendo il loro mestiere! Poi, chiarito che non ero io l’assassino, mi hanno fatto vedere 1500 foto segnaletiche e con le mie indicazioni hanno disegnato l’identikit dell’assassino. Io l’avevo visto in faccia.

Come si sono comportate le Forze dell’ordine?

Mai una parola fuori posto, assoluto rispetto, praticamente mi hanno assunto nella loro squadra. Forse anche grazie al fatto che eravamo tutti dell’esercito si è stabilito un rapporto di simpatia e devo dire che è stata un’esperienza stupenda. Anche quando tutto è finito hanno continuato a chiamarmi per chiedere come stavo e se avevo bisogno di qualcosa! Abbiamo fatto in macchina su e giù per tutta Roma, per tre giorni, finche non l’hanno preso. Mi hanno fatto fare il confronto all’americana per riconoscerlo e l’ho riconosciuto… sai: lo sguardo, gli occhi, non si dimenticano!

Com’è che 3 giorni dopo il delitto, il 10 marzo, tu che sei un uomo schivo e che non hai mai frequentato il mondo dell’impegno gay, stavi a piazza Farnese sul palco alla manifestazione uguali diritti per le coppie gay e lesbiche?

Non so nemmeno io come ci sono finito, è stato tutto così... Non volevo parlare dal palco, noi non eravamo abituati a quelle cose! E però ho detto quello che sentivo: “Non voglio pietà, né commiserazione, né elemosina, ma alcuni diritti sì! Non tanto per me, ma per chi verrà dopo di me”! È stato Andrea Ambrogetti  a cercarmi subito dopo il delitto, si è messo a disposizione come Assessorato alle pari opportunità del comune, e poi lui e i ragazzi dell’Arcigay mi hanno convinto a partecipare anche alla manifestazione….

Poi come è maturata l’idea di richiedere al giudice il tuo riconoscimento come parte civile nel processo?

Ho chiamato Ambrogetti per farmi suggerire un avvocato che fosse in grado di capire e di seguirmi e mi ha presentato l’avvocato dell’Arcigay, Daniele Stoppello.

Lui ha suggerito la strategia difensiva, mi ha chiesto di trovare documentazione che comprovasse la convivenza mia e di Roberto e la condivisione dei nostri interessi. Io ho trovato varie carte bancarie, avevamo in comune il conto corrente, titoli, azioni. Poi lui era proprietario di questa casa, avevamo deciso così perché lui era il più giovane e il più debole finanziariamente, ma io ero e sono l’usufruttuario, e il giudice ha tenuto conto pure di questo.

Anche Graziella, la sorella di Roberto, ha scelto lo stesso avvocato, ed anche lei è stata riconosciuta come parte civile al processo.

E poi è stata anche una cosa di orgoglio e di dignità: quando ho chiesto informazioni sulla posizione del ragazzo arrestato e sui tempi del processo, qualcuno in tribunale, un magistrato estraneo al procedimento, mi ha risposto, gentilmente, che io non ero nessuno, non avevo titolo per chiedere! Forse non avrei voluto espormi, ma mi è scattato questo bisogno, far capire che siamo gente normale come tutti gli altri e non persone da segregare. Per tutti io e Roberto eravamo già una famiglia... ma non lo eravamo per la legge!

La tua famiglia ti ha sostenuto in questo duro periodo?

Moltissimo! Non faccio che ricevere telefonate dalle mie sorelle e messaggini dai miei nipoti: “Complimenti zio! Siamo fieri di te”! E poi c’è Graziella che è una persona meravigliosa e mi ha appoggiato sempre. La sua dolcezza è stata di dirmi. "Te la senti di tornare in quella casa? Se no vendiamo e con i soldi ne compri un’altra”!  

 

 

 

Torna a RASSEGNA STAMPA di Pride

 
ClubClassic.net © Tutti i diritti riservati.