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Parità, dignità,laicità, ditelo come volete. Ma se
entriamo nel merito di questi nuovi diritti, scorporando i pezzi e
guardandoli uno per uno, il più importante forse è il permesso di
soggiorno per il partner extracomunitario.
Non so se è per questa scarsa pubblicità (oppure,
al contrario, perché "qualcuno" ha capito l’importanza strategica
della faccenda) che il permesso di soggiorno per convivenza si è
perso, passando dal disegno di legge governativo Dico a quello della
commissione Giustizia del Senato detto Cus.
Stiamo parlando, se ancora non fosse chiaro,
del permesso di soggiorno per chi essendo extracomunitario vuole
ufficializzare una sua relazione con un italiano o anzi, meglio
ancora, con un’altra persona già residente in Italia, italiano o no
che sia.
Finora sembra quasi che questa richiesta sia
stata considerata, nello stesso associazionismo gaylesbico, come una
concessione più o meno buonista verso gli immigrati. Un obiettivo da
centri sociali, insomma, come l’abolizione dei Cpt. Qualcosa da
mettere tra parentesi perché potrebbe metterci in difficoltà con
l’opinione pubblica.
E invece no: il permesso di soggiorno al
partner è prima di tutto una rivendicazione di diritti per noi
italiani che non possiamo accedere al matrimonio, e che non possiamo
realisticamente e facilmente invitare qualcuno a vivere in Italia
con noi. Gli eterosessuali col matrimoni possono farlo, noi no.
Questa è una differenza che per molti cambia la vita.
Dico la vita, anche ben prima della morte del
partner. Scusate la crudezza: mentre per due di noi italiani (o
diciamo più precisamente "due comunitari") che vogliono consolidare
la propria relazione, gli aspetti che una legge sulle unioni civili
cambierebbero davvero sarebbero soprattutto quelli legati alla
malattia grave o alla morte, per le coppie che possiamo definire
“miste” è la vita a cambiare, talvolta anche dall’oggi al domani.
Da una parte il rischio di espulsione,
dall’altra la regolarizzazione, con la fine dell’ansia.
Cito dalla lettera di un mio amico di Roma:
"Il colmo è che una cosa simile ai Pacs è
stata approvata anche in Argentina (ormai ci facciamo ridere dietro
anche dal terzo mondo) per cui se io dovessi decidere di trasferirmi
là non avrei problemi, almeno dal punto di vista sentimentale-legale,
facendo finta che in quel (questo) paese esista la legalità.
Io per conto mio mi sono arrangiato come ho
potuto, sono stato fortunato ad avere una sorella che si è prestata
a sposare "a gratis" il mio fidanzato argentino. (A proposito,
stiamo iniziando ora le pratiche per il divorzio, dopo i 3 anni di
separazione, quattro mesi di attesa e 1500 euri per un avvocato e un
giudice che non devono fare assolutamente nient'altro che prendere
atto dell'esistente!).
Prima del "matrimonio riparatore" siamo stati
costretti ad "emigrare" all'estero ogni 3 mesi alla scadenza del
permesso di soggiorno, due volte in Svizzera, dove a Chiasso ci
hanno fatto gentilmente capire che non avrebbero gradito essere
presi per il culo la terza volta, poi in Grecia (al rientro ci hanno
rovistato i bagagli come a trafficanti di cocaina, mentre avevo
importato - illegalmente? - solo del mascara trasparente) e, per
finire, in Spagna, che dal punto di vista turistico non sarebbe
nemmeno malaccio, ma uno vorrebbe farsi le ferie come gli pare.
C'è un mio amico fidanzato pure lui con un
latinoamericano, naturalmente clandestino e pure sieropositivo, e
prende i retrovirali sottobanco facendosi passare per un morto,
credo: ma secondo te si può vivere così?".
Questa lettera dovrebbe bastare a far capire
che il problema è innanzitutto dell’italiano che si sente
discriminato rispetto all’eterosessuale, che con un semplice
matrimonio risolve tutti i problemi.
Potrei citare, solo per restare agli amici, le
tribolazioni di “Paride”, che alla fine ha convinto il proprio padre
ad assumere il suo partner latinoamericano.
Di Matteo, sballottato e geloso tra i maturi
gay che discutevano di chi avrebbe finto di assumere il suo ragazzo
brasiliano.
Di quel signore di Milano che ha dovuto
lanciare il suo Rachid nella sfida all’Egitto, col risultato che sì
ha quasi ottenuto il permesso per protezione umanitaria, ma che in
Egitto non ci potrà andare più.
Possiamo anche fingere di accettare il
pregiudizio per cui l’immigrato che vuole regolarizzarsi in quanto
partner di un’unione va visto come sospetto? Resta il fatto che chi
lo ama non lo può avere in Italia, e che questa è un'aperta e
smaccata discriminazione rispetto alle coppie eterosessuali per le
quali invece il mondo è globalizzato.
Perché siamo così timidi a rivendicare questo
diritto come fondamentale?
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