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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO

  [ Numero 98 - Agosto 2007 ]

 Se si ama uno "straniero"
[di Paolo Hutter]
 

Parità, dignità,laicità, ditelo come volete. Ma se entriamo nel merito di questi nuovi diritti, scorporando i pezzi e guardandoli uno per uno, il più importante forse è il permesso di soggiorno per il partner extracomunitario.

Non so se è per questa scarsa pubblicità (oppure, al contrario, perché "qualcuno" ha capito l’importanza strategica della faccenda) che il permesso di soggiorno per convivenza si è perso, passando dal disegno di legge governativo Dico a quello della commissione Giustizia del Senato detto Cus.

 

Stiamo parlando, se ancora non fosse chiaro, del permesso di soggiorno per chi essendo extracomunitario vuole ufficializzare una sua relazione con un italiano o anzi, meglio ancora, con un’altra persona già residente in Italia, italiano o no che sia.

Finora sembra quasi che questa richiesta sia stata considerata, nello stesso associazionismo gaylesbico, come una concessione più o meno buonista verso gli immigrati. Un obiettivo da centri sociali, insomma, come l’abolizione dei Cpt. Qualcosa da mettere tra parentesi perché potrebbe metterci in difficoltà con l’opinione pubblica.

 

E invece no: il permesso di soggiorno al partner è prima di tutto una rivendicazione di diritti per noi italiani che non possiamo accedere al matrimonio, e che non possiamo realisticamente e facilmente invitare qualcuno a vivere in Italia con noi. Gli eterosessuali col matrimoni possono farlo, noi no. Questa è una differenza che per molti cambia la vita.

Dico la vita, anche ben prima della morte del partner. Scusate la crudezza: mentre per due di noi italiani (o diciamo più precisamente "due comunitari") che vogliono consolidare la propria relazione, gli aspetti che una legge sulle unioni civili cambierebbero davvero sarebbero soprattutto quelli legati alla malattia grave o alla morte, per le coppie che possiamo definire “miste” è la vita a cambiare, talvolta anche dall’oggi al domani.

Da una parte il rischio di espulsione, dall’altra la regolarizzazione, con la fine dell’ansia.

 

Cito dalla lettera di un mio amico di Roma:

"Il colmo è che una cosa simile ai Pacs è stata approvata anche in Argentina (ormai ci facciamo ridere dietro anche dal terzo mondo) per cui se io dovessi decidere di trasferirmi là non avrei problemi, almeno dal punto di vista sentimentale-legale, facendo finta che in quel (questo) paese esista la legalità.

Io per conto mio mi sono arrangiato come ho potuto, sono stato fortunato ad avere una sorella che si è prestata a sposare "a gratis" il mio fidanzato argentino. (A proposito, stiamo iniziando ora le pratiche per il divorzio, dopo i 3 anni di separazione, quattro mesi di attesa e 1500 euri per un avvocato e un giudice che non devono fare assolutamente nient'altro che prendere atto dell'esistente!).

Prima del "matrimonio riparatore" siamo stati costretti ad "emigrare" all'estero ogni 3 mesi alla scadenza del permesso di soggiorno, due volte in Svizzera, dove a Chiasso ci hanno fatto gentilmente capire che non avrebbero gradito essere presi per il culo la terza volta, poi in Grecia (al rientro ci hanno rovistato i bagagli come a trafficanti di cocaina, mentre avevo importato - illegalmente? - solo del mascara trasparente) e, per finire, in Spagna, che dal punto di vista turistico non sarebbe nemmeno malaccio, ma uno vorrebbe farsi le ferie come gli pare.

C'è un mio amico fidanzato pure lui con un latinoamericano, naturalmente clandestino e pure sieropositivo, e prende i retrovirali sottobanco facendosi passare per un morto, credo: ma secondo te si può vivere così?".

 

Questa lettera dovrebbe bastare a far capire che il problema è innanzitutto dell’italiano che si sente discriminato rispetto all’eterosessuale, che con un semplice matrimonio risolve tutti i problemi.

Potrei citare, solo per restare agli amici, le tribolazioni di “Paride”, che alla fine ha convinto il proprio padre ad assumere il suo partner latinoamericano.

Di Matteo, sballottato e geloso tra i maturi gay che discutevano di chi avrebbe finto di assumere il suo ragazzo brasiliano.

Di quel signore di Milano che ha dovuto lanciare il suo Rachid nella sfida all’Egitto, col risultato che sì ha quasi ottenuto il permesso per protezione umanitaria, ma che in Egitto non ci potrà andare più.

 

Possiamo anche fingere di accettare il pregiudizio per cui l’immigrato che vuole regolarizzarsi in quanto partner di un’unione va visto come sospetto? Resta il fatto che chi lo ama non lo può avere in Italia, e che questa è un'aperta e smaccata discriminazione rispetto alle coppie eterosessuali per le quali invece il mondo è globalizzato.

 

Perché siamo così timidi a rivendicare questo diritto come fondamentale?

 

 

 

 

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