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Dieci anni fa moriva Dario Bellezza,
poeta e scrittore tra i più
rappresentativi
della sua generazione. Tra le iniziative per ricordare la sua figura
e la sua poesia
un libro-testimonianza di Maurizio Gregorini.
Dario Bellezza è morto di Aids, a 52 anni, il 31 marzo del 1996. A
proposito della sua malattia aveva detto: “Sono stato molto
incosciente, la mia cultura trasgressiva mi faceva sentire, almeno
all’epoca, invulnerabile. Una invulnerabilità che nel mio caso ha
provocato un simile suicidio”.
Si era curato tardi e male affidandosi ad una misteriosa macchina
“alternativa” che avrebbe dovuto stimolare i linfociti e aumentare
la
resistenza al virus, ma che si era rivelata un tragico bluff.
Gli ultimi giorni li ha trascorsi nella sua casa in Trastevere, da
dove era stato portato in una corsia dell’ospedale Spallanzani solo
tre giorni prima di morire.
è morto povero e solo come (forse) si addice ad un poeta. Un gruppo
d’intellettuali aveva chiesto per lui l’applicazione della legge
Bacchelli, che prevede un vitalizio per gli artisti che versano in
condizioni di indigenza, ma la domanda era stata accolta quando lui
stava già morendo.
Il Comune di Roma ha esaudito il suo ultimo desiderio ed ora è
sepolto nel cimitero acattolico, detto anche “il cimitero dei
poeti”,
un posto appartato e discreto, anche se situato in una zona centrale
di Roma, nei pressi della Piramide di Caio Cestio.
Costruito tra Settecento e Ottocento per dare sepoltura ai non
cattolici che avevano la sfortuna di morire nello Stato della Chiesa
(le cerimonie funebri erano permesse solo di notte per non
provocare,
dicono, il fanatismo cattolico della plebe romana) ora accoglie
prevalentemente le spoglie di “eretici” illustri. Vi sono sepolti,
tra gli altri, i poeti inglesi Keats e Shelley, Antonio Gramsci,
Gregory Corso, Carlo Emilio Gadda.
La tomba di Dario Bellezza è situata a pochi metri da quella di una
poetessa che era stata sua amica, morta pochi mesi prima di lui,
Amelia Rosselli. Sulla facciata campeggia la scritta “Cemetery for
non catholic foreigners” e Dario Bellezza, come i compagni illustri
che riposano con lui, è stato un foreigner, uno straniero, anche se
nato a Roma e qui vissuto tutta la sua vita.
A renderlo straniero in patria era innanzitutto la sua
omosessualità,
narcisisticamente esibita, e poi il suo voler essere poeta, il suo
atteggiarsi a poeta secondo un cliché forse già allora fuori moda.
Il mare di soggettività sto perlustrando / immemore di ogni altra
dimensione , recita una poesia di Invettive e licenze, del 1971, e
tutte le sue opere, in versi e in prosa, portano avanti candidamente
e polemicamente questa poetica della soggettività: una soggettività
scandalosa, scomposta, crudele, spudorata, a volte irritante, spesso
commovente.
La rappresentazione dell’omosessualità è una continua discesa in un
inferno di vizio, di “martirio e lussuria”, di “ascesi e rovina”, e
quando gli si faceva notare che attraverso la sua letteratura egli
continuava a veicolare un’immagine negativa di un’omosessualità che
invece cominciava ad uscire dai secoli bui della condanna, egli
rispondeva che era vero, che faceva l’autocritica, ma poi
aggiungeva:
“ma il mondo è quello che è, e non potevo nobilitare l’abbietto”.
Sul risvolto di copertina della sua prima raccolta di poesie firmato
da Pier Paolo Pasolini si leggeva: “Ecco il miglior poeta della
nuova
generazione”.
Il tempo ha dato ragione a Pasolini e la poesia di Bellezza,
nonostante tutte le contraddizioni, continua ad essere letta e
amata.
Nel 1996 una selezione di Quaranta poesie è apparsa nella collana
popolare “I miti Poesia” della Mondadori, nel 2002 un’altra
raccolta, curata da Elio Pecora, è apparsa negli “Oscar Mondadori” e
una breve raccolta di poesie sta per uscire in traduzione inglese
nell’”Italian Poetry Review” della Columbia University, a cura di
Luca Baldoni.
Per il decennale della morte si segnala il numero di “Poesia” di
marzo che, oltre ad alcuni interventi critici, pubblica trenta sue
poesie scelte da Elio Pecora e un libro di Maurizio Gregorini, Il
male di Dario Bellezza (Stampa Alternativa, pp. 202, euro 12), che
amplia un testo precedente del 1997.
Gregorini è stato un amico di Bellezza e lo ha assistito negli
ultimi
mesi della sua vita. Nei giorni vissuti accanto al poeta ha tenuto
un
diario in cui ha registrato la terribile e banale quotidianità di un
ammalato terminale, le fragilità, i capricci, le paure, le crisi, ma
anche le “invettive” e le “licenze” di un poeta che confida i suoi
pensieri e che esibisce lo scandalo del suo dolore e della sua
morte.
Il diario, che occupa le prime 45 pagine del libro, è molto bello e
intenso, e Gregorini riesce a rendere con grande equilibrio la sua
ammirazione per il poeta e insieme le miserie e le paure dell’uomo.
Completano il libro un lungo colloquio con Bellezza, alcune poesie
inedite donate dal poeta a Gregorini e una serie di testimonianze di
amici intellettuali tra cui Elio Pecora, Antonio Veneziani, Luca
Canali, Enzo Siciliano.
Dal novembre del 2005 il nome di una piazza romana ricorda Bellezza,
e questa è una bella cosa, ma quasi tutti i suoi testi degli anni
Settanta e Ottanta sono introvabili, e noi uno scrittore e un poeta
vorremmo ricordarlo soprattutto invitando alla lettura delle sue
opere.
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