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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO  [ Numero 90 - Dicembre 2006 ]
 Il diavolo veste Prodi
 
di Gianni Rossi Barilli

 

Il sindaco di Verona Paolo Zanotto, cattolico margheritino, ha scritto nero su bianco qualche settimana fa che la sua città (cioè lui) "non si riconosce né nelle manifestazioni razziste, né tantomeno nelle sfilate gay". Essere omosessuali politicamente impegnati ed essere razzisti, nella mente di un pio eterosessuale di centrosinistra, sarebbero allo stesso titolo pericolose dimostrazioni di estremismo da mettere all'indice. In conversazioni private Zanotto ha poi chiarito che parlando di "sfilate gay" ce l'aveva con i veronesi del circolo Pink che hanno avuto l'irriverente audacia di organizzare una "frocessione" per rispondere in allegria a una visita del papa in città. Quegli stessi, per inciso, che da undici anni insistono senza riuscirci per cancellare un vergognoso documento di condanna della risoluzione di Strasburgo del 1994 sui diritti di omo e transessuali approvato dal consiglio comunale della moderata Verona (all'epoca di centrodestra). Quel che più conta, in ogni caso, è che Zanotto non ha mai smentito né corretto in pubblico le sue affermazioni sull'equiparazione tra razzisti e gay. E poco importa davvero che in cuor suo sia disposto a una cristiana deroga per gli omosessuali che non disturbano il manovratore. Anche perché non disturbarlo, di questi tempi, è un'impresa impossibile. Almeno per chi non sia disposto a sottoscrivere che gay, lesbiche e transessuali sono esseri inferiori cui spettano di conseguenza diritti minori.

Prendiamo per esempio il dialogante circolo Arcigay Orlando di Brescia che si è trovato a fronteggiare l'aperta ostilità del sindaco Paolo Corsini, cattolico diessino, per aver osato proporre un ordine del giorno del consiglio comunale a favore dei Pacs. In polemica con la sua maggioranza, che ha osato a sua volta approvare la proposta dell'Orlando, Corsini ha tenuto fermissima la propria opposizione a una legge sui diritti delle coppie di fatto. E ha rivendicato il diritto di continuare a dire no perché l'ha sempre pensata così. La coerenza è una merce così rara tra i politici che è proprio un peccato vederla applicare sempre ai misteri della fede anziché alle semplici banalità della ragione. Quella di Corsini, comunque, non è affatto rara nell'ampia componente omofobica del centrosinistra prodiano. Passiamo infatti a Padova, altra città amministrata dalla stessa coalizione che governa a Roma, dove il gruppo consiliare della Margherita sta facendo ostruzionismo duro all'approvazione di un documento pro Pacs da più di un anno. E minaccia tremenda vendetta se appena qualcuno osserva, come ha fatto di recente il consigliere dei Ds Alessandro Zan, che prima o poi bisognerà metterlo in votazione.

Queste situazioni "di sofferenza" della politica dei diritti non si possono affatto considerare semplici manifestazioni di arretratezze locali. Sono al contrario spie di una strategia nazionale connaturata a questo centrosinistra, della quale abbiamo avuto numerose prove negli ultimi mesi. Per limitarci agli eventi più recenti basterà citare un increscioso incidente capitato alla camera il mese scorso, quando l'opposizione di destra ha organizzato un agguato "anti Pacs" alla commissione affari sociali. Il casus belli è stato offerto dall'audizione di varie associazioni nell'ambito di un'indagine conoscitiva sulla condizione della famiglia in Italia. Tra gli invitati figurava anche la Lega italiana famiglie di fatto (Liff), la cui semplice presenza ha fatto gridare allo scandalo i rappresentanti della sedicente Casa delle libertà. Che per meglio capitalizzare il proprio dissenso hanno deciso di abbandonare l'aula per andare a lamentarsi con i giornalisti. Il fatto più spiacevole, però, è stata la sostanziale coincidenza di pareri tra la destra e gli esponenti della Margherita, che pur rinunciando a sabotare materialmente l'audizione della Liff hanno voluto mettere a verbale che mescolare le famiglie di fatto con quelle di diritto è inaccettabile, oltre che inopportuno.

Si può poi aggiungere che all'interno dell'Unione (denominazione politica piuttosto infelice) è in atto una serrata guerriglia delle parole tra laici che propugnano la necessità di una legge sulle coppie di fatto e cattolici che proclamano il contrario. Il tutto porta a concludere che il governo guidato dal cattolico Prodi, in barba agli impegni pre-elettorali, aspetterà che passi la legislatura senza fare nulla, onde evitare di creare ulteriori stress e rischi di sconfitta sul campo alla sua risicata maggioranza parlamentare.

Ciò che potrebbe in questo contesto fare qualche differenza è l'impegno della comunità glbt per alzare il livello dello scontro, prendendo spunto dalle lotte vincenti delle innumerevoli categorie in rivolta che riescono, lamentandosi, a mutare i contenuti della legge finanziaria più mutevole della storia repubblicana. Ma per arrivare a questo bisognerebbe agire, mentre al momento pare che il movimento glbt si appassioni maggiormente a dividersi al proprio interno sul modello degli amici e compagni dell'Unione. Ci si accapiglia con gran gusto, ad esempio, su dove organizzare il pride nazionale del 2007, sottraendo preziose energie all'eventuale pianificazione di una strategia politica di qualche respiro. Alla fine, come già in parecchi dicono apertamente, ci ritroveremo con ben due (mini) pride nazionali. Ma con zero leggi che riconoscano i nostri diritti. Vogliamo rifletterci su?

 

 

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