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Il sindaco di Verona Paolo Zanotto, cattolico
margheritino, ha scritto nero su bianco qualche settimana fa che la
sua città (cioè lui) "non si riconosce né nelle manifestazioni
razziste, né tantomeno nelle sfilate gay". Essere omosessuali
politicamente impegnati ed essere razzisti, nella mente di un pio
eterosessuale di centrosinistra, sarebbero allo stesso titolo
pericolose dimostrazioni di estremismo da mettere all'indice. In
conversazioni private Zanotto ha poi chiarito che parlando di
"sfilate gay" ce l'aveva con i veronesi del circolo Pink che hanno
avuto l'irriverente audacia di organizzare una "frocessione" per
rispondere in allegria a una visita del papa in città. Quegli
stessi, per inciso, che da undici anni insistono senza riuscirci per
cancellare un vergognoso documento di condanna della risoluzione di
Strasburgo del 1994 sui diritti di omo e transessuali approvato dal
consiglio comunale della moderata Verona (all'epoca di
centrodestra). Quel che più conta, in ogni caso, è che Zanotto non
ha mai smentito né corretto in pubblico le sue affermazioni
sull'equiparazione tra razzisti e gay. E poco importa davvero che in
cuor suo sia disposto a una cristiana deroga per gli omosessuali che
non disturbano il manovratore. Anche perché non disturbarlo, di
questi tempi, è un'impresa impossibile. Almeno per chi non sia
disposto a sottoscrivere che gay, lesbiche e transessuali sono
esseri inferiori cui spettano di conseguenza diritti minori.
Prendiamo per esempio il dialogante circolo
Arcigay Orlando di Brescia che si è trovato a fronteggiare l'aperta
ostilità del sindaco Paolo Corsini, cattolico diessino, per aver
osato proporre un ordine del giorno del consiglio comunale a favore
dei Pacs. In polemica con la sua maggioranza, che ha osato a sua
volta approvare la proposta dell'Orlando, Corsini ha tenuto
fermissima la propria opposizione a una legge sui diritti delle
coppie di fatto. E ha rivendicato il diritto di continuare a dire no
perché l'ha sempre pensata così. La coerenza è una merce così rara
tra i politici che è proprio un peccato vederla applicare sempre ai
misteri della fede anziché alle semplici banalità della ragione.
Quella di Corsini, comunque, non è affatto rara nell'ampia
componente omofobica del centrosinistra prodiano. Passiamo infatti a
Padova, altra città amministrata dalla stessa coalizione che governa
a Roma, dove il gruppo consiliare della Margherita sta facendo
ostruzionismo duro all'approvazione di un documento pro Pacs da più
di un anno. E minaccia tremenda vendetta se appena qualcuno osserva,
come ha fatto di recente il consigliere dei Ds Alessandro Zan, che
prima o poi bisognerà metterlo in votazione.
Queste situazioni "di sofferenza" della
politica dei diritti non si possono affatto considerare semplici
manifestazioni di arretratezze locali. Sono al contrario spie di una
strategia nazionale connaturata a questo centrosinistra, della quale
abbiamo avuto numerose prove negli ultimi mesi. Per limitarci agli
eventi più recenti basterà citare un increscioso incidente capitato
alla camera il mese scorso, quando l'opposizione di destra ha
organizzato un agguato "anti Pacs" alla commissione affari sociali.
Il casus belli è stato offerto dall'audizione di varie associazioni
nell'ambito di un'indagine conoscitiva sulla condizione della
famiglia in Italia. Tra gli invitati figurava anche la Lega italiana
famiglie di fatto (Liff), la cui semplice presenza ha fatto gridare
allo scandalo i rappresentanti della sedicente Casa delle libertà.
Che per meglio capitalizzare il proprio dissenso hanno deciso di
abbandonare l'aula per andare a lamentarsi con i giornalisti. Il
fatto più spiacevole, però, è stata la sostanziale coincidenza di
pareri tra la destra e gli esponenti della Margherita, che pur
rinunciando a sabotare materialmente l'audizione della Liff hanno
voluto mettere a verbale che mescolare le famiglie di fatto con
quelle di diritto è inaccettabile, oltre che inopportuno.
Si può poi aggiungere che all'interno
dell'Unione (denominazione politica piuttosto infelice) è in atto
una serrata guerriglia delle parole tra laici che propugnano la
necessità di una legge sulle coppie di fatto e cattolici che
proclamano il contrario. Il tutto porta a concludere che il governo
guidato dal cattolico Prodi, in barba agli impegni pre-elettorali,
aspetterà che passi la legislatura senza fare nulla, onde evitare di
creare ulteriori stress e rischi di sconfitta sul campo alla sua
risicata maggioranza parlamentare.
Ciò che potrebbe in questo contesto fare
qualche differenza è l'impegno della comunità glbt per alzare il
livello dello scontro, prendendo spunto dalle lotte vincenti delle
innumerevoli categorie in rivolta che riescono, lamentandosi, a
mutare i contenuti della legge finanziaria più mutevole della storia
repubblicana. Ma per arrivare a questo bisognerebbe agire, mentre al
momento pare che il movimento glbt si appassioni maggiormente a
dividersi al proprio interno sul modello degli amici e compagni
dell'Unione. Ci si accapiglia con gran gusto, ad esempio, su dove
organizzare il pride nazionale del 2007, sottraendo preziose energie
all'eventuale pianificazione di una strategia politica di qualche
respiro. Alla fine, come già in parecchi dicono apertamente, ci
ritroveremo con ben due (mini) pride nazionali. Ma con zero leggi
che riconoscano i nostri diritti. Vogliamo rifletterci su? |