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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO

  [ Numero 102 - Dicembre 2007 ]

 L’invidia del gene

 

Il manifesto di una campagna pubblicitaria contro l’omofobia promossa dalla regione Toscana riesuma la disputa sull’origine dell’omosessualità. E l’Italia torna a domandarsi con sanguigna passione se gay si nasce o si diventa.

“L’orientamento sessuale non è una scelta”. Questo lo slogan  del manifesto realizzato dalla regione Toscana per la sua nuova campagna di comunicazione contro l’omofobia (versione italiana di una campagna già sperimentata in Canada) a commento della foto di un neonato che dorme beatamente, senza sapere di avere un braccialetto al polso su cui si legge ben chiara la scritta “Homosexual”. Tanto è bastato per riattizzare polemiche che parevano morte e sepolte e che invece, come in un film di Romero, sono risorte per tornare a tormentare i vivi con un atroce dilemma: omosessuali si nasce o si diventa?

L’interrogativo rimanda all’eroismo scientifico degli psichiatri ottocenteschi, che partendo dall’onesto presupposto che gli “invertiti” fossero affetti da una malattia cercavano di indagarne le cause allo scopo di studiare possibili rimedi. Le ricerche sull’argomento sono poi state anche nel XX secolo un filone fortunatissimo del dibattito accademico, ma a parte alcune perle che hanno meritato di passare alla storia della comicità  per la bizzarria delle ipotesi scientifiche, non hanno raggiunto risultati attendibili. Infine l’omosessualità è stata depennata dagli elenchi delle malattie mentali a livello internazionale, mentre il popolo glbt ha intrapreso la sua marcia alla conquista della normalità e la discussione sulle cause dell’essere gay o lesbica, pur rimanendo viva nei bar, ha perso parecchio mordente. Lo sviluppo della ricerca genetica ha comunque dato impulso di recente a nuovi studi tendenti a dimostrare (per ora ugualmente senza successo) l’origine biologica dell’orientamento omosessuale, con l’intento in genere di attestarne la naturalità e portare acqua al mulino dei diritti glbt. Cosa che piace pochissimo alla chiesa cattolica, obbligata a tener fermo che i gay scelgono di essere ciò che sono per poter continuare a definirli disordinati e peccatori.

Proprio i cattolici più integralisti sono stati i primi a intervenire in armi contro il messaggio della campagna pubblicitaria della regione Toscana. Il capogruppo dell’Udc alla camera Luca Volontè, per esempio, non ha esitato a definirlo “raccapricciante”, aggiungendo che “strumentalizzare i neonati per far passare l’idea che le pulsioni omosessuali siano una caratteristica innata dei bambini è un atto fuorviante e vergognoso sotto il profilo scientifico, politico e sociale”. Il vicepresidente del consiglio regionale della Toscana Paolo Bartolozzi (Forza Italia) ha invece chiesto all’Unicef e alla Commissione europea di bloccare la campagna di affissioni del manifesto. “L’iniziativa della giunta, patrocinata dal ministero delle pari opportunità, ha spiegato, “rappresenta un gravissimo atto contro l’infanzia. Il manifesto, anche inconsapevolmente, può apparire come un vero e proprio incentivo alla pedofilia e all’abuso sessuale verso l’infanzia”. La senatrice Maria Burani Procaccini (Fi) ha parlato addirittura di “eugenetica omosessuale”, mentre la leader di Azione sociale Alessandra Mussolini, “come donna e come madre”, si è sentita in dovere di rifiutare “l’utilizzo dei neonati e dei bambini a fini di propaganda omosessuale”.

Il semplice accostamento dell’omosessualità a un’immagine infantile, prima di qualsiasi divergenza teorica sul perché si diventa gay, ha scatenato reazioni violente. Interrogazioni parlamentari come se piovesse, petizioni a tutti i possibili e immaginabili comitati di controllo, mozioni di sfiducia in consiglio regionale. Questo genere di polemiche, per quanto virulente, era però prevedibile è l’assessore Agostino Fragai, padrino della campagna, non ha avuto difficoltà a ribadire il proprio punto di vista. “Con questa immagine”, ha dichiarato, noi vogliamo dire che la condizione gay non si sceglie. L’omosessualità non è un vizio e dunque non deve essere condannata né emarginata”.

Meno consuete e più difficili da affrontare si sono rivelate altre critiche che il manifesto con il bebé gay si è tirato addosso dall’interno del movimento glbt. La principale delle quali è che mostrare un neonato “gay” equivale a dire che omosessuali si nasce, accreditando una tesi genetica non dimostrata scientificamente e pericolosa politicamente per le distorsioni razziste cui potrebbe dar impulso. L’hanno messa in questo modo le deputate del Prc Vladimir Luxuria e Titti De Simone, insieme a numerosi esponenti di associazioni dell’ala più radicale del movimento. Alcuni gruppi toscani (inclusa Arcigay Firenze) hanno peraltro preso le distanze dall’iniziativa della regione, lamentando di non essere stati consultati preventivamente sui contenuti della campagna. Il dibattito pro e contro è nel frattempo dilagato sui giornali e via internet, mostrando sul campo l’indubbio centro pubblicitario della campagna regionale. Fatto sancito da un esperto come il fotografo Oliviero Toscani, che ha reso pubblico omaggio all’efficacia del messaggio e al coraggio dell’assessore Fragai. Sulla stessa linea  di Toscani si sono schierati il presidente di Arcigay Aurelio Mancuso e il parlamentare Franco Grillini, soddisfatti di avere, con il Vaticano a Roma, almeno una piccola Spagna sulle rive dell’Arno. Poi ci sono state le posizioni intermedie, tipo non mi piace la foto ma apprezzo il messaggio o viceversa. Infine, decisiva, l’obiezione bisex: ma se io nella mia vita sono un po’ gay e un po’ no che braccialetto mi devo mettere?

Il quadro disegnato da questo simpatico gioco di società è insieme inquietante e affascinante. Illustra la meschinità bigotta e le rissosità da cortile di sempre, ma un ampio e colorito dibattito pubblico sulla normalità omosessuale è in fondo meglio di niente, come una foto che innocentemente contraddice l’idea che i bambini siano per definizione tutti etero, mentre i gay e le lesbiche nascono sotto i cavoli e già maggiorenni. Non abbiamo ancora scoperto se ci siamo nati o diventati, ma intanto diciamo che non è giusto crescere con la convinzione di essere gli unici esemplari della propria specie perché l’educazione morale dei fanciulli non ci prevede.

L’ignaro bambino della foto racconta però anche qualcos’altro. Di una diversità omosessuale che è diventata rispettabile e non più da stigmatizzare ma resta separata in modo netto dal resto del mondo eterosessuale. Da minoranza per forza siamo forse diventati minoranza per scelta, cogliendo le opportunità che questa strategia offre a gay e lesbiche nei paesi civili. Ma stiamo forse anche un po’ perdendo di vista l’obiettivo di vivere in  un mondo in cui ci sia davvero lo stesso spazio per tutti. La riserva indiana non è l’America, e per debellare l’omofobia è forse necessario insistere, più che su una separatezza addirittura genetica, sull’universale diritto umano a essere come si desidera, incluse le mezze misure. Se tutti fossero liberi di andare dove li porta il cuore, sarebbe del resto più facile constatare nella realtà quotidiana che categorie come etero e omosessualità sono molto più permeabili di quel che sembrano.

Accontentiamo per ora di aver segnato un punto. Grazie alla campagna della regione Toscana abbiamo appurato che il desiderio non si decide a tavolino. Innato o meno, è lui che ci possiede e ci rende etero, omo o bisex. Qualche sospetto ce l’avevamo già. Diversamente, alzi la mano chi di noi a cinque anni avrebbe voluto diventare gay. Potendo scegliere.

 

 

 

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