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Il manifesto di una campagna pubblicitaria contro l’omofobia promossa
dalla regione Toscana riesuma la disputa sull’origine
dell’omosessualità. E l’Italia torna a domandarsi con sanguigna
passione se gay si nasce o si diventa. “L’orientamento sessuale
non è una scelta”. Questo lo slogan del manifesto realizzato dalla
regione Toscana per la sua nuova campagna di comunicazione contro
l’omofobia (versione italiana di una campagna già sperimentata in
Canada) a commento della foto di un neonato che dorme beatamente,
senza sapere di avere un braccialetto al polso su cui si legge ben
chiara la scritta “Homosexual”. Tanto è bastato per riattizzare
polemiche che parevano morte e sepolte e che invece, come in un film
di Romero, sono risorte per tornare a tormentare i vivi con un
atroce dilemma: omosessuali si nasce o si diventa?
L’interrogativo rimanda all’eroismo scientifico degli psichiatri
ottocenteschi, che partendo dall’onesto presupposto che gli
“invertiti” fossero affetti da una malattia cercavano di indagarne
le cause allo scopo di studiare possibili rimedi. Le ricerche
sull’argomento sono poi state anche nel XX secolo un filone
fortunatissimo del dibattito accademico, ma a parte alcune perle che
hanno meritato di passare alla storia della comicità per la
bizzarria delle ipotesi scientifiche, non hanno raggiunto risultati
attendibili. Infine l’omosessualità è stata depennata dagli elenchi
delle malattie mentali a livello internazionale, mentre il popolo
glbt ha intrapreso la sua marcia alla conquista della normalità e la
discussione sulle cause dell’essere gay o lesbica, pur rimanendo
viva nei bar, ha perso parecchio mordente. Lo sviluppo della ricerca
genetica ha comunque dato impulso di recente a nuovi studi tendenti
a dimostrare (per ora ugualmente senza successo) l’origine biologica
dell’orientamento omosessuale, con l’intento in genere di attestarne
la naturalità e portare acqua al mulino dei diritti glbt. Cosa che
piace pochissimo alla chiesa cattolica, obbligata a tener fermo che
i gay scelgono di essere ciò che sono per poter continuare a
definirli disordinati e peccatori.
Proprio i cattolici più integralisti sono stati i primi a
intervenire in armi contro il messaggio della campagna pubblicitaria
della regione Toscana. Il capogruppo dell’Udc alla camera Luca
Volontè, per esempio, non ha esitato a definirlo “raccapricciante”,
aggiungendo che “strumentalizzare i neonati per far passare l’idea
che le pulsioni omosessuali siano una caratteristica innata dei
bambini è un atto fuorviante e vergognoso sotto il profilo
scientifico, politico e sociale”. Il vicepresidente del consiglio
regionale della Toscana Paolo Bartolozzi (Forza Italia) ha invece
chiesto all’Unicef e alla Commissione europea di bloccare la
campagna di affissioni del manifesto. “L’iniziativa della giunta,
patrocinata dal ministero delle pari opportunità, ha spiegato,
“rappresenta un gravissimo atto contro l’infanzia. Il manifesto,
anche inconsapevolmente, può apparire come un vero e proprio
incentivo alla pedofilia e all’abuso sessuale verso l’infanzia”. La
senatrice Maria Burani Procaccini (Fi) ha parlato addirittura di
“eugenetica omosessuale”, mentre la leader di Azione sociale
Alessandra Mussolini, “come donna e come madre”, si è sentita in
dovere di rifiutare “l’utilizzo dei neonati e dei bambini a fini di
propaganda omosessuale”.
Il semplice accostamento dell’omosessualità a un’immagine
infantile, prima di qualsiasi divergenza teorica sul perché si
diventa gay, ha scatenato reazioni violente. Interrogazioni
parlamentari come se piovesse, petizioni a tutti i possibili e
immaginabili comitati di controllo, mozioni di sfiducia in consiglio
regionale. Questo genere di polemiche, per quanto virulente, era
però prevedibile è l’assessore Agostino Fragai, padrino della
campagna, non ha avuto difficoltà a ribadire il proprio punto di
vista. “Con questa immagine”, ha dichiarato, noi vogliamo dire che
la condizione gay non si sceglie. L’omosessualità non è un vizio e
dunque non deve essere condannata né emarginata”.
Meno consuete e più difficili da affrontare si sono rivelate
altre critiche che il manifesto con il bebé gay si è tirato addosso
dall’interno del movimento glbt. La principale delle quali è che
mostrare un neonato “gay” equivale a dire che omosessuali si nasce,
accreditando una tesi genetica non dimostrata scientificamente e
pericolosa politicamente per le distorsioni razziste cui potrebbe
dar impulso. L’hanno messa in questo modo le deputate del Prc
Vladimir Luxuria e Titti De Simone, insieme a numerosi esponenti di
associazioni dell’ala più radicale del movimento. Alcuni gruppi
toscani (inclusa Arcigay Firenze) hanno peraltro preso le distanze
dall’iniziativa della regione, lamentando di non essere stati
consultati preventivamente sui contenuti della campagna. Il
dibattito pro e contro è nel frattempo dilagato sui giornali e via
internet, mostrando sul campo l’indubbio centro pubblicitario della
campagna regionale. Fatto sancito da un esperto come il fotografo
Oliviero Toscani, che ha reso pubblico omaggio all’efficacia del
messaggio e al coraggio dell’assessore Fragai. Sulla stessa linea
di Toscani si sono schierati il presidente di Arcigay Aurelio
Mancuso e il parlamentare Franco Grillini, soddisfatti di avere, con
il Vaticano a Roma, almeno una piccola Spagna sulle rive dell’Arno.
Poi ci sono state le posizioni intermedie, tipo non mi piace la foto
ma apprezzo il messaggio o viceversa. Infine, decisiva, l’obiezione
bisex: ma se io nella mia vita sono un po’ gay e un po’ no che
braccialetto mi devo mettere?
Il quadro disegnato da questo simpatico gioco di società è
insieme inquietante e affascinante. Illustra la meschinità bigotta e
le rissosità da cortile di sempre, ma un ampio e colorito dibattito
pubblico sulla normalità omosessuale è in fondo meglio di niente,
come una foto che innocentemente contraddice l’idea che i bambini
siano per definizione tutti etero, mentre i gay e le lesbiche
nascono sotto i cavoli e già maggiorenni. Non abbiamo ancora
scoperto se ci siamo nati o diventati, ma intanto diciamo che non è
giusto crescere con la convinzione di essere gli unici esemplari
della propria specie perché l’educazione morale dei fanciulli non ci
prevede.
L’ignaro bambino della foto racconta però anche qualcos’altro. Di
una diversità omosessuale che è diventata rispettabile e non più da
stigmatizzare ma resta separata in modo netto dal resto del mondo
eterosessuale. Da minoranza per forza siamo forse diventati
minoranza per scelta, cogliendo le opportunità che questa strategia
offre a gay e lesbiche nei paesi civili. Ma stiamo forse anche un
po’ perdendo di vista l’obiettivo di vivere in un mondo in cui ci
sia davvero lo stesso spazio per tutti. La riserva indiana non è
l’America, e per debellare l’omofobia è forse necessario insistere,
più che su una separatezza addirittura genetica, sull’universale
diritto umano a essere come si desidera, incluse le mezze misure. Se
tutti fossero liberi di andare dove li porta il cuore, sarebbe del
resto più facile constatare nella realtà quotidiana che categorie
come etero e omosessualità sono molto più permeabili di quel che
sembrano.
Accontentiamo per ora di aver segnato un punto. Grazie alla
campagna della regione Toscana abbiamo appurato che il desiderio non
si decide a tavolino. Innato o meno, è lui che ci possiede e ci
rende etero, omo o bisex. Qualche sospetto ce l’avevamo già.
Diversamente, alzi la mano chi di noi a cinque anni avrebbe voluto
diventare gay. Potendo scegliere.
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