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Nonostante che i problemi della Sicilia
siano molti, liquidare
sbrigativamente questa regione come poco gay-friendly fa torto alla
realtà. Accanto a situazioni ancora arretrare convivono infatti
esperienze e realtà “di punta”, che non hanno nulla da invidiare a
quelle di altre regioni.
Ecco un’inchiesta su questa Sicilia gay in tumultuosa evoluzione.
Quando il console di Spagna a Napoli iniziò a leggere la lettera che
gli era stata recapitata una mattina dell’estate 2005 probabilmente
un tremore gli salì per le mani. Strabuzzò gli occhi e si sedette sul
canapè agitando la campanella per farsi portare i sali.
La lettera, che rimbalzava da un paio di mesi per l’Europa, era
partita da Siracusa ed arrivata fino a lui, che aveva l’ultima parola
sul fatto.
Cosa mai ci fosse scritto in quella lettera lo scopriamo subito. Era
firmata da Agata, giornalista, 57 anni, e da Angela, insegnante, 62.
Una coppia che durava da 22 anni di complicità, intesa, intenso
amore, ed integrata nel contesto locale. Ma senza diritti.
“Per questo motivo”, ci dice Agata, “io voglio il matrimonio! Se io
muoio ad Angela non va niente. Mi sono rivolta a Zapatero e lui mi ha
risposto rigirandomi al consolato”.
Agata Ruscica (www.agataruscica.it) è stata fondatrice del primo
collettivo lesbico sull’isola, e dell’Arcigay a Siracusa. è stata poi
membro della commissione del ministero delle Pari Opportunità,
assessore alla Provincia (eletta nonostante una becera campagna
antilesbica) dove oggi è portavoce del presidente, e infine referente
nazionale di GayLeft (www.dssiracusa.com/cods/cods-index.html).
Il console ha però risposto il matrimonio non s’ha da fare, in quanto
è riservato ai cittadini spagnoli ed allora Agata, invitta, ha
riscritto a don José Louis chiedendo come gesto simbolico di
concedere la doppia cittadinanza!
Agata contraddice lo stereotipo di chi pensa ad una Sicilia dai ritmi
lenti o dai pomeriggi di caffè alla turca.
L’isola è formata da nove province e cinque milioni di abitanti, metà
dei quali si concentra attorno ai due centri di Palermo e Catania. è
un territorio così variegato dal punto sociale che agli esperti
appare come un microcontinente.
Qui il movimento glbt ha avuto fino ad adesso vita difficile.
Associazioni nate e finite con grande velocità.
Non esiste più l’Arcigay di Palermo, intitolato allo scrittore
Alfredo Ormando, martire in piazza San Pietro (da qui la ricorrenza
del 13 gennaio, www.january13.org). Era stato il primo Arcigay
d’Italia, fondato per reazione dopo la tragedia di Giarre (http://
www.gay.it/view.php?ID=20244, ricordata venticinque anni dopo da
Piero Montana, consulente del sindaco di Bagheria per la realtà
omosessuale, e dal poeta Riccardo Di Salvo (www.riccardodisalvo.it),
che vi ha tratto ispirazione per un libro).
Ma nella terra del maschio doc descritto da Vitaliano Brancati,
mediterraneo e anti-fitness, non poteva mancare un bel covo di orsi.
Ed a Palermo è un bel gruppo bear, informale e informatico (hanno un
sito: www.portorso.net), che ha costruito una “riserva di caccia”
alla libreria Altroquando (www.altroquando.org), specializzata in
fumetti, con una sezione gay, libresca e non.
Altro ritrovo è all’Exit (www.geocities.com/exitpa), il pub che è
oggi il solo locale ricreativo glbt nel capoluogo, dove sono anche
una delle più attive sedi Agedo d’Italia, (www.geocities.com/
agedopa), e “Lady Oscar” (www.ladyoscarpalermo.it), unica Arcilesbica
dell’isola, base dell’onorevole di Rifondazione comunista Titti De
Simone, già presidente di Arcilesbica, nata proprio a Palermo 36 anni
fa.
Il motivo di tanta instabilità è la mancanza di coinvolgimento
duraturo nelle attività di volontariato.
Chi partecipa alle associazioni poi finisce sempre con l’emigrare,
tagliando completamente i ponti con la terra, i gruppi e le attività
di origine.
Il problema che costringe ad andarsene è il lavoro. Il tasso di
disoccupazione negli ultimi anni non è sceso al di sotto del 24%, con
punte del 40% (e del 60% per i giovani e le donne, dati Istat). Se
pensiamo che in Lombardia si grida allarme quando si tocca il 5%, si
capisce l’entità del problema.
A questo si aggiungono le difficoltà legate al coming out,
soprattutto all’interno delle famiglie dove, costretti a vivere senza
reddito e autonomia, si vivono i drammi peggiori.
“La cultura qui è piena di maschilismo anche da parte del mondo
politico”, denuncia Vito, 19 anni di Trapani, “siamo visti non per
quello che siamo ma per quello che siamo mostrati, per tradizione
omofoba e maschilista”. Come a Gela, dove il sindaco Rosario
Crocetta, gay dichiarato, sotto scorta sfida ogni giorno le mafie che
vorrebbero dipingerlo come l’“omosessuale finocchio”.
“Ci vedono come macchiette”, aggiunge Rosalia, 24 anni di Palermo,
”accettare l’omosessualità è radical chic fin quando è quella degli
altri ma quanno o puppu è figghio tuo (quando il frocio è tuo figlio)
apriti cielo!”.
Le difficoltà maggiori per i gay al sud è stata evidenziata anche
nella recente indagine “Modidi”, e la situazione sarebbe bloccata se
non ci fossero motori di innovazione come Catania, che con Taormina è
importante méta turistica ed è paragonabile, per presenza glbt, a
città come Milano.
Catania è la prima città del Sud che s’incontra nella classifica
delle città più tolleranti d’Italia di “Goletta gay” di Gay.it, ed ai
primi posti nella classifica generale.
Qui, a smentire il mito dei genitori del Sud che non accettano i
figli lgbt, è attivo un altro combattivo gruppo dell’Agedo.
E qui ogni anno dal 2001 l’associazione “Open Mind” organizza un
pride ed altre iniziative, e al sito http://utenti.lycos.it/
opencatania, oltre al forum, ha un indirizzario con tutti i servizi
utili al popolo glbt.
Ed a Catania è stato organizzato nell’estate del 2004 il “Primo Gay
Mediterranean Expo”. Un’esperienza memorabile che portò qui le realtà
glbt del mediterraneo, da Israele alla Grecia.
Anima di tutto, il Pegaso (www.pegasos.it) di Giovanni Caloggero,
patron della gay life catanese. Elegante cinquantenne, ex bancario e
cattolico osservante, Caloggero rilevò il Pegaso’s Bar, creato dai
due mattatori ed attivisti storici Francesco Stingo e Dario De Felice.
Gli uni misero le idee e i contatti, l’altro gli investimenti, ed è
venuto il Pegaso’s Circus. Un colossale chapiteau con arredamenti e
rifiniture esclusive, abat jour per i privé, schermi al plasma per la
pista. Altro tendone per l’area dark. Grandi boschi privati per il
cruising con vista sull’Etna. E d’estate la notte si passa tra eventi
mondani nella piscina olimpionica e sulle piste all’aperto. Difficile
chiedere di più per una struttura che richiama migliaia di persone ad
ogni evento, crea lavoro e compete in eccellenza nella ricreazione
gay dell’intera penisola.
Ma il discorso non termina con la ricreazione. è dal Pegaso che parte
l’iniziativa per costituire un comitato provinciale Arcigay. “Il
comitato a Catania nascerà”, ci dice Paolo Patanè, il portavoce,
“perché esiste il Pegaso da 12 anni, che oltre alla discoteca ha
curato aggregazione e cultura su temi a noi cari, dimostrando alla
città che esiste una comunità omosessuale. Per questo manterremo una
continuità con le iniziative del Pegaso note anche a livello
accademico”.
Note perché tra i promotori è Maurizio Caserta, ordinario di economia
politica, o Luciano Ricifari, infettivologo. E tra i probiviri
Augusta Longo Mortillaro, presidente dell’associazione Italia-Israele.
L’elite cittadina a Catania si è insomma attivata per i diritti dei
gay, organizzando convegni sull’identità nelle aule universitarie che
traboccano sempre di gente. Sorprendentemente, anche il centrodestra
concede appoggi.
Non a caso Paolo Patanè, 38 anni, di centrosinistra, dottorato alla
Luiss, top manager in giro per l’Italia, non riconosce corsie
preferenziali, poiché “una comunità in cui interagiscono migliaia di
individui non deve avere vocazioni di destra e di sinistra”, afferma,
“in particolare in Sicilia, dove c’è un contesto partitico e politico
peculiare”. Che richiede grande sensibilità di analisi e dove sono ad
esempio sentite altre priorità oltre alle Unioni Civili.
In primo luogo leggi contro omofobia e discriminazione.
La Ruscica chiede sanzioni severe per gli atti di omofobia.
Dello stesso avviso Santino Marino, 29 anni, che insieme a Roberta
Palermo, 44 anni, ha creato il grazioso pub “Le
Marais” (www.lemarais.it) a Messina, “sull’altra sponda”, come usano
dire i tanti che ogni sera vi arrivano dalla Calabria.
In verità solo le violenze più efferate emergono dalle cronache, come
quella del 40enne di Caltanissetta appena ucciso da un ragazzo di
venti anni che aveva pianificato di ammazzare tutti gli uomini con
cui era stato, o di un adolescente di Camporotondo Etneo che era
costretto a subire violenze indicibili dai suoi coetanei.
“20 chilometri dal centro urbano corrispondono a 20 anni di
arretratezza culturale”, sottolinea Paolo Patanè, “per far fronte a
queste emergenze creeremo una rete di esperti per istruire alla
differenze psicologi, docenti e formatori”.
E un esperto è Giuseppe Burgio, ricercatore a Palermo, che sta
tessendo una rete di pedagogisti sulle differenze di genere (gruppo
Yahoo http://
it.groups.yahoo.com/group/retealetheia, per informazioni:
giuseppeburgio@libero.it).
Il terreno è fertile e promette bene la candidatura di Rita
Borsellino, ben disposta verso la comunità, ma ci vorrebbe una grossa
manifestazione pubblica.
Un pride nazionale a Catania nel 2007, per esempio. “Sarebbe una
sfida organizzativa ma anche un’opportunità straordinaria!”, ci
assicura Patanè, “l’occasione per mettere alla prova le grandi
potenzialità della città e rilanciare un progetto che premii le
aspettative di libertà e di dignità di tutta la comunità omosessuale
del Sud.
Catania possiede risorse per trasformare il pride in uno storico
momento iniziale di un ambizioso percorso di battaglia politica e
culturale”.
La Ruscica benedice.
E a noi l’idea, per quanto indubbiamente irta di difficoltà, tenta.
Il BariPride non ci ha forse già dimostrato che il Sud è capace di
riservare molte sorprese?
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