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Carla
e Franco Dallamore di Cesena sono una coppia colpita nel 1998
dalla morte della figlia Roberta, in un incidente stradale in
pratica avvenuto sotto casa. Per loro è una ferita incolmabile,
ancora adesso, ma riescono a reagire e a non farsi sopraffare dal
dolore anche avvicinandosi alla Chiesa più di quello che facevano
prima, anche per rispondere all’invito di Roberta, che era
praticante e animatrice di attività della parrocchia.
Alla fine la signora Carla, nel suo percorso che la porta a
riavvicinarsi alla chiesa, viene invitata dal suo prete a leggere
dall’altare, ogni domenica, un brano tratto dal Vangelo.
Ma Carla e Franco non sono solo questo: sono anche i titolari
dell’Hotel Zeus di Lido di Classe (aperto esclusivamente d’estate),
l'unico albergo in Italia a dichiararsi apertamente “albergo gay”.
Non “friendly”, ma proprio gay.
La cosa nel tempo ha provocato curiosità anche fra chi non è
dell’ambiente, tanto che l’estate scorsa l'unico albergo gay
d'Italia era finita su un’intera pagina del quotidiano “Corriere
Romagna”, che lo presentata come un’iniziativa degna di simpatia ed
incoraggiamento.
Ma non tutti l’hanno vista in questo modo.
“Una domenica però non vengo chiamata", ci racconta
direttamente Carla, "e io ci rimango un po’ male ma non vado a
pensare a nulla di particolare. Si sarà dimenticato, penso tra me e
me. Poi la seconda domenica ancora nulla", continua Carla, "non
mi chiama all’altare e allora mi preoccupo. Vado a chiedere
spiegazioni al prete e lui mi dice che sa tutto, che mi dovrei
vergognare, che non sono degna di leggere il Vangelo, che sono una
peccatrice!”.
Carla ci rimane malissimo e reagisce come il suo temperamento
schietto, da buona romagnola, le suggerisce. "Io peccatrice?, ho
chiesto al prete, io dovrei vergognarmi? E di cosa? Non ho fatto
nulla di cui vergognarmi e di cui pentirmi, e se non posso più
leggere per quel motivo, non vengo più neanche in chiesa! E infatti
non ci sono più andata da allora, ma in corpo ho tanta rabbia perché
una cosa del genere non me la sarei mai aspettata.
E secondo me, l’articolo in questione, il prete non lo ha neanche
letto: devono essere state le solite comari a parlargliene. Avrei
voluto rispondergli anche: se mi devo vergognare io, allora cosa
dovrebbe fare il vostro capo?”.
Franco, suo marito, le è accanto e solidale, anche se solo l’accenno
alla tragedia della figlia lo commuove. “Noi, dopo la morte di
Roberta, eravamo come impazziti, non sapevamo dove sbattere la testa,
e dobbiamo ringraziare tutti quei ragazzi che ci hanno confortato,
ci sono stati vicini nei momenti peggiori... Mentre quel prete, ma
anche tanti altri che pensavamo potevano esserci d’aiuto, si vanno a
comportare così, insultando e minacciando”.
E “quei ragazzi”, nello specifico, non sono altro che tutti quei
clienti che da anni e un po’ da tutta Italia hanno scelto l’Hotel
Zeus come sede per le loro vacanze a Lido di Classe, che ha, come
noto, una delle spiagge gay più grandi e belle d’Italia.
“Quando qualche anno fa", racconta Franco, "siamo stati
consigliati a trasformare l’hotel in un hotel per gay noi abbiamo
detto di sì subito, non ci abbiamo visto nulla di male, anzi… e
confermo la nostra volontà di continuare così”.
“I vicini ce ne hanno fatte di tutti i colori", aggiunge
Carla, "tanti piccoli e grandi dispetti, ma noi abbiamo tirato
dritto e i ragazzi ci sono sempre stati vicini”.
È
evidente che, in particolare con Carla, non c’è solo un rapporto da
albergatore a cliente, ma che si è andato a creare un rapporto di
vera amicizia. “Io, per molti, sono diventata una confidente,
un’amica a cui chiedere consigli. Ci troviamo bene assieme a loro.
Io non giudico mai nessuno e tantomeno mi interesso di cosa possa
capitare nel piano di sopra, quello con le camere.
È
bello avere attorno gente così cordiale, giovane e disponibile”.
Franco, che dell’hotel è il cuoco, approva e rincara la dose contro
chi, invece, disponibile non lo è affatto: “È
incredibile che nel 2006 si possa ancora ragionare come ha
dimostrato il prete, e anche molti altri che si sono
progressivamente allontanati da noi, dopo i primi tempi di
solidarietà e vicinanza al dolore”.
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