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Dichiararsi
omosessuale in carcere è una follia che nessuno fa: la conseguenza
sarebbe una detenzione in isolamento o alla mercè dei compagni di
cella. Al limite meglio fingersi trans e finire nel braccio speciale
riservato. Piccola indagine nelle carceri italiane alla ricerca di
una realtà che fatica ad emergere
L’omosessualità in carcere? Semplicemente non esiste. Chi è quel
folle che, entrando in un ambiente come quello delle prigioni
italiane, si dichiara spavaldamente gay, aprendo così la strada a
una detenzione interamente in isolamento o, in alternativa, alla
mercè dei compagni di cella?
Da noi siamo ben lontani dalla situazione di alcune strutture
penitenziarie statunitensi, realizzate appositamente per ospitare
detenute e detenuti omosessuali e transessuali, anche se pure
oltreoceano la crisi economica sta spingendo alla chiusura di queste
carceri speciali, con l’effetto devastante di vedere un continuo
aumento di soprusi dietro le sbarre ai danni delle persone glbt.
Un’indagine realizzata da un sito internet pochi anni fa ha raccolto
in effetti le testimonianze di uomini gay arrestati per guida in
stato di ubriachezza e sbattuti in cella con una divisa di colore
diverso rispetto ai detenuti non gay, costretti a subire insulti da
parte delle guardie e aggressioni sessuali da carcerati anche
sieropositivi, alcuni dei quali li vendevano come schiavi sessuali
ad altri detenuti.
Per fortuna nelle nostre carceri non si sente parlare di questo tipo
di comportamenti. Anche se in realtà, come dicevamo, di
omosessualità in carcere da noi non si parla affatto. È un universo
talmente nascosto che solo pochissime persone ci entrano in contatto:
si tratta per lo più dei volontari di associazioni glbt che hanno
avviato programmi di intervento nei penitenziari, ma che nella
stragrande maggioranza dei casi si trovano a lavorare quasi solo con
transessuali.
Per queste recluse, infatti, esistono bracci riservati in cui
possono trascorrere la detenzione lontane dal resto della
popolazione carceraria, tanto che capita che alcuni omosessuali,
entrando in carcere, scelgano di dichiararsi trans per poter
accedere ai "bracci speciali".
“Strutture
per accogliere le persone omosessuali nelle carceri italiane non ce
ne sono", lamenta Stefania Boccale che, insieme ad altri
volontari del circolo "Mario Mieli", svolge attività nel carcere
romano di Rebibbia. "Attualmente ci sono nel braccio speciale
persone che, per entrare in questo settore, si sono dichiarate
transessuali pur essendo gay. Ma mettere insieme transessuali e gay
è esplosivo: non vanno molto d’accordo.
D’altra parte una persona che entra in carcere e
si dichiara gay non saprebbero dove metterla, tanto che spesso
finisce in isolamento. Ma non puoi pensare di fare un’intera
detenzione in isolamento!
Abbiamo tentato più volte di affrontare il
problema con la direzione, facendo notare che non si può dire che in
carcere ci sono solo o eterosessuali o transessuali, ma la risposta
è che omosessuali non ce ne sono, perché nessuno si dichiara tale.
Giustamente, perché nessuno è così folle da farsi tutta la
detenzione in isolamento o alla mercè degli altri detenuti”.
La situazione è confermata dal presidente nazionale Arcigay,
Aurelio Mancuso, che ha visitato più volte il braccio speciale
di Rebibbia, a Roma: “La questione delle persone omosessuali
detenute è enormemente delicata, bisogna affrontarla con i piedi di
piombo. Se gli altri detenuti vengono a sapere che uno di loro è
gay, per lui è finita. Per questo è molto difficile fare emergere la
realtà: nessuno vuole parlare né, nella situazione attuale, ci
sembra corretto spingerlo a farlo”.
Nulla cambia se andiamo a San Vittore, a Milano, dove sono attivi
alcuni volontari dell’Associazione solidarietà Aids: “Una persona
gay in carcere fa bene a non dire di essere gay", conferma
Giorgia Fracca dell’Asa. "In questo ambiente è bene
nascondere qualsiasi cosa che possa portare a discriminazione, anche
il fatto di piangere la notte.
Particolarmente delicata la situazione dei
sieropositivi: se non dici di esserlo e dopo lo si viene a sapere,
te la fanno pagare cara, ma se lo dici subisci comunque pesanti
discriminazioni. Possono non accettarti in cella e quindi
costringerti a lasciare una cella per così dire ‘bella’ e andare a
stare in una con soggetti più difficili. E, dal momento che c’è
molta ignoranza, un sieropositivo viene sempre visto come una
minaccia, non ti lasciano lavare i piatti o condividere le cose con
gli altri compagni”.
Giorgia parla anche della vita sessuale che si può svolgere in
carcere: “Certamente il sesso c’è, soprattutto tra compagni di
cella. Le trans detenute nel raggio speciale denunciano anche casi
di prestazioni sessuali con agenti di custodia, ma in realtà non so
quanto sia vero e frequente: per gli agenti è infatti molto più
sicuro cercarsele fuori dal carcere, queste opportunità.
Invece nel braccio penale, dove ovviamente non ci
sono omosessuali dichiarati, si sa che alcune persone, soprattutto
dell’area maghrebina, non si fanno scrupoli ad avere rapporti
sessuali con uomini senza che questo per loro significhi nulla
rispetto al loro orientamento sessuale”.
Anche nei "bracci speciali", però, la situazione non è affatto tutta
positiva. “A Rebibbia noi del Mario Mieli ci lavoriamo da circa 4
o 5 anni. E i problemi che vediamo sono tanti", spiega ancora
Stefania Boccale. "A cominciare banalmente
dall’abbigliamento: spesso queste persone transessuali sono
straniere e non hanno nessuno che possa portar loro abiti e quindi
sono costrette a rivolgersi alle associazioni, ma in genere la
Caritas o Sant’Egidio forniscono loro abiti maschili, che loro però
rifiutano”.
Più complessa la questione quando si comincia a parlare di salute: “Ci
sono problemi seri per l’endocrinologo perché in carcere non è
prevista la possibilità di rivolgersi a specialisti esterni. Noi
però abbiamo più volte proposto di portare con noi uno specialista
che possa controllare periodicamente le analisi delle persone trans
detenute e valutare con loro la somministrazione controllata di
ormoni. Adesso dovrebbe passare una riforma per cui anziché avere,
come accade ora, i medici interni che operano nel carcere che
dipendono direttamente dal ministero di Grazia e giustizia, i
detenuti dovrebbero potersi rivolgere al sistema sanitario nazionale”.
Giorgia Fracca, che opera a San Vittore, denuncia invece un
eccessivo ricorso a psicofarmaci: “Quando devi tenere tranquilla
una situazione che può facilmente diventare litigiosa, dai
ansiolitici e tranquillanti. È così che le autorità carcerarie
affrontano i bisogni dei detenuti”.
Situazione non troppo dissimile per quanto riguarda il trattamento
dell’infezione da Hiv. “In carcere l’accesso ai farmaci è
garantito, ma certo non è come all’esterno", dice Stefania. "I
farmaci di base sono disponibili, ma se c’è bisogno di una terapia
particolare la cosa diventa più complessa, la sanità all’interno del
carcere non è ai massimi livelli”.
Ma come si svolge la vita di una persona transessuale detenuta in un
braccio speciale?
In questi settori, le celle ospitano da quattro a sei persone e
restano chiuse 21 ore al giorno, mentre nel braccio penale le celle
sono aperte di giorno e i detenuti possono muoversi abbastanza
liberamente. Insomma, nei bracci speciali, anche se non si vive un
vero e proprio isolamento, la possibilità di incontrare persone che
non siano le poche compagne di detenzione e le guardie carcerarie
sono poche: “Attualmente hanno dovuto organizzare le cose in modo
che le trans detenute avessero l’ora d’aria in tempi diversi
rispetto agli altri detenuti, per evitare i contatti", riferisce
Aurelio Mancuso. "Però molte detenute hanno chiesto di poterla
passare con gli altri detenuti, in modo da avere almeno qualche
contatto. Naturalmente si tratta di una richiesta che va valutata
con molta delicatezza e che, al momento, le autorità non si sentono
di accogliere”.
D’altra parte anche i contatti con l’esterno sono molto pochi: per
avere l’autorizzazione al colloquio ci sono requisiti particolari e
siccome molte di loro hanno amiche senza permesso di soggiorno che
non possono avere l’autorizzazione alla visita, perdono qualsiasi
contatto con le persone che frequentavano prima di entrare in
carcere.
Insomma, la realtà umana delle persone gay e transessuali in carcere
continua ad avere luci ed ombre, con una prevalenza delle ombre.
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