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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO

  [ Numero 103 - Gennaio 2008 ]

 Gay dietro le sbarre
 

Dichiararsi omosessuale in carcere è una follia che nessuno fa: la conseguenza sarebbe una detenzione in isolamento o alla mercè dei compagni di cella. Al limite meglio fingersi trans e finire nel braccio speciale riservato. Piccola indagine nelle carceri italiane alla ricerca di una realtà che fatica ad emergere
 

L’omosessualità in carcere? Semplicemente non esiste. Chi è quel folle che, entrando in un ambiente come quello delle prigioni italiane, si dichiara spavaldamente gay, aprendo così la strada a una detenzione interamente in isolamento o, in alternativa, alla mercè dei compagni di cella?

Da noi siamo ben lontani dalla situazione di alcune strutture penitenziarie statunitensi, realizzate appositamente per ospitare detenute e detenuti omosessuali e transessuali, anche se pure oltreoceano la crisi economica sta spingendo alla chiusura di queste carceri speciali, con l’effetto devastante di vedere un continuo aumento di soprusi dietro le sbarre ai danni delle persone glbt. Un’indagine realizzata da un sito internet pochi anni fa ha raccolto in effetti le testimonianze di uomini gay arrestati per guida in stato di ubriachezza e sbattuti in cella con una divisa di colore diverso rispetto ai detenuti non gay, costretti a subire insulti da parte delle guardie e aggressioni sessuali da carcerati anche sieropositivi, alcuni dei quali li vendevano come schiavi sessuali ad altri detenuti.

 

Per fortuna nelle nostre carceri non si sente parlare di questo tipo di comportamenti. Anche se in realtà, come dicevamo, di omosessualità in carcere da noi non si parla affatto. È un universo talmente nascosto che solo pochissime persone ci entrano in contatto: si tratta per lo più dei volontari di associazioni glbt che hanno avviato programmi di intervento nei penitenziari, ma che nella stragrande maggioranza dei casi si trovano a lavorare quasi solo con transessuali.

Per queste recluse, infatti, esistono bracci riservati in cui possono trascorrere la detenzione lontane dal resto della popolazione carceraria, tanto che capita che alcuni omosessuali, entrando in carcere, scelgano di dichiararsi trans per poter accedere ai "bracci speciali".

Strutture per accogliere le persone omosessuali nelle carceri italiane non ce ne sono", lamenta Stefania Boccale che, insieme ad altri volontari del circolo "Mario Mieli", svolge attività nel carcere romano di Rebibbia. "Attualmente ci sono nel braccio speciale persone che, per entrare in questo settore, si sono dichiarate transessuali pur essendo gay. Ma mettere insieme transessuali e gay è esplosivo: non vanno molto d’accordo.

D’altra parte una persona che entra in carcere e si dichiara gay non saprebbero dove metterla, tanto che spesso finisce in isolamento. Ma non puoi pensare di fare un’intera detenzione in isolamento!

Abbiamo tentato più volte di affrontare il problema con la direzione, facendo notare che non si può dire che in carcere ci sono solo o eterosessuali o transessuali, ma la risposta è che omosessuali non ce ne sono, perché nessuno si dichiara tale. Giustamente, perché nessuno è così folle da farsi tutta la detenzione in isolamento o alla mercè degli altri detenuti”.

 

La situazione è confermata dal presidente nazionale Arcigay, Aurelio Mancuso, che ha visitato più volte il braccio speciale di Rebibbia, a Roma: “La questione delle persone omosessuali detenute è enormemente delicata, bisogna affrontarla con i piedi di piombo. Se gli altri detenuti vengono a sapere che uno di loro è gay, per lui è finita. Per questo è molto difficile fare emergere la realtà: nessuno vuole parlare né, nella situazione attuale, ci sembra corretto spingerlo a farlo”.

Nulla cambia se andiamo a San Vittore, a Milano, dove sono attivi alcuni volontari dell’Associazione solidarietà Aids: “Una persona gay in carcere fa bene a non dire di essere gay", conferma Giorgia Fracca dell’Asa. "In questo ambiente è bene nascondere qualsiasi cosa che possa portare a discriminazione, anche il fatto di piangere la notte.

Particolarmente delicata la situazione dei sieropositivi: se non dici di esserlo e dopo lo si viene a sapere, te la fanno pagare cara, ma se lo dici subisci comunque pesanti discriminazioni. Possono non accettarti in cella e quindi costringerti a lasciare una cella per così dire ‘bella’ e andare a stare in una con soggetti più difficili. E, dal momento che c’è molta ignoranza, un sieropositivo viene sempre visto come una minaccia, non ti lasciano lavare i piatti o condividere le cose con gli altri compagni”.

 

Giorgia parla anche della vita sessuale che si può svolgere in carcere: “Certamente il sesso c’è, soprattutto tra compagni di cella. Le trans detenute nel raggio speciale denunciano anche casi di prestazioni sessuali con agenti di custodia, ma in realtà non so quanto sia vero e frequente: per gli agenti è infatti molto più sicuro cercarsele fuori dal carcere, queste opportunità.

Invece nel braccio penale, dove ovviamente non ci sono omosessuali dichiarati, si sa che alcune persone, soprattutto dell’area maghrebina, non si fanno scrupoli ad avere rapporti sessuali con uomini senza che questo per loro significhi nulla rispetto al loro orientamento sessuale”.

 

Anche nei "bracci speciali", però, la situazione non è affatto tutta positiva. “A Rebibbia noi del Mario Mieli ci lavoriamo da circa 4 o 5 anni. E i problemi che vediamo sono tanti", spiega ancora Stefania Boccale. "A cominciare banalmente dall’abbigliamento: spesso queste persone transessuali sono straniere e non hanno nessuno che possa portar loro abiti e quindi sono costrette a rivolgersi alle associazioni, ma in genere la Caritas o Sant’Egidio forniscono loro abiti maschili, che loro però rifiutano”.

 

Più complessa la questione quando si comincia a parlare di salute: “Ci sono problemi seri per l’endocrinologo perché in carcere non è prevista la possibilità di rivolgersi a specialisti esterni. Noi però abbiamo più volte proposto di portare con noi uno specialista che possa controllare periodicamente le analisi delle persone trans detenute e valutare con loro la somministrazione controllata di ormoni. Adesso dovrebbe passare una riforma per cui anziché avere, come accade ora, i medici interni che operano nel carcere che dipendono direttamente dal ministero di Grazia e giustizia, i detenuti dovrebbero potersi rivolgere al sistema sanitario nazionale”.

 

Giorgia Fracca, che opera a San Vittore, denuncia invece un eccessivo ricorso a psicofarmaci: “Quando devi tenere tranquilla una situazione che può facilmente diventare litigiosa, dai ansiolitici e tranquillanti. È così che le autorità carcerarie affrontano i bisogni dei detenuti”.

Situazione non troppo dissimile per quanto riguarda il trattamento dell’infezione da Hiv. “In carcere l’accesso ai farmaci è garantito, ma certo non è come all’esterno", dice Stefania. "I farmaci di base sono disponibili, ma se c’è bisogno di una terapia particolare la cosa diventa più complessa, la sanità all’interno del carcere non è ai massimi livelli”.

 

Ma come si svolge la vita di una persona transessuale detenuta in un braccio speciale?

In questi settori, le celle ospitano da quattro a sei persone e restano chiuse 21 ore al giorno, mentre nel braccio penale le celle sono aperte di giorno e i detenuti possono muoversi abbastanza liberamente. Insomma, nei bracci speciali, anche se non si vive un vero e proprio isolamento, la possibilità di incontrare persone che non siano le poche compagne di detenzione e le guardie carcerarie sono poche: “Attualmente hanno dovuto organizzare le cose in modo che le trans detenute avessero l’ora d’aria in tempi diversi rispetto agli altri detenuti, per evitare i contatti", riferisce Aurelio Mancuso. "Però molte detenute hanno chiesto di poterla passare con gli altri detenuti, in modo da avere almeno qualche contatto. Naturalmente si tratta di una richiesta che va valutata con molta delicatezza e che, al momento, le autorità non si sentono di accogliere”.

D’altra parte anche i contatti con l’esterno sono molto pochi: per avere l’autorizzazione al colloquio ci sono requisiti particolari e siccome molte di loro hanno amiche senza permesso di soggiorno che non possono avere l’autorizzazione alla visita, perdono qualsiasi contatto con le persone che frequentavano prima di entrare in carcere.

Insomma, la realtà umana delle persone gay e transessuali in carcere continua ad avere luci ed ombre, con una prevalenza delle ombre.

 

 

 

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