|
Giorgio ha 26 anni, è iscritto a Lettere
e di sera frequenta locali gay. Nulla di strano, se non fosse per il
suo ruolo. Da tre anni ha reso il suo esibizionismo un lavoro e
assieme ad altri colleghi gira l’Italia inscenando spettacoli di
sesso dal vivo.
Ha iniziato come spogliarellista, sterzando ben presto verso l’hard.
“Rende di più e c’è meno concorrenza“, dice ridendo, “bisogna avere
pelo sullo stomaco per prenderlo nel c. davanti a tutti”.
In poche parole sintetizza il suo show: “Dura mezz’ora. Prima un
piccolo strip. Quando l’atmosfera si è scaldata, incominciamo a
baciarci e da lì a fare sesso: orale, anale, senza freni. Fino
all’eiaculazione”.
Usate preservativi? “Sempre, e non si sono mai rotti”.
Defaillances? “Sentirmi gli occhi addosso mi fa eccitare. Se non
riuscissi di mio, ci penserebbe l’altro a stimolarmi”.
Quando gli chiedo se ricorre a qualche “aiutino”, nega. Come gli
altri intervistati. In realtà, chi con la chimica del Viagra, chi
con la taumaturgia delle pomate, chi con il riscaldamento del
partner, chi con la pressione dei cockring, praticamente tutti hanno
i loro trucchi. Che però non rivelano, per copyright.
Giorgio è stato uno dei primi in Italia, introdotto nell’ambiente da
Alessandro, forse l’inventore degli spettacoli hard.
Nei primi anni (si parla del 2001), Alessandro si creò un esercito
di nemici fra gli stripmen per aver alzato eccessivamente la posta.
Con la diffusione di massa delle palestre il fenomeno strip si era
ingrossato fino a strabordare, provocando una competizione senza
limiti. Lui, per ritagliarsi un suo spazio, si fece conoscere come
il più “spinto”.
Partì dal nudo integrale, allora poco frequente: i primi stripman
italiani erano etero e puntavano su ironia, movimenti atletici e
costumi curati. Forse per un residuo machista, per il quale l’uomo
nudo “sembra frocio”. Era la prima fase, paradossale, in cui gli
etero ricalcavano modelli femminili, per lo meno nei capelli lunghi
e negli accessori: anelli, bracciali, collane.
Alessandro fa parte della seconda generazione: gay, disinibito... ed
esibizionista. E ha capito che i gay hanno un gusto differente dalle
donne, a incominciare dai capelli corti.
Dal nudo è passato allo sfioramento, all’erezione e infine allo show
di coppia. Con il placet dei gestori, che ai clienti hanno
presentato l’escalation di erotismo come un servizio aggiunto: “Il
prezzo del biglietto è lo stesso, in più ti offro un porno live”.
Buona parte dei locali tesserati è provvisto di dark room, camerini,
glory hole e sling. Chi li frequenta, cerca soprattutto sesso.
Sovente stimolato dai film porno proiettati sugli schermi.
Il vantaggio qui era avere gli attori in carne e ossa a un metro dal
pubblico, se non addosso.
Per i clienti è stato come rendere di serie gli optional di un’auto.
Non è un caso che per un paio di anni, la serata più affollata dell’Argos
di Milano fosse quella del martedì, quando lo spettacolo si faceva
hard.
Agli albori del fenomeno, per la professione di stripman, qualche
osservatore ragionava in termini darwiniani: evolversi in porno
attori era d’obbligo, pena l’estinzione. Le stesse profezie
colpivano i locali: guai a non avere l’hard!
Bastò però un paio d’anni, perché gli show porno si rivelassero un
fuoco fatuo. L’effetto-novità si spense, gli attori erano sempre i
soliti, le situazioni proposte anche.
Per i clienti, l’hard era sì eccitante, ma le condizioni alle quali
assistevano non erano delle più rilassanti: accalcati, sulle punte
dei piedi per vedere meglio, con nella mano un drink o una
sigaretta.
Il pubblico così diminuì e alcuni gestori ingranarono la
retromarcia, sopendendo le serate o diradandole.
La spiegazione ufficiale vuole che la pornografia esplicita sia meno
sensuale di uno strip. Meglio lasciare un po’ di spazio
all’immaginazione...
Pochi hanno però il coraggio di dire che il sesso dal vivo non ha
resistito soprattutto per la scarsa strategia di marketing degli
attori. All’estero certi show ricalcano il teatro, con costumi e
scenografie ad hoc. “Consigliai a due ragazzi un materassino
gonfiabile, per ricreare un’arena di lotta“, dice Germano, habitué
milanese. “Lo avevo visto al Gaiety di New York. La lotta nel fango
o nel sapone esisteva già in Italia, nei locali di lap dance
femminile.
Dopo un po’ di prove, mancava solo il materassino, ma si tirarono
indietro per non spendere 12 euro a testa! E finirono per esibirsi
sulla tovaglia sfilata da un tavolino dei clienti!”.
Al momento la mappa è delineata con contorni netti. Il sesso dal
vivo rappresenta una nicchia (il Porto de Mar a Venezia, l’Officina
a Padova, il Crisco a Firenze).
È rimasto nei locali più marcatamente legati al sesso, dove la marca
di birra servita non conta quasi nulla.
Il pubblico è cambiato: niente curiosi, soltanto aficionados,
spalmati più comodamente sui divanetti per godersi uno spettacolo-
antipasto.
Il sesso dal vivo è un catalizzatore, serve per accendere
l’atmosfera. Il resto avviene in dark o nei camerini. Ma con chi,
con altri clienti o con gli stessi pornoattori?
Eccoci al punto cruciale, in cui lo spettacolo rischia di entrare in
collisione con il codice penale italiano. Nessun proprietario di
cruising bar vuole infatti rischiare una denuncia per sfruttamento o
favoreggiamento della prostituzione.
Ovviamente nessuno può mettere la mano sul fuoco a proposito del
fatto che nessuno dei pornoattori si prostituisca per conto suo. E
se lo anche facesse, sarebbero affari suoi, essendo maggiorenne e
vaccianto.
La questione però è sul dove lo fa. Il no dei gestori alle marchette
all’interno del locale è un’acquisizione recente, ma è ormai un dato
di fatto ovunque, applicato rigidamente.
Fino all’anno scorso, qualche locale italiano proponeva “ragazzi
della casa”. Poi, anche se magari più per timore di denunce che per
scrupolo etico, la moda è completamente rientrata. Al contrario di
quanto accade invece nei privé etero, dove nell’elevata quota di
ingresso per i singoli (130-150 euro, a fronte di 30 per le coppie)
è implicitamente compresa la prestazione di qualche signorina che
passa per “socia” del club.
Questo non succede invece nei locali gay, dove si è tassativi: un
attore deve separare l’esibizione per il pubblico, dalla (eventuale)
marchetta privata. Se non rispetta questa regola, viene escluso
dalle successive serate.
Questo non impedisce comunque di allargare l’attività anche verso
altrre direzioni. Si dice che una ciliegia tira l’altra, e questo
vale anche per il sesso dal vivo. Girare film porno serve per
procurarsi serate che a loro volta servono procurarsi per clienti
come prostituti (vedere box).
È un fatto però che i gestori sono ritrosi a parlare di sesso dal
vivo. Il timore di controlli, spesso volutamente cavillosi,
scoraggia a “cantare” con chi non frequenta abitualmente.
Appurato che il locale non favorisca la prostituzione, chi effettua
l’uscita potrebbe sempre aggrapparsi a inezie, come controllare una
per una le canzoni trascritte sul registro Siae, o verificare che
esista uno spogliatoio per i dipendenti. Per questo si tende a
tacere
sulla programmazione. L’informazione gira più per passaparola che in
altro modo.
Che differenza rispetto agli anni del boom del fenomeno, quando
c’era pure chi attirava i clienti nella propria sauna bluffando su
spettacoli hard inesistenti.
Un gioco durato poco. Oggi ci s’inventerebbe qualcos’altro per
“allettare” gli avventori: il sesso dal vivo, infatti, non “tira”
più.
Una coppia che fa sesso dal vivo
Petru ha 21 anni, ma si presenta aggiungendo 22 al suo nome. Perché?
“Ho un cazzo di 22 centimetri. È per quello che lavoro”.
Vuole darmi una dimostrazione pratica, slacciandosi la cintura. No,
graazie, ti credo, davvero!
Abita nella periferia di Milano ma è moldavo. Fa spettacoli per
promuoversi come marchetta, “ma lo strumento migliore è il
passaparola”. E poi snocciola nomi di personaggi televisivi (molto
potenti, fra l’altro), e di stilisti. “Questi stivali costano 800
euro, sono di uno stilista mio cliente”. E via con l’elenco dei
benefit.
Compresa una settimana da 16.000 euro. Facendo i conti, 20 mesi da
apprendista commesso.
Ha una ragazza italiana, che abita fuori Milano: “Mica me la trovo
qua vicino, ché poi mi rompe le palle ogni cinque minuti”.
Dano è un “ragazzo di vita”, di quelli affrescati da Pasolini nei
film su Ostia. La parola trascinata, l’innocenza nelle sue
riflessioni sul mondo e sul coming out. Lui ne ha fatti e ne
continua
a fare, di coming out.
A 24 anni ha già cambiato gusti tre volte. Una sessualità fluida:
“Devi provare tutto, e poi scegli. Ero etero, ho una figlia che
adesso ha 5 anni. Sono diventato gay: spettacoli, marchette e
quattro
film con Franco Minnelli della All Male Studio. Poi mi sono messo
insieme alla mia attuale ragazza e sono diventato bisex”.
E le ragazze lo sanno? “La prima sa dei film, ma posso vedere la
bambina quando voglio. Quella di adesso la conosco da tanti anni:
siamo cresciuti insieme. Non mi metto con la prima che capita, devo
conoscerla bene, prima. È meglio che sappiano da me che non da
altri”.
Dano vive in provincia di Alessandria e “fa la vita” a Milano senza
essere scoperto. Al paese sono più impegnati a parlare di un
massacro
di cronaca di qualche anno addietro...
|