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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO

 [ Numero 84 - Giugno 2006 ]

 Sesso dal vivo
 
di Matteo Bandini

 

Per loro i cubisti sono delle educande. E il sesso è un mestiere redditizio, specie se esibito.
Breve storia degli spettacoli hard dal vivo, dove l’imperativo è monetizzare la lussuria. Altrui.


Giorgio ha 26 anni, è iscritto a Lettere e di sera frequenta locali gay. Nulla di strano, se non fosse per il suo ruolo. Da tre anni ha reso il suo esibizionismo un lavoro e assieme ad altri colleghi gira l’Italia inscenando spettacoli di sesso dal vivo.
Ha iniziato come spogliarellista, sterzando ben presto verso l’hard.
“Rende di più e c’è meno concorrenza“, dice ridendo, “bisogna avere pelo sullo stomaco per prenderlo nel c. davanti a tutti”.
In poche parole sintetizza il suo show: “Dura mezz’ora. Prima un piccolo strip. Quando l’atmosfera si è scaldata, incominciamo a baciarci e da lì a fare sesso: orale, anale, senza freni. Fino all’eiaculazione”.
 
Usate preservativi? “Sempre, e non si sono mai rotti”.
Defaillances? “Sentirmi gli occhi addosso mi fa eccitare. Se non riuscissi di mio, ci penserebbe l’altro a stimolarmi”.
Quando gli chiedo se ricorre a qualche “aiutino”, nega. Come gli altri intervistati. In realtà, chi con la chimica del Viagra, chi con la taumaturgia delle pomate, chi con il riscaldamento del partner, chi con la pressione dei cockring, praticamente tutti hanno i loro trucchi. Che però non rivelano, per copyright.
 
Giorgio è stato uno dei primi in Italia, introdotto nell’ambiente da Alessandro, forse l’inventore degli spettacoli hard.
Nei primi anni (si parla del 2001), Alessandro si creò un esercito di nemici fra gli stripmen per aver alzato eccessivamente la posta. Con la diffusione di massa delle palestre il fenomeno strip si era ingrossato fino a strabordare, provocando una competizione senza limiti. Lui, per ritagliarsi un suo spazio, si fece conoscere come il più “spinto”.
Partì dal nudo integrale, allora poco frequente: i primi stripman italiani erano etero e puntavano su ironia, movimenti atletici e costumi curati. Forse per un residuo machista, per il quale l’uomo
nudo “sembra frocio”. Era la prima fase, paradossale, in cui gli etero ricalcavano modelli femminili, per lo meno nei capelli lunghi e negli accessori: anelli, bracciali, collane.
Alessandro fa parte della seconda generazione: gay, disinibito... ed esibizionista. E ha capito che i gay hanno un gusto differente dalle donne, a incominciare dai capelli corti.
Dal nudo è passato allo sfioramento, all’erezione e infine allo show di coppia. Con il placet dei gestori, che ai clienti hanno presentato l’escalation di erotismo come un servizio aggiunto: “Il prezzo del biglietto è lo stesso, in più ti offro un porno live”.
 
Buona parte dei locali tesserati è provvisto di dark room, camerini, glory hole e sling. Chi li frequenta, cerca soprattutto sesso.
Sovente stimolato dai film porno proiettati sugli schermi.
Il vantaggio qui era avere gli attori in carne e ossa a un metro dal pubblico, se non addosso.
Per i clienti è stato come rendere di serie gli optional di un’auto.
Non è un caso che per un paio di anni, la serata più affollata dell’Argos di Milano fosse quella del martedì, quando lo spettacolo si faceva hard.
Agli albori del fenomeno, per la professione di stripman, qualche osservatore ragionava in termini darwiniani: evolversi in porno attori era d’obbligo, pena l’estinzione. Le stesse profezie colpivano i locali: guai a non avere l’hard!
Bastò però un paio d’anni, perché gli show porno si rivelassero un fuoco fatuo. L’effetto-novità si spense, gli attori erano sempre i soliti, le situazioni proposte anche.
Per i clienti, l’hard era sì eccitante, ma le condizioni alle quali assistevano non erano delle più rilassanti: accalcati, sulle punte dei piedi per vedere meglio, con nella mano un drink o una sigaretta.
Il pubblico così diminuì e alcuni gestori ingranarono la retromarcia, sopendendo le serate o diradandole.
La spiegazione ufficiale vuole che la pornografia esplicita sia meno sensuale di uno strip. Meglio lasciare un po’ di spazio all’immaginazione...
 
Pochi hanno però il coraggio di dire che il sesso dal vivo non ha resistito soprattutto per la scarsa strategia di marketing degli attori. All’estero certi show ricalcano il teatro, con costumi e
scenografie ad hoc. “Consigliai a due ragazzi un materassino gonfiabile, per ricreare un’arena di lotta“, dice Germano, habitué milanese. “Lo avevo visto al Gaiety di New York. La lotta nel fango o nel sapone esisteva già in Italia, nei locali di lap dance femminile.
Dopo un po’ di prove, mancava solo il materassino, ma si tirarono indietro per non spendere 12 euro a testa! E finirono per esibirsi sulla tovaglia sfilata da un tavolino dei clienti!”.
 
Al momento la mappa è delineata con contorni netti. Il sesso dal vivo rappresenta una nicchia (il Porto de Mar a Venezia, l’Officina a Padova, il Crisco a Firenze).
È rimasto nei locali più marcatamente legati al sesso, dove la marca di birra servita non conta quasi nulla.
Il pubblico è cambiato: niente curiosi, soltanto aficionados, spalmati più comodamente sui divanetti per godersi uno spettacolo- antipasto.
Il sesso dal vivo è un catalizzatore, serve per accendere l’atmosfera. Il resto avviene in dark o nei camerini. Ma con chi, con altri clienti o con gli stessi pornoattori?
Eccoci al punto cruciale, in cui lo spettacolo rischia di entrare in collisione con il codice penale italiano. Nessun proprietario di cruising bar vuole infatti rischiare una denuncia per sfruttamento o favoreggiamento della prostituzione.
Ovviamente nessuno può mettere la mano sul fuoco a proposito del fatto che nessuno dei pornoattori si prostituisca per conto suo. E se lo anche facesse, sarebbero affari suoi, essendo maggiorenne e vaccianto.
La questione però è sul dove lo fa. Il no dei gestori alle marchette all’interno del locale è un’acquisizione recente, ma è ormai un dato di fatto ovunque, applicato rigidamente.
Fino all’anno scorso, qualche locale italiano proponeva “ragazzi della casa”. Poi, anche se magari più per timore di denunce che per scrupolo etico, la moda è completamente rientrata. Al contrario di quanto accade invece nei privé etero, dove nell’elevata quota di ingresso per i singoli (130-150 euro, a fronte di 30 per le coppie) è implicitamente compresa la prestazione di qualche signorina che passa per “socia” del club.
Questo non succede invece nei locali gay, dove si è tassativi: un attore deve separare l’esibizione per il pubblico, dalla (eventuale) marchetta privata. Se non rispetta questa regola, viene escluso dalle successive serate.

Questo non impedisce comunque di allargare l’attività anche verso altrre direzioni. Si dice che una ciliegia tira l’altra, e questo vale anche per il sesso dal vivo. Girare film porno serve per
procurarsi serate che a loro volta servono procurarsi per clienti come prostituti (vedere box).
È un fatto però che i gestori sono ritrosi a parlare di sesso dal vivo. Il timore di controlli, spesso volutamente cavillosi, scoraggia a “cantare” con chi non frequenta abitualmente.
Appurato che il locale non favorisca la prostituzione, chi effettua l’uscita potrebbe sempre aggrapparsi a inezie, come controllare una per una le canzoni trascritte sul registro Siae, o verificare che esista uno spogliatoio per i dipendenti. Per questo si tende a tacere
sulla programmazione. L’informazione gira più per passaparola che in altro modo.
Che differenza rispetto agli anni del boom del fenomeno, quando c’era pure chi attirava i clienti nella propria sauna bluffando su spettacoli hard inesistenti.
Un gioco durato poco. Oggi ci s’inventerebbe qualcos’altro per “allettare” gli avventori: il sesso dal vivo, infatti, non “tira” più.
 
 
Una coppia che fa sesso dal vivo
Petru ha 21 anni, ma si presenta aggiungendo 22 al suo nome. Perché?
“Ho un cazzo di 22 centimetri. È per quello che lavoro”.
Vuole darmi una dimostrazione pratica, slacciandosi la cintura. No,
graazie, ti credo, davvero!
Abita nella periferia di Milano ma è moldavo. Fa spettacoli per
promuoversi come marchetta, “ma lo strumento migliore è il
passaparola”. E poi snocciola nomi di personaggi televisivi (molto
potenti, fra l’altro), e di stilisti. “Questi stivali costano 800
euro, sono di uno stilista mio cliente”. E via con l’elenco dei benefit.
Compresa una settimana da 16.000 euro. Facendo i conti, 20 mesi da
apprendista commesso.
Ha una ragazza italiana, che abita fuori Milano: “Mica me la trovo
qua vicino, ché poi mi rompe le palle ogni cinque minuti”.
 
Dano è un “ragazzo di vita”, di quelli affrescati da Pasolini nei
film su Ostia. La parola trascinata, l’innocenza nelle sue
riflessioni sul mondo e sul coming out. Lui ne ha fatti e ne continua
a fare, di coming out.
A 24 anni ha già cambiato gusti tre volte. Una sessualità fluida:
“Devi provare tutto, e poi scegli. Ero etero, ho una figlia che
adesso ha 5 anni. Sono diventato gay: spettacoli, marchette e quattro
film con Franco Minnelli della All Male Studio. Poi mi sono messo
insieme alla mia attuale ragazza e sono diventato bisex”.
E le ragazze lo sanno? “La prima sa dei film, ma posso vedere la
bambina quando voglio. Quella di adesso la conosco da tanti anni:
siamo cresciuti insieme. Non mi metto con la prima che capita, devo
conoscerla bene, prima. È meglio che sappiano da me che non da altri”.
Dano vive in provincia di Alessandria e “fa la vita” a Milano senza
essere scoperto. Al paese sono più impegnati a parlare di un massacro
di cronaca di qualche anno addietro...
 
 

 

 

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