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Il pride nazionale del 16 giugno è un banco di prova importante per la
comunità glbt e per tutti coloro che hanno a cuore una vita civile
laica e pluralista. L’appuntamento non a caso è a piazza San
Giovanni, per estirpare l’intolleranza seminata dal Family day.
Da quattro mesi si sapeva che il pride nazionale di quest’anno
doveva svolgersi a Roma il 9 giugno. Poi però il
presidente degli Stati uniti George W. Bush ha annunciato una sua
visita nella capitale (e in Vaticano) proprio in quella data. Così
gli organizzatori dell’evento glbt hanno saggiamente deciso di
slittare di una settimana per evitare scomode coincidenze con il
blitz presidenziale.
La novità più interessante riguarda però il
percorso e in particolare il punto d’arrivo della parata glbt:
proprio quella piazza San Giovanni in cui il 12 maggio si sono
radunate le truppe cattoliche del "Family day", decise a sbarrare la
strada ai già defunti Dico in nome della supremazia morale
eterosessuale.
È ovvio che a questo punto qualcosa conterà
anche il colpo d’occhio e che non ci si può permettere di riempire a
metà la piazza. Per fare la debita figura si dovrà essere davvero in
tanti. Il comitato organizzatore del pride ne è consapevole, ma si
dichiara fiducioso sul fatto che le parole d’ordine della
manifestazione (parità, dignità, laicità) “spingeranno in piazza
centinaia di migliaia di persone”. L’idea è quella di “una
manifestazione aperta a tutti i soggetti politici, sociali e
culturali del paese che condividono la necessità di costruire una
proposta laica”. Un “appuntamento di popolo, in cui siano presenti
tutti i colori e tutte le pluralità”. Qualcosa di ben diverso, in
pratica, dal "Family day", che pure è stato un discreto successo dal
punto di vista dei numeri. La stessa differenza che c’è tra la
costruttiva richiesta di nuovi diritti e la sterile negazione di
quelli altrui.
Le orde del papa, piazza San Giovanni l’hanno
comunque riempita, intonando le campane a morto per i Dico e per i
diritti glbt in generale. Mentre la contrapposta manifestazione
indetta in contemporanea da “Coraggio laico” in piazza Navona non ha
potuto competere sul piano dei numeri.
All’indomani del Family day, la nave affondata
dei Dico è stata abbandonata da tutti i passeggeri e la discussione
sui diritti delle coppie di fatto è ulteriormente scesa di livello.
Visto che in parlamento, per l’impossibilità
di prevalere al senato, non ci sono i numeri per approvare neppure i
miseri Dico, l’idea di cercare un accordo con la destra dialogante
(se c’è) ha fatto scivolare il dibattito su un agile maquillage del
codice civile che renda possibile stipulare contratti privati alle
coppie non sposate.
Il segretario dei Ds Fassino si è detto
disposto a contrattare anche su questo, purché vengano garantiti dei
diritti. Il ministro dell’interno Giuliano Amato, invece, ha fatto
presente che bisogna tenere conto anche di chi “non ha la fortuna”
di farsi una famiglia regolare. Oltre il danno, come si suol dire,
la beffa.
Fassino ha comunque assicurato che il suo
partito sarà al pride di Roma. E se ci farà un salto lui stesso
potrà constatare direttamente che le rivendicazioni della comunità
glbt vanno un po’ oltre le anguste prospettive loro concesse dalla
politica italiana. Si parla di estendere il matrimonio civile alle
coppie omosessuali e di riconoscere la genitorialità delle famiglie
gay e lesbiche, di varare leggi antidiscriminatorie e di combattere
l’omofobia con gesti concreti da parte delle istituzioni. Un bel po’
di roba, che non ha per il momento la minima speranza di tradursi in
realtà.
Al momento possiamo permetterci solo una rissa
intragovernativa nata dal rifiuto del ministro Bindi di invitare le
associazioni delle famiglie glbt alla conferenza nazionale sulla
famiglia convocata a Firenze a fine maggio.
Questa evidente esclusione ideologica ha
provocato una reazione a catena, spingendo l’ala sinistra della
maggioranza di governo ad attaccare la Bindi e a boicottare la
conferenza di Firenze. In testa alla lista dei contestatori il
ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero, che ha comunicato
la propria defezione in segno di solidarietà con le associazioni
discriminate, subito imitato da numerosi esponenti politici della
sinistra laica.
Stiamo ancora a discutere sulla liceità
dell’apartheid. E con questo dilemma ci avviamo sulla strada di San
Giovanni, per giocarci almeno la speranza di un futuro.
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