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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO

  [ Numero 96 - Giugno 2007 ]

 Family gay
 

Il pride nazionale del 16 giugno è un banco di prova importante per la comunità glbt e per tutti coloro che hanno a cuore una vita civile laica e pluralista. L’appuntamento non a caso è a piazza San Giovanni, per estirpare l’intolleranza seminata dal Family day.

 

Da quattro mesi si sapeva che il pride nazionale di quest’anno doveva svolgersi a Roma il 9 giugno. Poi però il presidente degli Stati uniti George W. Bush ha annunciato una sua visita nella capitale (e in Vaticano) proprio in quella data. Così gli organizzatori dell’evento glbt hanno saggiamente deciso di slittare di una settimana per evitare scomode coincidenze con il blitz presidenziale.

 

La novità più interessante riguarda però il percorso e in particolare il punto d’arrivo della parata glbt: proprio quella piazza San Giovanni in cui il 12 maggio si sono radunate le truppe cattoliche del "Family day", decise a sbarrare la strada ai già defunti Dico in nome della supremazia morale eterosessuale.

È ovvio che a questo punto qualcosa conterà anche il colpo d’occhio e che non ci si può permettere di riempire a metà la piazza. Per fare la debita figura si dovrà essere davvero in tanti. Il comitato organizzatore del pride ne è consapevole, ma si dichiara fiducioso sul fatto che le parole d’ordine della manifestazione (parità, dignità, laicità) “spingeranno in piazza centinaia di migliaia di persone”. L’idea è quella di “una manifestazione aperta a tutti i soggetti politici, sociali e culturali del paese che condividono la necessità di costruire una proposta laica”. Un “appuntamento di popolo, in cui siano presenti tutti i colori e tutte le pluralità”. Qualcosa di ben diverso, in pratica, dal "Family day", che pure è stato un discreto successo dal punto di vista dei numeri. La stessa differenza che c’è tra la costruttiva richiesta di nuovi diritti e la sterile negazione di quelli altrui.

 

Le orde del papa, piazza San Giovanni l’hanno comunque riempita, intonando le campane a morto per i Dico e per i diritti glbt in generale. Mentre la contrapposta manifestazione indetta in contemporanea da “Coraggio laico” in piazza Navona non ha potuto competere sul piano dei numeri.

All’indomani del Family day, la nave affondata dei Dico è stata abbandonata da tutti i passeggeri e la discussione sui diritti delle coppie di fatto è ulteriormente scesa di livello.

Visto che in parlamento, per l’impossibilità di prevalere al senato, non ci sono i numeri per approvare neppure i miseri Dico, l’idea di cercare un accordo con la destra dialogante (se c’è) ha fatto scivolare il dibattito su un agile maquillage del codice civile che renda possibile stipulare contratti privati alle coppie non sposate.

Il segretario dei Ds Fassino si è detto disposto a contrattare anche su questo, purché vengano garantiti dei diritti. Il ministro dell’interno Giuliano Amato, invece, ha fatto presente che bisogna tenere conto anche di chi “non ha la fortuna” di farsi una famiglia regolare. Oltre il danno, come si suol dire, la beffa.

 

Fassino ha comunque assicurato che il suo partito sarà al pride di Roma. E se ci farà un salto lui stesso potrà constatare direttamente che le rivendicazioni della comunità glbt vanno un po’ oltre le anguste prospettive loro concesse dalla politica italiana. Si parla di estendere il matrimonio civile alle coppie omosessuali e di riconoscere la genitorialità delle famiglie gay e lesbiche, di varare leggi antidiscriminatorie e di combattere l’omofobia con gesti concreti da parte delle istituzioni. Un bel po’ di roba, che non ha per il momento la minima speranza di tradursi in realtà.

Al momento possiamo permetterci solo una rissa intragovernativa nata dal rifiuto del ministro Bindi di invitare le associazioni delle famiglie glbt alla conferenza nazionale sulla famiglia convocata a Firenze a fine maggio.

Questa evidente esclusione ideologica ha provocato una reazione a catena, spingendo l’ala sinistra della maggioranza di governo ad attaccare la Bindi e a boicottare la conferenza di Firenze. In testa alla lista dei contestatori il ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero, che ha comunicato la propria defezione in segno di solidarietà con le associazioni discriminate, subito imitato da numerosi esponenti politici della sinistra laica.

Stiamo ancora a discutere sulla liceità dell’apartheid. E con questo dilemma ci avviamo sulla strada di San Giovanni, per giocarci almeno la speranza di un futuro.

 

 

 

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