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Il caso di Matteo, il ragazzo sedicenne che si è suicidato a
Torino e che a scuola veniva preso in giro come "gay", ha commosso
l'Italia. Ma purtroppo non ha insegnato molto a questo paese
ipocrita.
Per Matteo non si potrà fare più nulla. Si è ucciso a sedici anni,
accoltellandosi al petto e poi buttandosi dal quarto piano del
palazzo in cui abitava. Ha lasciato scritto che non ce la faceva
più. E sembra che a questo sfinimento emotivo non fossero estranee
le prese in giro di alcuni compagni di scuola che lo chiamavano
"gay" e gli dicevano che somigliava a Jonathan del Grande fratello.
Matteo frequentava il secondo anno all'istituto tecnico Sommeiller
di Torino ed era un allievo modello. Il primo della classe, hanno
scritto i giornali, oltre che un ragazzo buono e gentile. Anche per
questo la sua morte è sembrata tanto più assurda, in una cultura
sempre incline a comprendere le ragioni per cui i "meno fortunati"
sono destinati a fare una brutta fine. Se però sei uno normale o
persino al di sopra della media, c'è l'idea che se ti capita
qualcosa di brutto la cosa sia più triste e meno accettabile.
Ma nella vita di Matteo una falla c'era. Forse un eccesso di
emotività, o un modo di fare che lo rendeva effeminato agli occhi di
qualche compagno, deciso a rafforzare la propria precaria identità
virile a spese di chi percepiva come più debole.
Non è certo il caso di stare a chiedersi se il ragazzo fosse
effettivamente gay o meno, o di cercare di stabilire quanta parte le
aggressioni verbali subite a scuola abbiano avuto nel portarlo al
suicidio.
Il lato più interessante della vicenda, per chi non lo conosceva e
non può piangerlo come una persona cui ha voluto bene, riguarda
piuttosto le reazioni di un intero paese, l'Italia, che a margine di
questa triste storia non ha perso l'occasione per mostrarsi una
volta di più infantile, ipocrita e omofobico.
Il suicidio di Matteo, come sempre accade di fronte a un evento
luttuoso che nella percezione comune "poteva essere evitato", si è
subito trasformato in una sceneggiata nazionale in cui il profluvio
di buoni sentimenti di circostanza è stato inversamente
proporzionale al desiderio e alla capacità di riflettere in maniera
costruttiva (per esempio per fare in modo che tragedie come questa
possano più difficilmente accadere in futuro).
Le facce rabbuiate dei mezzibusti televisivi e i titoloni sulle
prime pagine dei giornali hanno interpretato il cordoglio
collettivo, del quale si sono impadroniti i politici di ogni
orientamento, compresi quelli che appena possono scagliano
tonnellate di odio sugli omosessuali.
Poi è partita la caccia ai colpevoli in contemporanea con il gioco
dello scaricabarile, le cui regole impongono la ricerca del più
comodo capro espiatorio.
Anche il ministro dell'istruzione Fioroni, da buon cattolico in
procinto di partecipare a quella kermesse dell'omofobia batezzata
"family day", è stato della partita e ha promesso che "chi ha
sbagliato pagherà". Già, ma chi ha sbagliato? La dirigenza
dell'istituto Sommeiller, messa in mezzo dalla madre di Matteo, che
ha rivelato di essersi rivolta alle autorità scolastiche per episodi
di mobbing subiti dal figlio, si è elegantemente smarcata
minimizzando. Solo qualche scherzo fra ragazzi, ha sostenuto la
preside, che qualche giorno dopo il suicidio dell'allievo ha
indirizzato una lettera a tutti gli studenti in cui si legge: "Lui
dal cielo con un abbraccio dirà a tutti voi, suoi compagni, che con
voi ha vissuto momenti felici e scherzosi, che non l'avete deriso e
che non siete colpevoli del suo attimo di sconforto".
Gli studenti indicati come responsabili degli "scherzi" nei
confronti di Matteo non si sono peraltro fatti intimidire dai
chilometri di cronache che li descrivevano come dei piccoli mostri:
hanno seguito l'esempio degli adulti, liquidando la possibilità di
sentirsi in colpa per l'accaduto.
La colpa quindi, se di colpa si può parlare, è ricaduta di fatto
sulla fragilità del ragazzo e più genericamente sul contesto
sociale.
Ma di responsabilità sociale si è potuto parlare solo fino a un
certo punto, perché la gran parte di coloro che hanno preso la
parola su questa brutta storia ha evitato di prendersela seriamente
con l'omofobia, che è pane quotidiano dei modelli educativi
correnti.
I telegiornali, per evitare rogne, hanno perlopiù addirittura
evitato di fare riferimento al fatto che Matteo venisse preso in
giro come "gay", mentre solo una minoranza di commentatori ha
puntato il dito contro la pedagogia che prescrive per tutti i
bambini e gli adolescenti l'apprendimento coatto del modello
eterosessuale e della rigida separazione di genere.
Ancora meno sono stati coloro che hanno avuto il coraggio di mettere
in relazione l'omofobia che passa il convento con le posizioni di
santa madre chiesa, il cui principale impegno pastorale di questi
anni è impedire la normalizzazione dell'omosessualità.
Solo i gruppi glbt hanno osato farlo, suscitando reazioni davvero
spudorate come quella del presidente dei deputati dell'Udc Luca
Volontè, secondo il quale "strumentalizzare da parte di omosessuali
politici la morte del ragazzo di Torino è semplicemente disgustoso.
Trasformare una tragedia giovanile, figlia del bullismo e della
superficialità educativa, in uno spot pro gay è vomitevole".
I clamori poi si sono rapidamente spenti, lasciando il posto
all'amara certezza che questo paese avrà bisogno di altri morti
innocenti prima di diventare più civile.
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