Aggiungi ClubClassic.net ai Preferiti Imposta ClubClassic.net come pagina iniziale

HOME

ClubClassic News  iscriviti alla mailing list, clikka qui.

FASHION & FAME

Personaggi in Primo Piano...
Articoli, foto, curiosità sui divi del momento »

  

ClubClassic.net > Canali > Rassegna Stampa PRIDE :

PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO

  [ Numero 95 - Maggio 2007 ]

 Morire di omofobia
 

Il caso di Matteo, il ragazzo sedicenne che si è suicidato a Torino e che a scuola veniva preso in giro come "gay", ha commosso l'Italia. Ma purtroppo non ha insegnato molto a questo paese ipocrita.
 

Per Matteo non si potrà fare più nulla. Si è ucciso a sedici anni, accoltellandosi al petto e poi buttandosi dal quarto piano del palazzo in cui abitava. Ha lasciato scritto che non ce la faceva più. E sembra che a questo sfinimento emotivo non fossero estranee le prese in giro di alcuni compagni di scuola che lo chiamavano "gay" e gli dicevano che somigliava a Jonathan del Grande fratello.
Matteo frequentava il secondo anno all'istituto tecnico Sommeiller di Torino ed era un allievo modello. Il primo della classe, hanno scritto i giornali, oltre che un ragazzo buono e gentile. Anche per questo la sua morte è sembrata tanto più assurda, in una cultura sempre incline a comprendere le ragioni per cui i "meno fortunati" sono destinati a fare una brutta fine. Se però sei uno normale o persino al di sopra della media, c'è l'idea che se ti capita qualcosa di brutto la cosa sia più triste e meno accettabile.
Ma nella vita di Matteo una falla c'era. Forse un eccesso di emotività, o un modo di fare che lo rendeva effeminato agli occhi di qualche compagno, deciso a rafforzare la propria precaria identità virile a spese di chi percepiva come più debole.
 
Non è certo il caso di stare a chiedersi se il ragazzo fosse effettivamente gay o meno, o di cercare di stabilire quanta parte le aggressioni verbali subite a scuola abbiano avuto nel portarlo al suicidio.
Il lato più interessante della vicenda, per chi non lo conosceva e non può piangerlo come una persona cui ha voluto bene, riguarda piuttosto le reazioni di un intero paese, l'Italia, che a margine di questa triste storia non ha perso l'occasione per mostrarsi una volta di più infantile, ipocrita e omofobico.
 
Il suicidio di Matteo, come sempre accade di fronte a un evento luttuoso che nella percezione comune "poteva essere evitato", si è subito trasformato in una sceneggiata nazionale in cui il profluvio di buoni sentimenti di circostanza è stato inversamente proporzionale al desiderio e alla capacità di riflettere in maniera costruttiva (per esempio per fare in modo che tragedie come questa possano più difficilmente accadere in futuro).
Le facce rabbuiate dei mezzibusti televisivi e i titoloni sulle prime pagine dei giornali hanno interpretato il cordoglio collettivo, del quale si sono impadroniti i politici di ogni orientamento, compresi quelli che appena possono scagliano tonnellate di odio sugli omosessuali.
Poi è partita la caccia ai colpevoli in contemporanea con il gioco dello scaricabarile, le cui regole impongono la ricerca del più comodo capro espiatorio.
Anche il ministro dell'istruzione Fioroni, da buon cattolico in procinto di partecipare a quella kermesse dell'omofobia batezzata "family day", è stato della partita e ha promesso che "chi ha sbagliato pagherà". Già, ma chi ha sbagliato? La dirigenza dell'istituto Sommeiller, messa in mezzo dalla madre di Matteo, che ha rivelato di essersi rivolta alle autorità scolastiche per episodi di mobbing subiti dal figlio, si è elegantemente smarcata minimizzando. Solo qualche scherzo fra ragazzi, ha sostenuto la preside, che qualche giorno dopo il suicidio dell'allievo ha indirizzato una lettera a tutti gli studenti in cui si legge: "Lui dal cielo con un abbraccio dirà a tutti voi, suoi compagni, che con voi ha vissuto momenti felici e scherzosi, che non l'avete deriso e che non siete colpevoli del suo attimo di sconforto".
Gli studenti indicati come responsabili degli "scherzi" nei confronti di Matteo non si sono peraltro fatti intimidire dai chilometri di cronache che li descrivevano come dei piccoli mostri: hanno seguito l'esempio degli adulti, liquidando la possibilità di sentirsi in colpa per l'accaduto.
 
La colpa quindi, se di colpa si può parlare, è ricaduta di fatto sulla fragilità del ragazzo e più genericamente sul contesto sociale.
Ma di responsabilità sociale si è potuto parlare solo fino a un certo punto, perché la gran parte di coloro che hanno preso la parola su questa brutta storia ha evitato di prendersela seriamente con l'omofobia, che è pane quotidiano dei modelli educativi correnti.
I telegiornali, per evitare rogne, hanno perlopiù addirittura evitato di fare riferimento al fatto che Matteo venisse preso in giro come "gay", mentre solo una minoranza di commentatori ha puntato il dito contro la pedagogia che prescrive per tutti i bambini e gli adolescenti l'apprendimento coatto del modello eterosessuale e della rigida separazione di genere.
Ancora meno sono stati coloro che hanno avuto il coraggio di mettere in relazione l'omofobia che passa il convento con le posizioni di santa madre chiesa, il cui principale impegno pastorale di questi anni è impedire la normalizzazione dell'omosessualità.
Solo i gruppi glbt hanno osato farlo, suscitando reazioni davvero spudorate come quella del presidente dei deputati dell'Udc Luca Volontè, secondo il quale "strumentalizzare da parte di omosessuali politici la morte del ragazzo di Torino è semplicemente disgustoso. Trasformare una tragedia giovanile, figlia del bullismo e della superficialità educativa, in uno spot pro gay è vomitevole".
I clamori poi si sono rapidamente spenti, lasciando il posto all'amara certezza che questo paese avrà bisogno di altri morti innocenti prima di diventare più civile.
 

 

 

Torna a RASSEGNA STAMPA di Pride

 
ClubClassic.net © Tutti i diritti riservati.