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Tra gli scandali al sole d’agosto c’è spazio anche
per alcuni sacerdoti cattolici, uno dei quali famosissimo e molto
battagliero. Ma la chiesa, avverte lo “scrittore dei papi” Vittorio
Messori, è al di sopra della legge umana.
Quando sesso e cattolicesimo si incontrano
iniziano i problemi, come confermano due torbide vicende giudiziarie
maturate nel chiacchierato ambiente dei sacerdoti di santa romana
chiesa, e date in pasto intorno a Ferragosto a un’opinione pubblica
assetata di dettagli morbosi.
La prima riguarda nientemeno che don Pierino
Gelmini, celeberrimo prete antidroga e icona della destra
proibizionista, per le sue opinioni tutte d’un pezzo riguardo al
recupero dei tossicodipendenti.
Il sant’uomo, si è scoperto ai primi d’agosto,
è finito nel mirino della procura di Terni per una storia di abusi
sessuali tirata fuori da alcuni ex ospiti di una delle sue comunità
terapeutiche. I fatti risalirebbero a oltre un anno e mezzo prima e
l’indagine della magistratura è andata avanti per più di sei mesi
prima che ne parlassero i giornali. “Le dichiarazioni contro don
Gelmini”, spiegava il sito di “Repubblica” il 3 agosto, “sarebbero
molte e abbastanza concordanti: pagine e pagine di verbali in cui
gli ex ospiti, giovani che hanno avuto o hanno ancora a che fare con
la droga, alcuni dei quali sono scivolati nella delinquenza,
ripeterebbero sempre gli stessi racconti”.
Ad aggravare la situazione ci si è messo pure
don Antonio Mazzi, altro famosissimo prete antidroga che ha
confermato al magistrato di avere ricevuto nel lontano 1993 le
confidenze di un giovane tossicodipendente che affermava di essere
stato vittima di abusi sessuali da parte di don Gelmini.
Don Pierino, in sostanza, è stato accusato di
aver approfittato della propria posizione di potere all’interno di
una delle comunità da lui fondate per avere favori sessuali. Ma
mentre l’accusa rimane per la giustizia ancora tutta da provare, non
si è perso d’animo. E quando la vicenda è diventata di pubblico
dominio ha inaugurato una strategia difensiva tutta all’attacco,
buttandola in politica, con l’aiuto di buona parte del centrodestra
becero nostrano.
Alla bisogna è spuntata una teoria del
complotto, stando alla quale la bufera che si è abbattuta su don
Gelmini è il frutto delle trame di oscuri nemici. Che per colpirne
la figura di uomo pubblico non hanno esitato a servirsi della
spazzatura portata allo scoperto da accusatori dal passato
tutt’altro che immacolato e mossi, secondo la difesa, dal desiderio
di vendicarsi del sacerdote che li aveva cacciati dalla comunità
perché rubavano.
Ma chi sarebbero questi serpenti? Per esempio
i giornalisti che hanno sollevato il polverone e organizzato la
“gogna mediatica”, rivangando tra l’altro precedenti disavventure
giudiziarie di don Gelmini. Dietro di loro però, come don Pierino
non ha esitato a dichiarare alla stampa, sono all’opera giudici
anticlericali e una temibile “lobby ebraica radical chic” che poi,
in seguito alle proteste della comunità ebraica, è diventata
“massonica e radical chic”.
Il sacerdote, insomma, ha scomodato i peggiori
fantasmi della mitologia reazionaria a sostegno della propria
onorabilità, validamente assistito da kamikaze del clericalismo come
il deputato dell’Udc Luca Volonté o l’ex ministro Maurizio
Gasparri. E lasciando per il resto fare alla sua fama di uomo
santo.
Per testimoniare quest’ultima, ha annunciato
il portavoce e amico di don Pierino Alessandro Meluzzi, “chiameremo
a raccolta decine di migliaia di giovani, pronti a portarli nelle
aule giudiziarie, perché è in momenti come questi che l’intero
popolo si stringe intorno al suo pastore”.
Si legge nelle parole di Meluzzi la
convinzione che il bene fatto da don Gelmini sia una garanzia per
dimostrare la falsità delle accuse sollevate nei suoi confronti.
Ma il pensiero cattolico è in grado di
spingersi molti oltre queste elementari deduzioni, come ha
illustrato in una sulfurea intervista al quotidiano “La Stampa” (il
giornale che per primo ha sollevato il “caso Gelmini”) lo scrittore
Vittorio Messori, coautore di libri con gli ultimi due papi e voce
molto ascoltata in Vaticano.
Ecco la sua tesi: “Un uomo di chiesa fa del
bene e talvolta cade in tentazione? E allora? Se fosse così per don
Pierino Gelmini, se ogni tanto avesse toccato qualche ragazzo ma di
questi ragazzi ne avesse salvati migliaia, e allora?
La chiesa ha beatificato un prete denunciato a
ripetizione perché ai giardini pubblici si mostrava nudo alle mamme.
Queste storie sono il riconoscimento della debolezza umana che fa
parte della grandezza del Vangelo.
È il realismo della chiesa: c’è chi non si sa
fermare davanti agli spaghetti all’amatriciana, chi non sa esimersi
dal fare il puttaniere e chi, senza averlo cercato, ha pulsioni
omosessuali.
E poi su quali basi la giustizia umana
santifica l’omosessualità e demonizza la pedofilia? Chi stabilisce
la norma e la soglia d’età?”.
Il ragionamento fila: la chiesa non sa cosa
farsene dei conti della serva di chi amministra la giustizia
terrena, e sa accettare qualche “piccolo male” in vista di un bene
più grande, tanto più che è sempre lei a decidere cosa sia bene e
cosa no.
E tanto più che “nella storia della chiesa una
sessualità disordinata ha potuto convivere agevolmente con la
santità”.
Fin qui Messori sembra dar prova di una sua
diabolica lucidità. La smarrisce però subito dopo, individuando
nella presenza di “troppi gay nei seminari” la causa scatenante
degli scandali pedofili che hanno coinvolto preti cattolici. Nel
passato, sostiene infatti, la chiesa riusciva con ferrea disciplina
a tenere sotto controllo la situazione. E sapendo che “seminari e
monasteri attirano omosessuali, era molto attenta a porre barriere
all’ingresso e a sorvegliare la formazione. Chi dimostrava tendenze
gay veniva messo fuori. Poi il no alla discriminazione ha permesso
l’ingresso in forze degli omosessuali e ora la chiesa paga
quell’imprudenza”. Addirittura, lamenta Messori, “sono stati
eliminati i controlli per ammettere in seminario pure gli
effeminati il cui sogno era stare in mezzo agli uomini”.
In conclusione: i preti possono pure essere
pedofili senza compromettere la propria efficacia all’interno del
disegno divino, ma gli omosessuali vanno discriminati in quanto
causa degli scandali medesimi. La logica in questo caso fa più di
una grinza.
Di tutta la pubblicità creata dal caso Gelmini
hanno alla fine fatto le spese alcuni sacerdoti torinesi coinvolti
in un’inchiesta della magistratura legata a una storia di ricatti e
sesso mercenario con giovanotti un po’ sbandati.
E tutto, questa volta, è partito dalla
denuncia di un prete stanco di farsi estorcere denaro da un giovane
che lo minacciava di raccontare di essere stato a letto con lui. E
che evidentemente non immaginava il putiferio che avrebbe scatenato.
Il ricattatore, un ragazzo di 24 anni, è stato
in effetti arrestato, ma davanti al giudice ha raccontato di avere
avuto rapporti sessuali a pagamento con sacerdoti anche quand’era
minorenne, facendo scattare nei loro confronti una specifica ipotesi
di reato e coinvolgendo nelle sue rivelazioni altri giovani che come
lui si erano prostituiti.
La vicenda è quindi lievitata fino ad assumere
dimensioni tentacolari, che hanno messo in mezzo diversi preti, tre
dei quali in guai maggiori, e causato una vivace campagna di stampa
sull’intreccio tra chiesa cattolica e pedofilia.
In una continua quanto voyeristica confusione
tra gli aspetti di rilevanza penale e quelli di rilevanza solo
morale, pur se importanti data la posizione di chi veste l’abito
talare ed è vincolato per contratto all’astinenza sessuale.
Il quadro che ne è uscito è stato talmente
devastante per l’immagine della chiesa torinese da spingere il
procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli e il segretario di
stato vaticano Tarcisio Bertone, in qualità di ex allievi del liceo
salesiano Valsalice dove lavorava uno dei sacerdoti coinvolti
nell’inchiesta, a insorgere con una lettera corale a “Famiglia
cristiana” per tutelare il buon nome della loro scuola e dei bravi
preti che li avevano educati. Citando tra l’altro, nella loro
appassionata difesa, una massima del fondatore dei salesiani don
Giovanni Bosco che nel contesto dato potrebbe perfino apparire
sibillina: “Basta che siate giovani perché io vi ami”.
Ma lo scandalo, come diceva anche Oscar Wilde,
sta sempre negli occhi di chi guarda.
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