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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO

  [ Numero 99 - Settembre 2007 ]

 Don Pierino e gli altri
[di Gianni Rossi Barilli ]
 

Tra gli scandali al sole d’agosto c’è spazio anche per alcuni sacerdoti cattolici, uno dei quali famosissimo e molto battagliero. Ma la chiesa, avverte lo “scrittore dei papi” Vittorio Messori, è al di sopra della legge umana.

 

Quando sesso e cattolicesimo si incontrano iniziano i problemi, come confermano due torbide vicende giudiziarie maturate nel chiacchierato ambiente dei sacerdoti di santa romana chiesa, e date in pasto intorno a Ferragosto a un’opinione pubblica assetata di dettagli morbosi.

 

La prima riguarda nientemeno che don Pierino Gelmini, celeberrimo prete antidroga e icona della destra proibizionista, per le sue opinioni tutte d’un pezzo riguardo al recupero dei tossicodipendenti.

Il sant’uomo, si è scoperto ai primi d’agosto, è finito nel mirino della procura di Terni per una storia di abusi sessuali tirata fuori da alcuni ex ospiti di una delle sue comunità terapeutiche. I fatti risalirebbero a oltre un anno e mezzo prima e l’indagine della magistratura è andata avanti per più di sei mesi prima che ne parlassero i giornali. “Le dichiarazioni contro don Gelmini”, spiegava il sito di “Repubblica” il 3 agosto, “sarebbero molte e abbastanza concordanti: pagine e pagine di verbali in  cui gli ex ospiti, giovani che hanno avuto o hanno ancora a che fare con la droga, alcuni dei quali sono scivolati nella delinquenza, ripeterebbero sempre gli stessi racconti”.

 

Ad aggravare la situazione ci si è messo pure don Antonio Mazzi, altro famosissimo prete antidroga che ha confermato al magistrato di avere ricevuto nel lontano 1993 le confidenze di un giovane tossicodipendente che affermava di essere stato vittima di abusi sessuali da parte di don Gelmini.

Don Pierino, in sostanza, è stato accusato di aver approfittato della propria posizione di potere all’interno di una delle comunità da lui fondate per avere favori sessuali. Ma mentre l’accusa rimane per la giustizia ancora tutta da provare, non si è perso d’animo. E quando la vicenda è diventata di pubblico dominio ha inaugurato una strategia difensiva tutta all’attacco, buttandola in politica, con l’aiuto di buona parte del centrodestra becero nostrano.

 

Alla bisogna è spuntata una teoria del complotto, stando alla quale la bufera che si è abbattuta su don Gelmini è il frutto delle trame di oscuri nemici. Che per colpirne la figura di uomo pubblico non hanno esitato a servirsi della spazzatura portata allo scoperto da accusatori dal passato tutt’altro che immacolato e mossi, secondo la difesa, dal desiderio di vendicarsi del sacerdote che li aveva cacciati dalla comunità perché rubavano.

Ma chi sarebbero questi serpenti? Per esempio i giornalisti che hanno sollevato il polverone e organizzato la “gogna mediatica”, rivangando tra l’altro precedenti disavventure giudiziarie di don Gelmini. Dietro di loro però, come don Pierino non ha esitato a dichiarare alla stampa, sono all’opera giudici anticlericali e una temibile “lobby ebraica radical chic” che poi, in seguito alle proteste della comunità ebraica, è diventata “massonica e radical chic”.

Il sacerdote, insomma, ha scomodato i peggiori fantasmi della mitologia reazionaria a sostegno della propria onorabilità, validamente assistito da kamikaze del clericalismo come il deputato dell’Udc Luca Volonté o l’ex ministro Maurizio Gasparri.  E lasciando per il resto fare alla sua fama di uomo santo.

Per testimoniare quest’ultima, ha annunciato il portavoce e amico di don Pierino Alessandro Meluzzi, “chiameremo a raccolta decine di migliaia di giovani, pronti a portarli nelle aule giudiziarie, perché è in momenti come questi che l’intero popolo si stringe intorno al suo pastore”.

 

Si legge nelle parole di Meluzzi la convinzione che il bene fatto da don Gelmini sia una garanzia per dimostrare la falsità delle accuse sollevate nei suoi confronti.

Ma il pensiero cattolico è in grado di spingersi molti oltre queste elementari deduzioni, come ha illustrato in una sulfurea intervista al quotidiano “La Stampa” (il giornale che per primo ha sollevato il “caso Gelmini”) lo scrittore Vittorio Messori, coautore di libri con gli ultimi due papi e voce molto ascoltata in Vaticano.

Ecco la sua tesi: “Un uomo di chiesa fa del bene e talvolta cade in tentazione? E allora? Se fosse così per don Pierino Gelmini, se ogni tanto avesse toccato qualche ragazzo ma di questi ragazzi ne avesse salvati migliaia, e allora?

La chiesa ha beatificato un prete denunciato a ripetizione perché ai giardini pubblici si mostrava nudo alle mamme. Queste storie sono il riconoscimento della debolezza umana che fa parte della grandezza del Vangelo.

È il realismo della chiesa: c’è chi non si sa fermare davanti agli spaghetti all’amatriciana, chi non sa esimersi dal fare il puttaniere e chi, senza averlo cercato, ha pulsioni omosessuali.

E poi su quali basi la giustizia umana santifica l’omosessualità e demonizza la pedofilia? Chi stabilisce la norma e la soglia d’età?”.

Il ragionamento fila: la chiesa non sa cosa farsene dei conti della serva di chi amministra la giustizia terrena, e sa accettare qualche “piccolo male” in vista di un bene più grande, tanto più che è sempre lei a decidere cosa sia bene e cosa no.

E tanto più che “nella storia della chiesa una sessualità disordinata ha potuto convivere agevolmente con  la santità”.

 

Fin qui Messori sembra dar prova di una sua diabolica lucidità. La smarrisce però subito dopo, individuando nella presenza di “troppi gay nei seminari” la causa scatenante degli scandali pedofili che hanno coinvolto preti cattolici. Nel passato, sostiene infatti, la chiesa riusciva con ferrea disciplina a tenere sotto controllo la situazione. E sapendo che “seminari e monasteri attirano omosessuali, era molto attenta a porre barriere all’ingresso e a sorvegliare la formazione. Chi dimostrava tendenze gay veniva messo fuori. Poi il no alla discriminazione ha permesso l’ingresso in forze degli omosessuali e ora la chiesa paga quell’imprudenza”. Addirittura, lamenta Messori, “sono stati eliminati i controlli per ammettere in  seminario pure gli effeminati il cui sogno era stare in mezzo agli uomini”.

In conclusione: i preti possono pure essere pedofili senza compromettere la propria efficacia all’interno del disegno divino, ma gli omosessuali vanno discriminati in quanto causa degli scandali medesimi. La logica in questo caso fa più di una grinza.

 

Di tutta la pubblicità creata dal caso Gelmini hanno alla fine fatto le spese alcuni sacerdoti torinesi coinvolti in un’inchiesta della magistratura legata a una storia di ricatti e sesso mercenario con giovanotti un po’ sbandati.

E tutto, questa volta, è partito dalla denuncia di un prete stanco di farsi estorcere denaro da un giovane che lo minacciava di raccontare di essere stato a letto con lui. E che evidentemente non immaginava il putiferio che avrebbe scatenato.

Il ricattatore, un ragazzo di 24 anni, è stato in effetti arrestato, ma davanti al giudice ha raccontato di avere avuto rapporti sessuali a pagamento con sacerdoti anche quand’era minorenne, facendo scattare nei loro confronti una specifica ipotesi di reato e coinvolgendo nelle sue rivelazioni altri giovani che come lui si erano prostituiti.

La vicenda è quindi lievitata fino ad assumere dimensioni tentacolari, che hanno messo in mezzo diversi preti, tre dei quali in guai maggiori, e causato una vivace campagna di stampa sull’intreccio tra chiesa cattolica e pedofilia.

In una continua quanto voyeristica confusione tra gli aspetti di rilevanza penale e quelli di rilevanza solo morale, pur se importanti data la posizione di chi veste l’abito talare ed è vincolato per contratto all’astinenza sessuale.

 

Il quadro che ne è uscito è stato talmente devastante per l’immagine della chiesa torinese da spingere il procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli e il segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone, in qualità di ex allievi del liceo salesiano Valsalice dove lavorava uno dei sacerdoti coinvolti nell’inchiesta, a insorgere con una lettera corale a “Famiglia cristiana” per tutelare il buon nome della loro scuola e dei bravi preti che li avevano educati. Citando tra l’altro, nella loro appassionata difesa, una massima del fondatore dei salesiani don Giovanni Bosco che nel contesto dato potrebbe perfino apparire sibillina: “Basta che siate giovani perché io vi ami”.

Ma lo scandalo, come diceva anche Oscar Wilde, sta sempre negli occhi di chi guarda.

 

 

 

 

 

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