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:: Pride :: IL
MENSILE GAY ITALIANO
Numero 50 - Agosto 2003 |
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CANZONI DI UNA VITA
di Matteo B. Bianchi
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Lo scrittore Matteo B. Bianchi ha voluto celebrare assieme a noi il numero 50 di “Pride” con un brano che ci spiega perché certe canzoni possono
“salvarci la vita”. Specie se siamo gay.
In occasione del cinquantesimo numero di “Pride” (happy birthday to you) il Direttore in persona, ispirandosi all’appendice musicale del mio romanzo
Generations of love, mi ha chiesto un pezzo sulle canzoni gay fondamentali della mia vita. L’illuso credeva che due pagine della rivista sarebbero state sufficienti. Figuriamoci: riempirei quattro o cinque numeri del giornale, se potessi disquisire liberamente sull’argomento! Il vero problema è contenermi.
Così come nella Scelta di Sophie, sono stato costretto a compiere selezioni crudeli e a lasciare fuori da questa lista canzoni amate a favore di altre apparentemente più adatte allo scopo.
Oltretutto mi sono posto anche una domanda: quando una canzone può considerarsi “gay”? Quando tocca esplicitamente tematiche omosessuali? Quando la sua interprete è un’icona? O più semplicemente quando indossa vestiti assurdi come Gloria Gaynor?
Nel dubbio ho deciso di concentrarmi sui testi, anche se ogni tanto ci ho buttato dentro brani che di gay hanno poco e nulla, ma che considero abbastanza imprescindibili (per me). Sono soltanto
otto (quindi pochissimi), ma il Direttore è stato categorico sugli spazi. Domani probabilmente sarò già pentito delle scelte che ho compiuto e mi ricorderò all’improvviso di almeno venti canzoni fondamentali che ho inspiegabilmente trascurato. Vabbe’, nel caso vorrà dire che le conserverò per un altro articolo celebrativo… per il numero 100.
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1) RETTORE – Splendido splendente
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La prima volta che ho provato una forma di assoluta idolatria nella vita è stato per la
Rettore.
Era il 1979, avevo tredici anni (piccoloooo!) e mi ero follemente innamorato di lei vedendola cantare “Eroe” in imbarazzanti programmi della locale Antenna Tre Lombardia. Tre mesi più tardi la ragazza invadeva le trasmissioni e le classifiche nazionali con la storica “Splendido splendente” e a quel punto la mia passione adolescenziale si era trasformata in venerazione pura.
Ma al di là dei look stravaganti e della ruspante simpatia che emanava, il contenuto delle sue canzoni non poteva lasciarmi indifferente.
Rettore cantava di identità sessuali oscillanti (“Cosa sono si vedrà, uomo o donna senza età, senza sesso crescerà, per la vita una splendente vanità”),
usava ingegnose metafore sul sesso maschile (“Il kobra non è un serpente, ma un pensiero frequente”), trovava
divertenti definizioni sull’omosessualità (“Gaio, col pelo d’estate e nudo a gennaio”). Tutte cose che le Fiorelle Mannoie e le Anne Oxe sue colleghe non riuscivano minimamente a trasmettermi.
Ancora oggi, adulto e affrancato dall’idolatria pagana che provavo nei suoi confronti, conservo una deformazione da fan: quando parlo di lei uso esclusivamente il cognome. Non sono in grado di usare il suo nome di battesimo, quel “Donatella” che lei stessa ha pubblicamente rinnegato: come tutti i veri rettoriani, io continuo, religiosamente, a osservare questo precetto.
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2) YAZOO – Ode to boy
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Gli Yazoo sono stati il migliore gruppo che la new-wave elettronica inglese abbia prodotto negli anni
Ottanta, grazie soprattutto al perfetto e inedito bilanciamento tra l’algida precisione delle melodie prodotte dal tastierista Vincent Clarke e i toni caldi e quasi blues della voce della cantante Alison Moyet, un accostamento allora
azzardatissimo.
Dei soli due album incisi dal duo, la mia canzone preferita è sempre stata questa
“Ode al ragazzo”, un’appassionata dichiarazione per un giovane dalle mani “pallide, quasi femminili”, cui ogni movimento sembra riflettere “un diverso grado di tristezza”. Un inno d’amore interrotto da un sospiro campionato e trascinato all’infinito.
Uscita originariamente come b-side del mediocre brano “The other side of love”, questa canzone è stata poi valorizzata con l’inserimento nell’album You and me both (a differenza del lato A del singolo, volutamente lasciato fuori) ed è il brano favorito dell’intero catalogo Yazoo anche dalla stessa
Moyet, che dopo lo scioglimento del duo l’ha reincisa ben altre tre volte nella sua produzione solistica. (Si noti che io e Alison abbiamo gli stessi gusti, che chic).
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3) ABBA – The day before you came
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Non sono mai stato un fan degli Abba, né al momento della loro esistenza come gruppo, né dopo il revival kitsch scatenato da
Priscilla e dalle celebrazioni drag in tutto il mondo.
Oltretutto questa canzone (il loro penultimo singolo pubblicato, nonché l’ultimo brano da loro mai inciso) è stata un flop mondiale, al punto da non essere neanche stata inclusa nel celebre Abba Gold. Anzi, se devo dirla tutta, io l’ho scoperta tramite una cover incisa dai Blancamange, e solo in un secondo tempo ho ascoltato la loro versione originale.
A parte queste vicissitudini, ho deciso di inserirla in questo elenco per una motivazione ben precisa:
infatti considero il testo di “The day before you came” il mio testo preferito nella storia della musica (della serie: non amo le affermazioni iperboliche).
Le parole della canzone in realtà sono semplicissime: si tratta di un elenco di azioni nella vita quotidiana di una persona (cose tipo: “Il treno è partito in orario, devo aver letto il giornale andando in città, credo di essere arrivato in ufficio un quarto alle nove…”). Apparentemente una lista che lascia l’ascoltatore un po’ perplesso per la sua totale banalità, finché non si giunge alla frase che, con un colpo di scena teatrale, risolve il senso dell’intero testo: “È strano, ma non avevo idea di vivere senza uno scopo il giorno prima che tu
arrivassi”. Folgorante.
Esattamente come in romanzi quali L’amico ritrovato di Fred Uhlman o Follia di Patrick McGrath, nei quali le ultime parole bastano a mutare il senso di ciò che si è letto sino a quel punto, questa frase riesce a ribaltare il significato della canzone: l’amore riscatta la nostra vita, anche nelle sue minuzie. Che bravi, Mamma mia!
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4) THE SMITHS – The boy with the thorn in his side
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Una volta ho litigato con un amico a proposito di questa canzone, che personalmente ritengo una sorta di inno gay
mondiale.
Il motivo del litigio stava nel fatto che Morrissey (il leader degli “Smiths”)
non avesse mai dichiarato pubblicamente la sua omosessualità. Francamente io non ho mai sentito la necessità che lo facesse. Voglio dire, basta leggere uno qualsiasi dei suoi testi per cancellare ogni dubbio (e, nel caso persistano, quale cantante eterosessuale si sarebbe fatto fotografare sulla copertina di un disco con un pugile che lo abbraccia da dietro? Certo a Bruce Springsteen e ai “Metallica” un’idea del genere non verrebbe mai in mente. Forse a Paola e Chiara…).
Coming out a parte, a me pare che poche altre canzoni abbiano mai espresso con tanta chiarezza i sentimenti di un ragazzo gay che si scopre tale e affronta la sua confusione iniziale (“E quando vuoi Vivere, da dove cominci? Dove vai? Chi hai bisogno di conoscere?”), così come la disperata richiesta di legittimazione alla società per il proprio modo di amare (“Come possono vedere l’Amore nei nostri occhi e continuare a non crederci? Come possono ascoltare queste parole e continuare a non crederci? E se non ci credono ora, ci crederanno mai?”). Sarebbe il brano perfetto da cantare in coro alle sfilate del Gay
Pride.
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5) PET SHOP BOYS – To speak is a sin
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Chiedermi di scegliere solo una delle canzoni dei “Pet shop boys” è come chiedere a un bambino se vuole più bene al papà o alla mamma: non solo è una domanda bastarda, ma sai già che è impossibile rispondere.
Tuttavia, dopo vari ripensamenti, ho selezionato questo pezzo tratto dall’album Very perché il suo testo
è una perfetta fotografia di una situazione nella quale, prima o poi, tutti noi ci siamo
ritrovati: quella in cui si prende la macchina, si fanno chilometri per arrivare in un locale nella speranza di fare un nuovo incontro e poi si passa la sera su uno sgabello a fissarsi muti, appunto come se parlare fosse proibito (“Parlare è un peccato, prima guardi, poi fissi intensamente e alla fine, se proprio osi, un sorriso. Cerchi l’amore ma non trovi nulla che valga la pena di rimpiangere. E ti chiedi perché hai guidato fino a qui”). Alzi la mano chi non ha pensato esattamente la stessa cosa uscendo da un bar dove ha buttato la serata.
[Se finora pensavate che i “Pet shop boys” fossero un gruppo dance e che non fosse importante prestare ascolto alle parole delle loro canzoni, sappiate che avete sbagliato tutto nella vita].
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6) BJORK – All is full of love
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Recentemente ho scoperto che uno dei sondaggi più diffusi sui giornali inglesi è la domanda “Che canzone vorresti si suonasse al tuo funerale?” (Per la cronaca: pare che la favorita dagli anglosassoni sia “Angels” di Robbie Williams, che gusti cheap!). Allora mi sono chiesto cosa vorrei ascoltare io dall’alto dei cieli in occasione della mia dipartita e ho pensato che questa canzone di Bjork sarebbe una scelta perfetta.
Intanto perché è la mia cantante preferita, poi perché è probabilmente il suo brano più bello, ma anche per il ricordo del meraviglioso video nel quale
due robot lesbici e identici si baciano, e infine perché troverei estremamente soave sentire la sua voce angelica in chiesa che canta “Guardati attorno, tutto è pieno d’amore, tutto intorno a te”. Già mi commuovo al pensiero…
[Nota testamentaria: a proposito, vorrei si suonasse la versione del singolo, non quella contenuta nell’album Homogenic, che ha un arrangiamento molto meno riuscito. Grazie, vi voglio bene, sì, mi mancherete anche voi].
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7) THE ALUMINUM GROUP – Chocolates
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Ho scoperto questo gruppo in maniera curiosa.
Un giorno ero a Bologna con Alberto, il mio ragazzo, e siamo entrati in un negozio di dischi. Ci siamo subito persi tra gli scaffali e mentre io scartabellavo le novità dei singoli mi sono accorto che l’hi-fi del locale stava trasmettendo una canzone sconosciuta e bellissima. Incuriosito ho prestato ascolto anche al brano successivo e a quello dopo ancora.
Non sapevo chi fossero gli interpreti ma i pezzi dell’album mi sembravano uno meglio dell’altro, così mi sono precipitato alla cassa per chiedere informazioni. Il proprietario del negozio mi ha mostrato il cd. Si intitolava
Introducing the Aluminum group e io ho detto di volerlo acquistare. L’uomo ha scosso la testa: “Mi spiace, è terminato. Questa è l’unica copia che ho e l’ho appena venduta a quel ragazzo”. Mi indicò l’acquirente: era Alberto.
Questa strana coincidenza mi portò a pensare due cose: 1) che gli “Aluminum group” fossero un gruppo davvero fantastico, visto che al primo ascolto avevano entusiasmato entrambi contemporaneamente e 2) che Alberto fosse il fidanzato ideale, data la perfetta coincidenza di gusti musicali.
Questo disco oltretutto si rivelò una doppia sorpresa, quando venimmo a scoprire che gli
“Aluminum group” erano un duo di fratelli gay e che i testi delle loro canzoni erano spesso storie di amore omosessuale, come la struggente
“Chocolates”, il brano che per primo avevamo ascoltato in negozio. È la storia di un uomo che porta dei cioccolatini al suo amante, per poi venire rifiutato e ritrovarsi sul treno verso casa con la scatola di dolci ancora in mano, chiedendosi “Hanno sostituito il telegramma con il fax. Tu con chi mi sostituirai?”.
[Da allora io e Alberto abbiamo continuato a comprare tutti i dischi successivi degli “Aluminum group”, che sono diventati uno dei nostri gruppi cult].
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8) THE 6THS – Just like a movie star
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Forse è una scelta un po’ snob concludere con un gruppo praticamente sconosciuto come i “6ths”, ma non potevo esimermi dall’inserire almeno
un’incarnazione del vero genio del pop gay contemporaneo, Stephin Merritt.
Se non ne avete mai sentito parlare, credetemi, vi state perdendo qualcosa. Io mi sono innamorato di lui ancor prima di averne sentito una singola nota. Mi è bastato leggere una sua intervista su una rivista musicale americana: quando ho scoperto che questo cantautore dichiaratamente gay incideva album nascondendosi sotto sigle diverse (“The magnetic fields”, “The gothic arches”, “Future biblie Horoes”…) passando dal folk-rock al technopop a seconda dei casi, mi sono subito intrippato e ho ordinato i primi dischi via internet: una folgorazione! Allora lo conoscevano davvero in pochissimi, poi con l’incisione dell’album 69 love songs ha fatto parlare di sé la stampa musicale di tutto il pianeta (in effetti non è da tutti fare un cd triplo con 69 canzoni d’amore e quasi tutte esplicitamente gay).
L’album è pieno di pezzi memorabili, però gli ho preferito questo gioiellino melodico tratto dal disco successivo, Hyacinths and thistles firmato a nome “The 6ths”.
È una dichiarazione sfacciata per l’uomo che ama: “Ho trascorso il giorno a pensare a come ti avrei abbracciato, quindi non ho fatto nulla, ma è stato così divertente… Molla il lavoro, tesoro, potrai restartene a casa vicino a me, tu sarai James Dean e io Sal Mineo”.
Trovo bellissima questa mielosa romanticheria omosessuale. Dopo secoli di canzonette d’amore sulle coppie convenzionali, credo che un po’ di romanticismo pop ce lo meritiamo anche noi.
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PS: Sì, lo so che manca Madonna da questa lista, smettetela di urlare.
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