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In occasione della giornata mondiale dell’orgoglio glbt, il 28
giugno, il Movimento omosessuale sardo (Mos) ha promosso a Sassari
un’occupazione simbolica dell’aula del consiglio comunale.
Approvando all’unanimità l’istituzione di un registro delle unioni
civili.
Che non basti una maggioranza sedicente progressista per approvare
provvedimenti a favore delle persone glbt l’abbiamo imparato a
nostre spese. E se a Roma il governo Prodi dà il “buon” esempio, non
si vede perché a Sassari il centrosinistra che amministra la città
dovrebbe fare diversamente. Il sindaco diessino Gianfranco Ganau
aveva pur promesso di istituire un registro comunale delle unioni
civili, ovviamente senza discriminazioni in base all’orientamento
sessuale. Ma dal dire al fare c’è pur sempre di mezzo il mare. E
figuriamoci su un’isola.
Così il Movimento omosessuale sardo, che proprio a Sassari ha
la sua sede, si è stufato di attendere pazientemente l’adempimento
di una promessa destinata a non essere mantenuta e ha deciso di
passare all’azione. Il 28 giugno, per festeggiare l’anniversario di
Stonewall, ha pacificamente invaso il palazzo del comune e con
l’appoggio di altri gruppi e associazioni locali ha occupato l’aula
consiliare per organizzare una seduta autogestita. Una cinquantina
di militanti ha fatto le veci dei recalcitranti rappresentanti delle
istituzioni e ha provveduto ad approvare all’unanimità quattro
mozioni, tra cui quella che prevede l’istituzione del registro delle
unioni civili.
Atto simbolico e privo di valore legale, ma senz’altro efficace per
attirare l’attenzione su un tema altrimenti condannato all’oblio,
per via delle note dispute tra laici timorosi e bacchettoni
scatenati.
Nel ruolo di sindaco-occupante Massimo Mele, leader del Mos,
che nell’occasione non ha mancato di denunciare a gran voce la
deriva omofobica e razzista della politica cittadina, stimolata da “una
campagna culturale condotta dai cattolici e dalla destra”.
In effetti, quando si parla di omosessualità, i politici perdono
spesso di vista la loro asserita mancanza di pregiudizi e danno
sfogo alla pancia.
Quelli sassaresi non fanno eccezione, e alcuni di loro si erano
recentemente distinti in pubbliche espressioni di odio e crassa
ignoranza. C’era stato chi, in pieno consiglio comunale, aveva
parlato di "devianza" e "atteggiamenti contro natura" e chi aveva
invocato la storica equiparazione tra gay e pedofili.
Nel corso della seduta autogestita il Mos ha deciso perciò di
rendere la pariglia usando termini analoghi all’indirizzo dei
politici omofobi, citandoli per nome e cognome e chiamandoli
“schifosi, malati e viziosi”, esattamente come loro fanno appena ne
hanno l’occasione nei confronti delle persone glbt.
Nella democratica Italia esistono però due pesi e due misure. In
conseguenza di ciò, chi offende gay, lesbiche e transessuali la
passa sempre liscia e non suscita nessuno scandalo. Del tutto
diverso è il caso in cui i destinatari di questi continui insulti,
che tra l’altro generano spessissimo (come attestano le cronache)
anche concreti atti di violenza, decidano di rispondere per le rime
per mostrare l’effetto che possono avere certe parole.
Qui interviene lo sdegno bipartisan, come è precisamente
accaduto a Sassari. Meno di due settimane dopo l’occupazione, il
consiglio comunale si è riunito per approvare un documento, proposto
da un consigliere della Margherita, per condannare sia la violazione
del sacro tempio della politica che i termini pesanti usati
all’indirizzo dei consiglieri omofobi, che evidentemente hanno tutto
il diritto di offendere come vogliono senza pagare dazio.
Con poche eccezioni, anche i rappresentanti della sinistra si sono
prestati a questa operazione, mentre una mozione che chiedeva un
incontro con il Mos e la discussione in aula sul registro delle
unioni civili è stata bocciata.
Nel frattempo la Digos ha denunciato alla procura gli autori
dell’iniziativa del 28 giugno per occupazione di edificio pubblico.
Con tutto ciò Massimo Mele si dichiara abbastanza soddisfatto. “All’inizio”,
spiega, “c’è stata un po’ di amarezza perché ci siamo sentiti
isolati anche rispetto alla sinistra cittadina, che non ha recepito
il significato del nostro gesto. Perfino l’Arci, dalla quale mi sono
immediatamente dimesso, ci ha accusato di delegittimare le
istituzioni.
Poi però abbiamo cominciato a ricevere solidarietà da persone che
non stanno nelle istituzioni e che hanno scritto lettere ai giornali
per difenderci. E anche in alcune forze di sinistra, come
Rifondazione, si è aperta finalmente una riflessione.
Il bilancio conclusivo mi pare quindi positivo, perché abbiamo
riacceso il dibattito su una questione che altrimenti sarebbe stata
insabbiata, abbiamo dimostrato una volta di più che il nostro
movimento è presente e combattivo nella realtà locale e abbiamo dato
un esempio di dignità e di orgoglio che meritava un riconoscimento
ben diverso da parte di tutti. Specialmente il 28 giugno”
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