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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO

  [ Numero 102 - Dicembre 2007 ]

 Ripensandoci...
[di Di Pigi Mazzoli]
 

Abbiamo rinunciato alla libertà di essere diversi per presentarci come normali a tutti i costi, e questo ci impedisce oggi di ammettere che la questione Aids ci riguarda noi più che gli eterosessuali, e in modo diverso da loro. Una riflessione senza remore. 

 

Gli ultimi dati relativi alla diffusione del virus Hiv raccontano una situazione che temevo per il nostro futuro. Abbiamo cercato una legittimazione non attraverso la libertà di essere diversi, ma sbandierando un’uguaglianza che non esiste.

Se per le unioni civili sono favorevole, lo sono perché ci salverebbero da una parte delle leggi pro famiglia e anti gay, e parlo di quelle economiche. Ma rappresentarci tutti come desiderosi di matrimonio e monogami è tirarci la zappa sul piede. Perché comunque ci faranno nascondere il vero comportamento dei gay. Un gay anziano che va a marchette continuerà a farlo anche se esisterà il matrimonio gay, mentre noi stiamo suggerendo l’idea che va a marchette perché non c’è il matrimonio gay.

 

In altre parole: per portare avanti questa rivendicazione delle unioni civili abbiamo lasciato per strada:

1. Rivendicazione della libertà sessuale e assistenza (polizia nei casi di violenza, sanità, campagne di prevenzione);

2. Libertà di struttura sociale (rapporti a due, tre o più).

Ci siamo cioè appiattiti per entrare nella morale cattolica, seppur in versione gay, e senza neppure portare a casa né leggi nuove né più comprensione nell’opinione pubblica, ma anzi attacchi dalla destra e dalla chiesa.

 

Non credo che riusciremo a fare la rivoluzione, ma la soluzione secondo me dovrebbe essere:

1. Matrimonio omosessuale. Non leggi sulla convivenza, dato che non tutti vogliono o possono abitare con la persona che vogliono sposare.

2. Che le leggi sulle quote legittime dell’asse ereditario scattino solo dopo un matrimonio (etero o omo che sia).

3. Un vero piano sanitario per la sconfitta dell’Hiv, non opuscoletti una tantum e poche lire alle associazioni per comprare preservativi e basta.

 

Sui punti 1 e 2 ci metto una pietra sopra.

Sul punto 3 si può fare di tutto:

1. Perché i test anonimi e gratuiti devono essere fatti solo in una quindicina di posti in tutta Italia, in orari di ufficio, e con counselling prima e dopo, e dando un nome (seppur falso)?

Il counselling aveva senso vent’anni fa, quando ci fu l’ondata di isteria per cui tutti gli etero che erano andati con un travestito pensavano di essere malati. Ma ora no, non ci sarebbe nessuna ressa a fare l’esame. Ok per il counselling alla consegna di un test positivo, ma perché non facilitare le cose e organizzare prelievi in ore serali, fuori dalle discoteche con furgoni attrezzati e itineranti, nelle sedi arcigay, la consegna del referto via internet?

 

L’Associazione Solidarietà Aids di Milano, in uno degli ultimi bollettini, si domandava se era ancora utile, se aveva un senso esistere. Il che probabilmente significa che hanno poca gente che arriva a chiedere aiuto. Ma allora potrebbero rivolgere parte delle loro risorse ad un ruolo attivo, diventare visibili ai sieronegativi e ai sierosconosciuti, portando la realtà della malattia come contraltare a comportamenti consapevoli.

Non chiedermi come: credo si debba creare una cultura nuova e sofisticatissima. Siamo in una società anestetizzata dal marketing, desensibilizzata alla presentazione semplice delle cose.

 

Rifondare una catena di solidarietà Aids soprattutto gay? Quelle esistenti le abbiamo lasciate ai tossicodipendenti, consciamente, per allontanare l’idea che l’Aids fosse il morbo gay.

Gli incontri internazionali sull’hiv sono ormai solo report delle case farmaceutiche e sulla crescita dell’Hiv in Africa.

Con Berlusconi che si tira la pelle e si impianta capelli di plastica (e con questo manda in delirio mezza popolazione italiana) che speranza abbiamo di rendere consci i gay del fatto che la malattia esiste e che non si deve per forza essere sempre splendenti per essere amati? Non è forse questa paura della malattia e della vecchiaia che guida questi ragazzi che scopano “uno via l’altro”, scacciando l’idea che un giorno tutto finirà?

Qualcosa deve essere fatto.

Ma non per questo possiamo non fare per ora nulla, per cui sono favorevole a qualsiasi cosa anche se parziale o limitata (come un’inchiesta di “Pride”).

 

 

 

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