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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO  [ Numero 84 - Giugno 2006 ]
 E' ora di cambiare
 
di Giovanni Dall'Orto

Il non inserimento dei Pacs nel programma elettorale dell’Ulivo è
stato uno di quegli spartiacque che ogni tanto capitano, nella
storia del movimento gay. Non tanto per la portata dello sgarbo
(che si limita a dilatare i tempi d’approvazione di una legge che
però è inevitabile che sia approvata) quanto per il significato
simbolico. Con questo gesto i partiti ci hanno fatto sapere che
consideravano inutile sia la nostra rappresentanza politica, sia la
strategia di dialogo del movimento gay con il mondo della politica.
Che vada cambiato qualcosa nel movimento lgbt italiano non lo dico
io, lo dicono ormai tutti. Sul fatto però che siano solo i
dirigenti del movimento gay a dover essere cambiati (anche se la
cosa è urgente e più che mai necessaria) mi permetto di dissentire.
Perché il mondo gay italiano non ha bisogno solo di una dirigenza
che non sia incatenata mani e piedi ai Ds, come lo è l’attuale
dirigenza Arcigay. Sono molte altre, e talora ancora più importanti
di questa, le cose che ci mancano.
Detta in una frase: se le paturnie di un gruppo ristrettissimo di
venti o trenta dirigenti fanno il bello e il cattivo tempo, ciò
avviene anche perché al di fuori di questo gruppo, al quale è stato
delegato ogni onore, ma anche ogni onere, c’è il deserto.
L’Italia è ormai l’ultimo paese europeo in cui non esiste una legge
sui Pacs, Ok. Ma è anche l’unico paese europeo in cui, ogni anno,
il gay pride suscita polemiche e opposizioni in primo luogo fra i
gay stessi (sì, gentili lettori, sto parlando proprio di voi), a
iniziare da, ma non limitandosi a, i gay di centrodestra. L’Italia
è in effetti anche l’unico paese europeo ad avere un movimento gay
di centrodestra che non sia libero da tentazioni, toni e
argomentazioni neofasciste e razziste. E questo pesa, oh se pesa.
Per par condicio, l’Italia è anche l’unico paese europeo ad avere
un’ala di estrema sinistra del movimento gay incapace di fare una
qualsiasi proposta politica autonoma. Da dieci anni (e sto
calibrando le parole, mentre le scrivo) tutta la galassia a
sinistra di Arcigay ha come unico programma politico dire di no a
qualunque proposta faccia l’Arcigay. Punto. Se l’Arcigay propone di
allattare i bambini al seno, loro propongono di usare il latte in
polvere Nestlè. Così, per il gusto. Si propone un gay pride
nazionale a Firenze? “Fatelo, e noi lo saboteremo”. Si chiedono i
Pacs? “Noi siamo per l’abolizione del matrimonio per gli
eterosessuali, altro che Pacs per i gay”. Eccetera. Dopodiché ogni
decisione riesce un pastrocchio... Ma davvero??
L’Italia è l’unico paese europeo a non avere un movimento di gay
credenti in grado di sfidare la chiesa sul suo terreno, quello
della dottrina: i gay credenti americani scrivono trattati di
teologia, quelli italiani celebrano messe gay col sacerdote gay che
dà l’assoluzione gay dopo che hanno peccato come gay... Perché il
fatto che l’omosessualità sia un peccato, non sono capaci di
metterlo in dubbio. E poi ci si stupisce se all’estero molti
deputati democristiani hanno votato a favore dei Pacs, mentre
invece in Italia...?
L’Italia è l’unico paese europeo in cui la battaglia per i Pacs (o
il matrimonio gay, che a mio parere a questo punto è la sola
richiesta sensata, visto che i Pacs non li vuole più nessuno) è
portata avanti non dalle coppie che intendono usarla, come è stato
in tutti gli altri paesi del mondo, ma da persone che nella vita
privata sono singles, o comunque non intenzionate a usare
un’eventuale legge. (Coppie gay che dovreste usarla, questa legge,
ma voi dove siete? Volete la pappa fatta dagli altri?).
L’Italia è il solo paese in cui gli imprenditori gay non sono
capaci di creare un’associazione d’imprenditori gay, perché sono
troppo impegnati a farsi la guerra a furia di colpi bassi. Ciò
provoca le commistioni, a volte insane, fra commercio e politica
che conosciamo tutti. E non solo nell’Arcigay, dato che i gruppi
più scalmanati a strillare contro la “commercializzazione” del
movimento gay sono poi quelli che campano interamente dalla
gestione di “festicciole” (loro le chiamano così) che muovono
milioni di euro e pagano decine di stipendi. Solo il commercio
degli altri puzza, il proprio invece è rivoluzionario...
Dopodiché non c’è da stupirsi per il fatto che l’Italia sia l’unico
paese in cui la commistione fra commercio e politica è arrivata
oltre il livello di guardia: oltre il conflitto d’interessi. E
insisto: non parlo solo di Arcigay. Parlo anche di tutti quei
gruppi che da anni strillano contro ciò che poi sono i primi a
fare, escludendo però sempre se stessi dalla loro condanna
durissima e severissima.
Qualche giorno fa sono venuti a trovarci due organizzatori del
pride di Nizza. L’uno, presidente dell’associazione imprenditori,
che riunisce 50 locali gay di Nizza (50, in una città di 300.000
abitanti!), l’altra, presidente del centro gay locale. Assieme, ma
separati, come funzioni e ruoli... però d’accordo sull’importanza
del pride. Per l’Italia sarebbe pura fantascienza...
Per non farla troppo lunga, l’Italia è il solo paese importante in
cui in trent’anni la visibilità gay e il coming out hanno fatto
passi minimi. Per molti anni troppi di noi (sto parlando ancora di
voi, gentili lettori) si sono illusi che non fosse necessario
accettare l’idea di essere gay e lesbiche (e non genericamente
“bisex” o “nonvvojoddefinirmi”), pagando il prezzo connesso alla
difesa delle proprie idee e della propria dignità, e delegando
tutto a trenta personaggi politici, che facessero loro la battaglia
“al posto di”.
Oggi sarebbe quindi troppo comodo prendersela solo con quei trenta.
Che possono avere sbagliato, soprattutto nell’appiattire la
strategia sul dialogo con un unico e solo partito (se Ds o
Rifondazione importa poco, qui), ma che i miracoli non sono
attrezzati a farli. La lotta politica, per qualsiasi cosa, deve
poter contare, quando le trattative al vertice vanno male, sulla
piazza, su - che so - centomila persone che si mobilitano per i
loro diritti. Invece tutti si aspettano che siano gli altri a
scendere in piazza per loro che però, poverini, “non possono”
farlo, perché se lo viene a sapere la mamma o la zia, capisci...
No, non capisco, anzi m’incazzo. Anche perché coloro che non fanno
nulla si riservano di criticare quello che fanno i pochi che fanno.
E si permettono d’insinuare (“sapessi quanti soldi si mangiano,
quelli, alle spalle di noi gay...”), spargere veleni, insultare...
Il valore di una dirigenza si giudica dai risultati ottenuti.
L’attuale dirigenza ha subito una sconfitta colossale, va quindi
cambiata. Ma se tale cambiamento si riduce a sostituire trenta
poltrone (con tutti i gay affetti da “candidosi” politica acuta,
trenta culi per sedersi su quelle trenta sedie si trovano in pochi
secondi) allora tanto vale. Se avessimo avuto trenta rifondaroli o
trenta radicali o trenta verdi invece che trenta diessini ai
vertici, non sarebbe cambiato nulla. I politici ridono di noi non
per il partito a cui apparteniamo, ma perché sanno che in qualunque
modo ci trattino tanto noi non protesteremo mai, se non con vacui
comunicati stampa “fermamente indignati” (sai che paura!). Il punto
è che i gay non scendono in piazza. Punto. “Sai, non vorrei che mia
madre venisse a sapere che il mio amico che dorme tutte le notti
nel mio letto in realtà non è solo un amico”.
Se questi sono i gay italiani (e sto parlando sempre di voi,
gentili lettori), allora la dirigenza attuale va addirittura di
lusso. Se vogliamo un movimento diverso, proviamo per una volta a
cominciare dalla base.
 

 

 

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