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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO  [ Numero 90 - Dicembre 2006 ]
 Un pride a porte chiuse
 

 

Il fanatismo religioso e le ragioni di sicurezza di un paese in guerra hanno avuto la meglio sui diritti glbt. Il pride di Gerusalemme, convocato per il 10 novembre, si è potuto svolgere solo all'interno di uno stadio e gli organizzatori hanno dovuto rinunciare alla marcia per le vie della città santa.

 

Ebrei ultraortodossi, imam fondamentalisti e cristiani tradizionalisti ce l'hanno fatta. Volevano impedire la marcia glbt a Gerusalemme e tanto hanno detto e tanto hanno fatto che un risultato l'hanno ottenuto. Alla vigilia del pride, e all'indomani della strage di Beit Hanun in cui diciotto civili palestinesi sono morti per un "errore tecnico" dell'artiglieria israeliana, la polizia ha fatto sapere che non era in grado di garantire la sicurezza dell'evento. Gli organizzatori della Jerusalem Open House hanno dovuto così piegarsi alle cause di forza maggiore e, per evitare di procrastinare per l'ennesima volta la data della manifestazione, hanno deciso di accettare una soluzione di compromesso: tenere il pride all'interno dello stadio dell'università, nei sobborghi della città.

Qui il 10 novembre si è radunata una folla di circa 4.000 persone, più o meno lo stesso numero che aveva sfilato per le strade di Gerusalemme in occasione del pride cittadino dello scorso anno. L'evento mondiale che i gruppi glbt avevano in mente di promuovere è irrimediabilmente sfumato, dimostrando tra l'altro che Israele non è quella "democrazia normale" che certa acritica propaganda occidentale si sforza di dipingere a dispetto di ogni evidenza. Le tappe salienti di questo mancato Worldpride lo attestano senza possibilità di equivoci. La manifestazione si sarebbe infatti dovuta svolgere nell'estate del 2005, ma allora fu necessario rinviarla per evitare pericolose sovrapposizioni con il ritiro da Gaza dell'esercito israeliano. Tutto rimandato quindi all'agosto del 2006, quando la guerra con il Libano ha consigliato un ulteriore spostamento. A novembre poi sono saltati fuori altri motivi di sicurezza a rendere impraticabile l'idea di una pacifica sfilata in città.

Gran parte del merito per questo risultato va ai gruppi di ebrei fanatici che nelle settimane precedenti la manifestazione hanno fatto tutto ciò che potevano per creare un clima di tensione: dai blocchi stradali e agli scontri con la polizia fino alla minaccia di scatenare la terribile "pulsa denura", la maledizione che dovrebbe causare la morte del destinatario entro un anno. Rabbini ultraortodossi la scagliarono per esempio contro il primo ministro Rabin, assassinato da un fanatico nel 1995, e nell'estate del 2005 contro il primo ministro Sharon, che dal gennaio di quest'anno è ricoverato in ospedale in stato vegetativo a causa di un'emorragia cerebrale. Di cosa sia capace di fare la destra religiosa ebraica si era comunque già avuto un assaggio al pride di Gerusalemme dell'anno scorso, quando un manifestante è stato pugnalato e ferito per la strada, durante il corteo, da un pio contestatore.

Gli ebrei tradizionalisti non sono stati comunque i soli a far sentire la propria voce contro il "sacrilegio" costituito dal pride a Gerusalemme. Anche gli islamici e i cristiani ci hanno messo del loro. Su tutti spicca per l'ennesima volta il Vaticano, sempre determinato a non essere secondo a nessuno quando si tratta di omofobia. Pochi giorni prima della data prevista per il corteo è arrivato da Roma l'anatema papale, che definiva come un'offesa ai credenti lo svolgimento del pride a Gerusalemme.

Proprio per non arrendersi del tutto di fronte all'intolleranza altrui, gli organizzatori dell'evento hanno accettato di trasferirlo all'interno di uno stadio, scartando l'ipotesi, avanzata anche da esponenti religiosi moderati, di trasferirlo nella più laica Tel Aviv. Dal palco dello stadio, Elena Canetti della Jerusalem Open House ha spiegato così questa scelta: "Come lesbica e come donna, come ebrea e come semplice essere umano, ho il diritto di vivere la mia vita apertamente nella mia città, vicino alla mia famiglia, ai miei amici, ai miei vicini e ai miei compagni di lavoro. Se fossimo fuggiti in un'altra città, Tel Aviv, Amsterdam o San Francisco, l'avremmo data vinta alla prevaricazione e alla violenza".

 

 

 

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