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Il fanatismo religioso e le ragioni di sicurezza
di un paese in guerra hanno avuto la meglio sui diritti glbt. Il
pride di Gerusalemme, convocato per il 10 novembre, si è potuto
svolgere solo all'interno di uno stadio e gli organizzatori hanno
dovuto rinunciare alla marcia per le vie della città santa.
Ebrei ultraortodossi, imam fondamentalisti e
cristiani tradizionalisti ce l'hanno fatta. Volevano impedire la
marcia glbt a Gerusalemme e tanto hanno detto e tanto hanno fatto
che un risultato l'hanno ottenuto. Alla vigilia del pride, e
all'indomani della strage di Beit Hanun in cui diciotto civili
palestinesi sono morti per un "errore tecnico" dell'artiglieria
israeliana, la polizia ha fatto sapere che non era in grado di
garantire la sicurezza dell'evento. Gli organizzatori della
Jerusalem Open House hanno dovuto così piegarsi alle cause di forza
maggiore e, per evitare di procrastinare per l'ennesima volta la
data della manifestazione, hanno deciso di accettare una soluzione
di compromesso: tenere il pride all'interno dello stadio
dell'università, nei sobborghi della città.
Qui il 10 novembre si è radunata una folla di
circa 4.000 persone, più o meno lo stesso numero che aveva sfilato
per le strade di Gerusalemme in occasione del pride cittadino dello
scorso anno. L'evento mondiale che i gruppi glbt avevano in mente di
promuovere è irrimediabilmente sfumato, dimostrando tra l'altro che
Israele non è quella "democrazia normale" che certa acritica
propaganda occidentale si sforza di dipingere a dispetto di ogni
evidenza. Le tappe salienti di questo mancato Worldpride lo
attestano senza possibilità di equivoci. La manifestazione si
sarebbe infatti dovuta svolgere nell'estate del 2005, ma allora fu
necessario rinviarla per evitare pericolose sovrapposizioni con il
ritiro da Gaza dell'esercito israeliano. Tutto rimandato quindi
all'agosto del 2006, quando la guerra con il Libano ha consigliato
un ulteriore spostamento. A novembre poi sono saltati fuori altri
motivi di sicurezza a rendere impraticabile l'idea di una pacifica
sfilata in città.
Gran parte del merito per questo risultato va
ai gruppi di ebrei fanatici che nelle settimane precedenti la
manifestazione hanno fatto tutto ciò che potevano per creare un
clima di tensione: dai blocchi stradali e agli scontri con la
polizia fino alla minaccia di scatenare la terribile "pulsa denura",
la maledizione che dovrebbe causare la morte del destinatario entro
un anno. Rabbini ultraortodossi la scagliarono per esempio contro il
primo ministro Rabin, assassinato da un fanatico nel 1995, e
nell'estate del 2005 contro il primo ministro Sharon, che dal
gennaio di quest'anno è ricoverato in ospedale in stato vegetativo a
causa di un'emorragia cerebrale. Di cosa sia capace di fare la
destra religiosa ebraica si era comunque già avuto un assaggio al
pride di Gerusalemme dell'anno scorso, quando un manifestante è
stato pugnalato e ferito per la strada, durante il corteo, da un pio
contestatore.
Gli ebrei tradizionalisti non sono stati
comunque i soli a far sentire la propria voce contro il "sacrilegio"
costituito dal pride a Gerusalemme. Anche gli islamici e i cristiani
ci hanno messo del loro. Su tutti spicca per l'ennesima volta il
Vaticano, sempre determinato a non essere secondo a nessuno quando
si tratta di omofobia. Pochi giorni prima della data prevista per il
corteo è arrivato da Roma l'anatema papale, che definiva come
un'offesa ai credenti lo svolgimento del pride a Gerusalemme.
Proprio per non arrendersi del tutto di fronte
all'intolleranza altrui, gli organizzatori dell'evento hanno
accettato di trasferirlo all'interno di uno stadio, scartando
l'ipotesi, avanzata anche da esponenti religiosi moderati, di
trasferirlo nella più laica Tel Aviv. Dal palco dello stadio, Elena
Canetti della Jerusalem Open House ha spiegato così questa scelta:
"Come lesbica e come donna, come ebrea e come semplice essere umano,
ho il diritto di vivere la mia vita apertamente nella mia città,
vicino alla mia famiglia, ai miei amici, ai miei vicini e ai miei
compagni di lavoro. Se fossimo fuggiti in un'altra città, Tel Aviv,
Amsterdam o San Francisco, l'avremmo data vinta alla prevaricazione
e alla violenza".
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