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Il professor Prodi annuncia che
l’Unione ha raggiunto un accordo
politico sui diritti delle coppie di fatto, ma le principali forze
del
centrosinistra (e lui stesso) fanno a gara nel ridurne la portata.
Insomma tira aria di fregatura, e la campagna elettorale è appena
all’inizio.
“Mai parlato di matrimonio gay” è uno dei ritornelli preferiti
di
Romano Prodi. Lo ha ripetuto anche a Radiotre, il 15 dicembre,
precisando che la sua intenzione è soltanto quella di “regolare alcune
conseguenze delle unioni di fatto”.
Questo minimalismo a oltranza ha già prodotto un’importante
conseguenza
facendo sparire dal bagaglio programmatico dell’Unione la proposta di
legge sui Pacs. Il movimento glbt (Arcigay in testa) aveva definito
questa proposta, sottoscritta da oltre 160 parlamentari del
centrosinistra, come l’ultima mediazione possibile. E invece ecco che
i
Pacs vengono cestinati perché un’ulteriore mediazione è considerata
non
solo possibile, ma addirittura necessaria dai partiti che compongono
la
coalizione guidata da Prodi.
Si torna così alle “unioni civili”, senza però sapere bene che
cosa
siano esattamente perché, a differenza dei Pacs, non sono ancora
scritte nero su bianco. “Si chiameranno unioni civili”, ha commentato
la deputata di Rifondazione Titti De Simone, “ma ciò che mi pare
rilevante è la sostanza, ovvero l’impegno ad approvare una legge che
estenda finalmente, come avviene nella maggioranza dei paesi europei,
diritti di cittadinanza alle coppie omosessuali. Quella di chiamarle
unioni civili può configurarsi come una massima mediazione, ma
l’importante è che nel merito vengano sanciti diritti e doveri senza
discriminazioni”.
Non la vede proprio allo stesso modo il professor Alberto Gambino,
coordinatore del gruppo di studio della Margherita sulle unioni
civili,
secondo il quale si devono “riconoscere diritti e doveri derivanti da
una situazione di fatto, ma non la forma di relazione che vi è
implicata. Resta fermo dunque l’istituto del matrimonio in quanto i
suoi presupposti giuridici e la disciplina che ne deriva costituiscono
l’unico fondamento della famiglia”. I conviventi, in pratica, avranno
dei diritti all’interno della coppia solo in quanto singoli individui.
E la relazione affettiva che li lega continuerà a non esistere
giuridicamente.
Quali possano mai essere a questo punto i diritti garantiti resta
un
mistero. Cominciamo a capire perché Marco Pannella, in
un’intervista al
“Corriere della sera”, abbia definito “pessimo” il progetto che
costituisce la base di accordo dell’Unione sulle coppie di fatto e
abbia aggiunto: “Quelli non sono patti, non funzionano, non hanno
valore pubblicistico”.
Poi c’è il solito Mastella che continua a ripetere che se nel
programma
di governo ci saranno le coppie di fatto non ci sarà lui.
Ma ciò che preoccupa ben di più è l’atteggiamento da gatte morte dei
Ds, sulla carta il primo partito dell’alleanza, che appaiono fin
troppo
ben disposti ad accettare il gioco al ribasso imposto dai cattolici.
In
fondo i Pacs erano diventati una battaglia anche loro, ci hanno
organizzato centinaia di dibattiti alle feste dell’Unità e ci hanno
perfino speso dei soldi con una campagna nazionale di affissioni
murali.
Ciononostante li hanno sacrificati senza fare una piega sull’altare
dell’amicizia con la Margherita. E si sono spinti anche un po’ più
in
là nello zelo, depennando dalla lista dei loro obiettivi politici
qualificanti la questione delle coppie omosessuali.
Ai primi di dicembre, alla conferenza programmatica dei Ds che si è
riunita a Firenze, la relazione introduttiva affidata a Pierluigi
Bersani ha evitato di nominare esplicitamente il tema, espellendolo
così ipso facto dall’elenco delle priorità politiche del partito. Solo
le vivaci proteste di gay e lesbiche diessini ce l’hanno fatto
rientrare di sghimbescio.
A correggere il tiro è stato Massimo D’Alema, rimanendo comunque sulla
difensiva: “Non c’è in noi nessuna timidezza”, ha spiegato, “né da
parte nostra c’è alcun passo indietro rispetto al diritto degli
omosessuali a vivere la propria sessualità senza temere
discriminazioni”. Sarà, ma alcuni fatterelli accaduti in giro per
l’Italia nelle ultime settimane sembrano sostenere il contrario.
A Torino, il 12 dicembre, il consiglio comunale a maggioranza di
centrosinistra ha bocciato la proposta di istituire un registro
cittadino delle unioni civili.
La cosa grave, come ha spiegato il portavoce di Gayleft Andrea
Benedino
sull’“Unità”, è che oltre a quelli della Margherita “hanno votato
contro anche numerosi consiglieri comunali diessini, al fine di
salvaguardare l’accordo per una lista unitaria in vista delle prossime
elezioni comunali, e in cambio dell’impegno del gruppo della
Margherita
a votare un generico ordine del giorno che invita il parlamento a
introdurre una normativa nazionale che regoli i diritti delle coppie
conviventi”.
La parola d’ordine, a livello locale, è diventata “se ne occupino a
Roma”. Così, dopo i Pacs, addio anche ai registri comunali delle
coppie
di fatto, che in teoria potrebbero ancora avere la loro funzione nel
fare pressione sul parlamento.
A Brescia e a Rimini, sempre governate dal centrosinistra, proposte
analoghe a quella bocciata a Torino non sono state neppure ammesse
alla
discussione, e lo stesso si sta verificando a Padova.
Resta un altro possibile strumento di pressione, la cui assenza è
almeno in parte responsabile della brutta piega che stanno prendendo
gli eventi: la voce dei gay e delle lesbiche che pubblicamente
rivendicano i propri diritti e protestano contro l’idea di
“promuoverli” a cittadini di serie C anziché solo di serie B come
sarebbe stato con i Pacs.
Il primo appuntamento utile (se non lo spostano un’altra volta) è la
manifestazione nazionale del 14 dicembre organizzata a Roma da Arcigay
e Arcilesbica.
Ma è già chiaro che se vogliamo ottenere qualcosa, in futuro dovremo
fare molto di più.
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