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È possibile studiare gli scritti
di san Francesco d'Assisi non sapendo nulla di cristianesimo?
Ovviamente sì. E studiare gli scritti di Cavour senza sapere
nulla del Risorgimento italiano? Ma certo! E magari studiare
an-che Shakespeare senza capire assolutamente nulla di teatro?
Sì, sì e sì.
Ce lo assicura Cesare Garboli, letterato italiano di “chiara
fama”, considerato il più importante studioso del poeta
omosessuale Sandro Penna (suoi sono i Penna papers, editi da
Garzanti nel 1984, che ne raccolgono la produzione postuma… e
che a p. 82 definiscono la sua omosessualità "fetore,
incurabilità della ferita che rende così diverso (...) urlante
di dolore, l'eroe che è simile a tutti gli altri").
Garboli ha infatti aperto lo scorso cinque gennaio una
recensione su "La Repubblica" con queste testuali parole: "M'intendo
poco di omosessualità, e quel poco che so, mi viene dal
sentito dire: confidenze, a-neddoti, racconti di amici (…).
Troppo poco, per saperne qualcosa".
Quest'ammissione viene dal maggiore studioso vivente di quel
certo poeta che ha scritto versi in cui sfotteva: "L'amore dei
due sessi / accentua la commedia"; che canzonava i critici
stufi di leggere sempre di sesso nelle sue poesie: "Il
problema sessuale / prende tuta la mia vita. / Sarà un bene o
sarà un male / mi do-mando ad ogni uscita"; che li
sbertucciava coi versi: "Sempre fanciulli nelle mie poesie! /
Ma io non so par-lare d'altre cose. / Le altre cose son tutte
noiose. / lo non posso cantarvi Opere Pie", che li provocava
con la poesia intitolata: "Omosessualità" (sic) che si
conclude con le parole: "All'alba s'incontrarono / i loro
corpi nudi. / Fu una cosa del tutto naturale".
Ma, soprattutto, il poeta che alla visione dell'omosessualità
come cupa tragedia che Garboli propaganda, opponeva questi
versi inequivocabili: "Moralisti. / Il mio mondo che vi pare
di catene / tutto è tessuto d'armo-nie profonde".
L'omosessualità è insomma il nucleo fondante della poesia di
Penna… ma Garboli confessa di non saperne proprio nulla.
Quindi, almeno, si astiene dal parlarne? Nossignori. Non sa
nulla, però pontifica, rassicuran-doci sul fatto che
Penna non aveva nulla a che spartire con quei buffoni di
militanti gay del giorno d'oggi: "Povero Penna! Come si
sentirebbe spaesato nella normale trasgressività di oggi, in
mezzo a tante coppie di gay che festeggiano la cerimonia di
nozze con fasci di fiori d'arancio e lancio di riso sugli
sposi".
Povero Penna sì, davvero! Lui che scriveva poesie
orgogliosamente omosessuali già in piena epoca fasci-sta, che
pagò personalmente per la sua omosessualità aperta e
orgogliosa, viene trasformato in un santino infilzato omofobo,
peggio, in un moralista come quelli che prendeva in
giro nei suoi versi!
E tutto questo grazie a quel Cesare Garboli che non sa nulla,
giura, di omosessualità (e da quel che scrive, gli crediamo!),
ma poi ingombra due colonne di giornale a discettare su un
libro di tragici amori omosessua-li (scritto da una donna
eterosessuale) dichiarandosi "debitore a un testo tragico
per me illuminante, dedi-cato (…) alla vita disperata
di un giovane e bellissimo omosessuale".
Un testo, sospira Garboli, che nulla ha a che vedere con
quella schifezza che propinano oggi i froci sotto il nome di
"cultura gay" o "queer", roba da checche: "quel sistema
espressivo fatto di trilli in falsetto, atteg-giamenti,
sculettamenti, movenze recitate e smorfiose, grimaces più o
meno involontarie che si configurano come parodia del
femminile, spesso in funzione ribelle e derisoria
dell'universo maschile. A questa semioti-ca va ricondotta
anche la varietà onomastica che definisce la tipologia
omosessuale, come checca, o zia, o l´inglese “queer” e “queen".
Purtroppo per ragioni di spazio non posso citare integralmente
questo articolo allucinante, che definisce il protagonista
omosessuale "fiore innocente e malato" e "giovane
sciagurato", l'eterosessualità "amore naturale",
l'omosessualità "vizio", "dannazione a vedere
riprodotto il proprio volto in tanti specchi", conclu-dendo:
"essere omosessuali vuol dire essere condannati a far
parte di una moltitudine sempre più emer-gente e indistinta".
Ma anche quanto ho già citato dovrebbe rendere chiaro il fatto
che questo pezzo pare scritto nel 1973 e non nel 2003: non a
caso l'articolo di giornale che scatenò la nascita del
movimento gay in Italia nel 1971 s'inti-tolava "L'omosessuale,
l'infelice che ama la propria immagine".
Eppure "la Repubblica" non è nuova a scherzi del genere: per
esempio ricordiamo tutti i forsennati attacchi di Alberto
Arbasino contro il Gay Pride in cui si sfotteva l'orgoglio gay
come "orgoglio del sedere".
E sono sempre quelle pagine, le pagine culturali, a
dimostrarsi chiuse in una bolla temporale ferma a tren-t'anni
fa, come se i redattori non leggessero mai le altre pagine del
loro giornale, se non per esecrarle.
Questa volta però l'han fatta grossa anche loro. Il pezzo di
Garboli ha suscitato un'ondata di proteste, e "La Repubblica"
al solito ha scelto di censurare tutto e non pubblicarle
(troppo imbarazzanti…) dando però la parola di nuovo a Garboli
per una contro-risposta. Questo è ciò che gli eterosessuali
chiamano par condi-cio…
E che ha fatto Garboli? Ha risposto facendo la vittima,
dicendo che è stufo del vittimismo dei froci, e che non ne può
più di leggere romanzi di checche lagnose.
Ora, di lagne, di Dolori del giovane Inverter, non se ne
pubblicano più, ad un certo livello, da decenni, a parte
proprio i libri (scritti da etero) come quello che Garboli
esalta...
Pensiamo a Tondelli, che tutto fa nei suoi romanzi fuorché
lagnarsi, a Busi, che ha già pubblicato almeno venti volte
(sotto titoli diversi) lo stesso romanzo il cui protagonista
sfida, provoca, si vanta, ma lagnarsi de-cisamente mai; a
Golinelli, con le sue farse piccoloborghesi in cui i
personaggi hanno altri problemi per la testa che lagnarsi; a
Matteo B. Bianchi, che sulle disgrazie ordinarie della
frociaggine ci ride sopra e si (e ci) diverte; a Severini, con
la sua riflessione serena e profonda, sempre speranzosa e
ironica anche nei mo-menti più toccanti; ai
divertimenti-thriller di Farinetti; alla recentissima
generazione dei Mancassola e dei Cerchierini… ma queste lagne,
dove stanno? Dove sono i personaggi che si piangono addosso?
In realtà la risposta di Garboli acquista senso solo se si
capisce che le "lagne" per lui non sono altro che le analisi e
le denunce, i rifiuti di quei "drammi esistenziali" che
a lui invece piacciono tanto.
Come tanti altri reazionari (Alberto Arbasino, Dominique
Fernandez, Camille Paglia), anche e soprattutto gay, Garboli
ci dice che l'omosessualità era una condizione migliore quando
gli omosessuali non facevano tutte queste rivendicazioni, "non
festeggiavano la cerimonia di nozze con fiori d'arancio",
tacevano, soffriva-no e morivano… come il protagonista del
romanzo che tanto piace a lui.
Ci spiace per Garboli e per gli omofobi redattori della pagina
culturale della "Repubblica", ma quei tempi so-no finiti. Non
a caso se quei bei romanzi di una volta in cui l'omosessualità
era tragedia gli etero li vogliono proprio leggere, ora se li
devono scrivere da sé.
È già qualcosa.
Alcuni siti per approfondire:
http://www.la-poesia.it/public/indici/..\indici\_penna.htm
(oltre duecento poesie di Sandro Penna).
http://digilander.libero.it/CarMan/caropier/studies2.htm (CaroPier
- Studi gay su Piervittorio Tondelli, altro caso drammatico di
scrittore gay monopolizzato da ricercatori cattolici e omofobi).
http://www.francescognerre.it/ (il sito dell'autore de
L'eroe negato, il più accreditato studioso dell'omoses-sualità
nella letteratura italiana).
http://it.groups.yahoo.com/group/OmELette/ (OmELette,
lista di discussione su omosessualità e letteratu-ra).
http://digilander.libero.it/giovannidallorto/biografie/penna/penna.html
(una mia pagina biografica su Penna).
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