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State
ancora leggendo? Se sì (come spero), iniziamo dal punto uno:
l'analisi degli errori - e dei retroscena - del passato.
La
storia dei Gay Pride ha visto incrociarsi fino a oggi due
forme di conflitto: una esterna (gay contro discriminazioni
eterosessuali) ed una interna (gay contro gay, per conquistare
il controllo di questo tipo di protesta sociale).
La prima la conoscono tutti, perciò qui mi concentro sulla
seconda, meno nota ma altrettanto influente.
Dicendo
le cose molto in breve, il Pride nazionale nacque come sforzo unitario
di tutti gay, a Roma, nel 1994. All'epoca non sapevamo quanto
potesse essere diffusa la "fierezza gay": si
aspettavano mille persone, mentre ne arrivarono ben diecimila.
Insomma, il
primo Pride nazionale fu un successo e rivelò un mondo gay più
maturo del previsto, così le associazioni gay, riunite in un
comitato promotore, decisero di ripeterlo ogni anno in una
città diversa: a Bologna, a Roma, a Napoli, a Verona… dove
dal palco Franco Grillini lanciò l'idea di un grande Gay
Pride a Roma per il 2000, in occasione del Giubileo.
E
qui vennero i guai.
Riassumere
quasi dieci anni di storia in poche righe costringe a
semplificare troppo ma, visto che semplificare occorre,
diciamo che gli ultimi dieci anni
del movimento gay si capiscono meglio leggendoli attraverso il
conflitto tra Arcigay-Arcilesbica da un lato e circolo
"Mario Mieli" di Roma dall'altro. In
apparenza una battaglia fra più di trenta circoli e un
circolo solo è decisa in partenza, ma non è così. Il Mieli
poteva infatti contare sulle entrate del locale "Mucca
assassina", che gli hanno garantito sempre un bilancio
notevolmente superiore a quello dell'intero Arcigay. Inoltre
all'epoca nell'Arcigay alcuni circoli locali erano in urto con
la sede centrale, e quindi accolsero il Mieli come un alleato.
L'antagonismo
fra le due associazioni era esplicito fin da quando Debora De
Cave, allora presidente del Mieli, aveva federato a fine 1994
i gruppi non Arcigay in "Azione omosessuale", che
visse fino al 1997.
Contemporaneamente
il Mieli fece leva sulla contraddizione fra le due anime
inconciliabili (politica e commerciale) di Arcigay, puntando
sulla critica allo "strapotere dei locali"
("Mucca Assassina" esclusa, ovviamente) e alleandosi
coi circoli Arcigay che intendevano limitare il potere
decisionale della dirigenza centrale (questi circoli sarebbero
poi usciti all'inizio del 1997 per formare i Cobagal, un'altra
federazione, che sparì rapidamente).
Nel
comitato organizzatore del World Pride l'attrito crebbe finché
Arcigay nazionale ne uscì, lasciando libertà ai singoli
circoli di restarvi. I circoli rimasti, però, si accorsero
che il Mieli non intendeva ridistribuire le fette di potere
eventualmente strappate, e così nel comitato organizzatore
del World Pride alla fine rimase il solo Mieli.
Fu
un momento molto pericoloso, che rischiò di trasformare in
una catastrofe per tutti il World Pride, e dimostrò nei fatti
che il principio secondo cui "solo uniti si vince"
non è un vuoto slogan.
Arcigay
organizzò infatti due Pride per conto suo (a Venezia nel 1997
e a Como nel 1998), arrivando al massimo a 5000 raccogliticce
presenze, dimostrando di avere sopravvalutato le proprie
forze. In più continuava ad essere squassata dalle polemiche
interne fra destra e sinistra e fra Centro e Provincia.
Tuttavia
anche la successione dei Pride a Roma (organizzati da Mieli e
Cobagal), che doveva costruire anno dopo anno l'evento culmine
del World Pride, a cui il Mieli chiamava addirittura un
milione di partecipanti, vide secondo le stime più ottimiste
circa 7.000 persone nel 1998 e 5.000 nel 1999. In altre
parole, i manifestanti, stufi di polemiche, diminuivano
anziché aumentare.
Rimasto
solo nella trappola in cui s'era cacciato il Mieli se la vide
brutta, e così ci furono perfino alcuni suoi rappresentanti
che sui giornali si rivolsero a "Sua Santità"
rassicurandola sul fatto che in nessun modo il World Pride
conteneva la benché minima critica alla Santa Religione
cattolica… Fu il punto più basso della polemica, e la
dimostrazione del fatto che pure il Mieli aveva sopravvalutato
le proprie forze.
Ci
si salvò, come nei film, per il rotto della cuffia. Per
ragioni che nulla avevano a che fare con i gay, l'ala destra
della Curia (Ruini e l'Opus
Dei) decise di usare il World Pride come grimaldello per
scardinare l'alleanza fra sinistra politica italiana e
sinistra cattolica, per favorire il passaggio a un governo di
centro-destra più favorevole alle sue richieste. Creò così
un clamoroso "caso di coscienza" ai cattolici del
centro-sinistra, di cui parlò l'Italia intera: la manovra gli
riuscì talmente bene che perfino la sinistra laica
ebbe sbandamenti paurosi (ricordate le vergognose
dichiarazioni di Amato, Rutelli e compagnia?).
Per
fortuna la manovra politica ebbe anche l'effetto non certo
voluto di catapultare sulla scena politica i gruppi gay, che
contro ogni aspettativa seppero sfruttare l'occasione perché
capirono all'ultimo istante che o si vinceva tutti o si
perdeva tutti e misero il tappo alle polemiche. Anche noi di
“Pride” mettemmo da parte le polemiche, ed anzi
organizzammo un treno per portare i manifestanti a Roma.
Ritrovata
l'unità e diventati simbolo della battaglia dei diritti
civili per tutti, i gay ottennero il trionfo inatteso che
ricordiamo.
Questa
è la situazione che ci ha lasciato il 2000 (e siamo al mio
secondo punto). Il 2001 poteva: o
riaccendere le polemiche, o creare le condizioni per
superarle, infine. È avvenuta la seconda cosa, e il 2001 si
è rivelato il punto di svolta atteso da molti anni. In
particolare le novità sono state:
-
s'è svegliata (con l'oceanico Pride) Milano, capitale
culturale e commerciale del mondo gay italiano ma finora città
irrilevante nella politica gay.
-
è stata superata dai fatti la pretesa del Mieli di un solo
Pride sempre a Roma (i Pride sono ormai quattro).
-
entrambi i contendenti hanno imparato la lezione e rinunciato
all'idea di un'egemonia sul movimento gay. Del resto Imma
Battaglia è uscita dal Mieli formando un suo gruppo che mette
in discussione la stessa egemonia del Mieli a Roma, mentre
l'Arcigay con oltre 100.000 tesserati soffre cronicamente più
di difficoltà a gestire l'esistente che d'eccessivo appetito.
-
alcuni gay, quelli "antagonisti", si sono staccati
da entrambi i contendenti e fanno politica a sé.
Litigiosissimi, rendono impensabile non dico
un'"egemonia", ma addirittura un banale
coordinamento. Ciò implica che ogni progetto richiederà
d'ora in poi alleanze "a geometria variabile", da
discutere volta per volta.
-
Arcigay e Mario Mieli hanno ricominciato a parlarsi. Non dico
si amino, ma ci sono le condizioni per tornare all'accordo
almeno operativo.
-
Ma la vera novità
è stata la trasformazione del senso del Gay Pride stesso.
Centomila persone (complessive) non possono essere tutte
militanti "duri e puri": è palese che qui si è
mosso finalmente, come da anni avviene nei Paesi stranieri,
"il popolo dei locali". È una rivoluzione.
Inoltre,
ho già scritto lo scorso anno che credo che il carattere di
festa della manifestazione stia prevalendo, a mio parere
inevitabilmente, perché aumentando il numero dei partecipanti
la quantità di motivazioni per partecipare aumenta a
dismisura. E questo aumento porta al punto in cui il minimo
comun denominatore per tutti
resta solo l'esserci, lo stare assieme, cioè la festa. Ma se
questo è il prezzo da pagare per avere le centinaia di
migliaia di gay in piazza, che festa sia, e sia perfino
Carnevale, come a Sidney.
Punto
tre: alcuni commenti personali.
-
L'aumento del numero dei Pride pone il problema di individuare
ogni anno le città principali su cui concentrarsi: non si può
essere ovunque.
La
soluzione potrebbe essere andare ogni anno sia
ad un Pride eletto a rotazione come quello
"unitario" (è ora di tornare all'unità!), sia
a quello più vicino alla propria zona. Il bisogno di agire
tutti assieme in un unico
luogo non è infatti in contrasto con l'importanza di
manifestarci in primo luogo là dove viviamo. Sono due bisogni
altrettanto
importanti.
Per
esempio, quest'anno a me pare che con quel che sta accadendo a
Padova vi si possa ripetere la saldatura fra questione dei
diritti civili e questione dei diritti gay che a Roma ci ha già
garantito un successo.
Io
andrò quindi a Padova non per sconfessare puerilmente Milano
(dove infatti sarò presente: è la mia città) o Roma o
Catania, bensì perché è utile concentrare le nostre poche
forze ogni anno là dove si crea un nodo di conflitti che
punta a privarci dei diritti civili. Quest'anno questo luogo
è Padova, il prossimo anno potrebbe essere Torino, Napoli o
Roma stessa. Si vada dove si deve, purché si ricordi sempre
che in politica, al contrario che nello sport, la regola è:
"L'importante è vincere, non partecipare"…
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In secondo luogo, mi pare che stiamo ancora soffrendo del
fatto che non tutti hanno capito che fare
militanza gay significa portare i bisogni dei gay ognuno
all'interno del partito o chiesa o associazione per cui
simpatizza, e non l'opposto, come avviene adesso.
Ognuno è
libero di militare per quello che preferisce, ma non capisco
perché i comunicati stampa inviatimi dai vari gruppi
"gay" parlano sempre e solo delle esigenze dei loro
gruppi e mai di quelle dei gay, e parlano di quello che devono
e possono fare i gay per i loro gruppi, di destra o di
sinistra o di centro che siano. Mai dell'opposto…
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Per finire, una volta di più, l'unità è importante. In
politica due più due fa cinque. Io vedo i Pride come il
momento di incontro di tutti
i gay in quanto
gay. Non mi interessa se il gay accanto a me sia berlusconiano
o comunista, checca o macho, militante o disimpegnato. Mi
importa solo che qui ed ora, in questo momento, entrambi siamo
d'accordo su una cosa: che essere omosessuali è bello, che
qui ed oggi noi siamo fieri di essere quel che siamo, che
siamo fieri delle persone che amiamo e che ci fanno dono del
loro amore, e che vogliamo combattere per avere il diritto di
viverlo. Tutto qui. Domani, torneremo ad essere diversi, con
interessi diversi. Ma oggi, qui, abbiamo richieste e bisogni comuni.
Il
resto è mancia, e l'indomani ne discuterò nei luoghi dove si
trovano altri (gay e non gay) che la pensano come me. Ma se
per un giorno all'anno il tema è la giustizia per
i gay, dove l'accento va tutto sulla parola gay,
credo che il mondo non crollerà.
Almeno
spero.
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