ClubClassic.net - Gay Web - Home

 

- ClubClassic.net News -
inserisci la tua email qui:



Gay Cartoons
: disegni e fumetti made in japan.



Racconti Erotici:

le storie più intriganti e provocanti mai raccontate
 sul web.


LOGHI e SUONERIE!!!


 

 

 

 

 

 

 

 

 

  Home

  :: Pride ::

  
IL MENSILE GAY ITALIANO                        Numero 34 - Aprile 2002

L'IMPORTANTE E' VINCERE, NON PARTECIPARE

 Editoriale "Pride" Marzo 2002

Ogni tanto occorre far pulizia, e tirare fuori le cose dagli armadi, scheletri inclusi. Perché per migliorare occorre sapere andare oltre gli errori commessi e le polemiche.

Si riparla di Gay Pride, e io so di avere solo un paio di frasi per convincervi che questo articolo non è "ancora un'altra menata noiosa sul Pride" da evitare. E siccome una frase l'ho già usata, la seconda la uso per specificare che qui parlerò di tre cose: degli errori che per poco non fecero fallire il World Pride del 2000 (l'inizio del nostro successo), dei cambiamenti che rendono oggi meno probabili tali errori, e di alcune proposte per adattare il Pride ai cambiamenti avvenuti.  

State ancora leggendo? Se sì (come spero), iniziamo dal punto uno: l'analisi degli errori - e dei retroscena - del passato.

La storia dei Gay Pride ha visto incrociarsi fino a oggi due forme di conflitto: una esterna (gay contro discriminazioni eterosessuali) ed una interna (gay contro gay, per conquistare il controllo di questo tipo di protesta sociale). La prima la conoscono tutti, perciò qui mi concentro sulla seconda, meno nota ma altrettanto influente.

Dicendo le cose molto in breve, il Pride nazionale nacque come sforzo unitario di tutti gay, a Roma, nel 1994. All'epoca non sapevamo quanto potesse essere diffusa la "fierezza gay": si aspettavano mille persone, mentre ne arrivarono ben diecimila.

Insomma, il primo Pride nazionale fu un successo e rivelò un mondo gay più maturo del previsto, così le associazioni gay, riunite in un comitato promotore, decisero di ripeterlo ogni anno in una città diversa: a Bologna, a Roma, a Napoli, a Verona… dove dal palco Franco Grillini lanciò l'idea di un grande Gay Pride a Roma per il 2000, in occasione del Giubileo.

E qui vennero i guai.

Riassumere quasi dieci anni di storia in poche righe costringe a semplificare troppo ma, visto che semplificare occorre, diciamo che gli ultimi dieci anni del movimento gay si capiscono meglio leggendoli attraverso il conflitto tra Arcigay-Arcilesbica da un lato e circolo "Mario Mieli" di Roma dall'altro. In apparenza una battaglia fra più di trenta circoli e un circolo solo è decisa in partenza, ma non è così. Il Mieli poteva infatti contare sulle entrate del locale "Mucca assassina", che gli hanno garantito sempre un bilancio notevolmente superiore a quello dell'intero Arcigay. Inoltre all'epoca nell'Arcigay alcuni circoli locali erano in urto con la sede centrale, e quindi accolsero il Mieli come un alleato.

L'antagonismo fra le due associazioni era esplicito fin da quando Debora De Cave, allora presidente del Mieli, aveva federato a fine 1994 i gruppi non Arcigay in "Azione omosessuale", che visse fino al 1997.

Contemporaneamente il Mieli fece leva sulla contraddizione fra le due anime inconciliabili (politica e commerciale) di Arcigay, puntando sulla critica allo "strapotere dei locali" ("Mucca Assassina" esclusa, ovviamente) e alleandosi coi circoli Arcigay che intendevano limitare il potere decisionale della dirigenza centrale (questi circoli sarebbero poi usciti all'inizio del 1997 per formare i Cobagal, un'altra federazione, che sparì rapidamente).

Nel comitato organizzatore del World Pride l'attrito crebbe finché Arcigay nazionale ne uscì, lasciando libertà ai singoli circoli di restarvi. I circoli rimasti, però, si accorsero che il Mieli non intendeva ridistribuire le fette di potere eventualmente strappate, e così nel comitato organizzatore del World Pride alla fine rimase il solo Mieli.

Fu un momento molto pericoloso, che rischiò di trasformare in una catastrofe per tutti il World Pride, e dimostrò nei fatti che il principio secondo cui "solo uniti si vince" non è un vuoto slogan.

Arcigay organizzò infatti due Pride per conto suo (a Venezia nel 1997 e a Como nel 1998), arrivando al massimo a 5000 raccogliticce presenze, dimostrando di avere sopravvalutato le proprie forze. In più continuava ad essere squassata dalle polemiche interne fra destra e sinistra e fra Centro e Provincia.

Tuttavia anche la successione dei Pride a Roma (organizzati da Mieli e Cobagal), che doveva costruire anno dopo anno l'evento culmine del World Pride, a cui il Mieli chiamava addirittura un milione di partecipanti, vide secondo le stime più ottimiste circa 7.000 persone nel 1998 e 5.000 nel 1999. In altre parole, i manifestanti, stufi di polemiche, diminuivano anziché aumentare.

Rimasto solo nella trappola in cui s'era cacciato il Mieli se la vide brutta, e così ci furono perfino alcuni suoi rappresentanti che sui giornali si rivolsero a "Sua Santità" rassicurandola sul fatto che in nessun modo il World Pride conteneva la benché minima critica alla Santa Religione cattolica… Fu il punto più basso della polemica, e la dimostrazione del fatto che pure il Mieli aveva sopravvalutato le proprie forze.

Ci si salvò, come nei film, per il rotto della cuffia. Per ragioni che nulla avevano a che fare con i gay, l'ala destra della Curia (Ruini e l'Opus Dei) decise di usare il World Pride come grimaldello per scardinare l'alleanza fra sinistra politica italiana e sinistra cattolica, per favorire il passaggio a un governo di centro-destra più favorevole alle sue richieste. Creò così un clamoroso "caso di coscienza" ai cattolici del centro-sinistra, di cui parlò l'Italia intera: la manovra gli riuscì talmente bene che perfino la sinistra laica ebbe sbandamenti paurosi (ricordate le vergognose dichiarazioni di Amato, Rutelli e compagnia?).

Per fortuna la manovra politica ebbe anche l'effetto non certo voluto di catapultare sulla scena politica i gruppi gay, che contro ogni aspettativa seppero sfruttare l'occasione perché capirono all'ultimo istante che o si vinceva tutti o si perdeva tutti e misero il tappo alle polemiche. Anche noi di “Pride” mettemmo da parte le polemiche, ed anzi organizzammo un treno per portare i manifestanti a Roma.

Ritrovata l'unità e diventati simbolo della battaglia dei diritti civili per tutti, i gay ottennero il trionfo inatteso che ricordiamo.

Questa è la situazione che ci ha lasciato il 2000 (e siamo al mio secondo punto). Il 2001 poteva: o riaccendere le polemiche, o creare le condizioni per superarle, infine. È avvenuta la seconda cosa, e il 2001 si è rivelato il punto di svolta atteso da molti anni. In particolare le novità sono state:

- s'è svegliata (con l'oceanico Pride) Milano, capitale culturale e commerciale del mondo gay italiano ma finora città irrilevante nella politica gay.

- è stata superata dai fatti la pretesa del Mieli di un solo Pride sempre a Roma (i Pride sono ormai quattro).

- entrambi i contendenti hanno imparato la lezione e rinunciato all'idea di un'egemonia sul movimento gay. Del resto Imma Battaglia è uscita dal Mieli formando un suo gruppo che mette in discussione la stessa egemonia del Mieli a Roma, mentre l'Arcigay con oltre 100.000 tesserati soffre cronicamente più di difficoltà a gestire l'esistente che d'eccessivo appetito.

- alcuni gay, quelli "antagonisti", si sono staccati da entrambi i contendenti e fanno politica a sé. Litigiosissimi, rendono impensabile non dico un'"egemonia", ma addirittura un banale coordinamento. Ciò implica che ogni progetto richiederà d'ora in poi alleanze "a geometria variabile", da discutere volta per volta.

- Arcigay e Mario Mieli hanno ricominciato a parlarsi. Non dico si amino, ma ci sono le condizioni per tornare all'accordo almeno operativo.

- Ma la vera novità è stata la trasformazione del senso del Gay Pride stesso. Centomila persone (complessive) non possono essere tutte militanti "duri e puri": è palese che qui si è mosso finalmente, come da anni avviene nei Paesi stranieri, "il popolo dei locali". È una rivoluzione.

Inoltre, ho già scritto lo scorso anno che credo che il carattere di festa della manifestazione stia prevalendo, a mio parere inevitabilmente, perché aumentando il numero dei partecipanti la quantità di motivazioni per partecipare aumenta a dismisura. E questo aumento porta al punto in cui il minimo comun denominatore per tutti resta solo l'esserci, lo stare assieme, cioè la festa. Ma se questo è il prezzo da pagare per avere le centinaia di migliaia di gay in piazza, che festa sia, e sia perfino Carnevale, come a Sidney.

 

Punto tre: alcuni commenti personali.

- L'aumento del numero dei Pride pone il problema di individuare ogni anno le città principali su cui concentrarsi: non si può essere ovunque.

La soluzione potrebbe essere andare ogni anno sia ad un Pride eletto a rotazione come quello "unitario" (è ora di tornare all'unità!), sia a quello più vicino alla propria zona. Il bisogno di agire tutti assieme in un unico luogo non è infatti in contrasto con l'importanza di manifestarci in primo luogo là dove viviamo. Sono due bisogni altrettanto importanti.

Per esempio, quest'anno a me pare che con quel che sta accadendo a Padova vi si possa ripetere la saldatura fra questione dei diritti civili e questione dei diritti gay che a Roma ci ha già garantito un successo.

Io andrò quindi a Padova non per sconfessare puerilmente Milano (dove infatti sarò presente: è la mia città) o Roma o Catania, bensì perché è utile concentrare le nostre poche forze ogni anno là dove si crea un nodo di conflitti che punta a privarci dei diritti civili. Quest'anno questo luogo è Padova, il prossimo anno potrebbe essere Torino, Napoli o Roma stessa. Si vada dove si deve, purché si ricordi sempre che in politica, al contrario che nello sport, la regola è: "L'importante è vincere, non partecipare"…

- In secondo luogo, mi pare che stiamo ancora soffrendo del fatto che non tutti hanno capito che fare militanza gay significa portare i bisogni dei gay ognuno all'interno del partito o chiesa o associazione per cui simpatizza, e non l'opposto, come avviene adesso.

Ognuno è libero di militare per quello che preferisce, ma non capisco perché i comunicati stampa inviatimi dai vari gruppi "gay" parlano sempre e solo delle esigenze dei loro gruppi e mai di quelle dei gay, e parlano di quello che devono e possono fare i gay per i loro gruppi, di destra o di sinistra o di centro che siano. Mai dell'opposto…

- Per finire, una volta di più, l'unità è importante. In politica due più due fa cinque. Io vedo i Pride come il momento di incontro di tutti i gay in quanto gay. Non mi interessa se il gay accanto a me sia berlusconiano o comunista, checca o macho, militante o disimpegnato. Mi importa solo che qui ed ora, in questo momento, entrambi siamo d'accordo su una cosa: che essere omosessuali è bello, che qui ed oggi noi siamo fieri di essere quel che siamo, che siamo fieri delle persone che amiamo e che ci fanno dono del loro amore, e che vogliamo combattere per avere il diritto di viverlo. Tutto qui. Domani, torneremo ad essere diversi, con interessi diversi. Ma oggi, qui, abbiamo richieste e bisogni comuni.

Il resto è mancia, e l'indomani ne discuterò nei luoghi dove si trovano altri (gay e non gay) che la pensano come me. Ma se per un giorno all'anno il tema è la giustizia per i gay, dove l'accento va tutto sulla parola gay, credo che il mondo non crollerà.

Almeno spero.  

di Giovanni Dall'Orto     

Torna a RASSEGNA STAMPA di Pride

Aggiungi ClubClassic.net ai Preferiti Imposta ClubClassic.net come pagina iniziale