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L'avvocato (Parte II)

 ( Parte I )

Edmondo era andato al funerale della suicida, lui sapeva di 
essere solo come lei, era anche lui a rischio di precipitare nel 
baratro. C’era anche Paolo al funerale, il paese poi era accorso 
in massa, ma ora era un po’ tardi. Doveva essersi sparso in giro 
il contenuto dell’ultimo colloquio con loro prima di buttarsi sotto il 
treno. Edmondo lo aveva detto ad Antonio, il suo giardiniere, poi 
alla donna che gli faceva le pulizie in casa, il paese era piccolo, le 
voci volavano. Paolo doveva averlo sicuramente detto a qualcun 
altro, i verbali dei carabinieri magari erano segreti in onore della 
privacy, in onore della privacy si poteva morire di solitudine.
Il giorno dopo il funerale aveva finito di leggere i pochi fascicoli 
restanti di Laura, ora era veramente disoccupato, decise di 
andare di nuovo alla stazione, voleva conoscere meglio Paolo, gli 
era risultato simpatico, voleva conoscerlo meglio.
Lo trovò in una pineta, era quasi a due chilometri dalla stazione 
sotto i segnali di avviso. Gli avevano detto gli operai che si 
trovava là. 
“ha tempo per fare 4 chiacchiere?”
“certamente, io qui sono di troppo per ora. Sono direttore di un 
cantiere con 12 operai. Per occuparmi a tempo pieno ci vorrebbe 
un cantiere di almeno 60 operai, ma arriveranno tra poco. Ma non 
so se ci sarò a quel punto.”
“lei non vuole essere impegnato a tempo pieno o verrà 
trasferito?”
“Non è quello il problema.
Non se lei ha osservato come scarichiamo le bobine. Noi 
carichiamo e scarichiamo bobine da 2, 3 tonnellate a mano 
quando sarebbe obbligatorio per legge avere dei mezzi di 
sollevamento. Se capita qualcosa sono tutte grane per me. Per 
ora ci sono tutti operai esperti, posso stare tranquillo, almeno fino 
ad un certo punto. Potrebbe sempre succedere qualche fatto 
imprevedibile come che si rompa una bobina. Se si rompe una 
bobina attaccata alla gru non succede niente ma se si rompe una 
bobina che viene caricata a mano, uno vicino può anche farsi 
molto male, ma questo è un evento improbabile. Prima che ci 
fossero le gru si movimentavano tutte le bobine a mano, anche 
più grosse e non ci si faceva male, ma era tutta gente che sapeva 
come si faceva. 
Tra un po’ il cantiere dovrà triplicare ed a quel punto 
assumeranno molta gente inesperta, anche non giovane ma che 
non ha fatto di queste manovre a mano, e quindi sarà facile che 
qualcuno si faccia male, ed a quel punto io sono penalmente 
perseguibile. 
Sarebbero necessari alcuni giorni di apprendimento in modo che 
siano in grado di lavorare bene senza rischiare, si dovrebbe 
assumerli pochi alla volta per insegnare loro, ma invece verranno 
assunti a dozzine e mandati in cantiere allo sbaraglio con magari 
un solo operaio esperto.
Ma i signori che comandano la danza preferiscono risparmiare e 
fare rischiare il capo cantiere, io ho già detto che quando si 
assumerà gente nuova, se non abbiamo i mezzi prescritti dalla 
legge fermo il cantiere e mi faccio licenziare.”
“ma come mai le ditte sono così avare?”
“qui è tutto un mordi e fuggi. Sono lavori che termineranno tra 3 
anni, 4 al massimo. Tra 4 anni le ditte che fanno questi lavori 
saranno svuotate, quindi cercano di spolpare l’osso più che 
possono adesso.”
“Secondo lei questo sarebbe evitabile?”
“certamente sarebbe evitabile, ma per evitare certe situazioni 
bisogna per prima cosa capirle e per seconda cosa volerle 
evitare.
Si è capito in buona parte che cosa sta succedendo ma non si ha 
nessuna voglia di evitarlo.”
“Ma le ferrovie risparmieranno molti soldi con questi lavori?”
“le ferrovie forse sì, ma nemmeno moltissimi, ma certamente la 
collettività non risparmierà nulla.”
“Si spieghi meglio.”
“Io posso dirle come sono i conti.
Con questa bella operazione si sopprimono 22 stazioni, 22 
stazioni saranno impresenziate. Questo significa che verranno 
risparmiate, facendo tutti i conti 195 persone, che sono il 
personale di stazione attuale. 
Il costo di questa operazione è di 117 miliardi per quello che 
posso vedere io facendo il conto di tutte le gare d’appalto inerenti 
questo progetto, facendo la semplice addizione. Però ci sono 
altre gare d’appalto che riguardano la stessa operazione che 
sono fatte a livello nazionale e quindi non mi è possibile stabilire 
con esattezza quale sia la parte della spesa che riguarda questo 
tratto di linea, io ho fatto una stima di altri 45 miliardi e siamo a 
162. Ho supposto che il costo chilometrico di certe forniture sia 
uguale in tutta Italia, ho diviso per i chilometri di linea che 
vengono centralizzati. Mi sarò sbagliato ma non di molto. Poi 
stanno uscendo fuori altri costi imprevisti per 12 miliardi finora, e 
siamo già 174. A questo punto si può pensare che sopprimere un 
posto di lavoro costi quasi un miliardo, e se ascoltiamo i Soloni 
dell’economia, direbbero che è una cifra ragionevole.
Possiamo pensare che questa cifra venga raccolta con i buoni 
del tesoro, adesso costano allo stato il 4% l’anno, uno stipendio 
costa mediamente alle ferrovie 60 milioni, dicono. Si pagano 40 
milioni di interessi e se ne risparmiano 60, ci sono 20 milioni 
all’anno di risparmio. Questi 20 milioni servono per restituire il 
capitale: in 40 anni si restituisce il capitale. Non so quale banca 
finanzierebbe questa operazione.”
“lei non sembra proprio convinto!”
“lo stipendio medio di un ferroviere costa 60 milioni, ma questa 
operazione non elimina personale dirigente ma impiegati di 
stazione, quindi elimina stipendi medio bassi, tanto per 
incominciare. Ci sarà un posto centrale in cui dovranno esserci 
parecchie persone, dovranno essere aumentate le persone che 
curano la manutenzione. Due giorni fa ho fatto un sopralluogo in 
una stazione che già tuttora è impresenziata, siamo arrivati 
appena in tempo. Se fossimo arrivati un paio d’ore dopo si 
sarebbe allagata tutta la sala relè e la linea sarebbe rimasta 
quasi bloccata per diverse ore. Le strutture attuali non sono 
adatte per delle stazioni impresenziate, ci saranno ulteriori spese 
da fare, e si dovrà aumentare il personale addetto alla 
manutenzione. Sicuramente il risparmio non sarà di 195 persone, 
ma al massimo di 125 se contiamo i turni rinforzati al posto 
centrale e il personale di manutenzione ed emergenza.”
“quindi secondo lei ferrovie automatizzando non 
risparmieranno?”
“forse qualcosa risparmieranno ma soprattutto scaricheranno 
sulla collettività dei costi. 195 persone resteranno senza lavoro, 
qualcuno verrà riciclato nella manutenzione o in altri lavori, molti 
saranno prepensionati con un notevole aggravio delle spese per 
la collettività, ma questo costo non figurerà nel bilancio delle 
ferrovie e l’economicità dell’operazione è salva all’apparenza. 
Non so quanto risparmio ci sarà in senso reale. Inoltre le stazioni 
impresenziate sono soggette al vandalismo, alle aggressioni, non 
ci saranno più servizi igienici per i viaggiatori, non sempre è 
facile trovare il biglietto. Non si possono togliere delle persone ed 
avere lo stesso servizio di prima.”
“Ma anche le ferrovie straniere hanno fatto operazioni analoghe.”
“Ed i costi di gestione delle ferrovie sono aumentati anche là. I 
costi del viaggio in treno oggigiorno sono molto alti, eppure il 
treno dovrebbe essere il mezzo economico, invece i costi di 
gestione continuano ad essere alti ovunque. Non sta a me 
giudicare e non ho tutti gli elementi per giudicare nel mio piccolo, 
ma dalle poche cose che vedo, i costi di questa operazione sono 
alti per la collettività. Basta fare il conto dell’oste, l’addizione e ci 
si spaventa, e fare l’addizione non è difficile, basta fare la somma 
di tutti gli appalti che riguardano questo lavoro. Io per ora prendo 
il pane da questo, ma per poco tempo.”
“Lei non automatizzerebbe?”
“lo farei in modo più lento senza fare gonfiare le ditte e poi 
sgonfiarle, e tenendo i costi più bassi: tutte queste operazioni 
vengono fatte a costi molto elevati, secondo me. Vede questa 
stazione? Verrà centralizzata. Ora ci sono 24 telai di relè, per 
centralizzarla se ne aggiungeranno 26. Aggiungere 26 telai vuol 
dire fare delle opere murarie, scavi ed una serie di cose. Una 
sana progettazione all’antica, non ne avrebbe aggiunto neppure 
uno probabilmente, ma un progetto simile avrebbe dovuto essere 
fatto all’interno da dei ferrovieri, sarebbero occorse 2000 di ore 
di progetto raffinate, ma non si sarebbe mai interrotto il servizio, i 
ferrovieri sono capacissimi di portare avanti modifiche senza 
interrompere l’esercizio, loro conoscono a menadito le stazioni. 
Sarebbe stata la soluzione più razionale ed economica alla fine.
Io non sarei qui a lavorare, ma non è questo il problema e non è 
questo il modo di risolverlo. E in ogni caso, io tra 6 mesi sarò 
probabilmente un disoccupato, lo sarò certamente tra due anni. 
Noi italiani non diamo un sussidio ai disoccupati, a differenza di 
quello che succede nel resto d’Europa, ma in compenso 
facciamo lavori di questo tipo.
Ma non è questo il mio problema, riprenderò a fare lo 
scavatorista, ho l’abilitazione, l’ho già fatto diverse volte, andrò 
ancora a farlo una volta.
Queste punte di lavoro genereranno tra un anno o due un sacco 
di cassa integrati che saranno un altro costo per la società. 
D’altra parte questo tipo di lavoro è praticamente esecutivo, 
esige un investimento minimo per le aziende, incassano senza 
pensare al futuro, molte di esse ridurranno il personale o ne 
saranno libere a causa delle assunzioni a termine, questo modo 
di appaltare favorisce il lavoro mordi, licenzia e fuggi.
Sono aziende di manovalanza o con specializzazioni molto 
semplici, non sono affatto in grado di convertirsi e rigenerarsi. 
Diamo un po’ di soldi pubblici ad aziende decotte.”
“lei non è molto convinto dell’azienda in cui lavora! Lei sputa nel 
piatto in cui mangia.”
“questo è vero, me ne dispiace anche ma è così.”
“perché lei lo mangia? Lei sa 4 lingue, lei può andare in capo al 
mondo. Io dico 4 ma forse ne sa di più. Inglese, francese, 
tedesco, spagnolo, tutto qui?”
“russo.”
“ci voleva anche il russo. D’accordo. D’altra parte ci vogliono 5 
lingue per fare lo scavatorista. Senza il russo che scavatorista 
sarebbe?
Lei che cosa pensa della sua attuale ditta?”
“quello che penso di tutte le ditte che stanno partecipando a 
questi lavori, c’è stato un diluvio di soldi che ha fatto espandere 
ditte che sanno già che dovranno contrarsi tra alcuni anni. Si 
stanno organizzando tutte per guadagnare il più possibile e 
potersi ridurre nel modo più indolore possibile. Queste ditte 
stanno cercando carne da cannoni come non mai. Con la 
complicità delle ferrovie che hanno creato i presupposti per un 
simile tipo di speculazione.”
“secondo lei quindi si sarebbe dovuto fare tutto con più calma 
utilizzando il più possibile le risorse interne? Ma in questo modo 
si creano posti di lavoro anche se temporanei.”
“i posti di lavoro sono frutto di idee, di conoscenza, noi stiamo 
facendo appalti nazionali per lavori di manovalanza o quasi. 
Questo non è creare posti di lavoro. Lei vede quei 12 operai, 
stanno stendendo cavi e vengono da 1000 chilometri di qui, 
perché la ditta appaltatrice arriva di là. Bastava assumere 4 
ferrovieri di più e lo stesso lavoro sarebbe stato fatto nel giro di 
diversi anni, ma a prezzi più bassi sia per la ferrovia che per la 
collettività. Sarebbe stato un processo lento però la ferrovia non 
avrebbe avuto esuberi, avrebbe avuto tempo per convertire il 
personale, la soluzione sarebbe stata molto più tecnica, la 
progressività dell’operazione avrebbe limitato gli errori e gli 
imprevisti. 
Ma questo vorrebbe dire cambiare tutto il modo di ragionare, non 
so se mai ci riusciremo, o se sia possibile, io vedo le cose dal 
mio angolo di osservazione.”
Dal suo angolo di osservazione…. L’ingegnerino aveva le idee 
più chiare dei direttori generali che avevano deciso tutti quegli 
impianti, il giovanotto faceva il suo lavoro ma vedeva lontano, 
raccoglieva dati, analizzava tutto e viveva con un lavoro precario. 
Una persona così avrebbe dovuto avere un incarico importante 
invece di stare a fare il parafulmine in un cantiere di gente che 
posava cavi.
Si congedò da Paolo, ma prima si congratulò con lui per la sua 
coerenza, e gli diede una vigorosa stretta di mano.
Dentro il suo cuore lo invidiò, a Paolo era consentito di fare lo 
scavatorista, lui invece aveva sempre dovuto fare lo splendido, si 
era trovato in un gioco in cui lui doveva a tutti i costi essere 
brillante e ricco per potere vivere. Invidiò anche i due compagni di 
liceo che si erano aperti la bottega, loro erano stati costretti, ma 
quando era andato a trovarli li aveva visti assolutamente tranquilli. 
Angelo e Giuseppe, i due migliori alla maturità a vendere 
francobolli e pasta fresca.
Anche lui era come Paolo, anche lui era capace di vedere la 
realtà in modo distaccato, dall’alto, pure essendone immerso, 
anche lui era in grado di vedere dal di fuori pur essendo nella 
mischia, come se nella mischia avesse avuto un monitor che gli 
faceva vedere il campo di battaglia ripreso da un aereo, ma lui 
aveva voluto spegnere quel monitor, se lui avesse guardato quel 
monitor avrebbe visto che era assurdo restare nella mischia, solo 
che lui dalla mischia aveva il suo tornaconto di cui non sapeva 
fare a meno.

Il gran rifiuto

Erano in 4 in quel bruttissimo appartamento in periferia a Roma, 
ma era grande e tranquillo, erano in 4 ma ognuno aveva la sua 
camera, ognuno si faceva le sue scopate senza disturbare 
nessun altro. 
Erano lui, Carlo, Gino e Gabriele. 
In tre avevano dato la tesi di laurea assieme, Gabriele no, era po' 
più duretto, si era laureto alla fine dell’anno dopo. 
La sua tesi di laurea era stata la più brillante, la più dirompente. 
Si era fatto il mazzo per parecchi con altre due ragazze ma alla 
fine avevano fatto una statistica che metteva in evidenza un 
collegamento tra il criterio di certe sentenze penali ed il ceto dei 
giudicati, c’era da restarne allibiti. Certi atti fatti da un ragazzo 
borghese, erano ragazzate, fatti dal figlio di un operaio era azioni 
di microdelinquenza, il furto di una borsetta poteva essere un 
reato o un’azione dovuta alla paranoia, uno stato momentaneo di 
debolezza mentale. Di esempi ce n’erano a sfare. La sua tesi 
aveva fatto scalpore, aveva avuto una pubblicazione onoraria da 
una università europea, le due sue compagne erano andate a 
fare le ricercatrici presso la comunità europea, anche a lui erano 
arrivate varie proposte interessanti.
Carlo che già allora militava nella politica gli aveva chiesto di 
entrare nel partito, di fare l’avvocato, il ricercatore per il partito, 
anche lui era stato invitato a fare il ricercatore a Bruxelles, 
all’università di Roma, all’università di Barcellona ed aveva 
rifiutato per non abbandonare la madre vedova che aveva pure 
perso una figlia.
Aveva rifiutato tutto, era un lusso che non poteva permettersi, lui 
aveva bisogno di guadagnare molto, la vita per lui non era così 
semplice, lui aveva i suoi scheletri da mantenere e coprire.
Edmondo avrebbe voluto investigare e fare conoscere al mondo 
quali fossero i diversi metri che usava la giustizia, ma non se lo 
era potuto permettere. O meglio non aveva voluto per non 
rinunciare a quello cui non voleva rinunciare. Aveva lasciato che 
lo scalpore destato addirittura in ambito internazionale dalla loro 
tesi di laurea si estinguesse. Chica e Maria Luisa avevano 
continuato la ricerca, ma era stato lui l’anima della festa, lo 
avevano sempre ammesso loro due, il clamore destato si era 
subito spendo. Tirando lui i remi in barca, era morto tutto. Gli era 
dispiaciuto, era un lavoro bellissimo, era un lavoro che papà gli 
aveva detto che qualcuno avrebbe dovuto fare. Papà era medico 
legale, vedeva come funzionava la giustizia, ma papà era morto 
da sei anni. Forse se fosse stato vivo lo avrebbe spinto a 
continuare per quella strada.
Papà gli aveva detto come due omicidi molto simili avessero 
avuto due sentenze nettamente diverse, non poteva dimenticare i 
discorsi di suo padre.

***

Edmondo andò di nuovo alla posta per fare una raccomandata 
che avrebbe potuto benissimo evitare di fare per allora, ma 
almeno aveva un motivo per uscire. si incontrò casualmente con 
Paolo che mandava anche lui una raccomandata in ditta. 
Era quasi mezzogiorno, decisero di fare uno spuntino assieme.
Insistette ancora con Paolo:
“Ma lei con tutte le lingue che sa, e con le analisi che sa fare, 
perché non se ne va via di qui?”
“sono figlio unico, mia madre ha 61 anni con il morbo di 
Parkinson, ed è pure analfabeta. Che faccio? La lascio sola in 
Italia, oppure la sradico di qui? ma lei non sa nessuna lingua.
Abbiamo già visto io e lei una donna da sola disperata che si è 
uccisa. 
Mia madre e mio padre hanno fatto l’impossibile perché io 
potessi imparare molto, e mia madre è pure analfabeta. Io a 7 
anni, andavo a fare la vacanze estive dai cugini in Germania 
perché imparassi tedesco, e mi hanno mandato alle medie ad 
una scuola inglese qui vicino.
Io posso andare in capo al mondo, ma devo tenere conto dei 
limiti delle persone che ho con me.”
“ma lei non è sposato?”
“lo sono stato, ma è finita.”
“può risposarsi. Lei è giovanissimo.”
“ho 37 anni, mi sono anche già messo con un’altra ma lei è morta 
e mi ha lasciato un figlio che mia mamma mi aiuta a tenere, fino a 
che la malattia glie lo permetterà.”
“anche gli suoceri la aiuteranno, penso.”
“lei non era di qui, non era italiana, non sono mai riuscito ad 
avere contatti con la famiglia di lei dopo che lei è morta. Loro non 
parlano lingue che io conosco. Sono riuscito a fare sapere che 
era morta dopo un anno.”
“Ma lei è sempre stato precario?”
“Ho avuto contratti a tempo indeterminato, ma guadagnavo poco, 
la mia lei di allora guadagnava il doppio di me, non le stava bene, 
voleva uno che guadagnasse più di lei. Non voleva mettere più 
soldi in casa del marito.”
“E lei che ha fatto?”
“sono andato a lavorare in una piccola ditta, guadagnavo 
moltissimo, ma quella è fallita dopo un anno e mezzo. Non sono 
riuscito a trovare nulla di decente da allora.”
“ossia da quando?”
“da 8 anni.
Quando la ditta è fallita lei mi ha lasciato, due giorni dopo il 
fallimento lei ha chiesto separazione. Ho capito che sono stato un 
cretino a non essermi accorto con che tipo di donna ero stato 
per 3 anni, lei aveva paura di mettere più soldi in casa di me. Poi 
mi sono trovato in questa danza: mio padre si è ammalato, non 
potevo andare a lavorare lontano, qui si trova quello che si trova. 
Facevo sei mesi qui, un anno là, sei mesi a casa lavorando un 
una ditta come scavatorista, ecc. Poi papà è morto, mia madre si 
è ammalata ecc. mi sono messo con una, abbiamo fatto un figlio, 
lei è morta, ne sono successe di cose. 
Sono qui per ora, poi non so cosa farò.”
“sua ex-moglie si è risposata?”
“No, vive con sua madre vedova.”
“si butterà anche lei sotto il treno?”
“Non lo so, ma penso che la teoria che il marito deve guadagnare 
di più della moglie fosse di sua madre.”
“con una laurea e 4 lingue lei va a manovrare scavatori, 
incredibile. No 5 lingue, dimenticavo il russo.
Lei ha una notevole preparazione e si trova così sbandato nella 
nostra società, la nostra società non premia il merito.”
“Questo lo so, ma è così da sempre, basta leggere la storia, 
supponendo che si riesca a definire il merito. Il “non merito” è 
sempre stato istituzionale, basta pensare alla monarchia, oppure 
al fatto che i figli conducono le aziende dei padri. È quasi sempre 
disastrosa la gestione dei figli.”
“Lei ha studiato, conosce 5 lingue, ha una bella intelligenza e 
spirito di analisi ed iniziativa. Lei potrebbe dirigere un’azienda 
importante oppure darsi in modo serio alla politica.”
“Non rientro nei canoni che sono utilizzati per scegliere il direttore 
generale di una azienda, tanto meno di una grande. Non so se 
sono giusti o sbagliati, ma io non rientro in essi.”
“che cosa ha lei che non va?”
“sono fuori del grande giro, chi ne è fuori è guardato con 
sospetto.”
“con questo criterio il giro non si apre mai a nessuno all’esterno.”
“certo, anzi, ci sono decine di aziende che hanno chiuso in questi 
anni, eppure il loro management era stato scelto secondo i criteri 
della migliore dottrina. Ma non posso farci niente, cerco di fare 
del mio meglio per quanto è possibile a me per tirare a 
campare…. Ed aiutare anche gli altri a campare per quello che 
sono capace.”
“Io sono stato invischiato per conto di miei clienti in tre fallimenti 
di industrie nemmeno tanto piccole. Erano tutte e tre obsolete 
tecnologicamente, eppure avevano molti mezzi. Mi dissero degli 
esperti del settore cui avevo chiesto una consulenza che erano 
15, 25 anni che non innovavano. Siamo così indietro 
nell’ingegneria in Italia? La gente non impara più niente 
all’università? Io non riuscivo a capacitarmi, ma mi dicevano che 
è una cosa molto diffusa in Italia, io dicevo di prendere degli 
ingegneri dall’estero, magari sono migliori.
Mi hanno detto che gli ingegneri stranieri non vogliono stare in 
Italia, se ne vanno via subito.”
“certo, qui molte aziende sono ferme agli anni ’60, siamo all’età 
della pietra.”
“Ma perché gli stranieri se ne vanno invece di restare a 
rimodernare? Gli stipendi sono troppo bassi?”
“un tedesco che viene in Italia, viene per uno stipendio adeguato, 
non viene per il sole del bel paese.”
“quello che dico anche io, ma allora perché se ne vanno?”
“perché non gli fanno fare niente come non lasciano fare niente 
agli italiani, chi ha il potere non lascia fare niente per paura di 
perderlo.”
“ma così ci si ammazza!”
“se uno ha decine di miliardi in cassaforte può anche ammazzare 
l’azienda. Ma anche chi sta per andare in pensione a volte 
preferisce ammazzare l’azienda per non perdere la posizione, 
addirittura ci sono dei 40enni che paralizzano tutto per non avere 
il loro potere scalfito. E poi vanno a finire su di una strada.”
“mi sembra tanto semplice lasciare lavorare gli ingegneri, 
starebbero tutti meglio!”
“chi vuole il potere non vuole innovare, innovare vuole dire 
modificare il prodotto, ma di conseguenza il modo di lavorare, le 
attrezzature, il sistema di vendita, l’autonomia delle persone. Un 
sistema che cambia non può essere facilmente controllato, anzi 
un sistema che muta deve passare obbligatoriamente attraverso 
un certo periodo di anarchia.”
“le regole ci vogliono!”
“quali regole? Quali sono le regole giuste? Le regole sono fatte 
per una certa situazione, se la situazione muta non vanno più 
bene. Quando la situazione muta non si riesce più a legiferare, 
deve comandare il buon senso.”
“questo è giusto.”
“le vecchie regole non vanno più, paralizzano l’evoluzione, ma 
piuttosto di passare attraverso una fase anarchica ci si 
autodistrugge. Gli ingegneri si incazzano perché non possono 
fare gli ingegneri e si chiede loro nel contempo di fare gli 
ingegneri. 
Oggi per sviluppare un prodotto occorre una equipe di 
progettazione molto più grande di un tempo: occorrono più 
ingegneri, disegnatori, tecnici, costruttori di prototipi. Una volta 
chi progettava faceva quasi tutto da solo, ora ha bisogno di una 
corte di persone e lui incomincia ad essere guardato con 
sospetto.
A questo punto se ne vanno da un’altra parte, ma non sempre 
questo oggi è possibile e restano lì a mangiarsi il fegato.”
“lei è uno di quelli che piuttosto vanno a lavorare sullo scavatore 
ma non si mangiano il fegato?”
“esatto, è molto più dignitoso e salutare. In quel momento devo 
solo scavare, non devo fare l’ingegnere mentre mi viene impedito 
di farlo.”
“Ma lei non pensa che la nostra società sia ingiusta con lei che ha 
così tante capacità? Lei non è arrabbiato contro la società. 
Perché non aderisce alla brigate rosse, lei ne avrebbe tutti i 
motivi.
Ma lei non cerca di trovare dei posti migliori?”
“Per le grandi di ditte sono già difficile da integrare a 37 anni, 
devono fare i conti con le aspirazioni delle persone che sono 
all’interno che vedono con preoccupazione l’inserimento di 
persone esperte dall’esterno che minaccerebbero la loro 
carriera. Ho fatto le mie ricerche a tappeto, non ho trovato di 
meglio per il momento, a meno di cambiare completamente tipo 
di vita e andare lontano, ma ho un figlio ed una madre, sono due 
cose che restano: mia madre nel ricordo ed il figlio nel futuro. In 
ogni caso non sono l’unico in questa situazione.”
“ Sua madre non le dice di trovarsi di meglio?”
“lei mi lascia libero, si, spinge anche perché me ne vada 
all’estero, ho avuto qualche buona offerta. È una mia scelta stare 
qui, fin che posso resto qui, penso che sia meglio per mia madre 
e per mio figlio e quindi anche per me.”
“siamo in un momento molto difficile, secondo me lei dovrebbe 
mettersi al sicuro, in qualsiasi posto del mondo.”
“non credo che esista la terra dove scorre latte e miele come 
nella bibbia, certamente i miei cugini in Germania sono molto più 
tutelati in caso di difficoltà economiche o di disoccupazione. Se 
sarà necessario andrò là, ma le cose dovranno migliorare anche 
qui prima o poi.
Portare mia madre in Germania vuole dire toglierle la vita: qui 
comunica con tutti, là comunicherebbe solo con me e mio figlio e 
qualche mio cugino, non riuscirebbe a capire nulla del mondo in 
cui vivrebbe mio figlio.”
“lei mi sembra sprecato qui a controllare che vengano tirati i cavi 
giusti lungo i binari.”
“Lei che cosa fa nella vita?”
“sono avvocato.”
“Secondo lei gli avvocati che fanno più soldi sono i migliori? 
Sono quelli che meritano di più?
Un mio amico è rimasto tetraplegico in un incidente stradale, gli 
sono venuti addosso, lui era sul marciapiede. 
In primo grado gli è stato riconosciuto l’indennizzo e 
l’assicurazione ha pagato la metà, in secondo grado è stato 
addirittura condannato a restituire la metà che aveva ricevuto. Lui 
era stato informato che il giudice era corrotto ed aveva fatto 
sparire la cifra. 
Quell’avvocato che ha vinto la causa è ricercatissimo dalle 
assicurazioni, lui ha degli amici in tribunale ed gli capitano 
sempre i giudici che vanno bene. Ho voluto conoscere il tizio, 
volevo capire che cosa ci fosse in una mente così perversa da 
fare togliere i mezzi di vita ad una persona di 27 anni con la 
colonna cervicale rotta. 
Sono riuscito ad incontrarlo: è pieno di soldi da fare schifo, quello 
si vede subito, ed è ovvio. É una nullità, un pavido, i figli e la 
moglie lo trattano come un deficiente, è vuoto come un guscio. 
Lui se non facesse il distributore di tangenti, non troverebbe una 
causa da fare. Sono andato da lui fingendomi funzionario di una 
compagnia di assicurazione ed ho cercato di raccontargli una 
vertenza. Non riusciva neppure a seguire i miei discorsi. 
Il mio amico sta ricorrendo in cassazione, adesso sì che ci vuole 
l’avvocato in gamba, che vada controcorrente, che magari faccia 
causa al tribunale.”
“Lei come farebbe per fare giustizia in questa società?”
era curioso ed interessato a sentire la sua risposta.
“Abolirei le leggi.”
“Che cosa succederebbe senza le leggi?” replicò.
“senza legge ognuno dovrebbe ragionare ed essere 
responsabile.”
Era una provocazione, ma una bella provocazione.

“Io al suo posto farei il terrorista internazionale, lei ne avrebbe 
tutti i motivi.”
“Non lo faccio per non dare pretesto di fare altre ingiustizie più 
gravi.”
“Quale è la soluzione per la società secondo lei? La vede?”
“quello che le ho detto: abolire le leggi e le regole e ragionare ed 
essere responsabili. Questa sarà la soluzione.”
“Ma lei non ha mai avuto voglia di fare la rivoluzione?”
“Stanotte nel nostro magazzino ha dormito un ragazzo di 25 anni 
che non ha casa. Ci siamo messi d’accordo con i ferrovieri lo 
abbiamo lasciato dormire da noi, gli ho fatto una copia della 
chiave del nostro ufficio. Se lui non ritiene sia il caso di fare la 
rivoluzione, non ho il diritto di farla io.”
“Mi parli di quel ragazzo.”
“É figlio di padre indiano e di mamma siciliana. Va per il mondo 
facendo spettacoli da contorsionista sulle piazze e gira su quella 
bellissima bicicletta che si è fatta lui in parte e fatta fare, tutta 
speciale. Ha 25 anni, ma ne dimostra di più, con quel genere di 
vita si consuma presto, stanotte se non era per noi avrebbe 
dormito sotto la pioggia, altre volte gli sarà capitato, e d’inverno 
dorme comunque all’addiaccio. Lui non ha una casa.”
“Dove è adesso quel ragazzo?”
“era sotto gli alberi nel viale che parte dalla stazione verso il 
mare, seduto su di una panchina. Almeno lui era là quando siamo 
venuti qui a mangiare. La accompagno se vuole conoscerlo, è 
comunque un personaggio notevole.”

Era come aveva detto l’ingegnerino, dimostrava qualcosa in più 
dei suoi anni, il tipo di vita nomade e disagiata che conduceva lo 
logorava. Era molto pulito, era un suo vanto essere un clochard 
che non elemosinava in senso stretto ma faceva spettacolo e che 
era assolutamente pulito. Si manteneva tale lavandosi nelle 
pubbliche fontane ovviamente. 
Lui si fermava dove c’era una pubblica fontana gli spiegò subito.
Quello che l’ingegnere non gli aveva assolutamente detto era che 
il tipo era veramente un bel ragazzo, nonostante qualche precoce 
ruga sul volto, tanto bello da incutere un po’ di distacco. I ragazzi 
belli a quel modo che aveva conosciuto fino ad allora erano 
scostanti per lo più.
“Michele, ti presento l’avvocato, come si chiama?.”
“Edmondo. Piacere.”
“Michele, piacere.”
L’ingegnere li lasciò soli, lo avevano cercato sul cellulare.
Michele era seduto su di una panchina vicino alla sua 
spettacolare bicicletta, carenata come una moto da corsa con un 
minitelevisore a batteria, una batteria, un carica batterie, un mini 
stereo, un piccolo bagagliaio, tutta decorata con disegni molto 
originali. Edmondo ammirava quel mostro a due ruote mentre 
Michele gli descriveva tutti gli optional e gli accorgimenti 
tecnologici. La bicicletta fu lo spunto per Michele per parlare con 
Edmondo, si dimostrò tutt’altro che scostante, cercava fortemente 
il contatto con le persone.
Raccontò a Edmondo che era molto incuriosito la sua vita: figlio 
di madre siciliana e di padre indiano, era cresciuto in India in una 
casta di contorsionisti, erano tornati in Italia quando il papà si era 
ammalato. Erano morti mamma e papà poco dopo, e lui era 
rimasto per un anno con i nonni. A 20 anni aveva voluto iniziare la 
sua vita nomade, come facevano quelli della casta di suo padre.
Pure i nonni siciliani erano morti presto senza lasciare proprietà, 
non ne avevano, erano in casa di affitto, aveva trascorso gli ultimi 
due inverni vagando, dormendo all’addiaccio.
Gli mostrò alcuni ritagli di giornale in cui si parlava di lui, da come 
glie ne parlava si capiva che non sapeva leggere, eppure parlava 
un italiano corretto con congiuntivi e condizionali al loro posto e i 
verbi ausiliari esatti e i passati remoti giusti. Un carattere 
dolcissimo, affettuosissimo, era un personaggio unico. Edmondo 
gli indicò alcuni posti in cui avrebbe potuto fare spettacolo ed 
attirare molta platea e gli insegnò alcuni accorgimenti per trovare 
pubblico interessato e disposto a pagare.
Era molto semplice, ingenuo, anche ignorante, ma non grezzo, 
con una splendida carica umana, una grande gentilezza e 
disponibilità: la bicicletta carenata gli serviva per provocare la 
gente a parlare. In essa c’era della tecnologia, della fantasia, 
delle decorazioni sofisticate, una copia di una parte di una tela di 
Caravaggio, c’era un argomento di conversazione per ogni tipo 
di persona. 
Edmondo si accorse che stava molto attento ai suoi consigli di 
ogni genere.
Michele non si rendeva neppure conto delle evocazioni che 
davano certe decorazioni, lui sapeva che era di Caravaggio, il 
martirio di san Matteo, ma a lui quello diceva niente. Ma poi da 
quegli spunti parlava della vita e di sé stesso. 
Si lasciarono con un saluto dolcissimo di Michele.
“torno domani se ci sei.” Gli disse Edmondo.
“sì, domani sarò qui.”



Villa “L’aurora”

Edmondo la aveva chiamata così, nessuno sapeva da dove 
venisse il nome, pensavano all’aurora, ad una sua amata che si 
chiamasse Aurora ma nessuno pensava alla sonata di Beethoven 
che tanto piaceva a sua madre e pure a sua sorella. Era l’ultima 
sonata che Elisa era riuscita ad eseguire per intero, ormai 
consunta dal tumore che la stava portando alla morte a soli 24 
anni, quando lui stava al primo anno di università, il nome della 
villa partiva di là.
Era nel suo regno circondato da alte folte tuje che nascondevano 
allo sguardo sia la casa che il grande giardino, e facevano da 
schermo al vento, ai rumori. Il giardino era spazioso, nonostante 
le tuje c’erano ampie zone soleggiate. Aveva preferito abitare in 
una zona con indice di fabbricazione basso per pagare di meno il 
terreno, così aveva potuto farsi un regno in cui si sentisse 
veramente fuori dal mondo, da solo, padrone del suo mondo. 
Ora erano tre anni che veniva là proprio da solo, veniva una 
donna a fargli i lavori, ed un contadino a curargli un po’ il giardino, 
ma solo per alcuni lavori e solo quando lui non poteva venire a 
farli, gli piaceva tagliare l’erba, pulire, potare, vangare, seminare. 
Aveva il decespugliatore elettrico, ma preferiva tagliare l’erba con 
la falce e battere la falce, gli aveva insegnato per bene nonno, 
aveva due falci a lama, le teneva sempre ben battute ed affilate. 
L’erba era ancora corta, non c’era nulla da fare, decise di 
vangare un pezzo di terra che fosse bene al sole e fare un 
pezzetto di orto, non aveva mai piantato un pomodoro o un 
peperone o uno zucchino, ora voleva piantare qualcosa, come 
faceva suo nonno. E poi aveva bisogno di fare qualcosa mentre 
pensava. 
Ora che poteva oziare, aveva del maledetto tempo per pensare, 
vangare non ferma i pensieri. Fa sudare un po’, se sei poco 
allenato ti fa venire subito il fiato corto, ma non era il suo caso, lui 
era 5 volte alla settimana in piscina. Aveva tempo di pensare alla 
morte. 47 anni, oltre il mezzo del cammin di nostra vita. Papà era 
morto a 44, sorella a 24, mamma a 69, tutti di tumore, se li era 
assistiti tutti. Il suo medico gli diceva che lui aveva buone 
probabilità di non morire di infarto……
Ma ora sarebbe toccato a lui e non ci sarebbe stato nessuno ad 
assisterlo se tutto fosse continuato così: avrebbe avuto tanta 
pubblica assistenza, tanta assistenza professionale. Al suo 
funerale, se non fossero venute le orfanelle, al suo funerale non ci 
sarebbe stato nessuno: qualche cliente forse, qualche 
conoscente e qualche collega. Non sapeva nemmeno per chi fare 
testamento, per ora aveva destinato tutto alla ricerca sul cancro.
Si rese conto mentre vangava per la prima volta la dimensione 
titanica della sua solitudine, era una cosa enorme, gigantesca, 
una vita finita, bruciata, inutile. Una vita terminata senza avere 
piantato un albero che facesse ombra agli altri quando lui non ci 
sarebbe più stato: la metafora di nonno, dei contadini della zona 
dove viveva nonno, ora gli pareva bellissima, ne capiva la 
bellezza. Ora non c’era nemmeno più Laura, lui era come proprio 
come Filomena, così si chiamava quella donna che si era 
suicidata sotto i suoi occhi. Lui aveva 14 anni meno di lei, era 
forse l’unica differenza, si era trovato solo quando uno si sente 
ancora qualche risorsa.
Sentì improvvisamente il peso della morte di Laura, erano 18 anni 
che si frequentavano per reciproca copertura, ma si erano 
affezionati senza saperlo, di più che se fossero amanti e Laura 
prima di morire si era preoccupata del suo futuro, gli aveva 
parlato ripetutamente del suo futuro. Sua madre mai aveva mai 
accennato una volta ad una preoccupazione per il suo futuro, la 
sua solitudine, sembrava che la sua solitudine per sua madre non 
esistesse, sua madre era solo preoccupata che lui tenesse alto il 
buon nome della famiglia. Odiò una seconda volta sua madre, gli 
dispiaceva, era infantile ma la odiò di nuovo.
Gli venne in mente Michele, avrebbe potuto invitarlo a cena, solo 
per fare due chiacchiere, per toglierlo dalla strada, ma forse lui 
alla sera andava ad esibirsi sulla passeggiata, forse di sera era 
meglio lasciarlo lavorare ed invitarlo a pranzo. Michele era 
omosessuale probabilmente, lo aveva recepito, ne era quasi 
certo, ma non gli importava affatto, era pure un bel ragazzo, ma 
era ininfluente in quel momento per lui. Avrebbe voluto spezzare 
l’isolamento di quei due ettari di terra con villa al centro e piscina 
scoperta tra le siepi. Avrebbe voluto avere qualcuno che fosse 
contento di passare alcune ore là con lui e magari farlo anche 
dormire al riparo quando pioveva. Ora che era morta Laura c’era 
il vuoto attorno a lui.
Il vuoto non se lo era creato lui, era la sua situazione che 
generava solitudine, o forse lui la aveva presa in modo da crearsi 
la solitudine. Era incominciata la sua solitudine interiore 30 anni 
prima….

La merenda di famiglia

C’erano in casa mamma e due sue cugine nubili, per mamma 
quando loro erano presenti erano nubili, quando erano assenti 
erano zitelle. Era un sabato pomeriggio, erano in salotto tra 
pasticcini, the, bibite e salatini. Lui se ne voleva uscire per i 
fattacci suoi, ma era passato per deferenza a salutare e mentre 
si riempiva la pancia di quel ben di dio con tutta la fame che 
poteva avere un 17enne che nuotava 10 ore alla settimana come 
lui. Papà sarebbe uscito con lui e gli avrebbe dato un passaggio 
fino alla piscina. Lui non aveva problemi di digestione quando 
nuotava allora. Papà andava e veniva dal salotto, i pettegolezzi di 
famiglia lo innervosivano e non aveva tanta fame da essere 
motivato a restare.
C’era un argomento caldo di pettegolezzo quel giorno.
Era tornato dall’Inghilterra dopo essersi laureato in medicina il 
figlio della contessa…. che era parente loro molto alla lontana.
Incominciò una cugina: 
“Sai che è arrivato Federico dall’Inghilterra, si è laureato a pieni 
voti, ma è subito ripartito. Mi hanno detto che ha bisticciato con 
suo padre e sua madre ed è subito ripartito. 
Era venuto con la fidanzata, forse non era di buona famiglia, se 
ne è ripartito con lei.” 
Mamma invece la sapeva lunga.
“ma quale fidanzata! Lo hanno visto quando è arrivato 
all’aeroporto, era con un ragazzo! Loro pensavano che fosse un 
amico e che la fidanzata non avesse potuto venire, o che 
arrivasse con un altro volo.
Quando è stato in casa ha detto a suo padre e sua madre che 
quello era il suo fidanzato e che voleva vivere con lui.
Pensa che vergogna per la famiglia che avevano detto in giro che 
sarebbe arrivata la fidanzata! 
Lo hanno riaccompagnato in macchina fino a Milano dove 
c’erano subito due posti liberi per Londra, prima che quella 
vergogna venisse conosciuta!
Tanto si è saputo lo stesso perché gli amici lo aspettavano e 
quando non lo hanno visto gli hanno telefonato in Inghilterra e lui 
svergognato ha raccontato tutto agli amici del paese, adesso la 
sua famiglia è sulla bocca di tutti ed hanno solo quell’unico figlio.
Almeno non avesse detto che arrivava con la fidanzata o fosse 
venuto da solo ed avesse spiegato la sua situazione solo ai 
genitori, invece adesso il paese sa tutto.
Che poi se fosse stato un figlio come si deve, una se la sarebbe 
sposata lo stesso, in qualche modo i figli li avrebbero fatti.
Non ha proprio pensato per nulla alla vergogna della sua famiglia, 
e anche della nostra, in fin dei conti siamo ancora parenti.”
“adesso capisco perché Susanna non mi dice più nulla di suo 
figlio, - continuò la cugina che aveva parlato per prima - mi ha 
detto solo che è passato ma è subito ripartito perché aveva fretta, 
era molto impegnato. Mi sembrava strana tutta quella fretta. Ho 
chiesto come fosse la fidanzata e mi hanno detto che non l’ha 
portata. Deve essere un brutto colpo per loro!” 
Infierì anche la seconda cugina:
“Ho visto Susanna che è passata da me per prendere un quadro 
di nostra nonna, era così triste, adesso capisco perché. Hanno 
solo quel figlio, così la loro famiglia va proprio a finire nel nulla.
Mi aveva chiesto se quel quadro volessi tenermelo io. Le ho 
risposto: cosa vuoi che ne faccia, io sono senza figli, meno cose 
ho, meglio è per me. Lei non era proprio contenta di portarsi via 
quel quadro, ma eravamo d’accordo da anni che quel quadro 
toccava a lei.”
Mamma infierì ancora: 
“sarebbe meglio non avere dei figli che avere dei figli che poi ti 
disonorano così!”
Edmondo aveva 17 anni ed aveva capito da poco di essere 
omosessuale. Ci era rimasto male quando lo aveva scoperto, poi 
si era tranquillizzato un po’ ma non aveva ancora le idee chiare su 
come fosse la situazione, ma ora che sentiva quei discorsi dalla 
bocca di mamma ci era rimasto malissimo. Papà, aveva sentito 
il racconto a pezzetti, ad un certo punto lo aveva scrutato in volto 
e si era fermato in salotto. Lui era diventato pallido, ma nessuno 
si era accorto della sua sofferenza, si era messo a mangiare 
pasticcini rivolto alla finestra, papà doveva avere capito. Papà 
era intervenuto, prima aveva detto che a lui di quelle storie non 
glie ne fregava niente, che gli risparmiassero quei pettegolezzi, 
ma visto che quelle continuavano aveva detto: “l’organizzazione 
mondiale della sanità sta discutendo per fare dichiarare 
l’omosessualità una diversità e non una malattia.”
“stiamo cadendo così in basso?” disse una cugina.
Mamma aveva replicato:
“Sarà una diversità e non una malattia, ma che uomo è?”
Papà non aveva mollato ed aveva continuato:
“La storia è piena di uomini famosi che erano omosessuali, stai 
attenta alle affermazioni che fai, potresti fare molto danno a delle 
persone che sono omosessuali e tu non lo sai e loro stanno 
soffrendo.”
“ma che soffrano, ma che razza di uomini sono?” aveva detto 
mamma.
“uomini e donne.” 
Era caduto il gelo, le due cugine erano zitelle, potevano anche 
loro essere tacciate di omosessualità. Ma lui voleva difendere 
Edmondo.
“Ognuno nella vita si fa le sue scelte, - aveva ripreso papà – se 
uno non si sposa non vuole dire che è omosessuale, ma se uno è 
omosessuale, non è per sua scelta, e non ha nulla di meno degli 
altri.
I suicidi della zona capitano tutti a me, c’è il sospetto che in più 
della metà dei casi si tratti di omosessuali non dichiarati, questi 
vostri discorsi mi fanno paura. Non si gioca sulla pelle della 
gente.”
Il pettegolezzo era finito, anche perché papà avrebbe cazziato 
ancora più duro, ma il pettegolezzo sarebbe incominciato di 
nuovo di lì a poco, appena papà se ne fosse andato.
Edmondo se ne era andato con papà in macchina ben volentieri, 
se ne sarebbe andato con papà da qualsiasi parte papà fosse 
andato in quel momento.
Quando furono in macchina, papà tornò sull’argomento:
“Gli etologi dicono che l’imprinting sessuale risale ai primi anni di 
vita, ai contatti con le persone nella prima infanzia, quindi con i 
genitori, la contessa e suo marito dovrebbero guardarsi loro 
prima di rispedire un figlio per direttissima a Londra per coprire 
la vergogna.
Poi proprio loro, le due zitelle che cosa hanno da dire, ma anche 
tua madre come può permettersi di dire certe cose con due figli, 
che ne sa di loro? Vuole un suicidio come tanti che mi trovo a 
studiare?
La settimana scorsa si è suicidato un uomo di 46 anni, due figli, 
vita apparentemente tranquilla. Era caduto in depressione, da un 
anno in qua, lo riempivano di psicofarmaci, oggi fanno presto a 
riempirti di sostanze che ti mandano nel pallone, così sei fatto 
come un tossico e non ti viene la voglia di suicidarti.
Ho visto la sua cartella clinica: era pieno di roba da fare 
spavento, e se la mangiava tutta. Nonostante quello ha fatto bene 
i suoi conti e quando sua moglie è andata via per mezza giornata 
l’ha fatta finita, si è tagliato le arterie delle gambe e 
dell’avambraccio per essere sicuro di fare in fretta. Aveva anche 
capito che l’avvelenamento sarebbe stato difficile con tutto quello 
che ingoiava. Il suo appartamento era alto 2.65, era anche 
difficile impiccarsi, lui era alto 1.92.
Sua moglie non ha pace, non ho osato chiederle più di tanto.
Ho parlato con un’amica di sua moglie, lei mi ha detto che mentre 
era fidanzato aveva avuto una relazione con uomo, poi era 
scoppiato una guerra con sua futura moglie e non era più stato 
con uomini.”
Papà gli parlava sempre del suo lavoro, ma ora aveva scelto gli 
argomenti. Questa volta papà aspettò che si facesse la sua 
nuotata, e poi andarono assieme dal nonno in campagna.
Papà aveva capito di lui e lui non aveva negato, aveva quasi 
ammesso, ma non c’era stato nulla di esplicito.
Da allora papà gli prestò molta più attenzione, anche lui a papà, 
ma pochi mesi dopo aveva visto papà smagrito… lui glie lo 
aveva detto, si era controllato in ospedale e non ne era più uscito 
vivo, e lui si era trovato solo con la sua omosessualità. 

Fuori casa

Si era iscritto all’università a Roma, voleva essere lontano da 
casa, sentiva fortissima l’attrazione verso i maschi, sapeva che 
non si poteva cambiare, papà glie lo aveva spiegato un giorno in 
ospedale quando era solo vicino a lui. Papà quella volta aveva 
parlato chiaro e lui aveva detto chiaro che era omosessuale. 
E poi gli aveva raccomandato:
“Se sei omosessuale fatti la tua vita come tale, vai anche tu in 
Inghilterra, ma non fare lo zitello acido come le tue cugine, devi 
potere vivere anche tu la tua vita. È meglio che vai lontano anche 
tu, non ci sarà nessuno a difenderti, te ne sei accorto di come la 
pensano.”
Per incominciare bene aveva deciso di fare l’università a Roma, 
350 chilometri da casa.
Sapeva che se voleva godere con un corpo, questo sarebbe 
stato il corpo di un uomo e non voleva privarsi di ciò e quindi era 
andato in un posto lontano e con molta gente in modo da potersi 
nascondere nella mischia e potere cercare pane per i suoi denti.
Era deciso di farsi la sua esperienza con un uomo, di trovarsi un 
uomo in uno dei tanti posti in cui a Roma era possibile fare ciò. 
Ma gli capitò un’altra tegola tra capo e collo: la prima volta che 
tornò da Roma trovò che Elisa, sua sorella, era smagrita. Gli 
venne di nuovo un accidente, le disse di fare subito dei controlli. 
La accompagnò lui alla clinica, anche lei aveva il cancro e morì 
dopo sei mesi.
Rimasero solo lui e mamma, nel giro di due anni la sua famiglia 
era dimezzata. 
Mamma gli fece il grande discorso: lei avrebbe continuato ad 
insegnare educazione musicale in modo che lui non avesse a 
subire privazioni mentre studiava, visto che la pensione di 
reversibilità era piuttosto magra, e le sue rendite erano scarse, 
ma lui avrebbe dovuto impegnarsi e studiare per essere un buon 
avvocato e tenere alto il buon nome della famiglia. 
Quando era morto papà, mamma aveva strillato molto perché la 
pensione di papà era piccola e lei con due figli che studiavano 
aveva dovuto incominciare a lavorare a 44 anni, quando invece 
nella sua rispettabile famiglia le donne si dedicavano solo alla 
famiglia, ai figli ed alla casa, ma lei aveva amato un proletario, 
era andato contro corrente. Papà era istruito, ma sempre figlio di 
contadini era, e non aveva sostanze per garantire la famiglia una 
volta morto. Lei aveva avuto qualche opposizione in famiglia 
perché non si era scelto un marito che fosse al suo livello sociale, 
ma lei aveva amato suo marito, lei aveva fatto una scelta di 
amore.
Lui se l’era bevuta anche se poi aveva capito che fino a che 
papà era vissuto aveva portato in casa un reddito che era ben 
superiore e di molto alle rendite della buona famiglia, solo che 
mamma si era data alla gran vita, e spendeva molto senza mai 
pensare a mettere qualcosa da parte, ed anche la pensione di 
reversibilità non era così piccola anche se i contributi di papà 
erano pochi.
Mamma comunque gli dava una esagerazione di soldi, troppi, il 
doppio di quanto ragionevolmente avrebbe dovuto dargli e più 
del doppio di quanto lui chiedesse. Lei diceva che lui doveva 
vestire bene come si confaceva ad uno di buona famiglia che va 
all’università, doveva abitare a Roma in un appartamento 
decoroso, comperarsi tutti i libri che gli servivano, frequentare la 
buona società per avere buone aderenze per un domani quando 
avrebbe lavorato.
“Io faccio tutto il possibile per te, ho solo te, potrei anche non 
lavorare ora che si sei solo tu che studi, ma voglio essere sicura 
che non ti manchi niente. Voglio che tu abbia abbastanza soldi 
per arrivare con tranquillità fino all’esame di procura e ti possa 
avviare anche studio nel caso succeda qualcosa anche a me.
Tu puoi vivere senza preoccupazioni economiche così, ma ho 
solo te, non prendere delle cattive strade, non disonorare in buon 
nome della famiglia. Già quando è morto tuo padre ho dovuto 
andare a lavorare, le donne in casa mia non hanno mai lavorato 
fuori se non per lavori nobilitanti, io invece sono dovuta andare ad 
insegnare educazione musicale alla medie. 
Non darmi dei dispiaceri, io ho perso marito ed una figlia, vivo 
solo più per te, prima di fare certe cose pensa al dispiacere che 
dai a tua madre.”
Non si capiva a che cosa si riferisse mamma, certamente 
l’omosessualità era uno di quei dispiaceri, ma non darle quel 
dispiacere voleva dire rinunciare alla sua vita. Di andare a 
studiare all’estero non se ne parlava neppure, non poteva 
abbandonare mamma dopo tutti quei lutti, e poi forse ci 
sarebbero voluti anche troppi soldi. 
Lui andava all’università vestito come uno straccione e ci godeva 
e non c’era mamma a vedere, ed abitava in a S. Paolo in una 
bruttissima casa con altri 3 studenti, ma mamma non sarebbe 
mai venuta a Roma a mettere in naso.
Non frequentava nessun giro di buona famiglia e tutte le volte che 
poteva comprava libri di seconda mano, ed andava in una 
piscina in una zona di periferia portandosi dietro solo i soldi per 
pagare il biglietto e tenendosi le chiavi di casa nel costume 
mentre nuotava perché portavano via tutto quello che potevano.
Queste erano le infrazioni che osava fare ma solo queste.
Ma lui aveva sempre voglia di uomo, non voleva più rinunciarci. 
Aveva esplorato i posti: aveva esplorato da lontano i posti 
all’aperto, ma aveva sentito dire che ogni tanto arrivava la polizia 
e controllava i documenti a tutti. Ci scappava anche qualche 
pestaggio da parte di teppaglia. Nelle discoteche c’era troppa 
gente, aveva paura di essere riconosciuto da qualcuno, andare 
nei cinema gli dava il voltastomaco.
Lui non poteva rischiare, lui non poteva rischiare che si sapesse 
in qualche modo in giro che lui era omosessuale, avrebbe dato 
un dispiacere terribile a mamma che sarebbe morta di 
dispiacere.
Si era messo a sfogliare i giornali di tutti i tipi, piccola pubblicità 
che allora incominciavano, annunci di massaggiatori sui giornali 
della città, giornali porno. Visse ad un certo punto per mesi per 
studiare e poi per cercare il modo sicuro per portarsi un uomo a 
letto senza correre rischi di venire scoperto.
Alla fine trovò un’organizzazione che faceva per lui: fece diverse 
telefonate e si fece spiegare bene.. Lui sceglieva il suo uomo su 
una serie di fotografie che gli avrebbero proposto in cui vari tizi 
erano esposti in tutti i modi, stabiliva quali fossero i servizi che 
voleva. Avrebbe consumato in una casa privata, però lui sarebbe 
solo stato visto da un membro dell’organizzazione e dal 
marchettaro. Avrebbero avuto a disposizione la suite per tutta la 
notte. Il prezzo. una cifra. C’era però tutto quello che voleva lui: 
anonimato, locale confortevole, bei ragazzi disponibili, perfetto. 
Pagamento metà alla prenotazione, metà alla consegna: una vero 
salasso. Come dormire 5 notti in un albergo di lusso.
Questo era il prezzo per essere omosessuali e non volere fare 
sapere, lui non voleva fare sapere. Per lui sarebbe stato meglio 
morire che venire scoperto, ma il sesso clandestino di qualità 
costava. Mamma gli dava sempre troppi soldi, aveva un gruzzolo 
messo da parte, per principio spendeva meno che poteva. Quella 
notte gli era costata ma gli era piaciuta. Dopo quella prima volta 
non seppe più farne a meno e quindi si trovò costretto a cercare 
di guadagnare denaro e molto. Diventò un cliente di Ermete.
Cercò in giro un po’ di lavori, ma erano tutti lavori da lavorare 
tanto e prendere poco. Incominciò a vagliare gli annunci di lavoro 
che offrivano un po’ di più..
Il primo che considerò diceva che si cercava uno studente 
universitario di bella presenza per lavori di segreteria ad orario 
ridotto, si parlava di ottima paga, in cambio di disponibilità.
L’annuncio voleva dire poco e voleva dire molto, aveva notato che 
giravano un po’ di offerte di lavoro ambigue, incominciò a 
prenderle in considerazione.
Incontrò il tipo che gli fece un po’ di colloquio ma decise che non 
era la persona che faceva per lui, ma gli consigliò un altro paio di 
persone che cercavano gente come lui, ragazzi che studiassero 
legge. Formalmente era tutto liscio e pulito. 
Rispose ad un altro paio di quegli annunci che erano ambigui: 
uno voleva un ragazzo che abitasse nella sua villa sulla 
Nomentana, l’altro era un tipo che non gli piaceva ma che gli 
aveva fatto subito capire che disponibilità volesse. Provò ai due 
numeri che gli aveva consigliato il primo tizio.
Era un avvocato sui cinquantacinque che girò subito le carte in 
tavola, le girò anche Edmondo, l’avvocato gli dettagliò che cosa 
avrebbe voluto. Potevano mettersi d’accordo, era solo più 
questione di prezzo. Gli chiese esattamente quanto Ermete 
chiedeva a lui per una notte e quello accettò senza battere ciglio. 
Quello era uno che i soldi li ammucchiava con il tridente. Bastava 
vedere la ricchezze che c’erano in quella villa enorme abitata da 
lui solo.
Si prostituiva per potersi pagare lui i prostituti, lui accorreva in 
quella villa lussuosa alla prima richiesta telefonica, ed in una notte 
portava a casa una cifra che avrebbe guadagnato lavorando a 
tempo pieno per oltre un mese. Ma lui aveva tutte le 
caratteristiche che il tipo voleva: fare distinto, bello, istruito, con 
paura di essere sputtanato anche lui e quindi con tutto l’interessa 
a stare zitto, e disponibile a fare quello che gli veniva richiesto 
senza fare storie, ne aveva bisogno, il lavoro è lavoro. 
Quel lavoro non gli bastava, lui aveva molta più voglia del tipo e 
quindi doveva pagare molto più spesso, usò anche il secondo 
numero telefonico che gli era stato offerto. Ormai aveva idea di 
come potesse funzionare la faccenda, chiese quanto gli 
proponesse per notte e gli venne offerto un po’ di più di quanto lui 
avesse chiesto al quello di prima. 
Facendo le marchette con due persone riusciva a pagarsi le sue.
Per tenere alto il buon nome della famiglia si era prostituito.
Dopo un paio di anni il primo tipo divenne impotente, non gli 
serviva più ma lo presentò ad un terzo amico, Vinicio, di nuovo 
uno straricco e così si pagò gli extra fino a quando diede l’esame 
di procura.

                                                                      ( Continua >> )

 

 by  Poneros

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