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( Parte II )
Erano in 4 in quel bruttissimo appartamento in s.Paolo,
bruttissimo, arredato da fare schifo, ma spazioso, con mobili
capaci anche se senza nessuno stile. Ognuno aveva la sua
stanza, e ognuno poteva scopare quanto voleva, erano camere
molto indipendenti. Carlo ci aveva dato come un matto per 4
anni,
poi si era fermato con quella che sarà sua moglie, Gino aveva
sempre una ragazza fissa, ma per modo di dire, per un bel po’
durarono solo alcuni mesi, Gabriele aveva la ragazza al
paese,
doveva essere fedele, ma lo avevano beccato qualche volta che
si portava qualcuna e lui era diventato rosso come un
semaforo.
Edmondo invece aveva contato la balla che andava con una
riccastra sposata che lo faceva avvisare da un cameriere, al
telefono loro sentivano una voce di uomo, qualche spiegazione
doveva pure dare. Dormiva fuori 5 o sei notti al mese per
alzare
moneta e ne passava altrettante fuori per soddisfarsi, un bel
ritmo. Aveva raggiunto il punto di equilibrio: si soddisfaceva
ma
non rischiava nulla, mamma era salva. Doveva contare una
montagna di balle ai compagni di casa, era il prezzo della
rispettabilità.
***
Erio era bellissimo, gli piaceva, si piacevano. Era stato con
lui 5
volte, cosa mai successa, di solito dopo 3 volte voleva
cambiare
tipo. Lui aveva 22 anni.
Alla quinta volta Erio gli aveva detto:
“Se vuoi che ci vediamo fuori di qui, non voglio più una lira
e ci
sarò per te tutte le volte che vorrai.”
Anche Erio era innamorato. Avrebbe potuto smettere di
prostituirsi, avrebbe potuto stare con chi gli piaceva. Erio
viveva
in famiglia, lui però non voleva portarselo
nell’appartamento,
voleva mantenere segreta assolutamente la sua omosessualità.
Non se la sentiva, rinviò la decisione, Erio si mise con un
altro.
Edmondo non sapeva se essere contento o dispiaciuto, se
avesse avuto una storia con Erio prima o poi si sarebbe
tradito.
***
Avevano festeggiato l’ottenimento della procura: Edmondo,
Gino
e Carlo avevano passato l’esame al primo colpo. Gabriele si
era
laureato 15 mesi dopo di loro, avrebbe dato l’esame più in là.
Parlarono del loro futuro. Carlo si sarebbe dato alla vita
politica,
era già attivo nella politica fino dal terzo anno di
università, Gino
invece voleva fare l’avvocato veramente, aveva sempre avuto
il
chiodo. Un conoscente di suo padre che era avvocato, cercava
uno da cui farsi affiancare per chiudere nel giro di 4 anni,
sarebbe andato con quello, nella nebbiosa padania. Gabriele
invece era disorientato, temeva pure di non passare l’esame
di
procura, aveva già tribolato molto per laurearsi.
Edmondo era brillato per la sua tesi, aveva rifiutato di
andare a
fare il ricercatore, ora Carlo gli proponeva di essere
consulente
del partito: avrebbe avuto un’entrata fissa e avrebbe potuto
anche
fare qualche causa per conto suo. Sarebbe stato il degno
coronamento della sua tesi di laurea, lo sviluppo coerente
delle
sua capacità, avrebbe fatto onore all’impegno etico di suo
padre
da medico.
Anche Carlo spingeva per questa scelta, persino Gabriele la
vedeva di buon occhio.
Carlo gli sottolineò:
“non guadagnerai moltissimo, ma avrai una certa tranquillità,
e
poi se ti metti a fare la libera professione non sei tanto
sicuro di
guadagnare, nemmeno se subentri a qualcuno come fa Gino.”
Gino glie lo ribadì:
“con la tua testa non ti vedo a fare causa per tutte le
minchiate
per le quali le persone vanno in tribunale a scannarsi. Magari
ci
riuscirai anche bene ma sarai frustrato.”
Gabriele aveva insistito pure:
“Io non sono molto capace ma se avessi la tua testa farei
quello
che tu non vuoi fare, se fai quello, non do nemmeno la procura
e
vengo a farti da segretario se mi vuoi. Mi basterebbe quello,
se
mi prendi come segretario, non mi spacco il culo a dare
l’esame
di procura.”
La sua tesi di laurea era stato un mito per Gabriele che lo
adorava.
Gli altri avevano ancora discusso insistito, Gabriele no, ad
un
certo punto Gabriele doveva avere capito che lui era
paraculato,
se ne era stato zitto, si era reso conto che lui aveva in mano
una
carta che non faceva vedere agli altri. Edmondo era
schifosamente paraculato grazie alle conoscenze di Vinicio.
Gabriele non capiva razionalmente ma era un istintivo,
intuiva
quando c’era qualche cosa che non veniva detto ma che
cambiava le carte in tavola.
Vinicio conosceva un presidente di tribunale che era di sede a
70
km dal paese di Edmondo, lo aveva presentato, sapeva di avere
la via spianata ed alla grande.
Sapeva di dovere guadagnare subito molto con la professione,
altrimenti non ce la avrebbe fatta a pagarsi il sesso. Ormai
era
deciso a non rinunciarci, gli piacevano troppo quelle nottate
con
corpi splendidi a completa disposizione. Aveva accettato di
essere paraculato, anche se si era sentito peggio di un
marchettaro, ora non giocava sulla sua pelle ma sulla pelle
degli
altri facendo concorrenza sleale.
Gabriele incominciò a paracularsi, prima studiava come una
bestia e chiedeva aiuto a loro tutte le volte che poteva, e,
se non
fosse stato per loro, avrebbe smesso già al secondo anno, ma
lo
avevano aiutato a tenere duro. Invece si diede alla politica,
si
mise in nel partito piccolo dove c’erano tutti vecchi, quindi
un
giovane per di più laureato veniva bene. Passò l’esame di
procura al primo colpo.
Edmondo aveva i suoi problemi, doveva subito entrare nel giro
forte, diventare subito lo splendido avvocato, non avrebbe
più
potuto fare marchette per pagarsele a sua volta, in provincia
lo si
sarebbe saputo subito, lui doveva essere assolutamente
rispettabile ed insospettabile. E poi non aveva quasi più
l’età per
fare marchette. Non poteva neppure abbandonare mamma sola e
vedova ed andare lontano, non se la sentiva. Lui aveva
sognato
di fare come Federico, ma allora c’erano ancora papà ed
Elisa,
si sentiva in dovere di stare vicino a mamma, a mamma era
rimasto solo lui.
Era incominciato subito il periodo grasso: le sue cause erano
favorite in tutti i sensi, incominciò subito a farsi un nome,
ad avere
una ricca clientela.
Si però stava incominciando a dire che lui vinceva le cause
solo
perché era amico del presidente, anche se poi lui ed il
presidente
avevano avuto l’accortezza di non farsi mai vedere assieme,
ma
si era intuito che le sua cause andavano sempre a finire in
una
corsia preferenziale. Dopo 4 anni il presidente era stato
cambiato e gli era capitata una causa difficile. Il suo
cliente aveva
tutte le ragioni ma aveva contro il mondo: c’era a mezzo uno
dei
migliori studi di Roma, ma lui aveva vinto in primo grado, in
appello, in cassazione ed a quel punto era diventato
intoccabile.
Aveva guadagnato ben poco quella volta, ma si era fatto la
fama
e da allora aveva scelto oculatamente le cause ricche, tanto
più
se erano cause che godevano di qualche protezione nel
tribunale.
La sua grande tesi di laurea che aveva indagato sulla
disparità
delle sentenze a seconda della classe sociale dei giudicati
era
stata una bomba all’idrogeno, gli si apriva davanti una
carriera
come avvocato nella politica, ma anche una carriera da morto
di
fame, amico dei morti di fame e nemico di quelli che potevano
pagare. La sua tesi era caduta nell’oblio, era diventata
carta
straccia, aveva avuto onorificenza all’estero, ma in Italia
tutti
avevano voluto lasciarla nell’archivio, lui per primo, anzi
lui per
primo aveva voluto farla affossare, non aveva voglia di andare
in
trincea, lui voleva vivere tranquillo ed agiato.
Si era fatto una fama, cercava solo le cause in cui ci fosse
molto
da mordere e che fossero ragionevolmente vinte, anche
difficili
ma assolutamente dalla parte della ragione. Da lui arrivavano
anche troppe persone, poteva permettersi di scegliere.
Lui andava avanti, portava fino in cassazione storie per cui
si
sarebbe potuto risolvere tutto con 4 discussioni tra avvocati,
più
si litigava e più c’era da mordere. E continuava ad avere una
nascosta e timida benedizione dei presidenti del tribunale,
tutti e
3 lo avevano sempre aiutato un po’.
***
Gabriele era diventato per prima volte ministro, Carlo che
pure
era bravissimo era neppure sottosegretario. Era rimasto
sbalordito, non capiva che cosa ci fosse sotto. Era riuscito
a
prendere la procura con degli intrallazzi, si era messo
oculatamente nella politica prima di dare l’esame, prima era
sempre stato disinteressato alla politica, e poi si era messo
a
fare l’avvocato anche lui in Padania, a 100 chilometri da dove
era
Gino. Come avvocato era stato una frana, cercava sempre solo
di transare, anche a condizioni pessime per il suo cliente.
Nei
pochi processi dibattimentali che aveva fatto era stato un
disastro.
Poi si era dedicato solo alla politica ed aveva fatto un
carriera
fulminea.
una gita in cascina
Edmondo era stato invitato da Gino dopo che era morta mamma.
Gino, Carlo erano venuti al funerale, ma Gabriele non aveva
potuto, era ministro in quel momento. Non aveva mai onorato
l’invito di Gino, decise di farlo allora che aveva un mese da
ammazzare.
Gino faceva l’avvocato ma più che tutto il paciere, era un
vero
paciere, sovente andavano assieme da lui le due parti perché
li
facesse andare d’accordo. Si era ritagliato una dimensione di
vita tutta sua. Facendo il paciere guadagnava molto di meno,
ma
era occupato anche molto di meno, ma sapeva cosa fare. Si era
preso la fattoria in campagna, teneva i maiali, faceva i
salami,
vendeva salami, faceva salami, di pollo, coniglio, tacchino,
vitello,
asino, salami dietetici senza nitrati, con poco sale,
prosciutti
bresaole, arrotondava così. Gli aveva fatto visitare al
mattino i
locali dove macellava, produceva e faceva stagionare. I due
figli e
la figlio e sua figlia collaboravano alla fattoria, sua
moglie
insegnava biologia, ma anche lei era coinvolta in lavori di
allevamento ed agricoli.
Elio, 19 anni, il figlio più grande era arrivato da scuola
alle 2, non
aveva mangiato, e si era messo subito al lavoro, si era
stupito
perché aveva saltato il pasto, ma c’era una ragione. Si era
vestito adeguatamente di gomma ed aveva spalato cacca di
gallina per due ore dal pollaio. Era il suo lavoro, lo faceva
tutti i
santi sabati dell’anno, sua sorella faceva lo stesso lavoro
con i
conigli, Gino puliva i maiali assieme al figlio Filippo di 16
anni.
Ines, la moglie di Elio portava con il trattore il letame in
una
concimaia. Edmondo si era sentito a disagio a fare niente,
gli
avevano dato dei vestiti adatti che erano di Elio e si era
messo a
scaricare il letame dal trattore ed a mescolarlo nella
concimaia.
Quando era ragazzo faceva questo lavoro con suo nonno, non
era
a disagio.
Si erano fatti un sabato pomeriggio da schiavi, ma nessuno
era
scontento, Edmondo stesso si era divertito. Avevano fatto la
doccia ed erano stati a parlare con lui fino a tarda serata e
i figli
di Gino non erano usciti. Per loro Edmondo era una finestra
sul
mondo, avevano voluto stare con gli adulti mentre discutevano
e
discutere loro stessi.
Era una famiglia magnifica. Gli era scappata l’esclamazione:
“ti invidio questa magnifica famiglia!”
“se tu non hai potuto farla ne avrai avuto dei motivi, ma
puoi
ancora essere un padre o un fratello maggiore per i miei
figli.”
Gino aveva capito che per qualche motivo lui non aveva
potuto,
Gino non era stupido.
Alla domenica mattina erano venuti diversi amici di Gino,
avevano parlato di Gabriele, quella zona faceva parte del suo
collegio elettorale.
Gli spiegarono come aveva costruito il suo successo politico.
Si era dedicato alla politica come attività principale appena
in
tempo, poco prima che tutti si accorgessero che era negato
per
fare l’avvocato. Quando arrivava al processo dibattimentale
si
faceva mettere a tappeto sempre, anche con cause vite
facilmente in partenza, cercavo sempre di transare a
qualsiasi
costo, a qualsiasi ignominiosa condizione per il suo cliente,
stava
per precipitare nell’abisso e doversi cercare un posto come
dipendente pubblico, si stava capendo che era una frana.
Si era ritirato praticamente dalla professione per un anno, ed
era
ricomparso in pubblico alla chetichella come politico.
Era riuscito a spandere una spessa cortina fumogena attorno a
sé, nessuno riusciva a capire quali fossero le sue doti ed i
suoi
limiti, era tutto avvolto dall’impenetrabilità. Il suo grande
lavoro era
fare in modo che su tutti i giornali della zona del suo
collegio
elettorale e nelle pagine locali di quelli nazionali
uscissero
spesso dei trafiletti in cui si parlava di suoi interventi a
suo tempo
presso enti pubblici, ma poi era diventato subito deputato e,
leggendo i trafiletti dei giornali locali sembrava che facesse
più
interrogazioni parlamentari lui di tutti gli altri messi
assieme. Molti
se le bevevano e lui era considerato un oracolo. Bastava
prendere un giornale che non fosse di quella regione e quegli
interventi erano totalmente ignorati, anche perché sovente
erano
fatti in una trattoria di Roma o poco meno o poco più, invece
sui
giornali della zona se ne parlava come se lui avesse parlato
per
ore alla camera con discorsi roboanti e terribili. Sovente i
trafiletti
che comparivano sui giornali erano scritti da lui stesso, ed
i
giornali stavano ben attenti a non perderne uno, in qualche
modo
lui faceva sempre arrivare dei soldini o dei favori, anzi il
mercato
dei favori era il suo punto forte.
Uno degli amici di Gino era stato nello studio di Gabriele il
sabato mattina quando lui tornava da Roma. Era rimasto
impressionato, l’anticamera era piena zeppa di postulanti.
Quando si andava in un pubblico ufficio in quella
fetentissima
zona che era il feudo elettorale di Gabriele e si chiedeva
una
qualsiasi cagata, se capitava con uno della banda di Gabriele,
si
aveva un secco rifiuto senza motivazioni. Succedevano allora
tre
casi: il tizio se ne andava a casa bestemmiando ed avvilito
perché contro la macchina statale si era impotenti, oppure se
era
uno sveglio, cosa rara, chiedeva chi fosse il capo
dell’ufficio ed
esigeva una risposta scritta e la difficoltà scompariva
d’incanto
prima che lui incominciasse a scrivere, oppure prometteva di
tornare subito con un amico giornalista o con un vigile come
testimonio e di nuovo l’effetto era immediato, oppure andava
al
sabato a fare la coda da Gabriele che prendeva appunti e dopo
tre giorni riceveva una lettera in cui si diceva di
presentarsi
all’ufficio tale alla tale ora e sarebbe stato fatto tutto
come si
deve. Il tizio andava all’ufficio e veniva servito e riverito
e a questo
punto, votava Gabriele fino alla morte, lui e tutta la
famiglia e ne
parlava bene a tutti come uno che “si dava da fare”. Anche
per
essere assunti in certi posti privati si doveva ricorrere a
lui, il
capo del personale diceva: “guardi che non posso fare niente
per
lei, le graduatorie sono state fatte dai sindacati e per sua
figlia
non c’è posto, vada dall’onorevole solo lui può fare
qualcosa.”
Andavano dall’onorevole e la ragazza veniva immancabilmente
assunta, e tutta la famiglia votava Gabriele fino a che ne
aveva la
forza perché Gabriele li aveva salvati dalla miseria mentre
il
sindacato voleva mandarli in rovina. Questo discorso veniva
fatto
a tutti quelli e quelle che la ditta voleva assumere
ovviamente. A
nessuno veniva in mente che se fosse stata colpa dei sindacati
si
sarebbe dovuto andare dai sindacati a prostituirsi, ma quelli
erano dei semplici e dei tonti e se la bevevano tutti o quasi
tutti. E
la ditta in questione continuava ad inquinare, ad erodere la
montagna, a non osservare le misure di sicurezza, a tenere
una
contabilità allegra, sentendosi protetta in alto, anzi qualche
azione
finiva casualmente nella mani della moglie di Gabriele,
oppure
della cognata.
Si presentava come il paladino della morale pubblica, quello
che
si faceva in quattro per fare andare l’Italia bene, quello che
non
guardava in faccia nessuno e che era pronto a mettere
chiunque
sotto inchiesta, questo ovviamente fuori del suo feudo e con
persone che non fossero in grado di nuocere. Ma la sua
poltrona
da ministro o comunque da parlamentare di serie A aveva
incominciato a scricchiolare, non perché si fossero accorti
che
era un cretino, ma solo perché i discorsi della lega avevano
convinto più dei suoi, ma a nessuno era venuto il dubbio che
lui
fosse un imbecille ed uno che faceva giochetti del tipo che
appunto faceva, proprio a nessuno, nemmeno quelli della lega
avevano capito il suo giochetto per prendere voti. I discorsi
della
lega non erano il massimo della scienza, ma erano già meglio
di
quelli di Gabriele.
Aveva anche fatto qualche errore clamoroso, era stato
smascherato il suo gioco da alcune persone un po’ più
avvedute.
Quella volta era ministro ed aveva impedito che arrivassero
alcune agevolazioni fiscali che toccavano anche ad alcune
zone
del suo feudo. I cittadini avevano fatto regolare ricorso ma
avevano trovato un muro di gomma nella burocrazia. Un sabato
mattina una delegazione era andata a parlargli nel suo studio
e
per incanto le agevolazioni erano subito arrivate, in un
attimo, se
non ché quella volta quelli che erano andati da lui non erano
dei
contadini ma professionisti, imprenditori e si erano accorti
che
era stato lui a bloccare la cosa per fare vedere che era bravo
a
sbloccarla. Si era mangiato un sacco di consensi quella volta
e di
persone in un certo modo influenti e la lega incominciava a
trionfare nel suo territorio.
Edmondo sentì enumerare gli intrighi di Gabriele, non pensava
che sarebbe mai arrivato a tanto. Eppure Gabriele lo aveva
esortato a fare lo studioso, ad entrare in politica, voleva
perfino
fare il suo segretario. Si domandò che cosa fosse successo,
c’era stato veramente un cambiamento di rotta.
Ripensò a quella sera che avevano festeggiato l’esame di
procura: Gabriele si era accorto che lui era paraculato, lo
aveva
intuito ed aveva voluto fare altrettanto e ci era riuscito
anche
meglio.
Non disse una parola di giudizio su Gabriele, si sentiva anche
lui
parte in causa.
Aveva conosciuto la mamma di Gabriele, era ambiziosissima,
ma lui voleva distaccarsi da lei, voleva sentirsi
spalleggiato, ma
Edmondo facendo il paraculato, lo aveva fatto sentire solo.
Gli amici di Gino ne sapevano di tutti i colori su Gabriele.
Era andato ai festeggiamenti del centenario di una ferrovia
che
lui voleva fare chiudere, nella sua grande opera di
moralizzazione
voleva fare chiudere tutte le istituzioni che servivano
cittadini che
non lo votavano o che erano numericamente insignificanti. Lui
pensava di andare là a fare il solito bel discorso, mettersi
in
mostra e prendere i soliti applausi servili, ma si era preso
fischi
ed insulti, sapevano tutti che lui voleva fare chiudere quella
linea
con il rischio di avere la valle in gravi difficoltà
logistiche per 6
mesi l’anno.
Aveva partecipato ad un dibattito su di una televisione locale
per
le elezioni comunali, e, visto che la lega tirava forte in
quella zona,
aveva ripetuto a iosa che l’amministrazione uscente, che era
di
sinistra, aveva sperperato miliardi per fare opere di
urbanizzazione in una zona abitata solo da extracomunitari e
Rom. Con questo pensava di erodere il consenso alla lega. Lo
sperpero era consistito nell’allacciare la rete fognaria e
fare
arrivare l’acqua a tutte le abitazioni, asfaltare le strade in
un
quartiere che era stato lasciato all’abbandono per 30 anni:
l’accusa era ridicola ed il tentativo di propaganda rozzo e
maldestro. Il suo gruppo che prima dei suoi interventi alla
televisione locale era dato per vincente aveva perso anche le
mutande alle elezioni comunali. Il candidato della sua sponda
doveva avergli mangiato la faccia come minimo, e da quella
volta
non aveva più concesso interviste senza potere sapere prime
le
domande e rifiutava sistematicamente i pubblici dibattiti,
con
questi rischiava di scoprire le carte, di farsi conoscere,
era
meglio insistere con i trafiletti sui giornali.
Andava personalmente a fare la spesa, e diceva di mandargli
il
conto a casa, sicuro che il conto non sarebbe mai arrivato.
Faceva così anche dal dentista, dal parrucchiere, a
ristorante, da
ogni parte ma ora cominciavano ad arrivargli piuttosto sovente
le
fatture a casa.
Gino quando i suoi amici furono andati via, si scusò per i
discorsi, ma Gabriele era veramente diventato un opportunista
delle peggiore specie, pronto a qualsiasi falsità.
“Ma tu non ne puoi niente.” Gli sottolineò, aveva visto
Edmondo
patire.
“ne posso qualcosa anche io, anzi molto.”
“lui ha fatto tutto da solo.”
“No, ti ricordi la sera che abbiamo festeggiato la procura?”
“Ricordo che ti abbiamo detto tutti di lavorare per il partito
di
Carlo.”
“anche Gabriele aveva detto questo.”
“Sì, ed aveva pure detto che ti avrebbe fatto da segretario
tanto
non avrebbe passato la procura, e poi guarda che fine che ha
fatto, e si è paraculato per passare la procura.”
“Lui quella sera era sincero quando diceva che voleva fare il
mio
segretario, per lui la mia tesi era un mito. Ma lui ha capito
una
cosa che tu e Carlo non avevate capito: che ero paraculato
anche
io, che volevo fare l’avvocato di provincia perché sapevo di
essere ben paraculato, schifosamente paraculato in tribunale.”
“Era così?”
“Sì, certo,”
“quale il prezzo che hai pagato per questo?”
“La solitudine, quando sei paraculato ti nascondi, non sei
stesso
e resti solo. E poi forse Gabriele non si sarebbe paraculato
così.”
“vieni qui tutte le volte che vuoi, non sarai mai solo fino a
che ci
saremo noi.”
“ Me ne ricorderò.”
Stavano pranzando tutti assieme, i figli di Gino lo avevano
guardato ammirati della sua ammissione.
Questa volta Elio mangiava come un lupo, anche la sera a cena
aveva mangiato poco. Edmondo gli domandò come mai gli fosse
venuto l’appetito.
“quando vado in quella schifezza delle gallina mi viene la
nausea
e mi passa completamente solo il giorno dopo. Sono quello che
la sopporta meglio, se non mangio non vomito, tutti gli altri
vomitano anche se non mangiano, e quindi ci vado io, ma che
mi
lascino mangiare quando mi sento.
Così posso fare lo skin head senza dovere rendere conto a
nessuno, se ho un po’ di capelli mi restano impregnati per un
giorno…. Nessuno in casa può dirmi niente se ho un look molto
hard.“
“Ma non vi pesa passare tutti i sabati a lavorare e spesso
anche
le domeniche come mi dice vostro padre?”
“siamo noi che vogliamo farlo, lui non ci ha mai dato ordini,
lei
neppure. Ma non mi andava di vedere mio padre e mia madre
che lavoravano come bestie mentre io stavo a fare niente.
E poi preferisco che mio padre faccia l’avvocato secondo
coscienza e spalare cacca di gallina, stiamo meglio tutti.
Mio
fratello e mia sorella hanno seguito il mio esempio, si sono
messi
a lavorare anche loro per sentirsi grandi come me…”
“No, perché ci facevi compassione quando ti veniva il vomito
mentre eri nel pollaio.” Disse sarcastica Sonia per ricambiare
il
sarcasmo.
“Nessuno mi ha mai comandato – disse Filippo – ma mi sta bene
di lavorare anche io per contribuire alle spese di casa. Papà
di fa
sempre vedere tutti i conti di quello che guadagniamo con i
salami e con tutto, è come se lavorassimo a stipendio così.
Poi
dividiamo quello che resta, tolte le spese, secondo l’impegno
di
ognuno, e poi qualcosa mettiamo in casa.
Se mio padre non mi fa più lavorare e mi licenzia, mi cerco
un
buon avvocato e lo denuncio… ”
Erano veramente degli esperti ormai, sapevano di tutto,
parlarono dei nitrati che si usano in quasi tutti i salumi ma
sono
cancerogeni, di come si prevengono le botuline, loro facevano
salumi di qualità ma studiavano veramente, Ines, la moglie
che
era biologa aveva dato un bel contributo.
Gino gli domandò:
“Adesso se ti interessi solo dei minori, guadagnerai molto di
meno.”
“Va benissimo così, non ho bisogno di soldi, non ho nessuno
da
mantenere, al massimo vengo anche io a fare salami ed a
spennare tacchini.”
“E se non ti arriva l’incarico per tempo dal tribunale?”
“Esiste sempre il gratuito patrocinio.”
“quando hai deciso questo?”
“oggi tra il secondo e il formaggio. Veramente oggi. Se tu
rinunci
alle cause io posso incominciare senza essere nominato dalla
procura.
Se poi volete venire al mare, ho una casa con molti posti
letto,
basta che me lo diciate, è un po’ lontana di qui, ma me la
fate
vivere un po’. Magari quella settimana vengo io a badare ai
conigli….”
“D’estate quando non abbiamo la scuola basta che restino due
a
casa che possono fare tutto.” Puntualizzò Elio. “Ho sentito
che ti
dispiace di non avere figli, ma guarda che ci siamo noi, per
noi
puoi essere un padre in più.”
“è meglio che prendi anche noi – intervenne Sonia – perché sa
hai un solo figlio come lui ti disperi, almeno io Filippo
alziamo la
media.”
Non si erano mai visti, ma lo trattavano proprio come un papà
e
si prendevano in giro davanti a lui.
“voglio meritarmelo.”
“sei nato prima, puoi essere padre. Anche se sei solo, non è
un
problema, se non ti sei sposato avrai avuto le tue ragioni
che
sono certamente ragioni.” Disse Elio.
“prima voglio farlo.”
“papà dice che un buon padre deve riconoscere i suoi errori
di
fronte ai figli e chiedere perdono, lui lo ha sempre fatto,
anche tu
lo hai già fatto, hai detto che ti sei paraculato.”
Andarono nel salo c’era un pianoforte aperto, non lo aveva
ancora visto, Sonia studiava pianoforte, sul leggio Beethoven,
le
sonate. Era un pianoforte orientale da 4 soldi.
“ora che Sonia è al settimo dovremo cambiare questo
pianoforte,
mi dicono tutti che sia un chiodo.” Disse Gino.
“è vero, - ribadì Elio – Walter che è al decimo, ha provato a
suonarlo, ha detto che è una cosa impossibile, ha detto che
se
uno riesce a suonare questo suona su qualsiasi pianoforte.
Non
suona né piano né forte.”
Edmondo guardò in volto Sonia, non era emaciata, la aveva
associata per un istante a sua sorella Elisa.
***
Il mese di Aprile stava terminando, gli restavano pochi giorni
da
ammazzare, ma pioveva tutti i giorni. Edmondo si chiese come
se la fosse passata Michele con tutta quella pioggia, era
andato
a vedere alla stazione, ma non c’era più da diversi giorni.
Non era
stato neppure visto nei paesi vicini.
Lo incontrò per pura combinazione a 150 chilometri di lì,
mentre
pioveva come al solito in quei giorni. Michele era al riparo
sotto
una tettoia ai bordi della strada ma era tutto bagnato.
Nascosero
bene la bicicletta, lo portò in un albergo e gli prese una
camera
perché potesse lavarsi, asciugarsi e cambiarsi. Poi
pranzarono
assieme mentre il tempo si stava schiarendo.
“dove stai andando?” gli chiese.
“a… Ci sono alcune feste, me lo hai consigliato ti di andare
dove ci sono delle feste.”
“Hai qualche posto per dormire al riparo? Adesso viene il
sole,
ma si prevede ancora acqua nei prossimi giorni.”
“c’è una villa che mi lasciano dormire nel garage.”
“ma adesso ci sono?”
“penso di sì, li ho sempre trovati.”
“e nei giorni scorsi?”
“un prete mi ha dato un posto al riparo nella canonica.”
“Pensi di continuare a fare sempre questa vita?”
“Sì, fino a quando non troverò di meglio, ma non è una brutta
vita,
l’inverno e la pioggia sono brutti, ma il sole e l’estate sono
belli.”
“Hai l’albergo pagato per 4 notti, poi dicono che dovrebbe
fare
bello. Per 4 notti dormirai all’asciutto di sicuro.”
“Ma che cosa ti devo?”
“Non sto regalando nulla, sto facendo una cosa che penso che
sia giusto fare.”
“Ho capito, ho capito, è come quando io do le briciole ai
passeri
nel viale, quando non ho più fame, ma i passeri mi vogliono
bene,
quando arrivo, mi si avvicinano.”
Avrebbe voluto portarlo a casa sua ma le feste erano là, non
doveva distrarlo dalla sua vita, ma si ripromise nel suo cuore
che
quando fosse ritornato nella sua zona lo avrebbe ospitato per
lo
meno a piano terra dove aveva molto spazio abbastanza
confortevole, c’erano anche due camere e i servizi.
Anche all’estate non è tanto bello dormire all’aperto, ci
vorrebbe
almeno una tenda, pensò Edmondo, ma per la tenda ci voleva un
campeggio.
Sarebbe tornato qualche giorno a giugno, lo avrebbe ospitato
a
casa sua per qualche giorno.
***
Il giorno dopo Edmondo andò alla posta ma a piedi, aveva
lavorato tutto il pomeriggio nel giardino, ma al mattino era
di
nuovo pieno di energia in corpo.
Rivide anche l’ingegnere.
“Ha visto Michele in questi giorni? Con tutta questa acqua se
la
passerà male.”
“L’ho incontrato combinazione a… “
“Come era sistemato? Se fosse stato qui c’era il nostro
ufficio.”
“Gli hanno offerto un posto in albergo per alcuni giorni.”
“Speriamo che trovi una casa, l’Italia non è l’India, se va
avanti
così non ha vita lunga.
E poi non si rende assolutamente conto dei meccanismi della
nostra società, vorrebbe impararli, ma nessuno glie li insegna
e
non sa da che parte incominciare. Lui ha poco più della
cultura di
un indiano della strada anche se è intelligente comunque.”
Verissimo, era d’accordo con l’ingegnere.
Tornò ancora a cercare Michele a…. prima di partire, Stava
guardando compiaciuto una partita internazionale, Edmondo
azzardò la domanda difficile:
“ma dove vuoi arrivare nella vita? Dove ti vuoi fermare?”
“ con che mi prende.”
“Non scegli tu?”
“Non so come fare a scegliere, io non riesco a capire le
persone
qui, in India le capivo meglio, ma chi mi vuole prendere sa
come
sono, io mi faccio capire, almeno voglio, spero di riuscirci.”
Nulla di più ma si poteva capire tutto.
***
Non aveva detto a Michele che non sarebbe tornato nella sua
casa al mare per alcune settimane, avrebbe avuto alcune
settimane di fuoco, non voleva sbilanciarsi troppo, creare
delle
aspettative. Non si era mai sputtanato, non voleva farlo ora
per un
nomade con cui non aveva intenzione di fare nulla. Avrebbe
continuato a fare sesso pagando e facendo perdere le tracce,
fare come aveva sempre fatto.
Finora gli aveva pagato l’albergo, ma non era così certo che
avrebbe avuto il muso duro di portarselo in casa. Finora la
sua
casa era stata sempre illibata, asettica più che illibata.
***
Roma era lontana, quando aveva incominciato a lavorare non
poteva andare fino laggiù, ma non voleva nemmeno fare certe
cose troppo vicino a casa, però facendo un 90 chilometri
c’era
una città dove Ermete aveva una “filiale” che gli faceva lo
stesso
servizio. Lì era vicino, ci andava anche tutte le settimane a
volte, e
quando era giovane anche un paio di volte alla settimana. Il
posto
era a 30 chilometri dalla sua casa al mare. Ermete faceva un
sacco di soldi ma forniva sempre un ottimo servizio
assolutamente discreto. C’erano grossi nomi che venivano là e
dai ragazzi non era mai trapelato nulla, almeno pareva
proprio,
poi si sa com’è, quando uno è molto importante c’è sempre chi
mette delle voci in giro.
Per questo lui non si era messo in politica, non voleva
diventare
famoso e quindi essere scoperto e finire in piazza come
frocio.
C’erano 4 parlamentari tra i clienti di Ermete, che questi
erano
froci lo sapeva tutto il mondo, impossibile restare ignoti
quando si
è famosi e non venire passati al setaccio. Sia i marchettari
che
gli organizzatori erano persone che tenevano la bocca cucita,
ma
quando uno è in vista è analizzato i 1000 modi e prima o poi
nasce il sospetto di quello che veramente è.
Qualcuno dei clienti si innamorava dei ragazzi, ma i ragazzi
spesso non ne volevano sapere di fare gli innamorati. Ermete
in
quel caso cercava di aiutare a convincerli in tutti i modi,
ma
proprio tutti i modi, ossia minacce, ricatti e botte comprese,
e non
poche, ma solo pochi si facevano convincere a diventare
amanti
fissi. Ermete pensava proprio a tutto. Lui non ne aveva mai
voluto
sapere di avere un amante anche se qualche ragazzo glie lo
aveva chiesto, capitava anche questo. Lui aveva un lavoro in
cui
era troppo importante la rispettabilità, non poteva giocarsi
le
aderenze che aveva nei tribunali con delle voci indiscrete sui
suoi
gusti sessuali.
Anche quando andava in vacanza all’estero voleva sempre avere
un’organizzazione seria alle spalle, lui non voleva correre
rischi,
anche perché lui, a differenza dell’ingegnerino parlava solo
l’italiano ed il latino, ma con quell’ultimo non andava
lontano. Il suo
francese ed il suo inglese erano penosi. Non voleva
arrischiare di
andare a Parigi o a Berlino in uno dei soliti locali che poi
erano
pieni di italiani, meglio avere la marchetta pronta all’uso e
disponibile per guadagnarsi la sua cifretta, disposta a
sottostare
ai suoi gusti che sapeva già da prima fino dove si
spingevano,
mentre due gorilla nell’appartamento erano pronti ad ogni
evenienza. Impiegava meno tempo e meno stress, pagando si
toglieva tutte le preoccupazioni e tutte le voglie ed aveva
ciò che
voleva.
Quando era in città la sua amante era Laura, quando era nella
casa al mare, la sua amante ufficiale era la contessa, ma
anche
con quella non si erano mai sfiorati con un dito. Alla
contessa
piacevano giovani, quelli di 25 anni per lei incominciavano
ad
essere vecchi, ma c’era il generale della vicina caserma che
concedeva ampie licenze a chi accettasse di farle da
“attendente”. Qualche ragazzo cui piaccia una 45 enne c’è
sempre, e lei era sempre fornita di attendenti che cambiava
molto spesso. D’altra parte il generale era molto obbligato
verso
di lei che era riuscita ad insabbiare un’inchiesta pesante su
di lui
grazie alle sue conoscenze di famiglia.
***
Edmondo venne assorbito dal lavoro per un mese, per un mese,
non ebbe più tempo per i suoi pensieri, era quello che
voleva.
Quando arrivò giugno andò nella villa al mare, sentì di nuovo
il
peso della solitudine ed ebbe di nuovo la lucidità dei
pensieri di
quando si è nell’ozio totale. Assaporò l’aridità della sua
solitudine, la desolazione di una vita vissuta solo per lui
stesso
senza piantare nessun albero che rimanesse a fare ombra a
qualcuno. Cercò di respingere quei pensieri ma se li ritrovò
davanti in ogni istante: Elena che veniva a fargli le pulizie
gli
diede notizie dei suoi bimbi, Antonio che veniva a bagnargli
il
giardino mentre lui era assente gli chiese di dare dei
consigli a
suo nipote per scegliere la facoltà, la vicina gli raccontò
che
aspettava che arrivassero i tre nipoti, gli chiedeva
consiglio
sull’orario di rientro da imporre loro. Tre colloqui di
persone che
lo trattavano come se lui fosse un padre, ma lui era padre di
niente, ogni volta era stato un girare il coltello nella
piaga.
E poi il nipote della vicina gli fece l’elogio della dedizione
alla
politica del suo amico Carlo. Questa era stata la goccia che
aveva fatto traboccare il vaso, se ne accorse: lui era vissuto
solo
per scopare i maschi nascondendosi. Incominciava a leggere
ogni discorso con un chiave diversa, una chiave che aveva mai
usato fino ad allora.
Se avesse lavorato con Carlo sarebbe stato stimato dal nipote
della vicina che era un ragazzo d’oro, era bello essere
stimati da
un ragazzo simile. Invece sentiva che quel ragazzo aveva per
lui
solo del rispetto, rispetto verso l’uomo adulto, ma si capiva
lontano un chilometro che quel ragazzo sulla vita la pensava
in
modo diverso.
La sua vita era stata finalizzato alla sua attività sessuale
clandestina, era passato su tutto e tutti per potersi fare le
sue
scopate con i più bei marchettari d’Italia mantenendo
l’incognito e
la rispettabilità.
Mamma diceva che era bravo e che aveva saputo prendere lo
occasioni giuste per vivere, lei se ne era sempre fregata di
lui e
della sua solitudine, a lei bastava essere rispettabile e fare
una
vita agiata. Ebbe impeti di odio verso sua madre ancora una
volta, ma era inutile odiarla, era solo e stava a lui farsene
quello
che voleva della vita. Lei lo aveva sempre osannato per il
livello di
vita agiato e “rispettabile” che le aveva fatto fare nella
sua
vecchiaia, perché le aveva dato soddisfazione facendo
l’avvocato
di successo.
Lei lo aveva solo strumentalizzato, non c’era riuscita con
suo
padre, ma con lui si. Forse non si era resa conto del prezzo
che
avrebbe pagato lui, o forse non le era mai interessato, ma
ora
incominciava a pensare che non fosse il caso di continuare a
pagare questo prezzo.
Non gli aveva mai detto una volta di sistemarsi e di sposarsi,
tutti
glie lo avevano detto, tutte le persone che gli volevano bene,
ma
lei mai. Lui aveva sempre ascoltato le esortazioni al
matrimonio
con un senso di fastidio, ma ora si rendeva conto che erano
sincere. Lui non aveva un altro Edmondo che lo sorreggesse
nel
momento della debolezza, lui era abbandonato a sé stesso.
Prima c’era sua madre che lo gratificava, era il suo
riferimento, la
adorava, ma aveva adorato il passato, ora che il passato era
andato perché lei era morta, non gli rimaneva nulla. Per un
po’
era vissuto venerando idealmente sua madre, e si riempiva la
vita
del ricordo, ma ora erano passati tre anni, e sentiva che
anche a
lui la vita sfuggiva e che non poteva vivere di sola
commemorazione.
Lui aveva venerato sua madre perché non aveva voluto
impegnarsi per nessun altro scopo nella vita, si era lasciato
sopraffare da lei, perché la sua esistenza era vuota di reali
motivi,
di cose da costruire, l’unica soddisfazione era farsi dei bei
marchettari, usarli a suo piacimento, ma ora lo sentivo un
placebo, quella non era la vita.
Stava bene di salute, si sentiva vigoroso ma doveva inforcare
gli
occhiali per leggere, lui come tutti alla soglia dei 50, era
questo
un rivelatore molto preciso che la prima metà e forse anche
molto
di più era passata.
Decise di andare a cercare Michele, aveva voglia di
rivederlo,
così senza impegno, ma non lo trovò. Andò a cercare
l’ingegnerino ma anche lui non se sapeva nulla, sapeva solo
che
si era trasferito in una altra zona balneare ma non sapeva
quale.
Non sapeva come fare a rintracciarlo senza dare troppo
nell’occhio, fece una vacanza di mare più lunga del solito,
sperava di vederlo ancora.
“Se mi lascia un recapito, se lo vedo la chiamo.” Gli disse
l’ingegnerino una volta che gli aveva chiesto di Michele.
Rimase di stucco, quello faceva tutto sul serio,
l’ingegnerino
poliglotta e sottooccupato. Si scambiarono i biglietti da
visita,
non poteva nascondersi ad una persona simile, quello aveva le
palle, lui viveva in un mondo di castrati, quello era il
negativo
esatto di Gabriele, quello trattava le persone assolutamente
in
modo serio.
“Ma perché si preoccupa così tanto che io possa rintracciare
Michele?”
“Anche lui mi aveva chiesto di lei, mai nessuno è tornato 4
volte a
cercarlo. Ogni azione ha un significato.”
Il candore e la decisione di Paolo, l’ingegnerino, gli
sconvolsero
la mente: quello non stava a pensare nulla, ad indagare, due
persone sole si cercavano, lui le aiutava a trovarsi.
“Può darsi che ognuno di voi abbia bisogno dell’altro.”
Concluse
Paolo.
Quello era grande, percepì chiaramente la grandezza dei
sentimenti di Paolo, la intravide nel suo accenno come un
bagliore. Lui cercava Michele ma era pronto a portarselo in
casa,
tra un po’ sarebbe stato inverno, non voleva pensare che si
sarebbe fatto un altro inverno all’addiaccio. Mentre lo
cercava
aveva maturato un processo mentale per cui lui era deciso a
fare
quello che non aveva mai osato fino ad allora. Maledisse di
non
averlo portato a casa sua, almeno Michele avrebbe avuto un
riferimento dove cercarlo e fargli recapitare un messaggio,
solo
che non sapeva scrivere probabilmente, ma se lo sarebbe fatto
scrivere da Paolo o da qualcun altro.
Paolo doveva avere sofferto ed amato, azzardò una domanda
che a fiuto doveva dargli molte risposte:
“lei non mi ha mai detto che cosa è successo alla madre di
suo
figlio.”
“l’hanno ammazzata.”
“perché?”
“era una prostituta di colore ed era venuta a vivere con me,
dovevano impedire che altre facessero come lei.”
“Sono stati trovati i colpevoli?”
“io non conoscevo nessuno del suo giro. Non sapevo che strade
indicare alla polizia. Inoltre con la sua uccisione hanno
terrorizzato le sue compagne che io non so chi siano.”
“lei va a prostitute?”
“no.”
“come ha fatto a conoscerla?”
“i miei amici me la hanno portata perché mi dimenticassi
della
delusione con mia moglie.
Quella sera non abbiamo fatto sesso, abbiamo parlato e
abbiamo deciso che lei sarebbe rimasta con me. Lei ha
restituito
i soldi ai miei amici. Ho chiamato gli amici, con quei soldi
abbiamo mangiato tutti assieme a casa mia, e lei si è fermata
in
casa mia per sempre.”
“una bellissima storia.”
“bellissima, ma l’hanno ritrovata dopo 4 anni, e la hanno
uccisa
dopo 4 anni che era fuori dal giro. Non si era mai mossa di
qui
per paura di essere scoperta ed uccisa, era la prima volta
che
andava in città, era andata a trovare mia madre in ospedale,
aveva voluto andare, l’hanno beccata. Quando è uscita
dall’ospedale l’hanno presa, era d’inverno, era buio alle sei
di
sera. L’hanno torturata ed uccisa.”
“quando è successo?”
“sono 3 anni ormai ma non è ancora passata…”
Aveva intuito giusto, in 20 anni di professione aveva pure
sviluppato delle capacità di intuire al volo, capacità quasi
sensitive, forse avrebbe fatto meglio a fare il penalista,
glie lo
aveva detto Carlo, era più portato a quello.
“quale è la cosa più importante della vita, secondo lei?”
“fare crescere degli alberi che facciano ombra anche quando
noi
saremo morti.”
Anche lui parlava di alberi, la metafora che gli frullava in
testa da
mesi, sembrava gli avesse letto nella mente, era il pensiero
fisso
che gli frullava in testa tutte le volte che era da solo ed
aveva nulla
da fare.
“non tutti gli alberi sono buoni, ci sono alberi malvagi,
perversi.”
“se un’albero fa ombra a qualcuno e non fa del male a nessuno
è
un albero buono. La perversione è una convenzione dei
benpensanti per sentirsi giustificati e migliori.”
C’era un messaggio implicito di pace, molto implicito per non
urtare la sua sensibilità, Edmondo lo raccolse.
“ a lei è capitato di essere giudicato ingiustamente
perverso?” gli
chiese.
“Sì, quando mi sono messo con Alina. Alina era nera e per di
più
aveva fatto la prostituta, qualcuno mi ha emarginato. I
soliti
benpensanti ipocriti che magari gestiscono i loro affari in
modo
spregiudicato o anche mafioso.
Ma sono contento di averlo fatto, l’unica cosa che mi dispiace
è
che l’abbiano ammazzata.”
Pensò che avrebbe fatto come Paolo, se ne sarebbe fregato dei
benpensanti, categoria alla quale apparteneva anche lui, per
lo
meno fino ad allora, da allora avrebbe piantato gli alberi
che
riteneva giusto.
***
Ermete lo cercò, era quasi un anno che non si faceva vedere:
“Ho passato un brutto momento, non me ne viene nessuna
voglia.”
Voleva quasi dirgli che non sarebbe mai più venuto da lui, ma
non
era sicuro di sé stesso.
Gli telefonò Gino: “ i miei figli mi chiedono quando vieni di
nuovo
a lavorare un po’, mi chiedono se non ti annoi senza di loro.”
Tornò alla cascina, me senza preavviso, tra capo e collo,
voleva
essere di nuovo essere messo a mezzo a lavorare.
Quando i figli i Gino lo abbracciarono gli venne da piangere,
subito, appena arrivato. Era alle corde per scoppiare a
piangere
così, se ne accorse anche lui.
Non ebbe altri momenti di smarrimento, ma sentiva
pesantemente di essere un albero sterile, senza frutti, tutta
quella
vitalità dei ragazzi glie lo sottolineava. Elio se ne accorse:
“Se uno è rimasto solo nella vita ha le sue ragioni, se non ha
fatto
figli, ha le sue ragioni. Qualunque esse siano, noi le
rispettiamo, e
ti stimiamo. Anche a noi piace allargare la famiglia, a papà
e
mamma come a noi.
Come vedi qui abbiamo in piedi un casino che ci mette male
muoverci, quando uno va via, lascia agli altri da lavorare di
più, se
vieni tu da noi è meglio, almeno noi lavoriamo di meno.
Quest’anno abbiamo messo molta carne al fuoco, ancora di più,
se vieni tu è meglio, abbiamo solo dei letti in questa casa.
Papà mi ha parlato della tua tesi di laurea, era stata una
cosa
pazzesca per i tempi.”
“Ma poi ho fatto il paraculato.”
“Lo so, lo hai detto davanti a noi, ora non lo fai più.”
“Ma è tardi.”
“Sei vivo, non è tardi, puoi fare ancora molte cose.”
In sala c’era sempre il pianoforte orientale, che non suonava
né
piano né forte.
“aspettate qualche giorno per il pianoforte, me ne sta
capitando
uno in regalo, basta che me lo vada a prendere.”
“ma è buono?” chiese Sonia.
“è un tre quarti marca……”
“Ma è ottimo, non è possibile che lo regalino!”
“è quello di tua sorella?” chiese Gino.
“Sì, quello.”
“Ma non ti dispiace? Non ci sei affezionato?”
“No, ora che hai capito che cosa significa quel pianoforte per
me,
te lo mando volentieri, te lo faccio arrivare appena sono a
casa.”
“Dimmi quando costa!”
“sono 27 anni che è in casa a prendere la polvere e spazio.
Ora
so che va in casa di amici, sono contenti, non riuscirei mai
a
venderlo. E poi ho ancora quello di mia madre a prendere la
polvere.”
Arrivarono dei contadini dei dintorni, c’era stata una
epidemia
animale, erano stati soppresse alcune migliaia di capi nei
dintorni. Alcune stalle che apparentemente erano sane
risultarono
positive agli esami clinici, la moglie di Gino aveva fatto
rifare gli
esami in un laboratorio di una sua amica e risultarono
negativi.
Agli esami ufficiali erano risultate sane delle stalle che
avevano
capi chiaramente infetti, quella volta Gino si era messo a
fare
l’avvocato sul serio e tutto era stato messo a posto, ma
comunque erano stati già ammazzati 550 capi “innocenti”.
Gabriele pilotava i referti, sicuramente, non lo avevano
dimostrato, ma lo si era capito. I 550 capi erano stati
pagati
come sani, era stato messo tutto a tacere, erano arrivate le
scuse, si trattava di errore materiale, ma era evidente che
c’erano state delle manovre.
Edmondo ebbe un colpo di nuovo, Gabriele era cinico e pazzo,
rischiava di fare esplodere un’epidemia animale a livello
nazionale e per di più aveva tentato di frodare decine di
allevatori. Ma la cosa ancora più inaudita era che ci fosse
chi
accettava di fare carte false per lui rischiando condanne
penali
pesanti.
Non ne poteva più:
“Ma Gabriele dove vuole e dove pensa di arrivare? Non si
rende
conto che prima o poi lo incastrano?”
“Ora qui i contadini fanno verificare privatamente molti
prelievi di
controllo che vengono fatti, ora non faranno più referti
falsi.
Nessuno lo ha incastrato per ora, ma questa volta avessero
avuto
le prove di dolo, lo avrebbero fatto.”
“Ma che cosa pensa ancora di ottenere? Anche lui invecchia,
che
cosa vuole ancora ammucchiare? Ormai non farà più il ministro
per un bel po’, il vento è cambiato.”
“Gli ho parlato, ho cercato di fargli capire che si sta
scavando la
fossa, che sta rischiando troppo, ma lui si sente molto sicuro
di
sé. Molta gente lo trattano come se fosse il messia.”
“ma deve fare i conti con tutta l’altra gente che non va nel
suo
studio al sabato mattina a riverirlo, poi anche la
magistratura non
pende tutta dalla sua bocca. Che cosa vuole ancora ottenere
dalla vita?”
“Non lo so, ho cercato di fargli capire anche quello, ma lui
sta
continuando a manovrare come ha sempre fatto anche se non è
più ministro, anche se c’è stata tangentopoli. Ma tu che puoi
farci?”
“dovrò fargli vedere che non sono più paraculato, dovrò
farglielo
capire.”
La ricerca ed il nuovo corso
Non trovò Michele per tutta l’estate, e neppure ad ottobre, e
neppure Paolo lo vide. Certe volte andava in giro a vuoto
anche
nella cittadine vicine girando nelle piazzette sperando di
incontrarlo. Non ricorse più ai servizi di Ermete, la speranza
di
potere dare una casa a Michele gli dava forza di vivere da
solo
tranquillo. Forse non se ne sarebbe fatto nulla, a Michele
non
sarebbe piaciuto andare a vivere con lui, oppure si era già
trovato un altro mecenate che lo aveva preso con sé. Magari
Michele era eterosessuale o indifferente al sesso, ma non glie
ne
importava nulla, gli era rimasto nel cuore quel sorriso
splendente
a 32 denti bianchissimi, il desiderio di comunicare, parlare,
offrirsi, amare, conoscere. Aveva 22 anni meno di lui,
avrebbe
potuto essere come un suo figlio, se non fosse stato amante
lo
avrebbe tenuto come suo figlio, il sesso sarebbe stato un di
più
se ci fosse stato.
Aveva pensato a Michele per mesi e mesi, come a nessun altro
fino ad allora, nemmeno a sua madre quando era viva pensava
così tanto, eppure non era innamorato, voleva trovare uno per
cui
piantare degli alberi secolari, qualcuno per cui nessuno fino
ad
allora li aveva piantati, cui fosse giusto regalare i poderosi
cedri
che si sentiva di essere capace ancora di piantare.
Era stato nella casa al mare molto più del solito, aveva
girovagato molte volte nei posti dove immaginava fosse
probabile trovarlo.
I lavori alla stazione terminarono, non riuscì più ad
incontrare
l’ingegnerino, aveva il suo cellulare, avrebbe potuto
chiamarlo,
ma lui non era stato chiamato, quindi Paolo non aveva nuove
di
Michele da dargli. Parlare con Paolo gli avrebbe dato forza,
ma
gli sembrava di essere innamorato di Michele ad andarlo a
cercare, non gli andava di mostrare la sua debolezza, il suo
bisogno. In effetti era come innamorato, o per lo meno era
disposto a fare entrare Michele nella sua vita.
Una sera decise che aveva il diritto di essere sé stesso, di
perseguire i fini che riteneva giusti senza timore dei giudizi
di
nessuno, gli telefonò lo stesso per sapere se poteva
indicargli
dove avrebbe potuto con più probabilità trovare Michele, ma
anche lui non ne sapeva molto, disse solo che con il freddo
forse
si sarebbe spostato più a sud.
Incominciarono le prime giornate fredde di ottobre,
certamente
Michele si era spostato più a sud dove il clima era più mite.
Disperò di trovarlo ancora, aveva trovato in lui una ragione
per
vivere fino ad allora, si era riempito la vita, aveva trovato
uno per
cui vivere. La presenza di Michele nella sua mente ogni tanto
si
affievoliva, ormai era passato troppo tempo, magari si era
accasato da un’altra parte. Purché fosse felice, pensò, non
c’era
in lui gelosia, gli dispiaceva di più immaginarlo
all’addiaccio per
le vie d’Italia. Se si fosse accasato, se ne avesse avuto la
certezza, sarebbe stato disponibile ad accogliere qualcun
altro, a
vivere per un’altra persona, o per altre persone, maschio o
femmina, italiano o extracomunitario, non gli importava
nulla,
aveva capito molte cose volendo bene a Michele. Aveva avuto
il
coraggio di pensare alla resa dei conti, alla sua vecchiaia ed
alla
sua morte, e si era sentito tranquillo di fronte alla
decadenza,
aveva trovato il modo di dare un senso a tutto.
Aveva comunque fatto un esercizio mentale, aveva pensato a
tutta la sua vita, alla morte, aveva messo tutto nella giusta
prospettiva.
Si era tolto il superfluo: il pianoforte di Elisa a Sonia,
quello di
mamma ad un ragazzo con i genitori squattrinati che faceva il
conservatorio. Aveva chiesto ai cugini di Laura se avessero
voluto qualcosa di ciò che c’era in casa, ma erano lontani,
non
erano interessati. Aveva voluto regalare tutto, lo stava
facendo un
po’ alla volta e poi avrebbe venduto la casa.
Si stava ribellando a sua madre: secondo lei i due pianoforti
erano intoccabili, come la grande camera matrimoniale con il
baldacchino, aveva invece deciso che non poteva passare la
vita
a conservare dei monumenti. Si era tolto tutto ciò che c’era
di
inutile ed ingombrante. Aveva quasi deciso di ritirarsi
nell’appartamento di Laura che era più piccolo, più adatto a
lui,
ma poi aveva pensato che magari Michele o chi per esso
sarebbe venuto a vivere in città, magari sarebbe venuto Gino o
i
suoi figli a trovarlo, aveva bisogno di spazio per ogni
eventualità.
Di nuovo
Era un sera di novembre, c’era un tempo plumbeo, aveva deciso
di ritirarsi alcuni giorni nella casa al mare, aveva un buco
di alcuni
giorni nei suoi impegni, non gli andava di prendere altro
lavoro,
voleva starsene in pace, camminare, lavorare nel giardino,
leggere, riflettere.
Gli telefonò Ermete prima che partisse:
“sei innamorato che non ti si vede più? Hai una storia
d’amore?
Non dirmi, non sarebbe da te.”
“Non ho nessuna storia d’amore, ma la scopata nuda e cruda
non
mi va più, mi lascia la bocca amara. Incomincio a sentire la
vecchiaia, la morte che si avvicina.”
“Mica sei vecchio, che discorsi che vai a fare. Io invece ho
da
proporti dei marchettari belli, intelligenti, interessanti ed
economici, solo che ho paura che con i discorsi che fai ti vai
ad
innamorare. Ma se ti fai la tua storia lo sai che non ho
problemi,
siete sempre tornati tutti….
Sono ragazzi intelligenti, oltre alla scopata ti possono fare
una
bella compagnia per una notte.
Poi gli affari vanno bene, non devo stare a fare i pidocchioso
con
i miei clienti ed i miei lavoratori, mi mantenete abbastanza
bene,
Anzi se vuoi sei invitato alla festa che do la prossima
settimana,
ho comprato il castello di ….. e lo convertirò in un
prestigioso
albergo.
Ci terrei che conoscessi uno in particolare, ti posso fare un
prezzo eccezionale. Lui è molto bello e molto maschio e fa
l’università, e mi dicono che fa sesso come una gran troia,
un
vero maestro nel fare godere.”
Si lasciò tirare, ormai aveva perso la speranza di
rintracciare
Michele e non aveva più voglia di pensare a lui. Gli aveva
procurato l’ incontro nella città vicino alla sua casa al
mare, era
stato un incontro da colpo di fulmine, aveva ragione Ermete,
aveva dei ragazzi eccezionali.
Ma non aveva prenotato la solita nottata, sentiva che non
avrebbe
sopportato per una notte una persona che non amava, volle
solo
una serata.
Quando se ne andò quello gli chiese se non si sarebbero mai
più
visti, gli rispose che avrebbe di nuovo chiesto di lui ad
Ermete se
ne avesse avuto voglia. Lo aveva trattato da marchetta, gli
aveva
risposto come rispondeva ad una marchetta, esibendo distacco,
noncuranza. Lui non voleva mai rapporti senza il filtro
dell’organizzazione, ma quello gli aveva chiesto
implicitamente di
tagliare fuori l’organizzazione. Lui non aveva voglia di
nessuna
storia con una marchetta, le disprezzava per definizione, li
odiava, in fondo al suo cuore era umiliato per dovere pagare
per
avere a disposizione un corpo, lui avrebbe voluto sedurre,
affascinare, conquistare meritare come era concesso a tutti
gli
eterosessuali ed era possibile ora a molti ragazzi giovani
omosessuali anche. Pagando si sentiva incapace, debole, vile.
Odiava chi faceva soldi con la bellezza del proprio corpo, si
sentiva messo in ginocchio dalla marchetta, moralmente
parlando. Lui voleva usarli come delle bestie, voleva che si
sentissero dei vermi al suo cospetto, che si comportassero da
tali, per esorcizzare la sua umiliazione. Lui si era
prostituito
fisicamente a 20 anni per andare a letto con loro e si era
prostituito moralmente a 27 per essere un avvocato di grido,
un
avvocato paraculato. E poi aveva fatto il cinico, prendeva
solo le
cause dove c’era da mordere, anche se erano contese senza
senso, idiote. Per avere i soldi da pagarsi le marchette,
aveva
rinunciato a fare quei lavori dove avrebbe messo più a frutto
le
capacità della sua mente, per invece rastrellare solo denaro
qualsiasi costo. Si era castrato moralmente, aveva fatto la
vita del
servo invece di fare quella dell’intellettuale ribelle che si
sentiva
nel DNA, quella che era stata la vita di suo padre.
Infine rischiare di finire in piazza per qualche storia,
preferiva
sempre le storie anonime e uniche o ripetute 3 o 4 volte al
massimo.
Ma quello glie lo aveva chiesto in un certo modo, non lo
avrebbe
più fatto per soldi gli aveva fatto intuire, gli piaceva
sentirsi
proprietà di una persona, usato da essa a suo piacimento,
“purché sia una persona che vuole amare”. Quando gli aveva
detto quest’ultima frase gli era venuto un colpo, peggio che
se gli
avesse tirato un pugno allo stomaco, si era accorto di avere
bisogno di amare anche lui, erano 7 mesi che cercava ed
aspettava Michele, quel marchettaro di lusso lo aveva
istintivamente pesato. Lo avrebbe cercato di nuovo, pensò, ma
prima voleva capirlo, magari dopo tre o 4 incontri lo avrebbe
fatto
venire una sera a casa sua al mare, se quello non si fosse
attaccato a qualcun altro. C’era anche quel rischio, che
quello
trovasse pane per i suoi denti e si accasasse. “Meglio”
pensò,
“così non mi vado a mettere nei pasticci.”
Era abituato ad incontrare i marchettari con una guardia del
corpo per così dire a 10 metri, li aveva sempre considerati
tipi
pericolosi, ma forse era solo una sua forma mentis che Ermete
gli aveva fatto acquisire per renderlo dipendente dai suoi
traffici.
Non era convinto del suo rifiuto, ora che dubitava di avere
perso
Michele, non doveva rifiutare una seconda occasione. Gli
vennero
di nuovo in mente le riflessioni sulla sua decadenza e morte,
se
continuava a fare rifiuti o a tergiversare si sarebbe trovato
solo
davanti alla morte, ma non lo spaventava la morte, ma
detestava
di non sapere per chi vivere ora che era vivo ed nel pieno
delle
forze mentali ancora, ed in discreta forza fisica.
Si sentiva spinto ad accettare il biglietto da visita stampato
con il
computer che quello gli stava porgendo, ma finse di non
vederlo,
non voleva cedere ad un marchettaro, li aveva sempre scopati,
pagati odiati.
“ ma voi ricchi vi credete eterni? - gli chiese quello a
bruciapelo
mentre lo aiutava a vestirsi molto premurosamente e
maternamente, - prima o poi avrete bisogno di qualcuno,
schizzate anche voi di cervello, non potete resistere ad
oltranza
nell’assoluta autogestione.
Anche tu sei solo nella vita come sono io. Io non ho più
nessuno,
ma soprattutto ho nessuno per cui vivere.”
Gli aveva dato del tu, Ermete aveva insegnato ai suoi
marchettari
a dare rigorosamente del lei a meno che venissero invitati a
dare
del tu, Elliano era passato dal lei al tu senza invito, da
solo, ma lo
accettò senza replicare, non erano discorsi da commercio del
corpo.
Quello era solo una marchetta, una splendida e abilissima
marchetta, ma si permetteva di leggere ad alta voce nel libro
della sua vita che lui invece teneva riguardosamente chiuso,
leggeva attraverso la copertina quel puttano . Ma non replicò
quello stava dicendo la verità come la intuisce una persona
che
ama, che strano modo di cercare l’amore prostituendosi. Forse
quello si prostituiva per cercare l’amore ricco e vivere
agiatamente, quello era un calcolatore, ma nemmeno quello era
possibile.
“Io sono giovane, e mi pesa autogestirmi, se non si è soli è
tutto
più semplice, questo è il tempio della solitudine.”
“Perché tu ci vieni?”
“perché sono una canaglia, perché qui guadagno in poco tempo
quello che mi serve per vivere e così posso studiare e
laurearmi
in fretta. Perché ogni tanto nel bar dove lavoro mi pagano in
ritardo.”
“Che facoltà?”
“legge.”
“Che vuoi fare?”
“L’avvocato delle cause perse e dei clienti che sono senza
soldi.”
“Ossia dei poveri?”
“diciamo di sì.”
“ed incominci facendo la marchetta?”
“mi piace sentirmi in potere di un uomo, che un uomo indichi
la
mia strada e mi è utile alzare moneta.”
“Puttano predisposto quindi, puttano nell’anima.”
Voleva offenderlo, distaccarlo da sé.
“hai paura di me?”
aveva capito che lui aveva paura di essere coinvolto.
“Che ne sai di me?”
“tu stai cercando qualcuno da amare o forse ami già qualcuno,
l’ho capito. Mi hai insultato perché io non ti faccia più
pressione,
hai paura di me.”
“Come fai a dirlo?”
“non lo so, ma sono sicuro che è così. Tu hai paura che io
perché
sono un marchettaro e temi che io non sia una persona
affidabile.
Ti senti tranquillo solo se c’è il gorilla di là.”
Se ne andò senza lasciargli nessun recapito, quello invece
gli
infilò il suo biglietto con il numero di cellulare nel
taschino della
camicia di lino ed il nome: Elliano. Edmondo usava solo
camicie
di lino. Fece resistenza ma poi lasciò che glie lo infilasse
nel
taschino. Se non glie lo avesse infilato, se lo sarebbe
preso,
aveva già fatto il calcolo.
( Continua >> )
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