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Per ritardarmi la slinguazzata da vero
porco che gli stavo procurando, distese le gambe fino alle estremità inferiori
del letto, si tirò leggermente su con la schiena, quel che basta per non essere
né completamente disteso né seduto, e cominciò a muovere con un movimento
rotatorio il bacino. Il suo uccellone duro prese quasi a schiaffeggiarmi a causa
delle piccole mosse rotatorie che Marco compiva. Era quasi una caccia ad
afferrargli il volatile. Mi dirigevo da un lato con la bocca e lui scappava
dall’altro, fuggiva via velocemente, per poi ritornarmi sotto gli occhi nella
sua bellezza di carne esplosiva, lubrificata, a cui mancava solo la supplica di
farlo sborrare.
Con una mano raccolsi nel mio palmo il suo scroto con i coglioni tutti gonfi di
sperma, ed iniziai a massaggiarli delicatamente, come con i dadi in un tavolo
del casinò quando li supplichi di partorire il numero che ti fa vincere. “Sto
godendo come una troia in calore” mi disse Marco. “Non ho mai goduto così,
neppure nelle mille seghe che mi sono sparato da quando mi sono scese le palle e
mi è cresciuto l’uccello”. “Oh mio dio, sento che tra poco vengo. Ti prego fammi
esplodere ancora e di più. Sto scoppiando dal desiderio. Voglio urlare dalla
gioia, che il mondo mi si spalanchi addosso da tanto forte che è la mia goduria,
qui, ora”.
Continuando sempre a strofinargli le palle, aprii appena la bocca e cercando di
non frizionargli la carne con i denti, ma solo con il livello superiore della
lingua ben salivata, iniziai ad introdurmi in bocca la sua cappella e poi tutto
il suo manico.
“Ahh, che bello, cazzo !!!!!!” iniziò a mormorare con voce roca e quasi in
falsetto di tono. Gli presi tutto il suo membro in bocca e cominciai dolcemente
a sbocchinarlo. Con la lingua lo spalmavo per bene, circondandogli il glande,
spingendolo contro l’interno delle mie guance, soffiandogli aria calda che
potesse infuocargli maggiormente il suo cazzone. Era una sensazione bellissima,
lo avevo in bocca, lo facevo godere, ansimare dalla gioia, pronunciare mille
suoni incomprensibili di interminabile goduria.
I piccoli tremoli nel suo corpo, nelle sue palle che mi penzolavano sotto il
mento come le bocce dell’albero di natale, il suo respiro sempre più frequente,
il sudore che pian piano aveva ricoperto di una leggera patina tutta la sua
pelle nuda che veniva spompinata dalla mia bocca ed impastata dalle mie mani, mi
facevano comprendere che oramai era partito per destinazione Orgasmolandia !
Mi piaceva succhiarglielo, strizzargli la cappella con la lingua, segargli con
il movimento delle labbra tutto il suo pisellone di acciaio. Lo estrassi dalla
bocca, da quel limbo di piacere dove lo avevo rinchiuso, e ripresi a leccargli
l’asta, iniziando con movimenti veloci e rapidi solo nella zona alta, per poi
scendere con movimenti sempre più lunghi per tutta la lunghezza della sua torre
di carne fino ad iniziare a lambire con le labbra la sacca che conteneva le sue
palle. Feci appena in tempo a risucchiare lo scroto con i coglioni che pompavano
piacere all’interno della mia bocca che Marco iniziò a sborrare violentamente.
Un getto impressionante di sperma partì dal suo manico rovente ed andò a
finirgli su su verso il collo. Iniziò ad urlare dal piacere. “Oh mammina, sto
venendo, non fermarti che mi piace. Ahh … Ahh … oh cazzo che bello ! Si, ancora,
ancora, ancora !!!”. Sembrava un vulcano esploso violentamente, mentre espelle
tutta la lava di piacere che gli si era tappata all’interno e da tempo
richiedeva di poter essere gettata fuori. Un secondo spruzzo di sperma gli finì
vicino ai capezzoli. “Segami il cazzo, velocemente, che mi fai godere di più” mi
chiese. Ed io non me lo feci ripetere due volte. Lo presi in mano e cominciai a
masturbarlo di brutto. Ancora sperma, sembrava non finire mai, gli usciva
copioso e caldo, sembrava panna, dolce, invitante, e così continuò per altri
quattro getti di sborra.
Aveva il cazzo ancora in tiro, bello, duro seppure fosse venuto da poco, tutto
cosparso dai residui del nettare che aveva generato, lubrificato dall’olio
divino che è stato spremuto dai suoi coglioni vigorosi di un diciannovenne in
calore. Non potevo fare a meno di contemplare tutta la sua nudità, segnata dal
sudore, dallo sperma che gli aveva ricoperto il torace e l’inguine, il suo
respiro superficiale e veloce, il cuore che pompava battiti d’estasi nel torace,
il suo viso disteso, rilassato, con un sorriso invitante a continuare ad amarci.
Mi chiamò a sé e ricominciammo a baciarci, con più lentezza di prima, come
quando hai sì sete da bere, ma ti sei già saziato di acqua in maniera veloce
precedentemente ed ora desideri solo sorseggiarla con più tranquillità. Così
questo valeva anche per noi.
Quando mi distesi su di lui percepii il caldo dello sperma aderire al mio
torace, plasmarsi in mezzo ai peli del petto, innalzare lentamente verso il mio
naso il proprio odore dolciastro, riconoscibilissimo tra molti. I baci
crescevano ancora con passione ed intensità. Le nostre lingue ripercorsero
l’interno delle rispettive caverne orali, per poi porgere piccoli e dolci baci
sui nostri occhi, sui nostri visi, mentre abbiamo continuato a succhiarci le
orecchie, il collo lasciando evidenti segnali di succhioni ricevuti, pressarci
con le labbra a ventose i nostri gargarozzi. Eravamo ancora in calore, volevamo
ancora sesso, sesso tra di noi e per noi. Ci rimaneva solamente tutta la notte
per soddisfarci a pieno, in completezza.
Aveva labbra tenere, che era un piacere baciare; il corpo glabro, non ancora
ricoperto dalla peluria pienamente da macho; mi piaceva all’inverosimile
continuare a baciarlo, a massaggiargli il torace con le mie mani; a prenderlo
tutto con le braccia e con movimenti che partivano dal collo, scivolavano sulla
schiena, arpionavano le chiappe ben sode e scendevano dietro le cosce per
sollevarle e sentire sempre di più il suo pacco che si sfregava addosso al mio.
Sarei rimasto sveglio tutta notte a continuare a limonarle, a leccarlo, a
succhiarlo tutto.
Eravamo solo noi due, non poteva venire nessuno a sorprenderci, ad
interromperci; solo i nostri due corpi riscaldati dal sesso che continuavano ad
infuocarsi di succhiate, di slabbrate vogliose, di sussurri e mormorii di
piacere immenso. Ci faceva da sottofondo il dolce suono della notte, i grilli
che cantavano, il ruscello che poco distante da noi componeva una canzone
d’acqua che incorniciava i nostri gesti, copriva i nostri lamenti, aumentava la
nostra passione, riscaldava i nostri cuori che pulsavano desiderio, passione e
lussuria.
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