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IL GIOCO
 
[ by Mauro ]
   

Finalmente arrivai, dopo aver viaggiato ore ed ore, ininterrottamente. Arrivai da lui senza che lo sapesse. Gli volevo fare una sorpresa. Ero stato travolto da un impeto di passione che mi aveva spinto fin lì. Ero mortalmente stanco ma felice per essere giunto al settimo cielo. E se poi non c’era? Lo avrei aspettato altre ore ed ore fino al suo arrivo. Erano le due del mattino, troppo presto. Ma ero venuto apposta per lui. Esitati nel suonare il campanello, ma un’incredibile forza, mi spinse a farlo. Ero troppo emozionato. Non lo conoscevo neanche, non sapevo chi era, eppure dentro di me era vivo il più passionale dei sentimenti: la voglia di lui. Suonai per un po’, aspettando di sentire i suoi passi. Ma non sentii nulla, risuonai con più vigore. Dopo quella che era sembrata un’eternità, sentii finalmente qualcosa muoversi dentro quella casa. Vidi uno spiraglio di luce da sotto la porta. E sentii la sua roca voce. C’era, oddio. Non avrei creduto mai. Speravo di non cadere tra le sue braccia, dovevo essere più forte di me stesso. La voce chiese chi era là. Io, emozionantissimo non seppi rispondere e ci volle un bel po’, quando decisi a dire chi fossi. Non sentii più nulla, quando pronunciai il mio nome. Dopo un po’, aprì la porta. Lo vidi, con il pigiama corto e la vestaglia aperta. Era bellissimo in quell’ora mattutina, i capelli scompigliati, le occhiaie appena sotto gli occhi, la barba incolta. Me ne innamorai subito. Non seppi resistergli. Corsi subito ad abbracciarlo. Lui rimase un po’ titubante se accogliermi o meno. Era frastornato da tutto quanto. Mentre io ero il più felice del mondo, nonostante quell’ora insolita. Lui fece per dirmi qualcosa ma io lo zittii con la mia mano, delicatamente. Non c’era niente da dire, ero lì e basta. Niente aveva più importanza. Solo l’amore che mi legava a lui contava in quel momento. Spinto da una voglia irrefrenabile, lo baciai a lungo, movendo la lingua in un ballo vertiginoso e sempre più sfrenato. Intanto mi spogliai e così che il perfetto sconosciuto si sciolse come un gelato. Non ci misi molto a togliermi del tutto di dosso che ero già avvinghiato al suo corpo. Il mio pene era già rizzato e stava gonfiandosi sempre più. Pure l’altro era in procinto di pomparsi. Eravamo tutti e due, una cosa sola. Sul pavimento, ci dimenammo sempre più violentemente, con la bocca calda ed umida allo stesso tempo per il continuo slinguazzare. I capezzoli erano talmente duri che ci sarebbe voluto un po’ di tempo per ammorbidirli. E così, lo sconosciuto che di nome faceva Siro, si protese verso i miei boccioli color cioccolato fondente e con la lingua sempre più intrepida a succhiare. E poi a mordicchiare, fino a farmi godere di piacere. Ed io ansante, gocciolante di sudore, a menarmi il membro ormai sul punto di esplodere. Mancò poco che il mio pezzo di carne dura, scoppiò in frammenti di qualcosa di caldo e fluido. Lo sperma. Che si sparse sul corpo di Siro che a sua volta mi spruzzò il suo di sperma. Un grido si levò in aria, un grido di immensa soddisfazione fisica. Non avevo mai provato niente di simile, in vita mia. Era una cosa straordinaria per me. Ci sdraiammo insieme a respirare profondamente. Io chiusi gli occhi per un attimo, che la voglia mi pervase di nuovo. Cercai il suo pene ancora bello ritto e me lo infilai in bocca. Me lo giocai un po’ con la lingua, cercando di renderlo più duro. Siro che ansimava a più non posso. Ed io sempre più freneticamente a succhiarlo più a fondo assaporando il gusto di quella carne come fosse semplicemente un lecca lecca alla fragola. Un sapore acre ma piacevole. Dopo un po’, come una bomba ad orologeria esplose in mille gocce bianche invadendomi il viso e la bocca. Siro sospirò a fondo e fece così con me. Il nostro era un gioco che pareva non avesse fine. Un gioco impavido ed emozionante. Come non ce n’era in circolazione. Un gioco che avrei voluto fare sempre fino allo stremo. Quando giunsi al culmine del piacere, ancora una volta gridai, un urlo lacerante. Non avevo mai gridato così tanto in vita mia. Ci abbracciammo stretti stretti e di nuovo unimmo la nostra bocca carnosa e vogliosa. Le lingue si intrecciarono come un nodo un po’ particolare. I corpi erano madidi di sudore ma brillanti alla luce della luna che rispecchiava da fuori e filtrava dentro le persiane della casa. Dopo un lungo ed interminabile istante, ci guardammo e lì capimmo tutto. Eravamo fatti l’uno per l’altro. Niente ci avrebbe potuto separare in quel frangente della nostra vita. Era qualcosa di indissolubile. Come mi piacque in quel momento. Sembrava una bellissima statua che consacrava l’assoluta liberta di espressione sessuale. Come lo desideravo ardentemente, il fuoco in me difficilmente si sarebbe spento. Neanche un acquazzone ci sarebbe mai riuscito. Parlammo del più e del meno, riguardo la nostra esistenza. Intanto il mio cuore prese a martellare. Sentivo dentro me qualcosa di stimolante. Era l’adrenalina che scorreva nel mio sangue. Non seppi resistere all’impulso che mi perseguitò all’improvviso. Gli alzai le gambe più in alto possibile ed infilai quello che ormai avevo battezzato il mio cannone da guerra. Me lo spinsi più in fondo che mai, quando sentii Siro gemere. E così su e giù, per quel tunnel stretto. Sembrava una cantilena. Su e giù. Su e giù, su e giù … Finalmente giunse il fatidico momento di gloria, ero solo io con il mio cannone, pronto per scoppiare da un momento all’altro. Avrei fatto fuori tutto e più niente sarebbe rimasto, in quel luogo oscuro e sconosciuto. Il cannone scoppiò, sentii il rimbombare della mia arma da battaglia. Schizzi di sperma si sparsero ovunque in quel luogo, quale ano. Io mi strinsi i denti nelle labbra ed un rivolo di sangue cadde per terra. Ero esploso fragorosamente e per niente ero ancora estenuato dalla guerra appena finita. Fu il mio turno, quello del tunnel. Il pene di Siro era più lungo e stretto del mio, pertanto venne nominato il fucile da caccia. Aderiva perfettamente al mio ano. Lo sentii, dentro quel buco tetro. Scivolava via via, sempre più fino in fondo senza meta. Quando raggiunse la punta dell’iceberg si sciolse in mille pallottole, una ad una, in un unico colpo da sparo.Che gioco grandioso era. La guerra era giunta alla tregua. E così fu la volta per noi, di ricomporci e di trovare un altro puzzle per il nostro megalattico gioco. Fu la volta del 69. Un numero come tanti ma che per noi fu un vero schianto, una vera scoperta. Ad uno ad uno, slinguazzare il membro virile e fondamentale del gioco. Lo scopo era non giungere al fine, se non arrivati proprio allo stremo. E poi menarcelo per esplodere di nuovo.
Siro dopo essersi rilassato un attimo, si alzò ed andò in cucina. Prese una bomboletta di panna montata. Me la spruzzò su tutto il corpo e con la lingua, leccò ogni noce di panna. Mi sembrava di essere in un paradiso perduto in chissà quale angolo del mondo. Gemetti di un piacere infinito. Dopo fu il turno di Siro. Una volta che ebbi leccato gli ultimi residui di quella delizia, lo baciai a lungo sentendomi veramente appagato. Siro ricambiò il bacio stringendomi in un abbraccio caloroso. Potei così respirare la fragranza del profumo del suo corpo. Chiusi gli occhi per un istante e dentro me ringraziavo Dio che mi aveva dato un bene di un valore inestimabile. Non lo avrei perso per nessuna ragione al mondo.
Passarono parecchie ore, quando ci alzammo per dirigerci alla doccia. Una pioggia calda ci accarezzò e scosse i nostri nervi tesi. Ci baciammo, stavolta pacatamente. Eravamo esausti ma ancora frementi di piacere. Il sesso per noi non aveva confini. Era un qualcosa di illimitato. E così che ci avvolgemmo come due rami di una pianta. Le lingue tornarono ad unirsi, non conoscevano ostacoli. Il nostro gioco che ora parve giungere al termine era un inno alla nostra libertà, alla nostra gioia dell’essere. Una volta che sentimmo il bisogno di dormire quel poco che ci bastava per riacquistare tutta l’energia consumata in quel giorno, ci dirigemmo verso il grande letto, nudi. Non c’erano dubbi, il nostro gioco aveva funzionato e magari con qualcosa di nuovo, avrebbe funzionato sempre.
 

 

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