Finalmente arrivai, dopo aver
viaggiato ore ed ore, ininterrottamente. Arrivai da lui senza che lo
sapesse. Gli volevo fare una sorpresa. Ero stato travolto da un
impeto di passione che mi aveva spinto fin lì. Ero mortalmente
stanco ma felice per essere giunto al settimo cielo. E se poi non
c’era? Lo avrei aspettato altre ore ed ore fino al suo arrivo. Erano
le due del mattino, troppo presto. Ma ero venuto apposta per lui.
Esitati nel suonare il campanello, ma un’incredibile forza, mi
spinse a farlo. Ero troppo emozionato. Non lo conoscevo neanche, non
sapevo chi era, eppure dentro di me era vivo il più passionale dei
sentimenti: la voglia di lui. Suonai per un po’, aspettando di
sentire i suoi passi. Ma non sentii nulla, risuonai con più vigore.
Dopo quella che era sembrata un’eternità, sentii finalmente qualcosa
muoversi dentro quella casa. Vidi uno spiraglio di luce da sotto la
porta. E sentii la sua roca voce. C’era, oddio. Non avrei creduto
mai. Speravo di non cadere tra le sue braccia, dovevo essere più
forte di me stesso. La voce chiese chi era là. Io, emozionantissimo
non seppi rispondere e ci volle un bel po’, quando decisi a dire chi
fossi. Non sentii più nulla, quando pronunciai il mio nome. Dopo un
po’, aprì la porta. Lo vidi, con il pigiama corto e la vestaglia
aperta. Era bellissimo in quell’ora mattutina, i capelli
scompigliati, le occhiaie appena sotto gli occhi, la barba incolta.
Me ne innamorai subito. Non seppi resistergli. Corsi subito ad
abbracciarlo. Lui rimase un po’ titubante se accogliermi o meno. Era
frastornato da tutto quanto. Mentre io ero il più felice del mondo,
nonostante quell’ora insolita. Lui fece per dirmi qualcosa ma io lo
zittii con la mia mano, delicatamente. Non c’era niente da dire, ero
lì e basta. Niente aveva più importanza. Solo l’amore che mi legava
a lui contava in quel momento. Spinto da una voglia irrefrenabile,
lo baciai a lungo, movendo la lingua in un ballo vertiginoso e
sempre più sfrenato. Intanto mi spogliai e così che il perfetto
sconosciuto si sciolse come un gelato. Non ci misi molto a togliermi
del tutto di dosso che ero già avvinghiato al suo corpo. Il mio pene
era già rizzato e stava gonfiandosi sempre più. Pure l’altro era in
procinto di pomparsi. Eravamo tutti e due, una cosa sola. Sul
pavimento, ci dimenammo sempre più violentemente, con la bocca calda
ed umida allo stesso tempo per il continuo slinguazzare. I capezzoli
erano talmente duri che ci sarebbe voluto un po’ di tempo per
ammorbidirli. E così, lo sconosciuto che di nome faceva Siro, si
protese verso i miei boccioli color cioccolato fondente e con la
lingua sempre più intrepida a succhiare. E poi a mordicchiare, fino
a farmi godere di piacere. Ed io ansante, gocciolante di sudore, a
menarmi il membro ormai sul punto di esplodere. Mancò poco che il
mio pezzo di carne dura, scoppiò in frammenti di qualcosa di caldo e
fluido. Lo sperma. Che si sparse sul corpo di Siro che a sua volta
mi spruzzò il suo di sperma. Un grido si levò in aria, un grido di
immensa soddisfazione fisica. Non avevo mai provato niente di
simile, in vita mia. Era una cosa straordinaria per me. Ci sdraiammo
insieme a respirare profondamente. Io chiusi gli occhi per un
attimo, che la voglia mi pervase di nuovo. Cercai il suo pene ancora
bello ritto e me lo infilai in bocca. Me lo giocai un po’ con la
lingua, cercando di renderlo più duro. Siro che ansimava a più non
posso. Ed io sempre più freneticamente a succhiarlo più a fondo
assaporando il gusto di quella carne come fosse semplicemente un
lecca lecca alla fragola. Un sapore acre ma piacevole. Dopo un po’,
come una bomba ad orologeria esplose in mille gocce bianche
invadendomi il viso e la bocca. Siro sospirò a fondo e fece così con
me. Il nostro era un gioco che pareva non avesse fine. Un gioco
impavido ed emozionante. Come non ce n’era in circolazione. Un gioco
che avrei voluto fare sempre fino allo stremo. Quando giunsi al
culmine del piacere, ancora una volta gridai, un urlo lacerante. Non
avevo mai gridato così tanto in vita mia. Ci abbracciammo stretti
stretti e di nuovo unimmo la nostra bocca carnosa e vogliosa. Le
lingue si intrecciarono come un nodo un po’ particolare. I corpi
erano madidi di sudore ma brillanti alla luce della luna che
rispecchiava da fuori e filtrava dentro le persiane della casa. Dopo
un lungo ed interminabile istante, ci guardammo e lì capimmo tutto.
Eravamo fatti l’uno per l’altro. Niente ci avrebbe potuto separare
in quel frangente della nostra vita. Era qualcosa di indissolubile.
Come mi piacque in quel momento. Sembrava una bellissima statua che
consacrava l’assoluta liberta di espressione sessuale. Come lo
desideravo ardentemente, il fuoco in me difficilmente si sarebbe
spento. Neanche un acquazzone ci sarebbe mai riuscito. Parlammo del
più e del meno, riguardo la nostra esistenza. Intanto il mio cuore
prese a martellare. Sentivo dentro me qualcosa di stimolante. Era
l’adrenalina che scorreva nel mio sangue. Non seppi resistere
all’impulso che mi perseguitò all’improvviso. Gli alzai le gambe più
in alto possibile ed infilai quello che ormai avevo battezzato il
mio cannone da guerra. Me lo spinsi più in fondo che mai, quando
sentii Siro gemere. E così su e giù, per quel tunnel stretto.
Sembrava una cantilena. Su e giù. Su e giù, su e giù … Finalmente
giunse il fatidico momento di gloria, ero solo io con il mio
cannone, pronto per scoppiare da un momento all’altro. Avrei fatto
fuori tutto e più niente sarebbe rimasto, in quel luogo oscuro e
sconosciuto. Il cannone scoppiò, sentii il rimbombare della mia arma
da battaglia. Schizzi di sperma si sparsero ovunque in quel luogo,
quale ano. Io mi strinsi i denti nelle labbra ed un rivolo di sangue
cadde per terra. Ero esploso fragorosamente e per niente ero ancora
estenuato dalla guerra appena finita. Fu il mio turno, quello del
tunnel. Il pene di Siro era più lungo e stretto del mio, pertanto
venne nominato il fucile da caccia. Aderiva perfettamente al mio
ano. Lo sentii, dentro quel buco tetro. Scivolava via via, sempre
più fino in fondo senza meta. Quando raggiunse la punta dell’iceberg
si sciolse in mille pallottole, una ad una, in un unico colpo da
sparo.Che gioco grandioso era. La guerra era giunta alla tregua. E
così fu la volta per noi, di ricomporci e di trovare un altro puzzle
per il nostro megalattico gioco. Fu la volta del 69. Un numero come
tanti ma che per noi fu un vero schianto, una vera scoperta. Ad uno
ad uno, slinguazzare il membro virile e fondamentale del gioco. Lo
scopo era non giungere al fine, se non arrivati proprio allo stremo.
E poi menarcelo per esplodere di nuovo.
Siro dopo essersi rilassato un attimo, si alzò ed andò in cucina.
Prese una bomboletta di panna montata. Me la spruzzò su tutto il
corpo e con la lingua, leccò ogni noce di panna. Mi sembrava di
essere in un paradiso perduto in chissà quale angolo del mondo.
Gemetti di un piacere infinito. Dopo fu il turno di Siro. Una volta
che ebbi leccato gli ultimi residui di quella delizia, lo baciai a
lungo sentendomi veramente appagato. Siro ricambiò il bacio
stringendomi in un abbraccio caloroso. Potei così respirare la
fragranza del profumo del suo corpo. Chiusi gli occhi per un istante
e dentro me ringraziavo Dio che mi aveva dato un bene di un valore
inestimabile. Non lo avrei perso per nessuna ragione al mondo.
Passarono parecchie ore, quando ci alzammo per dirigerci alla
doccia. Una pioggia calda ci accarezzò e scosse i nostri nervi tesi.
Ci baciammo, stavolta pacatamente. Eravamo esausti ma ancora
frementi di piacere. Il sesso per noi non aveva confini. Era un
qualcosa di illimitato. E così che ci avvolgemmo come due rami di
una pianta. Le lingue tornarono ad unirsi, non conoscevano ostacoli.
Il nostro gioco che ora parve giungere al termine era un inno alla
nostra libertà, alla nostra gioia dell’essere. Una volta che
sentimmo il bisogno di dormire quel poco che ci bastava per
riacquistare tutta l’energia consumata in quel giorno, ci dirigemmo
verso il grande letto, nudi. Non c’erano dubbi, il nostro gioco
aveva funzionato e magari con qualcosa di nuovo, avrebbe funzionato
sempre.