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Il Sir, il servizio di informazione della
conferenza episcopale italiana., se l’è presa davvero a male. E ha
ricoperto di contumelie (da “relativista” a “corifeo della cultura
omosessuale”) il filosofo Gianni Vattimo, colpevole di essersi messo
a polemizzare con il papa in persona a proposito di diritti degli
omosessuali e posizioni della chiesa cattolica. In un articolo
sull’“Espresso”, Vattimo ha chiamato direttamente in causa la
distinzione di valore fatta da papa Ratzinger tra l’ “amore forte e
fecondo” che sarebbe proprio del matrimonio eterosessuale e quello
“debole” di cui sarebbero invece figlie le unioni gay e lesbiche.
“L’amore non riproduttivo”, commenta il filosofo, “è debole perché
non frutta in termini di nuove vite messe al mondo. Quindi è un
amore inutile”. E si domanda: “Ma di dove mai, da quali pagine della
Scrittura, viene questa frenetica volontà di sovrappopolare la
povera terra, in via di esaurimento almeno fino a quando non si
troveranno nuove fonti di energia e nuovi ‘spazi vitali’? Se c’è un
segno di decadenza nella chiesa cattolica è questa ripetitiva
predicazione del valore della vita. Qualunque essa sia, purché in
grado di vegetare e dar luogo a riproduzione”. Secondo Vattimo, il
“culto della riproduzione” da parte del Vaticano rappresenta “un
segno di invecchiamento, come ripiegare su ciò che appare più
naturale quando si è persa ogni speranza nella capacità di
sopravvivere in nome di valori, di un progetto di vita capace di
affascinare e suscitare impegno”. La difesa della vita appare
insomma, come pura difesa della naturalità dell’ordine di poteri
esistente. Ma proprio questo amplifica per Vattimo il valore dello
scandalo omosessuale. “La questione omosessuale”, scrive infatti,
“implica anche la messa in discussione di tutta la politica
maschilista e sessuofobica che ha dominato la chiesa specialmente
nella modernità”. E si pone in modo così drammatico nella chiesa
“perché minaccia le stesse basi dell’insegnamento cattolico, della
metafisica che esso presuppone e che non vuole mettere in
discussione”. Quindi, conclude il filosofo, “i gay hanno forse
esagerato nel considerare la propria condizione come una vocazione
profetica, sentendosi minoranza capace di suscitare (certo insieme a
tanti altri esclusi ed escluse) una trasformazione. Ma con l’aiuto
provvidenziale di queste gerarchie non si potrà sperare che si
ripeta, in modo rovesciato, il miracolo di Sodoma, e cioè che il
sassolino della ignobile minoranza gay diventi una valanga tale da
travolgere, almeno in buon parte, la ‘sacrilega istituzione’”?
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Per le statistiche si tratta del
trentaquattresimo omosessuale ucciso nella capitale negli ultimi 10
anni. Si chiamava Sergio Aru Tosiu, 39 anni, era originario di
Cagliari e faceva l’attore a Roma, dove viva in un appartamento di
via Vaticano 68. Proprio qui è stato trovato morto il 15 giugno
scorso, con il corpo seminudo, legato mani e piedi e strangolato con
il caricabatteria di un cellulare. A dare l’allarme sono stati gli
amici che non avevano sue notizie da un paio di giorni. Il fatto che
Aru Tosio fosse gay e le modalità dell’omicidio hanno subito fatto
scattare l’ipotesi del delitto a sfondo omofobico, sulla quale si
stanno svolgendo le indagini. Secondo il presidente dell’Arcigay di
Roma, Fabrizo Marrazzo, di fronte a questo ennesimo morto “le
istituzioni dovrebbero impegnarsi maggiormente per combattere
l’omofobia”. Arcigay ha chiesto “al comune di Roma di rinnovare con
maggiore incisività l’impegno per la gay Helpline, anche con
interventi nelle scuole, e alla regione Lazio di promuovere una
campagna contor l’omofobia”.
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