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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO  [ Numero 83 - Maggio 2006 ]
 Quel che resta del voto
 
di Gianni Rossi Barilli

La nuova legislatura si apre nella massima confusione. Quattro candidati glbt sono entrati in parlamento, ma tra le probabili vittime del risultato elettorale c’è anche la speranza di rapide riforme per mettere fine alle discriminazioni di omosessuali e transessuali.
 
Tra le tante incertezze del dopo elezioni, una sicurezza sembra esserci: i Pacs saranno archiviati sine die. A questa conclusione si può già arrivare per deduzione, senza
sforzare troppo il cervello, guardando alla distribuzione dei seggi nel nuovo parlamento, che al di là di ogni possibile contestazione o polemica sui risultati elettorali ha consegnato una solida
maggioranza al fronte omofobico trasversale. Se si somma infatti il peso del centrodestra, (protagonista di una campagna elettorale furibonda contro la “famiglia omosessuale”) con quello dei cattolici del centrosinistra che guardano con deferente ubbidienza al Vaticano, si può star certi che una riforma come i Pacs non avrà i numeri per passare, quand’anche riesca a essere discussa e votata.
Analoghe conclusioni pessimistiche appaiono poi legittime per quanto riguarda eventuali altre leggi antidiscriminatorie, o la cosiddetta “piccola soluzione” per le persone transessuali, che
consentirebbe il cambiamento del nome (ma non del genere) all’anagrafe anche in assenza di un intervento chirurgico per la riattribuzione del sesso.
Stando così le cose, la chiesa cattolica potrebbe già cantare vittoria. Ma per evitare qualunque sorpresa preferisce non abbassare la guardia, come hanno ampiamente dimostrato le arringhe pasquali in apocalittica difesa del monopolio della famiglia eterosessuale fondata sul matrimonio. La dicono lunga, per esempio, le meditazioni scelte per la liturgia del venerdì santo e declamate alla presenza di papa Ratzinger. è una vera via crucis, quella che si prospetta per i diritti degli omosessuali nelle parole della curia romana: “Oggi si sta diffondendo, con subdola propaganda, una stolta apologia del male, un assurdo culto di Satana, una folle voglia di trasgressione, una bugiarda e inconsistente libertà che esalta il capriccio, il vizio e l’egoismo presentandoli come conquiste di civiltà”.
O ancora, tanto per essere chiari: “Sembra che oggi sia in atto una specie di anti-Genesi, un anti-disegno, un orgoglio diabolico che pensa di spazzar via la famiglia”. Altro che Pacs. Sarà già tanto se non si tornerà ad accendere i roghi sulle pubbliche piazze, data la commistione che esiste in Italia tra iniziativa politica e potere religioso.
 
Come ulteriore motivo di preoccupazione si può aggiungere che i consensi elettorali ricevuti dalle forze politiche meno ossequienti al papa si sono rivelati nell’insieme inferiori alle aspettative.
Se infatti i partiti della sinistra radicale (Prc, Verdi e Pdci) hanno ottenuto una decorosa affermazione, che li quota comunque tutti insieme intorno al 10%, i Ds non hanno sfondato. E la Rosa nel pugno, unica formazione a fare della laicità la propria principale bandiera programmatica, si è fermata a un poco brillante 2,5%. Chi sperava in un soprassalto di orgoglio laico di fronte alle ingerenze clericali nella vita civile non può dunque fare a meno di essere deluso.
 
Chi invece si è ringalluzzito parecchio sono i più acerrimi nemici dei diritti glbt. Come la Lega, che si è pubblicamente rallegrata dello stop che gli italiani avrebbero - a suo dire - dato alle pretese di gay e lesbiche. O come il leader dell’Udeur Clemente Mastella, rimasto per ora nel centrosinistra, che ha detto chiaramente che “se qualcuno pensa che questa maggioranza (quella dell’Unione ndr) possa fare i Pacs, sbaglia”.
Perfino Antonio di Pietro, leader dell’”Italia dei valori”, che si era dichiarato a favore dei diritti delle coppie omosessuali, ha riconosciuto che l’esito del voto ha messo fuori causa i Pacs.
E Romano Prodi, in attesa del via libera per formare il nuovo governo ha dichiarato: “Non ci saranno i Pacs, ma il riconoscimento dei diritti civile delle unioni di fatto. Non c’è nulla contro il
matrimonio”. Cosa possa significare un’affermazione come questa, tradotta in articoli di legge, rimane un mistero.
E non è probabile che venga svelato tanto presto, visto che la parola d’ordine generale, al momento, è che ci sono problemi più importanti: dallo scontro politico selvaggio tra gli schieramenti che il responso delle urne promette di prolungare per l’intera legislatura, all’urgenza d’intervenire sui temi economici di fronte allo spettro - da più parti agitato - della retrocessione del nostro paese nelle classifiche internazionali.
 
Durissimo quindi (ma forse proprio per questo entusiasmante) è il compito che attende la piccola pattuglia dei parlamentari glbt (dichiarati, s’intende) entrata nel nuovo parlamento. Sono in
quattro, uno in più rispetto alla legislatura precedente. Due sono stati riconfermati: Franco Grillini e Titti De Simone, eletti entrambi alla camera rispettivamente nelle liste dell’Ulivo e del Prc.
Gli altri due ottengono il seggio per la prima volta: Vladimiro Guadagno (più nota come Vladimir Luxuria) è stata eletta nelle liste del Prc ed è la prima onorevole transgender non solo in Italia ma addirittura in Europa; Gianpaolo Silvestri, invece, è stato eletto per i Verdi e sarà il primo senatore gay dichiarato nella storia repubblicana.
 
A loro, con l’aiuto dei colleghi di buona volontà, toccherà organizzare la battaglia istituzionale per dare visibilità al tema dei diritti glbt e per strappare il più possibile, nelle impervie condizioni date, in termini legislativi. Non sarà facile, per i motivi che abbiamo già menzionato, e anche perché per molti rappresentanti del popolo, nella nuova legislatura come nella precedente, l’omofobia più becera è un fiore all’occhiello da sfoggiare alla prima occasione. Senza farsi scrupolo di ricorrere all’insulto da caserma, visto che l’argomentazione razionale fa difetto.
Durante la campagna elettorale l’onorevole Guadagno è stata assalita con lanci di finocchi, a Guidonia (vicino a Roma), da parte di militanti di An (poi fortunatamente sospesi dal partito).
Ed è stata oggetto di furiose dichiarazioni di intollerante ignoranza da parte di numerosissimi esponenti del centrodestra sedicente moderato.
Sorte appena più lieve è toccata a Franco Grillini e Titti De Simone, in quanto simboli dell’omosessualità che rivendica il diritto di cittadinanza.
 
Si può legittimamente sperare che la vittoria, sia pure di misura, del centrosinistra ci metta al riparo dall’avere omofobi alla Calderoli o alla Tremaglia nel prossimo governo. Ma questo non ci può ovviamente bastare. Per rendere più incisive le battaglie dei “nostri” parlamentari nelle istituzioni sarà più indispensabile che mai far sentire che anche in Italia, come nel resto d’Europa, esiste una comunità glbt in grado di battersi civilmente per ottenere ciò che le spetta.
 
Se l’esito del voto ci ha consegnato una fotografia di questo paese piena di ombre, insieme a qualche luce, sarà indispensabile intensificare l’impegno nella società, visto che dalla politica in
quanto tale non possiamo attenderci più di tanto.
Il pride nazionale che si svolgerà a Torino il prossimo 17 giugno sarà una prima importante occasione per ripartire.
Poi dovremo necessariamente crearne molte altre.
 
 
 
Candidati non comuni
 

Archiviate le elezioni politiche, il 28 e 29 maggio si torna a votare per le amministrative. Anche questa tornata elettorale è di grande importanza, se solo si pensa che si tratta di rinnovare sindaci e consigli comunali delle quattro principali città italiane (Roma, Milano, Napoli e Torino) e di numerosi altri capoluoghi di provincia.
Un test politico di prim’ordine, quindi, che può avere risvolti di notevole interesse anche per quanto riguarda le rivendicazioni del movimento glbt, tanto più in un quadro nazionale che non è sulla carta molto favorevole. Mentre andiamo in stampa, le liste non sono ancora ufficialmente chiuse e possiamo perciò offrire solo un quadro piuttosto frammentario dei candidati glbt in corsa per le amministrative. Vi giriamo comunque le informazioni di cui disponiamo.
 
Cominciamo da Milano, dove si registra una situazione inedita, con due candidature di peso nei due opposti schieramenti in lizza. Con il centrosinistra che candida a sindaco Bruno Ferrante corre, nelle liste di Rifondazione comunista, Alessandro Golinelli. Scrittore, autore televisivo, regista nonché collaboratore della nostra rivista, Golinelli si propone di esercitare a livello
istituzionale lo stesso ruolo che ha interpretato per molti anni come personaggio pubblico. Schierato con gli ideali di una sinistra libertaria e aperta ai diritti di minoranze e maggioranze oppresse, ma proprio per questo spirito libero e indipendente, che come si suol dire non guarda in faccia a nessuno quando si tratta di esprimere convinzioni o di lottare per cause che si considerano giuste.
Si schiera invece con il centrodestra, nella lista civica della candidata sindaco Letizia Moratti, Francesco Italia, manager ed ex direttore di rete per il canale televisivo satellitare Gay.tv. La
sua candidatura di omosessuale dichiarato a fianco di una destra che in generale non si è particolarmente distinta per l’apertura alle istanze glbt (casomai il contrario), ha fatto un certo
scalpore in città. Francesco Italia però non si spaventa, e dice di voler lavorare per restituire a Milano il ruolo di capitale gay italiana che sembra aver perso. Italia sostiene infatti che quella della destra non è omofobia, ma mancanza di conoscenza, e cita nel proprio campo personaggi
tutt’altro che antigay come Ombretta Colli, ex presidente dela provincia di Milano.
 
Il nome di spicco a Torino è quello di Gigi Malaroda, esponente storico dell’ala sinistra del movimento glbt italiano, fondatore del circolo Maurice e co-organizzatore del Torino Pride 2006.
Si presenta con Rifondazione comunista e le sue parole d’ordine restano quelle di sempre: dare un senso alla democrazia attraverso la partecipazione e arricchire la cultura e la vita di ciascuno nel confronto/scambio tra le differenze.
 
Tre le candidature che ci vengono segnalate da Roma, ma diversamente da quanto accade a Milano sono tutte a sostegno della riconferma dell’attuale sindaco del centrosinistra, Walter Veltroni. Cerca di conquistare un seggio con i Verdi Fabio Croce, militante gay in politica e anche nel mondo della cultura attraverso la casa editrice che porta il suo nome e che ha pubblicato numerosissimi libri a tematica glbt.
Ha trovato invece spazio nella lista civica per Veltroni, e corre per essere eletto al primo municipio della capitale, Andrea Ambrogetti, responsabile delle attività culturali nel consiglio
direttivo dell’Arcigay di Roma e negli ultimi quattro anni dirigente dell’assessorato comunale alle pari opportunità, per conto del quale ha lavorato per realizzare la campagna di sensibilizzazione “Le differenze sono normali” e una linea telefonica specificamente rivolta alle persone glbt.
Corre infine nella lista dei Ds Luigi Di Mauro, che all’impegno nella lotta per i propri diritti di omosessuale ha coniugato nel tempo la presenza nel mondo del volontariato, ed è attualmente
presidente della consulta permanente cittadina per i problemi dei penitenziari.
 
Per quando riguarda altri comuni, Alessandro Tosarelli, vicepresidente dell’Arcigay di Riccione è candidato a Rimini, mentre i presidenti dell’Arcigay di Caserta e Grosseto, Veniero Fusco e Davide Guzzetti, sono candidati nelle rispettive città.
 

 

 

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