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La nuova legislatura si apre nella
massima confusione. Quattro candidati glbt sono entrati in
parlamento, ma tra le probabili vittime del risultato elettorale
c’è anche la speranza di rapide riforme per mettere fine alle
discriminazioni di omosessuali e transessuali.
Tra le tante incertezze del dopo elezioni, una sicurezza sembra
esserci: i Pacs saranno archiviati sine die. A questa
conclusione si può già arrivare per deduzione, senza
sforzare troppo il cervello, guardando alla distribuzione dei seggi
nel nuovo parlamento, che al di là di ogni possibile contestazione o
polemica sui risultati elettorali ha consegnato una solida
maggioranza al fronte omofobico trasversale. Se si somma infatti il
peso del centrodestra, (protagonista di una campagna elettorale
furibonda contro la “famiglia omosessuale”) con quello dei cattolici
del centrosinistra che guardano con deferente ubbidienza al
Vaticano, si può star certi che una riforma come i Pacs non avrà
i numeri per passare, quand’anche riesca a essere discussa e
votata.
Analoghe conclusioni pessimistiche appaiono poi legittime per quanto
riguarda eventuali altre leggi antidiscriminatorie, o la cosiddetta
“piccola soluzione” per le persone transessuali, che
consentirebbe il cambiamento del nome (ma non del genere)
all’anagrafe anche in assenza di un intervento chirurgico per la
riattribuzione del sesso.
Stando così le cose, la chiesa cattolica potrebbe già cantare
vittoria. Ma per evitare qualunque sorpresa preferisce non
abbassare la guardia, come hanno ampiamente dimostrato le arringhe
pasquali in apocalittica difesa del monopolio della famiglia
eterosessuale fondata sul matrimonio. La dicono lunga, per esempio,
le meditazioni scelte per la liturgia del venerdì santo e declamate
alla presenza di papa Ratzinger. è una vera via crucis, quella che
si prospetta per i diritti degli omosessuali nelle parole della
curia romana: “Oggi si sta diffondendo, con subdola propaganda, una
stolta apologia del male, un assurdo culto di Satana, una folle
voglia di trasgressione, una bugiarda e inconsistente libertà che
esalta il capriccio, il vizio e l’egoismo presentandoli come
conquiste di civiltà”.
O ancora, tanto per essere chiari: “Sembra che oggi sia in atto una
specie di anti-Genesi, un anti-disegno, un orgoglio diabolico che
pensa di spazzar via la famiglia”. Altro che Pacs. Sarà già tanto se
non si tornerà ad accendere i roghi sulle pubbliche piazze, data la
commistione che esiste in Italia tra iniziativa politica e potere
religioso.
Come ulteriore motivo di preoccupazione si può aggiungere che i
consensi elettorali ricevuti dalle forze politiche meno ossequienti
al papa si sono rivelati nell’insieme inferiori alle aspettative.
Se infatti i partiti della sinistra radicale (Prc, Verdi e
Pdci) hanno ottenuto una decorosa affermazione, che li quota
comunque tutti insieme intorno al 10%, i Ds non hanno
sfondato. E la Rosa nel pugno, unica formazione a fare
della laicità la propria principale bandiera programmatica,
si è fermata a un poco brillante 2,5%. Chi sperava in un
soprassalto di orgoglio laico di fronte alle ingerenze clericali
nella vita civile non può dunque fare a meno di essere deluso.
Chi invece si è ringalluzzito parecchio sono i più acerrimi nemici
dei diritti glbt. Come la Lega, che si è pubblicamente
rallegrata dello stop che gli italiani avrebbero - a suo dire - dato
alle pretese di gay e lesbiche. O come il leader dell’Udeur Clemente
Mastella, rimasto per ora nel centrosinistra, che ha detto
chiaramente che “se qualcuno pensa che questa maggioranza (quella
dell’Unione ndr) possa fare i Pacs, sbaglia”.
Perfino Antonio di Pietro, leader dell’”Italia dei valori”, che si
era dichiarato a favore dei diritti delle coppie omosessuali, ha
riconosciuto che l’esito del voto ha messo fuori causa i Pacs.
E Romano Prodi, in attesa del via libera per formare il nuovo
governo ha dichiarato: “Non ci saranno i Pacs, ma il riconoscimento
dei diritti civile delle unioni di fatto. Non c’è nulla contro il
matrimonio”. Cosa possa significare un’affermazione come questa,
tradotta in articoli di legge, rimane un mistero.
E non è probabile che venga svelato tanto presto, visto che la
parola d’ordine generale, al momento, è che ci sono problemi più
importanti: dallo scontro politico selvaggio tra gli schieramenti
che il responso delle urne promette di prolungare per l’intera
legislatura, all’urgenza d’intervenire sui temi economici di fronte
allo spettro - da più parti agitato - della retrocessione del nostro
paese nelle classifiche internazionali.
Durissimo quindi (ma forse proprio per questo entusiasmante) è il
compito che attende la piccola pattuglia dei parlamentari glbt
(dichiarati, s’intende) entrata nel nuovo parlamento. Sono in
quattro, uno in più rispetto alla legislatura precedente. Due sono
stati riconfermati: Franco Grillini e Titti De Simone, eletti
entrambi alla camera rispettivamente nelle liste dell’Ulivo e del
Prc.
Gli altri due ottengono il seggio per la prima volta: Vladimiro
Guadagno (più nota come Vladimir Luxuria) è stata eletta
nelle liste del Prc ed è la prima onorevole transgender non solo in
Italia ma addirittura in Europa; Gianpaolo Silvestri, invece,
è stato eletto per i Verdi e sarà il primo senatore gay dichiarato
nella storia repubblicana.
A loro, con l’aiuto dei colleghi di buona volontà, toccherà
organizzare la battaglia istituzionale per dare visibilità al tema
dei diritti glbt e per strappare il più possibile, nelle impervie
condizioni date, in termini legislativi. Non sarà facile, per i
motivi che abbiamo già menzionato, e anche perché per molti
rappresentanti del popolo, nella nuova legislatura come nella
precedente, l’omofobia più becera è un fiore all’occhiello da
sfoggiare alla prima occasione. Senza farsi scrupolo di ricorrere
all’insulto da caserma, visto che l’argomentazione razionale fa
difetto.
Durante la campagna elettorale l’onorevole Guadagno è stata assalita
con lanci di finocchi, a Guidonia (vicino a Roma), da parte di
militanti di An (poi fortunatamente sospesi dal partito).
Ed è stata oggetto di furiose dichiarazioni di intollerante
ignoranza da parte di numerosissimi esponenti del centrodestra
sedicente moderato.
Sorte appena più lieve è toccata a Franco Grillini e Titti De
Simone, in quanto simboli dell’omosessualità che rivendica il
diritto di cittadinanza.
Si può legittimamente sperare che la vittoria, sia pure di misura,
del centrosinistra ci metta al riparo dall’avere omofobi
alla Calderoli o alla Tremaglia nel prossimo governo. Ma questo
non ci può ovviamente bastare. Per rendere più incisive le battaglie
dei “nostri” parlamentari nelle istituzioni sarà più indispensabile
che mai far sentire che anche in Italia, come nel resto d’Europa,
esiste una comunità glbt in grado di battersi civilmente per
ottenere ciò che le spetta.
Se l’esito del voto ci ha consegnato una fotografia di questo paese
piena di ombre, insieme a qualche luce, sarà indispensabile
intensificare l’impegno nella società, visto che dalla politica in
quanto tale non possiamo attenderci più di tanto.
Il pride nazionale che si svolgerà a Torino il prossimo 17
giugno sarà una prima importante occasione per ripartire.
Poi dovremo necessariamente crearne molte altre.
Candidati non comuni
Archiviate le elezioni politiche, il 28 e 29 maggio si torna a
votare per le amministrative. Anche questa tornata elettorale
è di grande importanza, se solo si pensa che si tratta di rinnovare
sindaci e consigli comunali delle quattro principali città italiane
(Roma, Milano, Napoli e Torino) e di numerosi altri capoluoghi di
provincia.
Un test politico di prim’ordine, quindi, che può avere risvolti di
notevole interesse anche per quanto riguarda le rivendicazioni del
movimento glbt, tanto più in un quadro nazionale che non è sulla
carta molto favorevole. Mentre andiamo in stampa, le liste non sono
ancora ufficialmente chiuse e possiamo perciò offrire solo un quadro
piuttosto frammentario dei candidati glbt in corsa per le
amministrative. Vi giriamo comunque le informazioni di cui
disponiamo.
Cominciamo da Milano, dove si registra una situazione
inedita, con due candidature di peso nei due opposti schieramenti in
lizza. Con il centrosinistra che candida a sindaco Bruno Ferrante
corre, nelle liste di Rifondazione comunista, Alessandro
Golinelli. Scrittore, autore televisivo, regista nonché
collaboratore della nostra rivista, Golinelli si propone di
esercitare a livello
istituzionale lo stesso ruolo che ha interpretato per molti anni
come personaggio pubblico. Schierato con gli ideali di una sinistra
libertaria e aperta ai diritti di minoranze e maggioranze oppresse,
ma proprio per questo spirito libero e indipendente, che come si
suol dire non guarda in faccia a nessuno quando si tratta di
esprimere convinzioni o di lottare per cause che si considerano
giuste.
Si schiera invece con il centrodestra, nella lista civica della
candidata sindaco Letizia Moratti, Francesco Italia, manager
ed ex direttore di rete per il canale televisivo satellitare Gay.tv.
La
sua candidatura di omosessuale dichiarato a fianco di una destra che
in generale non si è particolarmente distinta per l’apertura alle
istanze glbt (casomai il contrario), ha fatto un certo
scalpore in città. Francesco Italia però non si spaventa, e dice di
voler lavorare per restituire a Milano il ruolo di capitale gay
italiana che sembra aver perso. Italia sostiene infatti che quella
della destra non è omofobia, ma mancanza di conoscenza, e cita nel
proprio campo personaggi
tutt’altro che antigay come Ombretta Colli, ex presidente dela
provincia di Milano.
Il nome di spicco a Torino è quello di Gigi Malaroda,
esponente storico dell’ala sinistra del movimento glbt italiano,
fondatore del circolo Maurice e co-organizzatore del Torino Pride
2006.
Si presenta con Rifondazione comunista e le sue parole d’ordine
restano quelle di sempre: dare un senso alla democrazia attraverso
la partecipazione e arricchire la cultura e la vita di ciascuno nel
confronto/scambio tra le differenze.
Tre le candidature che ci vengono segnalate da Roma, ma
diversamente da quanto accade a Milano sono tutte a sostegno della
riconferma dell’attuale sindaco del centrosinistra, Walter Veltroni.
Cerca di conquistare un seggio con i Verdi Fabio Croce,
militante gay in politica e anche nel mondo della cultura attraverso
la casa editrice che porta il suo nome e che ha pubblicato
numerosissimi libri a tematica glbt.
Ha trovato invece spazio nella lista civica per Veltroni, e corre
per essere eletto al primo municipio della capitale, Andrea
Ambrogetti, responsabile delle attività culturali nel consiglio
direttivo dell’Arcigay di Roma e negli ultimi quattro anni dirigente
dell’assessorato comunale alle pari opportunità, per conto del quale
ha lavorato per realizzare la campagna di sensibilizzazione “Le
differenze sono normali” e una linea telefonica specificamente
rivolta alle persone glbt.
Corre infine nella lista dei Ds Luigi Di Mauro, che
all’impegno nella lotta per i propri diritti di omosessuale ha
coniugato nel tempo la presenza nel mondo del volontariato, ed è
attualmente
presidente della consulta permanente cittadina per i problemi dei
penitenziari.
Per quando riguarda altri comuni, Alessandro Tosarelli,
vicepresidente dell’Arcigay di Riccione è candidato a Rimini, mentre
i presidenti dell’Arcigay di Caserta e Grosseto, Veniero Fusco e
Davide Guzzetti, sono candidati nelle rispettive città.
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